Drum bun. Dai Balcani ai Carpazi 2

Drum bun, letteralmente buona strada, o meglio buon viaggio. S’incontra quest’augurio dappertutto, sulle strade della Romania. La decisione di visitare questa parte per noi sconosciuta dell’est europeo ci ha portato a compiere un lungo viaggio tra molti paesi nostri vicini di casa (Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro, Albania, Macedonia,...
 
Partenza il: 29/07/2005
Ritorno il: 21/08/2005
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 2000 €

Drum bun, letteralmente buona strada, o meglio buon viaggio. S’incontra quest’augurio dappertutto, sulle strade della Romania.

La decisione di visitare questa parte per noi sconosciuta dell’est europeo ci ha portato a compiere un lungo viaggio tra molti paesi nostri vicini di casa (Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro, Albania, Macedonia, Bulgaria e Romania), trascurati dal turismo di massa, e per me anche a realizzare un viaggio della memoria, tra gli inquieti Balcani.

Il nostro viaggio inizia e si conclude in Croazia, nostra vicina di casa.

A Fiume hanno la faccia tosta di chiederci 100 € per una stanza in uno squallidissimo albergo soviet e quindi cerchiamo un B&B nei pressi, a Cavle.

Il nostro primo obiettivo è la visita la parco di Plitvice, meritatamente patrimonio UNESCO. In parte ripercorro la strada che percorsi nel 1996, subito dopo la fine della guerra, quando la gran parte delle case era bombardata. A distanza di nove anni quasi tutto è stato ricostruito, le facciate ed i tetti hanno i vivaci colori del nuovo, ma su alcune sono ancora ben visibili i buchi provocati da proiettili o schegge. Qualche casa, cadente ed invasa dalla vegetazione, non ha più ritrovato i suoi abitanti.

Il parco di Plitvice è lo spettacolo che ricordavo: un festival d’azzurro e verde smeraldo, l’acqua dei suoi 16 laghi di una limpidezza cristallina che mostra migliaia di pesci. Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che sono molto più numerosi del ’96, quasi all’epoca avessero subito anche loro la guerra. Il caldo sarebbe intollerabile se non ci fosse la lussureggiante vegetazione ad ombreggiare i sentieri. Compiamo tutto il percorso del parco, aiutandoci anche con il battello ed il trenino gommato.

Ho la curiosità di rivedere Bihac, di cui ricordo le macerie. La neo-frontiera tra Croazia e Bosnia in questo punto consisteva in una baracca di lamiera; noto con sorpresa che è variata di poco, le baracche di lamiera sono aumentate di numero. Anche Bihac è stata ricostruita, ma ancora si vedono case bombardate. In Bosnia si percepisce un certo grado d’arretratezza rispetto alla vicina Croazia, che beneficia di tutta la costa dalmata. La moneta ufficiale sarebbe il marco convertibile, ma gli euro sono ben accetti. Lungo la strada iniziano a comparire, con nostro stupore, dei cartelli solo in cirillico. Decidiamo di pernottare nei pressi di Mrkonjic Grad, un bel posto di montagna, con un verde laghetto e con la rassicurante presenza del cartello che indica un albergo. E’ sabato pomeriggio inoltrato e dai prati circostanti i gitanti locali stanno smobilitando, lasciando gli scarsi cestini traboccanti di cartacce unte e bottiglie vuote. La Bosnia fu duramente colpita dalla guerra, ma qualcosa si è salvato dai bombardamenti: l’unico albergo in cui dormiremo, ovviamente stile soviet, la cui ultima ristrutturazione risale minimo agli anni sessanta. La mattina successiva l’uovo fritto della colazione, unitamente alle infinite curve che ci separano da Mostar, metterà a dura prova il nostro stomaco.

Il piccolo centro storico di Mostar, lastricato di pietra bianca, rende la temperatura asfissiante. E’ molto carino, ma purtroppo non conserva più il fascino dei segni impressi dal trascorrere dei secoli: pure se tutto è stato fedelmente ricostruito, il candore pulito delle pietre ed il fiammante color ruggine dei tetti emana un sapore di nuovo: occorreranno anni per ritrovare quel fascino. Il famoso ponte, gremito di gente per assistere ai potenziali tuffi, colpisce per le sue dimensioni ed architettura, ma non è stata fatta un’opera di fedele riproduzione. M’intristisce vedere che nel suo apice è stato posto un grosso medaglione in pietra con il simbolo della Red Bull, che ne ha evidentemente finanziato la ricostruzione. Hanno cercato di mantenere una certa sobrietà, ma è sempre e comunque pubblicità: una vera violenza del terzo millennio sui secoli passati, meglio i feroci ottomani, che poi tanto feroci non erano. A distanza di dieci anni dalla fine della guerra Mostar appare ancora una città ferita: i palazzi sventrati e bruciati dai bombardamenti sono ancora numerosi.

Rientriamo in Croazia per raggiungere Dubrovnik, con la sua bellissima Stari Grad adagiata sul mare. Il giro delle mura è il modo migliore di apprezzarne dall’alto la bellezza. Non posso fare a meno di intristirmi allo spettacolo di tante tegole nuove. Qualche vecchio tetto, scurito dal tempo, si è salvato, e la sua sporadica presenza rivela a colpo d’occhio l’estensione delle distruzioni della guerra.

Il Montenegro è vicino, e dopo un abbondante, squisito ed economico pranzo di pesce ad Herceg Novi compiamo il giro delle Bocche di Cattaro, l’unico fiordo del Mediterraneo. Le montagne scendono bruscamente sul mare bellissimo tra rare piccole spiagge di sassi. Pochi gli alberghi, in uno nuovo di zecca ci chiedono 150 € e passiamo oltre. Siamo sorpresi di non trovare il nuovo dinaro; l’unica moneta circolante è l’euro. A Prcjani troviamo un B&B in una bella casa antica, che ha un ampio cortile lastricato in pietra ombreggiato da due grandi palme. Hanno avuto buon gusto, i proprietari: la casa è stata tinteggiata e pulita senza alterare quanto c’era d’antico in essa. Ci concediamo un pomeriggio di piacevoli bagni in un’acqua verde e tiepida, dato il caldo. I bagnanti sono prevalentemente locali. E’ un vero peccato veder galleggiare, vicino la riva, qualche carta di gelato e bottiglia di plastica. I montenegrini dovrebbero trattarlo meglio il loro splendido mare. Possibile che dobbiamo tutti ripetere gli stessi errori? La città di Cattaro è una scoperta: il nucleo storico, racchiuso tra le mura e ben conservato, è un piccolo gioiello, che per certi versi mi ha colpito più di Dubrovnik. Edifici e strade sono lastricati in pietra. Una grande muraglia, la sera suggestivamente illuminata, si inerpica sulla ripidissima montagna. C’è il festival estivo d’agosto e sembra che tutti i montenegrini siano scesi a Cattaro: sono tutti in tiro, soprattutto le donne, al confronto noi sembriamo profughi. Il parcheggio è un problema come lo fu a Dubrovnik; hanno pochi parcheggi all’esterno dei centri storici pedonali e ci si deve mettere pazientemente in fila aspettando che esca qualcuno dalle aree predisposte. Un furbone ci aggancia proponendoci, per 3 € (somma discreta per un montenegrino), la sosta nel parcheggio di un tennis club adiacente, dove evidentemente lavora. Accettiamo subito e risparmiamo almeno un’ora di fila, anche se con un vago senso di vergogna. Il pesce, oltre ad essere fresco, è cucinato in modo egregio e ci possiamo permettere senza problemi la cena nel miglior ristorante della città vecchia, dove mi godo un risotto ai gamberi veramente divino, anche se mi portano il parmigiano…



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