Damasco guerra dei sensi

Città millenaria, città magica...
 
Partenza il: 20/01/2010
Viaggiatori: 1
Spesa: 500 €

Sono a Damasco. Città millenaria, città magica. Sembra come se fosse passato tutto da qui. Gli occhi della gente danno l’impressione di avere una memoria enorme. Il richiamo dei muezzin scandisce la mia giornata; sentirli anche la notte cantare che Allah è Akbar (il più grande), ti rassicura il sonno. Dici a te stessa, che in fondo non conta il nome, la forma, l’esistenza… Sono note che riescono a cullarti, quasi come la ninna nanna di tua madre. L’odore di pane cotto su pietra al mattino, ti fa pentire di aver perseverato facendo colazione all’occidentale.. Quasi ti viene voglia di far spazio tra il latte e i biscotti e farti prendere dal gustosissimo sapore di sesamo abbrustolito.

Fare la spesa al souq è come sfidare tutti quanti i sensi. Pensi che non esista niente di simile al mondo; credi che la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto abbiano dichiarato guerra tra loro e si battano l’uno contro l’altro per vincere.. Per sostituirsi a vicenda. Ti penti di non aver inventato nulla per catturare il profumo dei negozi di spezie, nessun inventore ha mai provato a farlo.. Sarebbe meglio di avere un ipod in tasca e sentire sempre la stessa musica. Cambi negozio e trovi chili di cicchi di caffè brasiliano pieni di cardamomo che aspettano solo il tuo naso.. Quasi come una provocazione. Ti giri e trovi il profumiere, con il quale puoi inventare l’odore che solo tu vuoi avere.. Altro che profumi francesi, non esiste nessuna casa migliore dei tuoi gusti personali. E poi ti dirigi alla parte dedicata alle stoffe. Tra gli sguardi incuriositi della gente, ti fai spazio tra la folla come per dire “ci sono anch’io…” e allora VEDI. Vedi i colori, colori vivi. Stoffe dai ricami complessi, come delle mappe nascoste. Messaggi criptati dalla stessa arte. Stoffe pregiate, setose al tatto, altre pesanti come macigni. Immagini la tua casa come la loro, pensi a dove puoi mettere questo tappeto color porpora in bella vista… Così da ospitare i piedi dei tuoi amici, mentre bevete del tè nero bollente. Il venditore di dolci canta una canzone per richiamare il tuo sguardo, ti giri e vedi una bancarella colma di pane e cioccolato che fuma ancora ed emana quell’odore a cui non sai resistere. Ti ricordi che hai una lista di cose da comprare e che non l’hai ancora guardata. Vai verso lo spazio dedicato ai prodotti per il bagno, ma devi prima attraversare montagne di frutta secca esposta in bella vista. Quei pistacchi di Aleppo, ti guardano imploranti. Non vuoi mangiarli, vuoi fare quello che hai sempre fatto, distraendo il venditore. E allora fai uscire la mano dalla tasca e la immergi tutta in quel mare verde e viola e godi. Le dita nuotano, e provi una sensazione indescrivibile.La sera il quartiere cristiano pullula di gente che esce dai negozi per fare le ultime compere, ti ricordi che non hai comprato il latte ed entri in una botteguccia che vende di tutto: dalle uova alle sigarette, dai detersivi ai formaggi freschi. Sposti la cesta piena di merendine, per farti spazio in quelle quattro mattonelle a tua disposizione, allunghi la mano e afferri la marmellata di albicocche, poi prendi il pane.. Che assomiglia a delle crêpes più spesse, e infine il latte fresco. Il proprietario ti lascia fare, perché sa che hai bisogno di più tempo per capire cosa c’è scritto sui barattoli, e ti dà il permesso di girare dietro il bancone, per vedere meglio i prezzi. Scelto tutto, gli chiedi in dialetto “addeesh?” e cerchi di interpretare la risposta. I numeri sono sempre stati difficili. Sui libri è quasi impossibile studiarli per bene, devi essere lì, sul posto.. Devono servirti per capire quante monete prendere dal portafogli e non farti fregare.Sono le otto e mezza del mattino, l’aria è già piena di smog. Eviti le macchine che non ti vedono e ti dirigi verso un pulmino anni 70 con una scritta rossa e all’interno delle luci psichedeliche fortunatamente spente – riesce a contenere 12 di noi- e per finire dai le 10 lire al più vicino al conducente. Li chiamano taxi collettivi, e di collettivo hanno tanto. Tutti “incollati” l’uno all’altro, ci stacchiamo non appena vediamo avvicinarsi la nostra destinazione. Queste sono cose che non puoi dimenticare. La catena che si fa con le monete degli altri, per pagare il conducente che corre come un matto e pensa a darti il resto nello stesso momento. La frenata brusca che fa egli stesso, poiché ha visto da lontano il venditore di tè ambulante, che sta agli incroci per fare affari non con i pedoni, ma con chi guida. Questa è Damasco. È caos, è vita.

Andare dal parrucchiere, che avventura!

Certo che bisogna essere proprio incoscienti per recarsi dal parrucchiere senza avere la minima idea di come si dica in arabo “lavare”, “spuntare”, “asciugare” e “stirare”. Ero con la mia coinquilina giapponese, con la quale riesco a comunicare con una creole fatta di gesti, inglese, arabo, giapponese e italiano. Quando parliamo solo in inglese non ci capiamo. E a volte, nella disperazione, pur di trasmettere il messaggio, le parlo in siciliano. Tornando all’esperienza “parrucchieristica”, io e Yuri, la mia coinquilina, eravamo in giro per la città vecchia a farci fregare i soldi dai commercianti, in poche parole eravamo al souq: sulla via del ritorno, mi sovvenne che la doccia di casa nostra era rotta e che non avrei potuto fare neanche lo shampoo, quindi mi venne la brillante idea di recarmi dal parrucchiere George, consigliatomi da una ragazza siriana incontrata in un ostello. Premetto che non le ho mai visto i capelli, dato che porta il velo, nonostante ciò mi sono fidata e sono andata diritta diritta dal famoso George. Yuri non aveva la minima idea che “hairdresser” significasse “parrucchiere”, l’ha scoperto non appena ho aperto la porta e ho mimato all’ormai noto artista che volevo dare una spuntatina ai miei capelli. Nell’attesa, ho espresso il desiderio di avere un catalogo sperando di trovare un’immagine che potesse parlare al posto mio. Lo stile era molto alla Moira Orfei, Orietta Berti e Gina Lolobrigida: impalcature di sostegno, retine di supporto, torri di babele, colori fluorescenti.. Insomma: i capelli delle modelle facevano proprio cagare. Allora mi sono sentita sola, sola e in trappola. Vedevo avvicinarsi le forbici aguzze, non immaginando neanche cosa potessero farmi. E al primo taglio mi e’ venuto un infarto. Quelle che erano le punte da tagliare, sono diventate ciocche. Mi son detta “vabbé Claudia, ricrescono… hai fatto bene a tagliarli, avevi i capelli rovinati”, ma l’autoconvincimento è servito a poco. Nel frattempo vedevo al mio fianco la testa della mia amica cambiare. Quelli che erano dei lunghi e folti capelli neri sono diventati un carciofo dalle foglie cortissime. Anche Yuri era caduta nella trappola mortale. E c’era caduta in pieno. Io pensavo che in fondo me l’ero meritato, che non aver cercato i vocaboli adatti sul dizionario era stata un’incoscienza. Avrei dovuto chiedere il catalogo prima di fare lo shampoo, il catalogo era un segno. Completata l’opera, ho riaperto gli occhi e… il nuovo taglio mi è piaciuto! Adesso i miei capelli hanno un’aria sana e ordinata. Quelle che mi sembravano enormi ciocche sul pavimento, guardandole bene, erano solo delle lunghe punte. La nazione più colpita era il Giappone, ma si sa come sono loro, un sorrisino, un inchino… e passa tutto!



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