Dal vino di Michelangelo al pranzo dei Bifolchi: cosa ho scoperto trascorrendo una settimana nel Chianti
Anche quest’anno partiamo per una settimana nel Chianti, e ricominciamo dall’agriturismo dove siamo stati la primavera scorsa, Borgo Montecastelli, sulla strada di Sicelle. Siamo curiosi di scoprire le piccole novità che in questi mesi Anna e Margherita hanno continuato ad apportare agli interni delle case e alla campagna circostante. Piccoli oggetti, nuovi interventi artistici e creativi. Fulvio, esperto, tra l’altro, di tree climbing, si occupa del verde (e il lavoro certo non manca). Maurizio dell’accoglienza degli ospiti, ed è quindi il primo che abbiamo incontrato arrivando a Montecastelli. Un riferimento costante, anche per consigli di luoghi da visitare, di percorsi trekking ed enogastronomici. Abbiamo ripreso Casa Il Cipresso, ideale per una coppia. Con noi, ovviamente, c’è Tosca, che cucciola non è più ma è sempre pronta a saltare in auto e a partire.
Per prima cosa andiamo a fare un giro per la campagna. L’aria è frizzante. Con l’arrivo della buona stagione i campi si stanno colorando. Ecco la vitalba dai bianchi fiori lanosi tipici della macchia mediterranea a inizio primavera e la pervinca con i fiori dalla caratteristica tonalità viola-bluastro. E poi le calendule, i gialli narcisi, i minuscoli fiori azzurri noti come occhi della Madonna e dappertutto le margherite. Ciliegi, mandorli e susini sono già in fiore formando macchie di bianco e di rosa pallido che vanno a riempire il paesaggio ondulato delle vigne e dei campi di ulivi.
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Da Maurizio scopriamo che al di là della rete metallica che fa da confine all’agriturismo c’è la casa che fu di Michelangelo. Michelangelo Buonarroti lavorava a Roma e attraverso il nipote Leonardo, con atto del 18 giugno 1549 acquistò una casa padronale nel podere La Torre, oltre ai poderi Casa Nova, Il Colle (oggi Casavecchia) e Grignanello. Una casa-torre medievale con finestroni rinascimentali in pietra serena, oggi prestigiosa azienda vinicola. Michelangelo preferiva investire i guadagni anziché “tener danari” e l’acquisto di poderi baciati dal sole si presentava come un buon affare, che fu concluso per 2300 fiorini. Già allora il vino di collina manteneva più a lungo le sue qualità di uno di pianura e Michelangelo se lo faceva spedire a Roma. Era ancora il tempo della secolare guerra tra Firenze e Siena che sarebbe terminata di lì a poco, con la vittoria fiorentina, nel 1555 e queste terre risentivano, sul piano economico, di essere ancora di confine. Sicuramente il nipote visitò questi poderi. Non esiste invece documentazione che Michelangelo sia mai venuto a La Torre. Era già anziano – aveva 74 anni – ma soprattutto impegnato nei grandi progetti ai quali lo aveva chiamato il Papa. La proprietà rimase ai Buonarroti fino al 1867 con Michelangelo di Leonardo, ultimo discendente del grande scultore.
Indice dei contenuti
Diario di viaggio nel Chianti
Primo giorno – Tra Radda e Castellina in Chianti
Lucarelli è un pugno di case disposte lungo la strada, un bar trattoria e, in posizione sopraelevata, circondata da siepi di bosso, pini e cipressi, la chiesa di San Martino. Di metà Novecento in stile neoromanico. La facciata con tetto a capanna e la torre campanaria interamente in pietra le conferiscono un aspetto sobrio. Ci fermiamo per un caffè nel bar sottostante, al quale aggiungiamo un panino al prosciutto, convinti dalla bella mostra di affettati e salumi. Ci ripromettiamo di tornarci uno dei prossimi giorni.
A Radda in Chianti parcheggiamo in piazza IV Novembre, la piazza del mercato e del parco della Rimembranza con il giardino all’italiana e il monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale progettato da Alfonso Coppedè in stile Deco’. Il centro storico è tutto racchiuso all’interno della cerchia muraria. In piazza Francesco Ferrucci si fronteggiano il palazzo del Podestà e, in posizione rialzata, la chiesa di San Niccolò a cui si arriva mediante un’ampia rampa di scale. La facciata settecentesca fu ricostruita nel 1926 secondo il gusto neo gotico dell’epoca sempre da Coppedè. Per gli antichi vicoli saliamo fino alla piazza del Castello. Non incontriamo nessuno, i portoni chiusi. Con nostra sorpresa è aperto l’Ufficio Turistico ed entriamo in cerca di depliants. Dietro al bancone, Silvia ci regala non soltanto opuscoli e cartine varie, ma anche una pubblicazione della Pro Loco ormai quasi esaurita sui luoghi storici e le chiese del Comune. Oggigiorno molti degli edifici religiosi, un tempo capillarmente diffusi dovunque ci fosse una comunità contadina pur se piccola, si trovano all’interno di aziende agricole e turistiche. Di quelli restanti, una buona parte, sparsi in una campagna sempre più spopolata, sono spesso chiusi.
In via Roma ci sorprende una vetrina che rimanda al bel tempo andato, con al centro un grammofono e scarpe e borse di tanti colori e forme. La bottega è del calzaturificio Pratesi che fa (o meglio che crea) scarpe artigianali uniche. Una delle tante eccellenze della nostra Toscana fatte di passione, fantasia e maestria.
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Castellina in Chianti ci accoglie con le sculture diffuse di “donna in cammino”, la mostra dell’artista Andrea Inglesi di figure femminili fantastiche inserite nel tessuto urbano per piazze e strade. Dalla Rocca scendiamo per via Ferruccio, la strada dello shopping, delle enoteche e dei ristoranti, quasi tutti in attesa della prossima riapertura turistica. E risaliamo per la parallela via delle Volte, da non perdere. Un camminamento coperto dalle antiche mura ideato da Filippo Brunelleschi a difesa della città, nell’occasione ingegnere militare per conto della Repubblica Fiorentina. Una statua lo raffigura pensoso circondato dai suoi strumenti di lavoro. Concludiamo con uno spuntino al Bar Italia in via Trento e Trieste, un punto di ritrovo molto frequentato.
Sulla strada del ritorno, prima di arrivare a San Donato c’è Ricavo, un borgo che mi hanno raccontato abbandonato da qualche anno. La strada ghiaiosa e sconnessa scende per poco più di un km. I muri delle case, i tetti, una fontana ingentilita da una testa di leone, tutto è ricoperto di piante rampicanti e foglie che si accatastano in grandi quantità.
Più in là, oltre il tetto di alcune abitazioni, si staglia un campanile a vela con bifora. San Giusto è una piccola chiesa romanica a navata unica. La facciata è in buone condizioni, la porta sovrastata da una piccola finestra a forma di campana, una maiolica del secolo scorso raffigura un episodio della Via Crucis. Presi dal fascino del luogo, non ci accorgiamo dell’arrivo di un cane bianco e gigantesco seguito dal guardiano del borgo. Ares, cucciolo di pastore della Russia Meridionale, fa buona guardia. Ripartiamo velocemente, dopo il tentativo di visitare la chiesa e la risposta che l’interno non è agibile.
Secondo giorno – Per il sentiero al villaggio abbandonato
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Maurizio ci accompagna in una camminata che incuriosisce. Con noi Laurie e Mick, americani del Minnesota in vacanza a Montecastelli a Casa degli Ulivi.
Su un poggio che domina la valle del torrente Argenna, San Polo in Torre è un villaggio medievale disabitato da alcune decine di anni nei pressi di San Donato in Poggio, con la piccola chiesa di San Paolo e la torre del XII secolo, entrambe ancora in piedi seppure in rovina.
La strada bianca parte dal santuario della Madonna di Pietracupa. Siamo sulla Via Romea Sanese, l’antica strada dei pellegrini. Attraversiamo i vigneti della Fattoria Montecchio e costeggiamo la fornace che oggi comprende un frantoio al quale si rivolgono le aziende agricole del territorio. La strada scende nel bosco tra cerri e pini fino a un bivio. Da qui sulla destra in poche centinaia di metri arriviamo al borgo deserto. Le case sono immerse nell’alta vegetazione. Alcune si vedono appena. Porte e finestre spalancate, pavimenti dissestati e tetti crollati. Qua e là alcuni cantucci si sono salvati dalla distruzione del tempo e proviamo ad immaginare la vita quotidiana di quelle case. La chiesetta è una piccola e spoglia aula rettangolare, ancora visibile soltanto quel che resta dell’altare.
La torre è senza il tetto ma le possenti mura sono in gran parte ancora ben stabili. Su un lato sono riconoscibili tre portali, dei quali solo uno è aperto, gli archi scolpiti in alberese bianco. Davanti un pozzo e una quercia centenaria. La torre, insieme a tante altre sparse nel Chianti, faceva parte di un complesso sistema di controllo del territorio che perse la sua ragion d’essere con la fine della guerra tra Firenze e Siena.
Scendiamo tra la vegetazione alta fino al molino della Compagnia. La costruzione abbandonata è in buone condizioni. Accanto l’Argenna scorre veloce dopo le recenti piogge. Troviamo comunque un punto dove passare e risaliamo per sbucare sulla Strada Sicelle e a Montecastelli. Un paio d’ore nella quiete dei campi.
Dopo la camminata di stamani ci siamo meritati un premio. Con i nuovi amici americani innamorati del Chianti andiamo alla vinaria Sassolini a Panzano per una degustazione di vino.
La casa è antica, sorta attorno a una torre longobarda che guardava la Porta della Strada della Selice. Romane sono le pietre che pavimentano l’ingresso del portone, inframezzate con frammenti di ciottoli di origine lavica che di notte con la luna rischiaravano il cammino. In cantina alcuni massi sono probabilmente quel che resta delle mura etrusche, la faccia di una fontanella è di origine romana.
Grandi mazzi di fiori di campo e il bancone tutto dipinto di uccelli e piante colorano la sala di degustazione. Lorenzo, un filo di barba a incorniciare il viso, i tratti del giovane gentiluomo di campagna, ci propone il Chianti Classico Sassolini Riserva, sangiovese in purezza, il colore di un rosso rubino intenso. Una bottiglia che ha meritato la visita. Lorenzo ci racconta che il bancone viene dalla Mongolia, che era stato un arredo sacro con al centro, dove ora c’è una stella rossa testimone del periodo maoista, raffigurato un Buddha in meditazione.
Terzo giorno – Alla scoperta di San Donato in Poggio
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Andiamo alla scoperta di San Donato in Poggio. Che già conosciamo, ma oggi abbiamo una guida d’eccezione. Fabio è la memoria del paese, degli eventi e delle cronache che ne hanno segnato la storia.
San Donato ha tre chiese. Quella gotica di metà Trecento, la chiesa dei mercanti, piena di luce, Santa Maria della Neve. La chiesa della Controriforma, lo stile barocco di inizio Seicento, il santuario della Madonna di Pietracupa. La chiesa romanica, la pieve risalente al 1170, dove si battezzavano i nati del contado. Da qui partiamo per il nostro giro.
Sul crinale della Valdelsa e della Valdipesa, ben visibile da Panzano e da Barberino, la pieve fu costruita a immagine della chiesa di Santa Reparata, l’antica cattedrale di Firenze, che era cinque volte più grande. Come tutte quelle del tempo era fortificata. Un castelletto, con le torri dette del pievano e del contadino. Il pievano era un nobile che oltre il ruolo religioso concentrava in sé il potere politico. In questo caso aveva probabilmente a sua disposizione una dozzina di soldati. La pieve fu costruita in alberese bianco, la pietra locale. L’alberese ha varie sfumature, dal rosa al giallo chiaro. Quella di maggior pregio è il colombino, bianca e più dura. Le pietre sono irregolari, di pezzature diverse. Ma si sa che l’artigiano medievale, a differenza di quello del Rinascimento, non buttava via niente. All’interno, nella penombra austera, risaltano i colori vividi del fonte battesimale in terracotta invetriata attribuito a Giovanni della Robbia.
Per Porta Senese entriamo in quello che era il castello dei Conti Guidi. Affacciato su piazza Malaspina c’è l’omonimo palazzo tardo rinascimentale. Proprietaria era la famiglia Ticci che si estinse nel Settecento quando la sua ultima discendente andò in sposa a un marchese Malaspina. Al centro della piazza, la cisterna ottagonale che serviva come riserva d’acqua in caso di assedio e che si allunga nel sottosuolo a forma di cupola. Passiamo davanti alla chiesa di Santa Maria della Neve. Quasi sempre chiusa. Evidenti gli interventi e i rimaneggiamenti che si sono susseguiti nei secoli sulla facciata, ben visibili nei finestroni in alto.
Via dei Fossi prende il nome dai fossati esterni che costeggiavano il perimetro delle mura. Vi venivano mimetizzati fascine e carbone ai quali veniva dato fuoco quando, durante gli assedi che avvenivano non di rado, i nemici tentavano la scalata dei bastioni. Un vero muro di fuoco che li fermava. Gli echi di quegli assedi lontani ci seguono mentre ci affacciamo nel giardino terrazzato di una struttura privata che dà sulla valle, belvedere straordinario dal quale la vista spazia sul Cimone ancora innevato, sul Montalbano e, ancora più in là, arriva fino a Monte Morello. In questa strada fino all’ultima Guerra c’era il forno di comunità. Anzi, i forni erano due. Uno in funzione il martedì, l’altro, a pochi metri di distanza, il venerdì. Il boscaiolo scaldava il forno, le donne vi portavano a cuocere il pane che avevano preparato a casa, lasciandone un pezzo a pagamento.
Arriviamo a Porta Fiorentina e a via del Giglio, costruita nel XIII secolo per il passaggio, nelle due direzioni, dei carri per Firenze e Siena. Fino al Cinquecento la Romea Sanese era, via Sambuca, il percorso più breve tra le due città. Nei pressi del borgo si accampò l’esercito fiorentino in vista della battaglia di Montaperti del 1260. Soltanto più tardi la direttrice si spostò su Tavarnelle e Poggibonsi.
Fiancheggiamo il Torrino, la Torre di Guardia della cerchia muraria e risaliamo la stretta via dei Baluardi. Ben poco è cambiato dal medioevo. Con le alte facciate delle case in pietra ingentilite dai terrazzini che lassù attraversano la strada.
Fuori dal borgo, nell’attuale via Senese, sorgeva l’ospedale del Pellegrino. Con dodici posti letto e il corpo di guardia. Oggi con questo nome c’è una caffetteria-wine bar. Pochi passi più in là facciamo la spesa alla macelleria Parti. L’abbiamo scoperta l’anno scorso trovando sempre tagli di carne e affettati di qualità insieme alla professionalità di Emiliano e Danilo che non si tirano certo indietro nel dare consigli sulle cotture. In fondo alla strada il bar I Poggio è il centro di aggregazione del paese. Trattoria e pizzeria, edicola e cinema, ci si può pure giocare al biliardo e alle freccette. Qui i sandonatini si fermano a tutte le ore per un caffè e quattro chiacchiere. In un angolo la tv sintonizzata sul telegiornale. Ai tavoli tovagliette di plastica rossa. Prendiamo pici all’aglione (un gran bel piatto!) e tagliere di salumi di una cucina casereccia e di sostanza.
Quarto giorno – Un borgo medievale e il suo grande vino
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Alla pieve di San Leolino c’è la bellezza silenziosa della campagna e l’atmosfera è quasi sospesa. In cima al poggio la pieve, la facciata candida di alberese, domina e insieme rassicura il popolo di Panzano. Come durante il passaggio del fronte, nell’estate del ’44, quando gli abitanti del paese vi si raccolsero in preghiera e la statua della Madonna del Carmelo fu spostata davanti all’altare, a protezione dei fedeli.
Sulla strada bianca proseguiamo per la chiesa di San Pietro alle Stinche. Un tabernacolo solitario a ricordarci che questa era terra di viandanti. Più in là il Tondo di Sala, un gruppo di case coronate da cipressi. Nella lingua longobarda Sala significa fattoria agricola, che appare in basso dove ci sono anche i vigneti della vinaria Sassolini. Il Tondo di Sala era un luogo di passo degli uccelli, un tempo amato dai cacciatori. In una manciata di km arriviamo a destinazione per un viottolo stretto e ripidissimo. Frate Lorenzo è a lavorare nell’orto e ci raggiunge insieme al cane color sale e pepe che lo accompagna. Daleth (il nome è la quarta lettera dell’alfabeto ebraico) ha molti anni ma è sempre guardiano attento. La località si distingue in Stinche Alte e Stinche Basse. Anche questo nome è di origine longobarda e sta per dirupo, roccia.
Alle Stinche Alte, a poche centinaia di metri a monte, sorgeva il castello della famiglia Cavalcanti. Il più famoso fu il poeta Guido per l’amicizia con Dante Alighieri. A causa della fede guelfa bianca, i Cavalcanti entrarono in conflitto con la Repubblica Fiorentina che nei primi anni del Trecento assediò, conquistò e distrusse parte del castello imprigionando i suoi abitanti a Firenze. Erano così tanti che il carcere prese il nome di Stinche, che conservò fino al Settecento. Oggi è lo spazio occupato dal Teatro Verdi e la via che lo costeggia porta il nome di Isola delle Stinche. La distruzione definitiva della roccaforte avvenne a metà del Quattrocento ad opera dell’esercito aragonese alleato di Siena contro i fiorentini. Quel che restava della costruzione, isolata e circondata dalla vegetazione, di recente è stata acquistata da un privato. A vedere i camion che abbiamo incrociato oggi è un cantiere in piena attività.
Alle Stinche Basse con frate Lorenzo visitiamo la piccola chiesa di San Pietro. La porta sormontata da una lunetta con un manufatto in cotto rappresentante un gallo, simbolo del risveglio spirituale. All’interno tante le opere d’arte, tra le quali una statua in legno d’ulivo di San Giovanni Battista del fiorentino Giorgio Piccini. Addossata alla chiesa, la casa colonica con il grande camino all’entrata è la sede dell’eremo, abbandonato a lungo e tornato a nuova vita a metà degli anni Sessanta con una forma di fraternità suscitata dal Concilio Vaticano II. Attualmente sono tre i frati che vivono in questo spazio dedicato al lavoro, alla preghiera, al silenzio.
Riprendiamo la strada bianca fino a Volpaia, borgo fortificato medievale nato intorno al castello, a lungo un punto difensivo strategico, oggi come in passato quasi interamente dedito alla produzione vinicola. In particolare a partire dalla seconda metà del Cinquecento, quando la pace tra Siena e Firenze ne consentì lo sviluppo e i vini chiantigiani si diffusero sempre più lontano. Volpaia merita assolutamente una visita. Per passeggiare in un dedalo di vicoli, tra case in pietra (in buona parte diventate b&b) e giardini in fiore, fino alla rinascimentale Commenda di Sant’Eufrosino, cappella dedicata al santo il cui culto è così diffuso nel Chianti. Per osservare l’imbottigliamento nelle stanze di un palazzo patrizio finemente ristrutturato. E per degustare nelle varie cantine il Chianti Classico DOCG che vi si produce, premiato nelle classifiche tra i migliori vini del mondo.
Per il pranzo torniamo a Panzano. In cima al paese, proprio di fronte alla chiesa di Santa Maria Assunta, da pochi mesi ha aperto “Strafico”, bar e trattoria insieme, gestito da Margherita che abbiamo conosciuto l’anno scorso nella sua osteria “Uscio e bottega” a Sicelle. “Strafico” di nome e di fatto per il grande fico al centro della terrazza panoramica. Da qui il paesaggio sinuoso delle colline in un susseguirsi di vigneti e di case coloniche è tale che induce alla sosta il viaggiatore più frettoloso. Sottopiatti colorati, la lavagna con il menù del giorno dal quale scegliamo ravioli ripieni ai gamberi con sugo di datterini e spezzatino di manzo con patate, il rosso della Casa che va giù che è un piacere. Il tutto in una atmosfera piacevole e accogliente.
Quinto giorno – Il paese più alto del Chianti
Prima di entrare nell’abitato di Radda imbocchiamo la strada per Badia a Montemuro. Siamo sul dorso occidentale delle colline che dal Chianti si estendono verso il Valdarno e che muovono il paesaggio con saliscendi e ripidi tornanti, ora tra campi coltivati, ora tra filari di viti fin dove arriva la vista. Facciamo una breve deviazione per Selvole. A occhio le sue case non superano le dita di due mani, disposte attorno alla chiesa di San Niccolò da tempo immemorabile. Forse già prima del Mille come testimoniano notizie di questo villaggio rurale risalenti all’XI secolo ed altre che collocano sulla facciata della chiesa l’esistenza dello stemma della Contessa Matilde di Canossa conservato fino alla fine dell’Ottocento.
Torniamo sulla strada che si impenna verso l’alto. Siamo non lontano dalle sorgenti del Pesa. Passiamo accanto al castello di Albola, oggi azienda vinicola che propone tastings&tours e wine experience di assoluto prestigio e arriviamo a Badia a Montemuro, con i suoi 706 m di altitudine il paese più elevato del Chianti alle pendici del monte San Michele che arriva a 892 m. Lo skyline ricorda quelli montani, disegnati da boschi di conifere. La provincia di Arezzo comincia oltrepassato il borgo. Badia nasce come insediamento monastico dell’ordine camaldolese fortificato da solide mura. La leggenda racconta di un guerriero longobardo ferito arrivato fin qui guidato dall’Arcangelo Michele e curato da un eremita. I due uomini avrebbero costruito un primo edificio religioso dando il via alla nuova comunità. All’entrata del paese un giardino fiorito dove spicca un cotogno giapponese dai fiori di un rosa intenso. Ecco la chiesa di San Pietro, costruzione ad aula unica secondo le caratteristiche del romanico rurale chiantigiano. Intorno è tutto un gran movimento di camion, carpentieri e artigiani. Un passante – uno dei pochi che incrociamo – ci dice, decisamente irato, che la chiesa è stata venduta a un privato. Di fronte c’è l’unica bottega di questa frazione, Il Rifugio del Chianti. Osteria consigliata dai social dove entriamo per un caffè. Il proprietario ci comunica che è chiusa, che oggi è il suo compleanno e aprirà nel fine settimana. Dopo gli auguri di rito facciamo quattro passi per le due, tre strade che scendono per il borgo tra case rustiche di pietra grigia.
Al ritorno pranziamo alla Locanda di Lucarelli. L’ambiente caldo e colorato della trattoria toscana. I tavoli di legno con le tovagliette di carta gialla, il menù che segue il ritmo delle stagioni. Pappardelle al cinghiale (la pasta rigorosamente tirata a mano), sformatino di porri e patate, saltimbocca alla chiantigiana, un inno a una cucina verace e senza fronzoli. Clientela abituale di residenti e lavoratori e poi i turisti di passaggio, come è successo quando c’eravamo noi, con la Lonely Planet in mano e la curiosità di scoprire i piatti della nostra tradizione. Il locale è gestito da Martina e Alessio. Lei di Scandicci, lui dell’Isolotto a Firenze. In comune la passione per la cucina e il desiderio di crescere i figli lontano dalla città. Una scelta professionale che parte dalla qualità dei prodotti del territorio, fino a comprendere le confetture dei monaci della Certosa di Firenze!
Sesto giorno – L’affresco che fu attribuito a Michelangelo
L’invito di Fabio, gran conoscitore della storia del Chianti, è di quelli ai quali non si può dire no. Accompagna un gruppo di amici a una visita fuori dai percorsi turistici. L’appuntamento è in piazza Antonio Brandi a Marcialla. Visitiamo la chiesa di Santa Maria della quale Fabio ci racconta le curiosità riguardanti alcune opere d’arte. Quando i monaci vallombrosani chiamarono Domenico Ghirlandaio a Badia a Passignano, dovettero fare i conti con le richieste economiche del grande artista. Così mandarono a bottega dal maestro un giovane del posto, Filippo di Antonio Filippelli, che poi lavorò prevalentemente nel territorio chiantigiano. In questa chiesa suoi affreschi sono un’Ascensione posta all’altare di destra e una Annunciazione all’altare di sinistra.
Nel transetto destro si trova una Pietà che a più riprese nei secoli, e anche di recente, è stata riferita a Michelangelo Buonarroti ma la cui unica attribuzione scientifica attendibile è quella a Tommaso di Stefano Lunetti, pittore fiorentino allievo di Lorenzo di Credi. Al tempo di Michelangelo tanti furono gli artisti che trassero ispirazione dalle sue opere e questa Pietà resta comunque un affresco di grande bellezza che merita la visita.
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Ci spostiamo in auto di pochi km a Pogni e dopo una breve camminata, circondato da una fitta vegetazione arriviamo a quel che resta del castello dei Conti Alberti la cui storia si intreccia con quella di Semifonte. La città che visse venti anni e da otto secoli è circondata dalla leggenda. Per contrastare l’espansione di Firenze, nel 1181 la fortezza diventò la base delle maestranze impegnate nella costruzione della vicina Semifonte. Una guerra per il controllo del territorio del Chianti che si concluse nel 1202 con la vittoria dei fiorentini e la distruzione della città rivale. Il maniero seguì la medesima sorte e da allora soltanto una mezza torre resta in piedi. Unica, imponente testimonianza dell’antica potenza degli Alberti.
Dopo mezzogiorno la Botteguccia di Marcialla è il posto giusto per un tagliere e un bicchiere di rosso. Prodotti rigorosamente provenienti da fattorie e aziende agricole qui intorno. Fino ai salumi della macelleria Parti di San Donato e al pane di Ortimino in quel di Montespertoli. Si mangia in terrazza e lo scenario della campagna coltivata la fa da padrone. Aggiungiamo la gentilezza di Fiorella e del nipote Diego e così ci ripromettiamo di tornare.
Questa sera andiamo a cena a “La Toppa” a San Donato. Ci arriviamo grazie a Laurie e Mick. Ed è stata una scoperta. Le antiche pietre a vista della trattoria un tempo magazzini del Palazzo Malaspina, le tovaglie bianche sui tavoli di legno, le luci soffuse. Dagli anni Cinquanta, la trattoria è gestita dalla stessa famiglia. Oggi l’attività è portata avanti da Otello, dal figlio Luigi anfitrione attento a mettere a suo agio una clientela in gran parte fidelizzata e dal nipote Matteo in cucina. Appassionati del proprio lavoro, che nella cura del particolare hanno uno dei punti di forza del locale. Anche se è la prima volta, è facile sentirsi un po’ come a casa. Prendiamo un tris di primi, pappardelle all’anatra (sublimi!), pici all’aglione, ribollita. A seguire coniglio in forno con patate e filetto con l’aceto balsamico. Da bere il Castello della Paneretta, Chianti Classico di assoluta qualità.
Settimo giorno – Il pranzo dei Bifolchi
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Preparate le valigie, Il giorno della partenza concludiamo alla grande partecipando al pranzo dei Bifolchi, un evento che si ripete da secoli al santuario della Madonna di Pietracupa. Tutto cominciò nel Quattrocento con un piccolo affresco in un tabernacolo sulla Strada Romana per Castellina, all’incrocio che da San Donato porta a Sicelle, una Madonna con il Bambino con in mano una rondine, simbolo della resurrezione. All’immagine furono attribuite guarigioni miracolose che portarono fin qui un numero sempre crescente di pellegrini. Fu costruita una cappella, ampliata successivamente a più riprese fino ai primi decenni del Seicento. Fu costituita un’Opera laica, la Compagnia dei Bifolchi, per ricordare i contadini che, con il loro lavoro, avevano contribuito alla costruzione della chiesa e che venivano ricompensati con un lauto pasto a base di carne. Oggi la tradizione si ripete due volte l’anno con il pranzo che si svolge nelle sale nel sottosuolo del santuario con le stesse ricette di quel tempo lontano. Come allora a cucinare sono soltanto gli uomini. Il lavoro in cucina inizia il mattino presto. La carne, nei capienti tegami di rame, cuoce a fuoco lento per ore e ore. Anche quest’anno il camino è stato acceso alle sei che faceva ancora buio e la preparazione si è conclusa alle tredici, con le cadenze di un rito che segue i tempi imposti dalla cottura a legna. Gianni, che in tutte queste ore ha lavorato davanti al fuoco, ci dà qualche numero che rende l’idea dell’impegno profuso per mettere in tavola i 170 commensali. 22 kg e mezzo di pasta (rigorosamente penne lisce secondo tradizione), 35 kg di sorra (saporitissima e morbida come un burro), 10 kg di piselli, 7 kg di fagioli piattellini.
A Pietracupa il tempo sembra rallentare la sua corsa. All’ingresso ci colgono le fragranze dei prodotti medicinali erbacei preparati dalle suore. Coltivati nel giardino circostante, dove le forsizie dai caratteristici fiori di un giallo acceso colorano il cielo un po’ grigio di quest’inverno che tarda a lasciarci. Scendiamo le scale e ci raggiunge il caldo profumo delle variegate cotture. Siamo pronti.
Come l’anno scorso, siamo a tavola con un gruppo della Valdelsa (e dintorni). Simpatici e dalla battuta pronta da veri toscani DOC, si ride e si scherza in allegria, aiutati dalla grande qualità dei piatti che arrivano in tavola e dal Chianti Classico, anche per quest’anno contributo all’iniziativa della Fattoria Montecchio. E così anche la giovane Ilenia, pur se di professione nutrizionista, nell’occasione rinuncia a convincere il suo Pietro a non abbuffarsi troppo.
Grazie a quei sandonatini che fin dalle prime luci dell’alba hanno trascorso la mattinata nelle cucine della Fabbriceria di Pietracupa, continuando una tradizione così radicata. E a quei giovani, sorridenti ed educati, che hanno indossato il grembiule e servito ai tavoli scandendo gli intervalli tra i discorsi di rito e le portate. Torneremo volentieri per il prossimo appuntamento a settembre.
Affascina la bellezza di questa campagna. Incontro di arte, cultura e natura. Amalgama di tradizione e continuità storica. Queste sono radici che non si consumano nel tempo. Anzi, danno sempre nuovi frutti e nuovi vini con i sapori e i colori che incantarono anche Michelangelo Buonarroti.
