Cogitazioni a spasso per il Peloponneso

Introspezioni nel Mani e dintorni
Scritto da: sundani
cogitazioni a spasso per il peloponneso
Viaggiatori: 1
Spesa: Fino a €250 €

Sabato 04 Agosto 2018 – Le mie vecchie scarpe

Complice una attitudine al viaggio minimalista ed essenziale che io e Cristina coltiviamo da qualche tempo con buoni risultati, la motocicletta non è troppo carica: le due valigie laterali riservate ai bagagli personali, una per ciascuno; quella centrale solamente al cibo da consumare nelle oltre venticinque ore di traghetto previste e, una volta consumato questo, ai giubbetti in pelle che certamente spesso non indosseremo; la borsa da serbatoio quasi vuota, ad accogliere comodamente gli oggetti spiccioli: guanti, sciarpine, quaderno, penna, telefoni, portafogli. Il portapacchi sulla valigia posteriore, acquistato e montato una settimana prima della partenza, dopo anni di propositi d’acquisto disattesi, è vuoto, libero di accogliere, se necessario, eventuali oggetti che potrebbero fare la loro comparsa durante il viaggio: magari un bouzouki da appendere alla parete di casa, a lato del liuto laotiano e del piccolo violino nepalese; o forse abbondanti provviste di formaggi caprini e malvasie atti a sfamarci degnamente nelle ulteriori venticinque ore di traghetto al ritorno, e magari altre di conviviali banchetti in patria.

L’oggetto mancato nel bagaglio, e meritevole di ragionata disgressione, è il mio vetusto paio di stivaletti rumeni: molte volte vicini al punto d’esser buttati, altrettante salvati ed utilizzati poi con maggior soddisfazione e riconoscenza. Li acquistai oltre sette anni orsono durante uno dei tanti brevi soggiorni nella città natale di Cristina, in un negozio vecchia maniera come tanti della città, per una cifra assai modesta, certamente inferiore alla ventina di euro. Dotati di chiusura laterale a cerniera e suola in gomma, la sobrietà della forma conferisce loro un aspetto quasi elegante nonostante una qual certa plasticità della superficie esterna di finta pelle, color grigio scuro. La camminata discretamente comoda e soprattutto la tenuta all’acqua decisamente buona le hanno rese le mie calzature d’elezione per l’utilizzo in motocicletta, permettendomi di rimandare, anno dopo anno, l’acquisto di ben più costose calzature specificatamente dedicate all’uopo. Per il tipo di utilizzo del mezzo che mi caratterizza, prettamente turistico e privo di velleità sportive, l’assenza di protezioni apposite è una carenza che ritengo, mi rendo conto a torto, poco rilevante. Stante la mia tutto sommato florida condizione economica, la mia può apparire spilorceria, immotivato risparmio: ho la presunzione invece di considerarla un bell’esempio di rispetto per il valore intrinseco degli oggetti in quanto tali e in relazione alla loro utilità, a prescindere dal valore economico; un sobrio disertare le fila del consumismo imperante.

La mia naturale propensione alla parsimonia, all’accantonare le cose vecchie piuttosto che a gettarle via, è certamente una eredità familiare materna e ancor più paterna, ma è stata fortemente rafforzata da convinzioni etiche e politiche. Con il passare degli anni sento crescere un senso di inadeguatezza, di fastidio se non di disprezzo, per i tanti onnipresenti e quotidiani esempi di oggetti e comportamenti superflui, inutili, innaturali, eticamente discutibili, e spesso tutt’altro che irrinunciabili. Viene a galla, come uno gnocco che abbia raggiunta la giusta cottura, una latente tendenza a prediligere il tradizionale al nuovo, il vecchio all’innovazione, la tradizione alla novità; una imbarazzante reazionarietà che non è l’assai comune sintomo di un cattivo incanutimento, ma l’elaborazione di un istinto che rende sempre più evidente ed insopportabile il grande spreco di tempo ed energie inopinatamente dedicate, nella nostra quotidianità, ad aspetti, materiali od emotivi che siano, superficiali e di poca contezza.

Nonostante tutto ciò, quest’anno gli stivaletti sono rimasti a casa, sostituiti da un nuovo paio di scarpe da ginnastica a caviglia alta di blasonato marchio teutonico, più adatte al caldo notevole della stagione e dei luoghi, ma certamente altrettanto inadatte ad un razionale uso motociclistico.

Domenica 05 Agosto – Bulimia culturale

Nel primo pomeriggio, dopo circa ventidue ore di navigazione in mare aperto, per quanto tale possa dirsi la modesta lingua marina che divide la costa dalmata dall’italica, avvistiamo terra a babordo. Il calore cocente del sole è alleviato da qualche rada nuvola. Al contrario di quanto lasciavano presumere alcuni a quanto pare infondati commenti in rete, che ancora una volta appaiono rappresentativi della mollezza e superficialità di questi tempi, la nave è pulita, confortevole, apparentemente in ottime condizioni e nel complesso i passeggeri, in larga parte europei bianchi, si dimostrano civili e rispettosi; abbiamo dormito su una poltrona e un divanetto in condizioni più che accettabili.

Il tempo mi è servito, oltre che per dormire e bighellonare mollemente sul ponte, per leggere qualche articolo dell’Internazionale di Agosto, ben tre quotidiani gentilmente prestatici da una vicina di poltrona, e le prime pagine del saggio Bompiani Storia di Israele, che attendeva la lettura, sullo scaffale della libreria di casa, da non meno di otto anni. Circa dieci anni fa, complice la mia lunga permanenza in Romania e una fascinazione per i paesi dell’est nata più per contrapposizione allo standard americano che per motivato filosovietismo, lessi con trasporto una Storia della Russia della stessa collana, e preso dall’entusiasmo in breve acquistai i tomi relativi ad Inghilterra, India, Francia ed Israele, oltre ad ereditare poi quello relativo agli Stati Uniti d’America da un’amatissima zia paterna. Tutti giacciono, intonsi, sullo stesso scaffale della libreria: poco edificante esempio della irragionevole bulimia culturale di cui anche io sono stato, e sono tuttora, vittima, seppur oggi con più consapevolezza (e quindi più colpevolezza, del resto) che in passato.

Sbarchiamo nel porto di Igoumenitsa alle 19:30 circa. La città appare desolata, semideserta. Con poca fatica troviamo l’appartamentino senza pretese in cui pernotteremo due notti.

Calato il buio, usciamo per una passeggiata e ci colpisce l’atmosfera ovattata e silenziosa: vi sono, sul lungomare e nelle vie interne del piccolo centro storico, bar all’aperto e chioschi di aspetto moderno e gradevole, ma, cosa assai sorprendente, privi di musica! Una circostanza che ritroveremo con continuità nel corso del viaggio: e che io, che con il passare del tempo amo il silenzio sempre più, trovo confortevole e a misura d’uomo. Non ho elementi che concorrano a sostenere la fondatezza dell’ipotesi, ma mi piace pensare che i greci, forti della loro tradizione umanistica e filosofica, al chiasso preferiscano una quiete che permetta di conversare e chiacchierare gradevolmente.

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grecia, nauplia

Grecia, Nauplia



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