Capodanno a Tokyo 2

Mix di tradizioni giapponesi e festosità occidentale
 
Partenza il: 06/10/2009
Ritorno il: 04/01/2010
Viaggiatori: 3
Spesa: 4000 €

Eravamo a Tokyo già da 3 mesi, e una delle idee che ci entusiasmava di più era il pensiero di poter festeggiare la fine dell’anno proprio in Giappone, dove quest’ultima è considerata un’importante festa nazionale, in connessione con la religione shintoista.

Tutto ciò prima di apprendere che, effettivamente, il capodanno come lo festeggiano i giapponesi ben si allontana dal clima festoso al quale siamo abituati noi italiani. La famiglia che mi ospitava mi fece ben intendere che la serata non sarebbe stata altro che trascorrere le ore davanti alla tv, aspettando che fosse mezzanotte per mangiare un’improbabile piatto di soba, che a quell’ora possono apparire effettivamente poco invitanti. Quando ho chiesto se almeno sarebbero andati al tempio per pregare per l’anno nuovo, la risata che ho ricevuto come risposta è bastata per farmi cambiare idea sul modo di festeggiare il capodanno, e con le altre mie due amiche italiane siamo riuscite ad organizzare una serata molto divertente, a metà tra la festosità occidentale e la tradizione giapponese, sfruttando le opportunità che ti sa offrire Tokyo.

Il ritrovo era fissato in uno degli Starbucks di Harajuku per le 18 di sera, e li ci si è mostrata davanti un’immagine surreale: una Tokyo semi deserta, in cui era persino possibile trovare posto a sedere nello Starbucks! I giapponesi erano effettivamente TUTTI chiusi in casa!

Per cena abbiamo prenotato in un ristorante abbastanza conosciuto di Tokyo, il CHRISTON CAFE’ di Shibuya, che offre un’ambientazione decisamente particolare e che potrebbe apparire un po’ “blasfema” per un cattolico: statue di santi e di madonne e crocefissi enormi, con una luce molto soffusa tipica delle chiese occidentali. Per l’ultimo dell’anno proponevano il nomihoudai, un servizio tipico dei locali giapponesi, dove pagando un prezzo fisso puoi ordinare da bere senza limite. La cena è a base di cucina internazionale, tutto è abbastanza buono ma niente di che. I cocktail sono, ovviamente, leggerissimi e adatti allo standard giapponese, ma comunque la cena si rivela gradevole. Peccato che, come quasi tutti i locali, la sera del 31 chiudano presto, e alle 23 ce ne dobbiamo andare. Intanto le strade di Tokyo si sono animate: ci sono soprattutto turisti stranieri, ma si possono vedere anche gruppetti di giovani giapponesi che forse hanno scelto di festeggiare all’occidentale. Per aspettare la mezzanotte in mezzo alla confusione decidiamo di puntare verso uno dei luoghi più affollati di Tokyo, cioè la piazza davanti alla statua del cane Hachiko a Shibuya, di fronte alla stazione dei treni. In un Konbini, uno dei negozi aperti 24 ore su 24, compriamo una lattina di umeshu, vino tradizionale giapponese, per brindare, e ci immergiamo nella confusione.

I giapponesi presenti sono aperti e disponibili a scherzare con degli sconosciuti come noi mentre aspettano la mezzanotte, cosa che ci stupisce molto. Ad un tratto su uno dei maxi schermi dei grattacieli della piazza inizia il conto alla rovescia, e quando arriva l’anno nuovo la confusione sembra proprio quella delle piazze italiane, ma con la piacevole mancanza dei petardi!

E’ a questo punto che ci improvvisiamo tradizionali giapponesi e decidiamo di andare a pregare in un tempio shintoista. Su internet abbiamo controllato le statistiche dei più affollati, e ovviamente tra i primi posti troviamo il Meiji Jingu di Harajuku, che decidiamo di evitare. Ci dirigiamo invece verso un piccolissimo tempio nascosto tra le strade di Shibuya, sperando di trovare poca gente. Ce la caviamo infatti con un’oretta di coda, mentre cerchiamo di non congelare e di ignorare gli sguardi un po’ scocciati degli anziani giapponesi in coda con noi, che di certo si chiedono cosa ci facciano delle gaijin (straniere) in coda ad un tempio shintoista.

Suonare la grande campana per chiamare le divinità è stata un’emozione unica, che credo di non riuscire a distinguere. Tutta l’atmosfera è color rosso acceso, per la struttura del tempio e per il grande fuoco che arde vicino, dove stavano bruciando le cose dell’anno passato.

Finita la preghiera individuale ci aspetta una tazza di sake caldo e di zuppa di fagioli rossi, che ci riscaldano e sono molto gradite.

A questo punto andiamo in uno dei pochi locali aperti nonostante sia la notte del 31, cioè il Mc Donald, e ci sediamo ad aspettare al caldo le 5 del mattino per poter mettere in atto l’altro nostro progetto: andare a vedere l’alba del 2010 dal Rainbow bridge, il lunghissimo ponte sulla baia di Tokyo (in Giappone non c’è il cambio dell’ora legale e il sole sorge molto presto, quindi già alle 6 sarebbe stato possibile vederla). Prendiamo un treno della Yamanote e scendiamo alla stazione di Tamachi. Da li corriamo verso il Rainbow bridge, giusto in tempo per vedere l’alba nascere tra i grattacieli e il gigantesco ponte illuminato dei colori dell’arcolbaleno. Un’altra emozione che credo non potrò mai dimenticare. Anche li sono presenti piccoli gruppetti di giapponesi che ci guardano stupiti. Per l’occasione è possibile addirittura salire sul ponte, nonostante l’orario di apertura sia solitamente più tardi, e da li ci si apre lo spettacolo magnifico della metropoli addormentata alle prime luci del giorno.

A quel punto, stanchissime ma soddisfatte, usiamo le ultime forze per prendere il treno e tornare a casa, consapevoli di aver passato quello che probabilmente rimarrà il capodanno più particolare della nostra vita.



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