Botswana, the place of plenty

Mombo, il luogo dell’abbondanza, un miraggio per chi ama la natura africana più estrema e selvaggia
 
Partenza il: 21/02/2016
Ritorno il: 06/03/2016
Viaggiatori: 2
Spesa: 4000 €

Mombo, the place of plenty – il luogo dell’abbondanza -, teatro di uno spettacolare documentario del National Geographic, un miraggio per chi, come noi, ama la natura africana più estrema e selvaggia. Un sogno impossibile da realizzare in quanto il costo di un soggiorno a Mombo è proporzionale alle sue peculiarità e fama.

Tuttavia la notizia della chiusura di Mombo Camp per ristrutturazione e, contestualmente, dell’allestimento di un campo provvisorio, accende i miei “sensori” e mette in moto un meccanismo ormai consueto. Wilderness Safaris conferma che le prenotazioni per il nuovo campo sono al completo ma che è ancora possibile ottenere una sistemazione presso Little Mombo ad un prezzo quasi dimezzato. Nonostante la promozione e le tariffe praticate, va detto che il totale è comunque una cifra esorbitante, ma il restyling di Mombo e poi di Little Mombo comporterà inevitabilmente una revisione dei prezzi e quell’area della Moremi Game Riserve continuerà ad essere per noi “comuni mortali” una faccenda impossibile, quindi… ora o mai più!

Ci diciamo, non senza imbarazzo, evvai, Botswana sia!

Fino ad ora, la nostra teoria che le occasioni vanno prese al volo e che la vita va vissuta in ogni istante senza rinviare nulla, si è rivelata vincente. Ci accingiamo così a tornare in Botswana, paese ricchissimo dal punto di vista faunistico e naturalistico, per la quarta volta.

A Mombo abbiniamo Savuti e Vumbura, 4 notti per campo, così da avere un buon margine di tempo per apprezzare ciascuna area.

Per i voli scegliamo Emirates che offre la miglior tariffa e gli operativi più comodi, con scali forse un po’ troppo dilatati ma che ci risparmiamo sicuramente il patema di perdere le diverse coincidenze.

Culliamo l’attesa di tornare in Africa mentre l’inverno è stranamente mite. Trascorrono le feste natalizie, termina gennaio, febbraio vola e prima della sua fine è già tempo di partire.

21 e 22 febbraio 2016

Domenica, la sveglia suona alle 4, è tutto pronto, ci vestiamo in fretta, chiudiamo casa e raggiungiamo Malpensa.

Con Emirates è d’obbligo uno scalo a Dubai. Dovendoci sostare 4 ore, la compagnia aerea ci omaggia di 2 buoni pasto che consumiamo in uno dei tanti ristoranti all’interno del terminal.

Si vola poi a Johannesburg, scalo lungo oltre 5 ore. Altro aereo, in un decrescendo in ordine di grandezza, diretto a Maun e infine l’aereino Wilderness Air Botswana solo per noi due.

Alle 16 del giorno seguente, lunedì, dopo 36 ore di viaggio arriviamo a Savuti camp. Compresi noi, in totale gli ospiti sono solo quattro. Avremo una guida privata, lo stesso l’altra coppia. Siamo stanchissimi, ma – memori di una mancata uscita in Zimbabwe e di un leopardo perso – prendiamo accordi per un game drive più breve. Una doccia veloce e un’ora più tardi, anche se non nutro grandi aspettative, siamo a bordo della ormai familiare jeep aperta. La prima brutta sorpresa è scoprire che il Savuti Channel si è totalmente prosciugato un mese fa. Nel suo alveo ora cresce una “foresta” di papiri. La vegetazione è ovunque, il verde è interrotto da pozze di acqua piovana più o meno grandi. Il bush e i boschetti di alberi di mopane forniscono abbondante cibo per elefanti e giraffe. L’ambiente è bellissimo, le verdi praterie sono punteggiate di “spighe” bianche. Un ippopotamo solitario colonizza una pozza, mentre una intera famiglia si è insediata in una laguna più grande. Piccoli coccodrilli e uccelli fanno da contorno. Gli ippopotami sbadigliano e, spesso, si azzuffano scuotendo l’acqua. Tra grandi e piccoli ne contiamo circa una ventina. E’ sempre piacevole osservarli e coglierli con la bocca spalancata. In questa area sono presenti due gruppi di licaoni, ne seguiamo le tracce, ma anziché i cani selvatici troviamo due leopardi. Per noi questa è una prima assoluta. Sino ad ora abbiamo ormai visto e seguito molti leopardi, ma sempre un unico esemplare per volta. Siamo raggianti nell’osservare una femmina con il figlio maschio di taglia leggermente più piccola. L’erba alta li nasconde parzialmente, non è facile fotografarli, soprattutto insieme, tanto che decido di rinunciare alle foto e di godermeli. I due felini si separano, ma mamma leopardo emette un suono che ripete – un richiamo – per segnalare la propria presenza. La coppia poi si riunisce, simula agguati cui seguono diversi attacchi. E’ stupendo vedere i due animali balzare da una certa distanza uno sull’altra, in una sorta di aggressione. E’ evidente che mamma leopardo sta insegnando al piccolo le tecniche di caccia e di cattura di una preda. Li perdiamo di vista, ma li ritroviamo poco dopo, nei pressi del loro bottino. Si tratta di un piccolo waterbuck che trascinano e nascondono nel folto di un cespuglio e che a turno divorano. Sentiamo il rumore della carne strappata e della masticazione. Attorno non c’è anima viva, nessuna jeep, né altri spettatori, solo – per pochi minuti – la seconda coppia di ospiti del campo. Una corpulenta iena si mantiene a distanza, in attesa dei resti della piccola antilope e del proprio turno per la partecipazione al banchetto. Ottimo inizio! Mi compiaccio per non aver ceduto alla stanchezza rinunciando a questa prima uscita. Il lunedì, nei campi Wilderness, è “tradizione” che si ceni nel boma e che si assista a uno spettacolo impersonato da chi lavora al campo. Molto suggestivo, il coro di voci ha una musicalità da far venire la pelle d’oca, ma il mio fisico reclama la posizione orizzontale, spero che, dopo le danze, la cena termini presto. Un comodo lettone e i suoni della notte africana mi accompagnano in un sonno rigenerante.

23 febbraio 2016

Come sempre la sveglia è ancor prima dell’alba. Per noi non è un problema spostare le lancette dell’orologio biologico. Si va a letto presto, così nulla viene sottratto alle ore di sonno. Nonostante sia ancora buio, siamo vispi ed eccitati, prontissimi ad entrare nel documentario che il Botswana trasmette a ciclo continuo. Albeggia e, dove ieri banchettavano i due leopardi, oggi mamma waterbuck cerca inutilmente il suo piccolo. Il rovescio della medaglia è sempre uno strazio. Un predatore caccia, uccide, al solo scopo di nutrirsi. E’ una fase inevitabile della vita di un carnivoro, un processo naturale, ma assistere allo smarrimento di una madre che non trova e non troverà la propria creatura è un tormento. Lasciamo l’antilope con un peso nel cuore. Più tardi, gli ippopotami, dopo aver trascorso la notte a cibarsi d’erba, tornano nelle pozze d’acqua per sottrarre la pelle delicata ai caldi raggi solari. Guardando attorno nasce spontanea la considerazione che il cibo è ovunque. In questa stagione “green” gli hippo non sono costretti a coprire grandi distanze. Piove, fortunatamente non troppo intensamente, ma quanto basta perché gli animali trovino riparo nel bush. Una mamma facocero allatta tre cuccioli. E’ buffa perché per via dei piccoli è molto diffidente, pronta a scappare al benché minimo sospetto di un pericolo. Seguendo un particolare istinto che acutizza tutti i sensi, con uno scatto, si sposta di qualche passo, ma i poppanti restano saldamente attaccati alle mammelle gonfie di latte. Siamo testimoni di un fenomeno che, come sempre, è inspiegabile: nello specifico si tratta di una zebra, tanto lontana che a occhio nudo non la vediamo, occorre infatti il binocolo. Quel che ci meraviglia non è tanto l’erbivoro in sè, ma la vista prodigiosa di Willy, nostra guida, che non solo vede l’animale, ma che – senza dubbio alcuno – ne riconosce esattamente la specie. Finalmente una giraffa e poi incontri più o meno ravvicinati con gli elefanti, che sono una quantità impressionante, così come gli impala. Un gruppo di gnu si unisce agli impala quando, in lontananza, i francolini lanciano segnali di allarme. Gli uni scrutano gli altri e insieme vigilano, il chiasso degli uccelli segnala la probabile presenza di un predatore o di altro pericolo. La guida ci fa notare che, molto stranamente, due aquile si posano a terra. Troviamo poi i resti di un pitone che certamente è stato ucciso dalla coppia di rapaci. In una mattinata dove non è successo “nulla”, questo è quanto. In realtà nella savana e nel bush, anche se non si incontrano i predatori, accade sempre qualche cosa. Due magnifici esemplari di aquila pescatrice, posati su un basso ramo che si protende sopra una pozza d’acqua, attirano la nostra attenzione. Nel letto del canale, ora secco, vi sono alcune pozze residue, con l’acqua alta solo pochi centimetri, dove giacciono senza vita enormi pesci. Uno spettacolo triste, ma anche questa è opera della natura. La giornata è scandita da ritmi precisi: ritorno al campo per il pranzo cui segue la siesta. Tempo dedicato a riordinare i miei appunti, a una pennichella, a una tonificante doccia, magari all’aperto. Prima di un secondo game drive non facciamo complimenti quando ci viene offerta la merenda.

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Leopardo affamato



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