Borneo, il cuore sperduto dell’Asia

Luci e ombre di una terra genuina, lontana dai circuiti del turismo internazionale, dove la lotta per la vita assume caratteristiche affascinanti
 
Partenza il: 13/10/2011
Ritorno il: 30/10/2011
Viaggiatori: 3
Spesa: 2000 €

Ricordo bene quando da bambino, scorrendo con lo sguardo il mappamondo che avevo in camera, giocavo ad associare le tante terre lontane a delle cose conosciute. Una delle tante isole che punteggiavano il blu dell’oceano tra l’Asia e l’Australia, assomigliava ad un cuore, e, posta li, al centro del mappamondo, a cavallo dell’equatore, dava veramente l’impressione del cuore pulsante di quella parte di pianeta. Mai, allora, avrei immaginato che un giorno d’estate di tanti anni dopo avrei calpestato quei territori esotici e remoti.

È stato, quindi, con un pizzico di orgoglio mescolato a nostalgia per i tempi in cui ogni luogo del mappamondo era un sogno, che sono atterrato, lo scorso agosto, nel minuscolo scalo di Tarakan, nella Provincia Orientale del Borneo Indonesiano, nei pressi del confine con la parte malese dell’isola.

Insieme a me, nell’umidità della notte equatoriale, i pesanti zaini usurati dai tanti viaggi sulle spalle, alle prese con uno pseudo-tassista che non parla una parola d’inglese, c’è ancora una volta Tonia. La sua tolleranza verso gli slanci che mi portano a proporre mete così particolari è seconda solo alla spontanea curiosità con cui si abbandona all’esperienza che viviamo. Per incontrare Francesco, prezioso socio storico nelle spedizioni tropicali, arrivato dalla Cina in mattinata, dobbiamo seguire il filo di Arianna dei messaggi che ci ha lasciato, che ci porta da un hotel ad un alberghetto fino all’affittacamere dove si è sistemato. Non abbiamo reputato, infatti, i cellulari strumenti adatti all’avventura che abbiamo scelto di vivere.

E di avventura si è trattato anche questa volta. Il Borneo è la terza isola più grande della Terra, grande circa due volte e mezzo l’Italia, suddivisa tra l’Indonesia, la Malaysia ed il Sultanato del Brunei. Si tratta di uno dei luoghi più selvaggi del mondo, ricoperta da una fitta giungla che ne fa uno dei grandi polmoni del pianeta e la sua più importante riserva di biodiversità, una terra in cui ogni anno vengono scoperte specie di piante ed animali sconosciute. Noi abbiamo scelto di visitare una delle regioni più remote e meno conosciute, il Kalimantan orientale indonesiano. Il nostro obiettivo è essere testimoni della realtà genuina di quest’antica terra, mantenendoci il più possibile lontani dalle mete maggiormente accessibili ai turisti.

Non avendo pianificato nulla abbiamo trascorso una giornata tra il porto e l’aeroporto di Tarakan, a cercare un modo per inoltrarci nella foresta. Sembra che laggiù non ci sia nulla di certo. I Cesna per i parchi nazionali non hanno alcuna regolarità, ma partono quando riescono a riempirsi. I tempi di percorrenza delle vie fluviali per una stessa meta variano inspiegabilmente tra le otto e le venti ore, e ci sono diverse scuole di pensiero persino sui punti da cui le canoe partono per i vari villaggi. Tutta questa confusione non è certo smorzata dal fatto che quasi nessuno parla una sola parola d’inglese, circostanza che ci obbliga a ingegnosi esercizi mimici che mettono a dura prova la straordinaria pazienza degli indonesiani. L’unica cosa su cui concordano tutti è la quasi totale assenza di strade al di fuori della fascia costiera.

Arriviamo a Tanjug Selor, un piccolo centro situato al limitare di un fiordo che si insinua nelle paludi. Durante le ore del giorno il sole è crudele sulle nostre pelli bianche mentre i locali, con la loro carnagione resa olivastra da secoli di adattamento, sembrano non accorgersene. La sera l’umidità può toglierti il respiro, e solo l’energetico succo dei tanti cocchi che si vendono per strada offre un po’ di sollievo. In paese abbiamo modo di apprezzare la pacifica convivenza delle comunità cattolica, minoritaria, e musulmana, che vivono a stretto contatto. Al tramonto, mentre ci troviamo in una chiesa, impegnati in una difficoltosa conversazione con una famiglia orgogliosissima della propria fede cristiana, ascoltiamo il canto del muezzin proveniente dalla moschea situata dall’altra parte della strada principale.

Riusciamo a contattare Wahab, sedicente guida, che ci raggiunge da Tarakan per accompagnarci in una spedizione di quattro giorni nella giungla. Wahab è un uomo dall’età indefinibile che sembra conoscere tutti, dai modi aperti e sempre di buon umore.

Nelle foreste del Borneo ci si può muovere esclusivamente via fiume. Le imbarcazioni utilizzate oggi cambiano poco da quelle che per secoli hanno solcato le centinaia di corsi d’acqua che dai picchi delle Apokayan Mountains scorrono fino ai mari interni dell’arcipelago indonesiano. Si tratta di strette e basse canoe di legno, estremamente stabili, lunghe ed eleganti. Un vero tormento per le nostre gambe e le nostre ginocchia, più adatte alle poltrone degli uffici che alle spigolosità di queste imbarcazioni. A condurre la nostra canoa c’è Ibao, che presto diventerà “Ibao il grande”, un uomo saggio e gentile, dalle capacità apparentemente sconfinate, imprigionato in un corpo minuscolo, tutto muscoli e cuore.

Vaghiamo nei fiumi del Borneo, galleggiando sugli specchi d’acqua marrone che scorrono tra distese sterminate di alberi ad alto fusto, intricate piante e fitte mangrovie. Sopra di noi un cielo basso, infuocato dal sole e a tratti animato da enormi nuvoloni pregni di pioggia. Incrociamo rare imbarcazioni di famiglie indigene, impegnate in spostamenti all’interno della foresta il cui senso ci sfugge totalmente e ci affascina al tempo stesso. Quasi fosse una moderna ed efficiente rete stradale, il fiume si biforca spesso in due o tre articolazioni e a volte incrocia altri fiumi che scorrono perpendicolarmente, ma nonostante l’apparente mancanza di alcun punto di riferimenti Ibao si orienta perfettamente nel dedalo di corsi d’acqua, conducendoci sempre più verso l’interno, mentre le rive si avvicinano e la giornata volge al termine.

Il capo del villaggio Dayak di Patak ci aspetta in piedi su una piccola spiaggia di ciottoli al bordo del fiume, il machete legato alla cintura che ci inquieta leggermente. I bambini del villaggio sguazzano eccitati nel fiume mentre scendiamo dalla canoa.

I Dayak sono le popolazioni indigene che hanno popolato il Borneo per centinaia d’anni. Suddivisi in una miriadi di piccoli sottogruppi, fino al secolo scorso sono spesso stati contrapposti da violente rivalità che sfociavano in sanguinose guerre. L’appellativo di “tagliatori di teste” attribuito loro dagli esploratori olandesi, oggi rimane solo un lugubre monito di ciò di cui queste genti fiere e leggendarie erano capaci di fare.

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