Birmania/Myanmar, un viaggio a ritroso nel tempo

Due settimane in giro per il territorio birmano con auto, autista e guida
 
Partenza il: 09/02/2013
Ritorno il: 24/02/2013
Viaggiatori: quattro
Spesa: 3000 €

Due settimane on the road per le polverose strade della Birmania / Myanmar con moglie e due collaudati amici, autista e guida-interprete (Teo e Myo, entrambi bravissimi, attenti e molto professionali. Parlano l’italiano ottimamente). Un viaggio attraverso lo spazio e nel tempo man mano che dalla capitale Yangon ci si sposta lentamente verso nord. Siamo in un Paese rimasto chiuso al turismo fino a pochi anni fa da un regime militare duro e dittatoriale che al momento sembra aver indossato i guanti morbidi…almeno nei confronti dei visitatori, che portano valuta pregiata. Yangon International Airport. Viaggio lungo e contorto, via Amsterdam e Canton, dove il duty free cinese mi “offre” un caffè mediocre a 5 dollari.

All’esterno l’aria è calda e profumata. Sa di fiori, spezie e polvere. Nelle strade ritrovo il traffico caotico delle città indocinesi. Meno anarchia che a Phnom Penh, forse, dove ti aspetti incidenti rovinosi a ogni incrocio. Ritrovo camioncini decrepiti, tricicli, carretti e autocarri carichi all’inverosimile di merci d’ogni genere. E’ un’umanità variopinta e compostamente indaffarata che ho imparato ad amare nei precedenti viaggi. Solo in questo momento, mentre guardo fuori dal mini-van, il naso schiacciato al vetro, mi rendo conto di quanto mi sia mancata. Ritrovo i pick-up gremiti di persone aggrappate ad ogni possibile appiglio e come ogni volta prima mi chiedo come facciano a non cadere. Sono i taxi dei birmani e ognuno di loro paga al conduttore la stessa cifra, anche se ha trovato posto sul tetto o sta in bilico sul predellino con la sola punta di un piede.

La devozione la incontri a ogni passo, nei gesti della gente, nelle mille statue di Budda, nelle pagode scintillanti d’oro offerto dai fedeli, nei tempietti sparsi nelle vie, a volte di foggia tanto puerile e approssimativa da fare tenerezza. L’attaccamento al culto è una presenza costante, palpabile come qualcosa di fisico. Ovunque poso lo sguardo trovo il rosso bruno d’una tonaca di monaco o il rosa dell’omologo femminile. Uomini e donne, giovanissimi, adulti o anziani, tutti hanno il cranio rasato a zero. Spesso un pentolino gli pende dalla mano. È per le offerte di cibo che ricevono nelle case. I monaci maschi ottengono sempre cibo già cotto, mentre alle monache si offre solamente riso crudo. In Birmania i monaci sono più di un milione, su di una popolazione di quasi sessanta, le donne non votano e di norma percepiscono salari molto più bassi degli uomini.

L’acqua. Ovunque e da sempre l’acqua costituisce la via più agevole per trasportare persone e cose. Il Myanmar non fa eccezione. Canali, fiumi e laghi sono vere e proprie autostrade liquide, solcate da un flusso continuo di imbarcazioni di ogni foggia e dimensioni. Chiatte stracariche di merci, animali vivi, persone, fusti di carburante, casse, rotoli, involti di ogni genere, legname, bambu, motociclette e bici, stuoie intrecciate, sabbia e mattoni cotti al sole, parti di ricambio e sacchi, montagne di sacchi pieni di grano e riso. Sottili e agili scialuppe sfrecciano da ogni parte, spinte da motori spesso di origine agricola o stradale. Sono montati a poppa, di solito su di una piastra che il pilota fa ruotare mediante un palo. Solidale al motore si trova l’albero di trasmissione che termina con l’elica. In tal modo, ogni spostamento dell’intero complesso motore-albero-elica genera un cambiamento di rotta e non serve alcun timone. Molte, specie nelle aree più lontane dai centri abitati e nei laghi, le canoe propulse da un solo remo a poppa che il rematore aziona stando in piedi e utilizzando a volte le braccia, altre volte un solo braccio e una gamba, con la caviglia che tiene agganciato il remo. In tal modo resta libero un braccio con il quale l’uomo può, all’occorrenza, pescare con una piccola rete circolare.

I mercati. In questo Paese i supermarkets non ci sono ancora e proprio ora stanno costruendo il primo. A Yangon. Il mercato all’aperto, fatto di banchi disseminati per un piazzale in terra battuta ha ancora una funzione fondamentale nel tessuto sociale birmano, anche come luogo d’incontro e di scambio. Di mercati, grandi e piccoli, ne incontri ovunque, viaggiando per il territorio. Frutta, verdura, manufatti come i machete e i coltelli da cucina, pesce fresco o essiccato, carne, stoffe, piatti e tegami, stie di giungo dalle quali fanno capolino polli e galline, nei mercati si vende di tutto. Fin qui è come da noi in Occidente dove però non trovi quasi più l’artigiano e i prodotti del suo ingegno, della sua abilità. Quel che nei nostri mercati manca da anni è il martellare sul metallo del battirame o quello più sincopato del ciabattino che rifaceva i tacchi seduta stante mentre il cliente attendeva con i piedi scalzi appoggiati su di un foglio di giornale gentilmente offerto dal bottegaio. Manca il ruvido ronzio dell’arrotino e le frasi allegre e argute con le quali attirava l’attenzione delle massaie. Solo di recente mi sono reso conto di quanto sia cambiato il sottofondo sonoro dei nostri mercatini e di come si sia appiattita la proposta, ridotta la varietà delle merci. Perché sul posto non si produce più nulla, l’artigianato sta scomparendo e la mercanzia è lì, calata sui banchi, silenziosa e immota, spesso sempre uguale, come se tutti gli ambulanti si servano dal medesimo grossista.

Le Strade birmane più importanti sono spesso in buono stato, di solito asfaltate talune volte in cemento. La media oraria cala invece molto rapidamente quando arrivi su tracciati minori che i monsoni e l’incuria hanno ridotto a mal partito. Allora, è realistico pensare di percorrere 40/50 chilometri in un’ora, per evitare buche, carretti, vacche ossute, cani, e autocarri ultra-carichi.

Quando si è in strada, capita di imbattersi in improvvisi rallentamenti. D’un tratto ti trovi fermo, in fila. Nessuno suona, nessuno si agita, tutti attendono con filosofica pazienza, qualcuno scende e s’accuccia nell’ ombra dei mezzi. Se davanti a te il tracciato è avvolto dalla polvere dei carretti tirati da due buoi capisci di essere entrato in un’area di cantiere. Niente mezzi meccanici, intorno, non bulldozer o scavatori o gru, soltanto una quantità di figure che si muovono indistinte o stanno carponi, inginocchiate a terra, il capo chino. Ti rendi conto che fanno qualcosa, in quella nuvola rossiccia alzata dal vento e dal via vai dei carri. Tengono fra le mani attrezzi che al momento non identifichi. Poi capisci che stanno costruendo il fondo di ghiaia di una massicciata e che lo fanno a mani nude. Pezzi di pietra grossi come pugni vengono scelti, uno per uno, da mucchi alti come camion, caricati in caldarelle metalliche che sembrano wok o anche su teli che le donne portano a quattro mani accanto al tratto di strada da rifare. Un reticolo di fili colorati, tesi fra paletti di bambù, indica il livello preciso che la ghiaia deve avere. Nella fase successiva altri di loro, o meglio altre, visto che prevalentemente di donne si tratta, sempre a mano e con l’ausilio di vecchi bidoni fissati a un manico, coleranno il bitume. Poco distante, un’apposita squadra ha nel frattempo liquefatto il catrame appoggiando i fusti direttamente sulle fascine accese. Senza guanti , il capo avvolto in un telo che copre cappello e viso, ai piedi nudi semplici infradito, nessuna protezione. In tal modo affrontano giornate di dieci ore sotto un sole che non scherza. Tutto questo dopo aver cercato una conoscenza, una raccomandazione, perché di un ruolo ambito si tratta, non facile da trovare. Per meno di un euro al giorno. Eppure quando mi avvicino, lampeggiano i sorrisi sotto i cappelli, mi parlano nella loro lingua e rispondo con lo sguardo e il sorriso.



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