Balcani.Viaggio a Sarajevo

BALCANI- Viaggio a Sarajevo di Clelia Fiano “Questa estate ho fatto un viaggio. Un viaggio nella memoria lungo le strade di Sarajevo e la via del calvario verso il campo di Srebrenica. Grazie a Semso, un amico bosniaco, e al suo invito nel cuore della Bosnia, ho capito per la prima volta cos’è successo nei Balcani, sentendo...
 
Partenza il: 09/07/2005
Ritorno il: 15/07/2005
Viaggiatori: in gruppo
Spesa: 500 €

BALCANI- Viaggio a Sarajevo di Clelia Fiano “Questa estate ho fatto un viaggio. Un viaggio nella memoria lungo le strade di Sarajevo e la via del calvario verso il campo di Srebrenica. Grazie a Semso, un amico bosniaco, e al suo invito nel cuore della Bosnia, ho capito per la prima volta cos’è successo nei Balcani, sentendo sulla pelle la paura della guerra percorrendo la Repubblica di Srbija, dove la tensione si taglia nell’aria. Grazie a Semso ho anche scoperto le atmosfere del mondo “balcano”, con i suoi ritmi lenti scanditi da un caffè alla turca, e l’ospitalità della gente bosniaca, pronta a ricominciare. E lungo questo percorso, per ogni passo, tra le case dai muri ancora bucati dagli spari dei cecchini, un solo pensiero: raccontare.” 9 Luglio 2005- La Partenza Dopo tredici ore di un lungo viaggio in autobus eccoci giunti sulle colline di Sarajevo. Ad accoglierci una famiglia montenegrina giunta in queste zone dieci anni fa, nel pieno della guerra. La casa è modesta, i mattoni ancora esposti, un cortile con alcuni alberi da frutto, su un pendio alle spalle della città. Il viaggio è stato lungo e un po’ stancante. Partenza alle 17 di sabato dalla stazione degli autobus di Trieste. Arrivo previsto a Zagabria alle 21 per la coincidenza con Sarajevo. Ci stipiamo nel pullman, e scambio due chiacchiere con una ragazza che affronta con me questo viaggio. L’atmosfera è rilassante. Il paesaggio sloveno si presenta in tutta la sua eleganza “montana”. Casupole con tetto spiovente rosso, o grigio, tipico delle zone dove di inverno nevica molto. Il verde degli alberi è intenso. Tutto all’occhio appare ordinato. Le immagini dal finestrino si susseguono come una serie di fotogrammi idilliaci, dipinti dal tratto deciso e armonioso di un’artista austriaco. Nei pressi di Otocec si scorge un castello medievale tra il verde lungo la strada, e un mucchio di tende canadesi stipate a ridosso del fiume. Mi dicono che ci sarà un festival. Mi riprometto di ritornare a visitare questi posti appena possibile.

Il cielo è denso di pioggia e l’aria pungente. Apro il libro “La strada per Istambul” e cerco di leggere, anche se leggo a rilento. Ritorno con lo sguardo al panorama. Giungiamo alla frontiera croata. Sale il doganiere per il controllo dei documenti. Tutto sembra procedere di routine: “Dichiara?”, chiede a due donne. Loro rispondono qualcosa, forse sigarette, alcool. Ore 20.30 ci fanno scendere alla dogana per il controllo dei bagagli. Attendiamo pazienti in fila fuori la cabina. Incomincio a temere per la mia scorta di sigarette, pacchetti stipati qua e là nel borsone. Il doganiere si avvicina al nostro gruppo, ma fa risalire sul pullman gli italiani. Semso e gli altri amici “balcani” rimangono nella cabina controllo. Mi senti vittima di una discriminazione al contrario. Ora 21.10 finalmente arrivano tutti e ripartiamo. Semso ci assicura che il nostro autista ha avvisato telefonicamente l’autista del bus per Sarajevo per aspettarci, intanto raccoglie i soldi per i biglietti. Alle 21.45 siamo all’autostazione di Zagabria. Ci affrettiamo alla fermata del pullman mentre Semso va a fare i biglietti. Ci accoglie un omone alto e grosso, con panciotto di pelle nera che ci invita a pagare 12 Kune a bagaglio. Gli porgiamo gli euro, non li vuole. Un amico “balcano” gli spiega che stiamo aspettando i biglietti e con loro le kune. Il tempo passa, fumo un’altra sigaretta, l’autista si fa insofferente, dice che deve partire, incomincia a caricare sul bus le borse, borbotta qualcosa di duro concludendo “italianschi”, resto perplessa. Non siamo amici? Dov’è l’ospitalità croata che ho sempre incontrato sulla costa istriana fino a quella dalmata? Una ragazza del gruppo, italiana anche lei, mi dice “qui è così, non amano tanto gli italiani”. E mi racconta di quando in novembre ha viaggiato verso Sarajevo con la sorella: “ti assicuro, abbiamo viaggiato mezzo mondo, ma qui non abbiamo trovato una buona accoglienza”. Mi sembra eccessivo, ridimensiono la situazione. Giustificando il tutto pensando che il tipo sia semplicemente nervoso, poi altri pensieri si accavallano a questi: “forse è stato a Trieste e vuole far provare a noi quello che prova la gente dei balcani quando viene in modo dispregiativo chiamata schavi”. E allora un po’ lo condivido, mi sta più simpatico. Poi accenno un mezzo sorriso, guardo la ragazza e dico: “ma io son di Caserta”. Intanto l’autista si è spazientito, ha caricato tutti i bagagli, chiuso il portellone e ci invita insistentemente a salire. Lo guardiamo “a punto interrogativo”. Alcuni del gruppo, quelli che conoscono la lingua hanno già fatto i biglietti, ci consigliano di salire, “che è meglio”. “Ma Semso dov’è?”. “Semso arriverà”. “E se questo parte senza di lui, non abbiamo nemmeno i biglietti”. Alla fine saliamo sul bus incerti, ma saliamo, ci sediamo, gli ultimi passeggeri si accomodano, l’autista accende il motore. Guardiamo dai finestrini le scale che portano alla biglietteria, arriva qualcuno. E lui? No. “Ma che si fa se questo parte????”…Eccolo!Applauso liberatorio. Si parte. Sono le 22.30. Partenza da Zagabria verso il cuore dei balcani. Balcani? Approposito siamo in viaggio dalle 5 del pomeriggio, abbiamo fatto una tappa ad un’ora dalla partenza, e poi sul confine per controllo bagagli e poi di corsa per la coincidenza, una domanda nasce spontanea: ma quando facciamo la pipì? Semso mi dice “tra poco”(da questo avrei dovuto già capire molto dell’organizzazione balcana ..Ci fermeremo dopo circa tre ore…)Ore 24 siamo alla frontiera Croazia-Bosnia. Veloce controllo passaporti, poi superiamo una zona neutrale, passando un ponte, al di sotto del quale si vedono case ed insegne dei negozi. Giungiamo alla frontiera bosniaca, con Semso che ci augura un caloroso “benvenuti!”. Oltre la casupola del doganiere si scorge un campanile stile asburgico, di fronte, oltre la sbarra ad un centinaio di metri l’insegna di motel e di fianco un bar con le insegne dell’Heineken. Il valico è piccolo, non ha il sapore dei posti di blocco dei paesi ex comunisti, sembra piuttosto di essere giunti sul confine verso l’accesso ad un borgo di montagna. Il doganiere controlla velocemente i documenti e ci lascia andare. Fuori è buio ma cerco di cogliere il più possibile. Della Bosnia ricordo di paesi rurali incontrati percorrendo il dorso della Croazia. Le casupole trivellate dagli spari dei cecchini, segni ancora evidenti della recente guerra passata. Ci inerpichiamo su una strada serpentinata. Mi appisolo per un po’. Il viaggio proseguirà con due tappe intermedie. La prima a 40 minuti dal confine. “Finalmente pipì”. Sei ragazze del nostro gruppo si incamminano in fila regolare verso la toilette. Sono io ad avere l’onore di iniziare le danze. Apro il primo bagno, è alla turca, con una montagna di carta igienica nel mezzo. Provo con il secondo, e a coronare la carte c’è un escremento trionfante. Ritorno sui miei passi, mi rimbocco i jeans e vado in avant scoperta. Fatta! Esco, le compagne mi chiedono ragguagli: “c’è la carta?”, “sì, c’è tutto, ma proprio tutto…”.



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