Attraverso la Bosnia sulla via per Istanbul

E si, per Istanbul! Così mi rispose diversi anni fa, quando ero un motociclista alle prime armi, un benzinaio di non ricordo che valle del piacentino, alla mia domanda: “Scusi, per Milano?”, dal momento che mi ero perso come un citrullo nel classico bicchier d’acqua. Da allora quella frase continuò a frullare nella mia testa, in ricordo...
 
Partenza il: 20/07/2006
Ritorno il: 12/08/2006
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 1000 €

E si, per Istanbul! Così mi rispose diversi anni fa, quando ero un motociclista alle prime armi, un benzinaio di non ricordo che valle del piacentino, alla mia domanda: “Scusi, per Milano?”, dal momento che mi ero perso come un citrullo nel classico bicchier d’acqua.

Da allora quella frase continuò a frullare nella mia testa, in ricordo di una simpatica situazione, ma anche per l’idea stessa di raggiungere quella città in moto.

Ancora digiuno da grandi viaggi, la immaginavo come un luogo remoto in chissà che angolo d’oriente, con carretti, mercati all’aperto, gente barbuta con turbante in testa che si aggira per le strade con fare infido e quanto altro la mia fantasia riusciva ad elaborare osservando e ascoltando ciò che l’umanità attorno mi mostrava.

Alle varie pianificazioni dei viaggi che seguirono da allora, ogni volta mi tornò in mente la frase del benzinaio. Chissà come cavolo ci si arriva. Non è come andare a Barcellona, Parigi o Monaco di Baviera, se si è un po’ di fretta si imbocca l’autostrada più vicina e ci si reca in poche ore.

Istanbul no. È la sotto, nel calcagno estremo dell’Europa, dopo i Balcani, i Rodopi e a due passi dal Caucaso. No no, deve essere un bel casino raggiungerla.

Così l’unica volta che ci passammo, il nostro viaggio in Turchia del 2003, fu traghettando dall’Italia alla Grecia. Non diedi retta al benzinaio. Non ci fermammo neppure una notte in città. Dedicare tempo alla vastissima Anatolia o all’antica Costantinopoli. Scegliemmo la prima, con l’attenuante a tale delitto: “Tanto ci possiamo andare quando ci pare in aereo per un po’ di giorni”. Ormai ci sono tanti di quei voli low cost anche per quella destinazione, che ultimamente, anche quell’idea stava diventando sempre più realtà.

NO!! Ecco lo spirito del benzinaio che si ripresenta, mi ossessiona con quella frase e ogni volta che vedevo scritto da qualche parte il nome di quella città o nei lunghi e terribili inverni norditalioti sfogliavo carte stradali e buttavo l’occhio su quella macchia nera tra due continenti, eccolo che si ripresentava, lui, il benzinaio. Non ricordavo assolutamente che faccia potesse avere, ma quella frase… E guai se fossi corso in agenzia a comprare un biglietto aereo, sembrava volermi dire. Fossi ripassato di la a fare il pieno, per ripicca e a mia insaputa, mi avrebbe riempito il serbatoio di gasolio.

Complice la curiosità stuzzicata con il viaggio attraverso l’ex Jugoslavia dell’anno scorso, la voglia di non percorrere troppi chilometri e di fare poi un po’ di giorni di mare, ecco che quest’anno prende forma il “viaggio”. Si va ad Istanbul, via terra, attraversando quello che ormai ignoriamo, ma fino a pochi secoli fa fu l’impero Ottomano.

Partiamo il 20 luglio, circa le dieci della mattina. Caldo terribile, moto cariche del minimo indispensabile e con spazio libero nel baulotto. Servirà per eventuali acquisti, qualcosa mi fa pensare che quest’anno saranno parecchi.

Il serbatoio pieno fino all’orlo, così da percorrere tutto d’un fiato la temibile Milano-Venezia.

Fortunatamente dopo Brescia il traffico diminuisce sensibilmente, così da poter proseguire placidamente fino a Trieste.

Il proposito per il primo giorno è di avvicinarsi il più possibile alla Bosnia. Si guiderà finché saremo esausti.

Il confine Sloveno si passa in un attimo, si attraversano dolci campagne mitteleuropee e in pochi km si giunge a quello Croato, stessa storia di poco prima e via.

Puntiamo x Karlovac, città Croata dove presumiamo producano la squisita birra Karlovacko.

Ancora autostrada noiosa, poco affollata e con l’aria di un asciugacapelli puntata contro.

All’uscita autostradale della città scopriamo che è abbastanza presto, decidendo di procedere ancora e avvicinarsi al confine bosniaco. Sulla strada, che a questo punto è una statale a una sola carreggiata, vediamo molte case di recente ricostruzione e tante con ancora i segni di mitragliate o di esplosioni sui muri. Lascito della guerra 91-93 che portò la Croazia all’indipendenza dalla Jugoslavia. Abbiamo già fatto il callo a certe visioni l’anno scorso, le quali c’impressionano un po’ meno.

Dopo diversi camion sorpassati faticosamente su questa strada tortuosa, eccoci alla svolta per il confine Bosniaco e la cittadina di Bihac. Ci si addentra in una steppa lasciata incolta e dove campeggiano i cartelli che avvertono la presenza di mine. Qualche insensata curva fra i campi ed ecco all’orizzonte la sagoma imponente della dogana.

Svolte le ormai note formalità del passport, carta verde e documenti moto, varchiamo la metaforica soglia dell’impero ottomano.

A dimostrazione di ciò, nella strada che scende verso Bihac, dopo una curva spunta un imponente ma non affascinante moschea. La strada prosegue in discesa e a curve. Due motociclisti locali, ben forniti di cavalleria a giudicare dal baccano che producono, intutati di tutto punto e con il casco per proteggere il gomito, ci danno il benvenuto con un sorriso e un cenno del capo. La consueta cortesia bosniaca.

Pochi minuti e siamo in città. Disorientati ci fermiamo ad un bar in centro a chiedere dove si trova il campeggio di cui conosciamo l’esistenza tramite la guida edt dei Balcani Occidentali.

In ottimo tedesco, che noi assolutamente non conosciamo e qualche accenno stentato di inglese c’indirizzano sulla giusta via.

Il camping fa parte di un complesso alberghiero situato sulla riva del fiume Una. Ben ombreggiato, ordinato, pulito e frequentato da rafter tedeschi, francesi e locali, per i quali la zona pare essere un paradiso.

Montiamo la nostra “piccola tana”, corriamo a fare la doccia e poi in centro a cercare pappa, dal momento che è dalla colazione che siamo digiuni.

Avevamo notato una certa quantità di disco bar fracassoni sulla strada principale. Il fracasso però non dura molto a lungo. Tempo di trovare un bancomat e prelevare e sono quasi le undici. I ristoranti sono in chiusura, restano solo gelaterie e bar. Ci salva un negozio di kebab, dove lo servono in una soffice pagnotta tipo francesa grossa come un mio piede e strabordante di carne, verdure e salsine.



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