Assedio di Santorini

Due sbiellate sulle sacre orme degli antichi Greci… “L’insulomania è descritta come una sofferenza spirituale rara e sconosciuta. Ci sono uomini per i quali le isole sono in qualche modo irresistibili; la conoscenza che riescono ad ottenere di qualcosa di esse, di questo piccolo mondo chiuso e circondato d’acqua, li colma di...
 
Partenza il: 16/08/2005
Ritorno il: 31/08/2005
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 2000 €

Due sbiellate sulle sacre orme degli antichi Greci… “L’insulomania è descritta come una sofferenza spirituale rara e sconosciuta. Ci sono uomini per i quali le isole sono in qualche modo irresistibili; la conoscenza che riescono ad ottenere di qualcosa di esse, di questo piccolo mondo chiuso e circondato d’acqua, li colma di un’indescrivibile ebbrezza. Questi insulomani nati sarebbero diretti discendenti degli abitanti di Atlantide, e il loro subconscio aspirerebbe ardentemente alla vita insulare.” Lawrence Durrell, scrittore inglese e viaggiatore appassionato , in “Riflessioni di una Venere marina”, appuntate durante la circumnavigazione di Sporadi e Cicladi Tutto comincia qui. Dalla terra. Riarsa, infuocata, sventrata dalla più grande eruzione vulcanica della storia. Cosparsa di ferite evidenti, sfacciate. Sfigurata per sempre, eppure bellissima. Croce e delizia di un popolo egocentrico, fortemente individualista, burbero, emotivo fino all’eccesso, pieno di fantasia, tenero come un bimbo quando gli doni la tua umanità sfiorandogli dolcemente un braccio mentre gli parli, profondamente semplice e quasi adorante se sente che lo sei anche tu, con una poderosa capacità di adattamento a quello che una storia convulsa e ricca di avvenimenti e una natura ferina gli hanno allestito attorno… Lo scrittore di viaggi Patrick Leigh Fermor definì il mondo greco “un inesauribile vaso di Pandora di stravaganze”. Conciso, esaustivo, promettente…

L’equipaggio è essenziale: due, brutalmente da Neuro. L’allestimento del viaggio nei minimi dettagli, che è la parte migliore, in cui pregustare lentamente ciò che verrà, ha richiesto mesi di elaborazione e trattative estenuanti sulle modalità d’uso: la Rigida, viziata fino al midollo sin dalla nascita, avvezza ai villaggi all inclusive con massaggio cervicale in camera, ninna nanna e colazione a letto, sognava un soggiorno patinato al KATIKIES HOTEL , albergo spaziale in bilico sulla caldera ad Oìa, assaporato virtualmente per ore su Internet con la bava alla bocca, per pagare il quale avrebbe finito col piazzare per sempre la casa e l’auto in un provvidenziale Banco dei Pegni… La Morbida, sin dalla più tenera età nota campeggista fai da te no Alpitour ahi ahi ahi, allergica a ogni forma di escursione di gruppo con pappagallo incorporato che ti dice cosa fare, perché e a che ora, una vera lottatrice di sumo nei meandri dell’ignoto improvvisato senza rete, bramava la consueta, cara sistemazione al semiaddiaccio, sotto le stelle, con ragni giganti penetranti la tenda appena ti distrai un attimo magari per dormire tre minuti, infiltrazioni d’acqua assicurate in caso di tsunami e rigorosa coda in bagno per lavarsi i denti… Sulle prime era molto decisa, apparentemente irremovibile; bofonchiava di autentico, vero modo di viaggiare a contatto con la gente del luogo, totalmente liberi nelle scelte, nei tempi e negli intenti, immersi fino al collo nella realtà locale; alla fine l’aveva buttata sulla sfida, e la Rigida, orgogliosa come un caprone delle montagne, non aveva potuto resistere: era già pronta ad allestire una canadese nel giardino di casa, per allenarsi con tecniche di autoipnosi e yoga a sopravvivere alla devastante esperienza di infilarsi i jeans in posizione supina per mancanza di spazio in altezza all’interno della tenda… Poi, un’intensa settimana di riflessioni e ragionamenti estremamente saggi e nobili della Morbida (più che altro la visione da incubo diurno dell’altra che dirama nello spazio a ritmo costante e serrato irriproducibili improperi di sopportazione per tutto il tempo del viaggio…) l’avevano costretta a pronunciare suo malgrado la magica parola “appartamento”… Salvata in corner, anche se un po’ contrariata al pensiero di dover lavare i piatti in vacanza, la Rigida si era lanciata a capofitto nella ricerca spasmodica di tour operator in grado di soddisfarla; le eroiche, resistentissime fanciulle DELL’AGENZIA “TODOS VIAGGI” DI VENARIA REALE (TO), torturate per ore anche di notte (via fax!!), erano riuscite a procurarle dei cataloghi pieni zeppi di studios e appartamentini a disposizione sull’isola; il mostro di Loch Ness aveva poi proseguito in proprio nella consueta attività di procacciamento di materiale sul paese di destinazione, fotografico e non, praticamente tutto lo scibile umano esistente sull’argomento, individuato e fagocitato in pochi giorni…Al momento della partenza, era in grado di estrapolare in qualsiasi istante ed evenienza dall’immancabile zainetto (arancione…Argh…!) cartine dettagliatissime, disseminate di miriadi di puntini rossi indicanti i ristoranti segnalati nelle principali diciotto guide turistiche sulla Grecia pubblicate in Italia; oppure puntini azzurro mare segnalanti le spiagge preventivamente visionate al microscopio in foto e selezionate da lei in base alle proprie personali, vergognose esigenze (cioè sabbia rigorosamente bianca come il latte ed extrafine, acqua bassa per almeno 200 m dal bagnasciuga perché non sa nuotare, spiaggia attrezzata di tutto punto con pranzo servito sotto l’ombrellone con sottofondo di tipici canti greci e buonanima di Antony Quin che balla il sirtaki come Zorba il Greco…); infine, puntini verde pisello ad identificare i siti archeologici e i musei da non perdere… In teoria, in gran segreto, nella propria mente camolata all’ultimo stadio, aveva già pianificato ogni giornata delle quindici da trascorrere a Santorini; la Morbida, fotografa provetta, abituata alla spiaggia libera e a esplorare i fondali con pinne, occhiali e boccaglio, santa donna (non sempre…Diciamo a tratti…), nel profondo percepiva delle strane vibrazioni negative…Ma aveva deciso di rischiare, era già stata a Mikonos e sapeva con certezza assoluta che Santorini era la nona meraviglia del mondo, e non poteva perdersela… 1425… E’ il numero complessivo delle isole che fanno parte del suolo greco, quasi tutte sommità di catene montuose sommerse, creature di confine tra la terra e il mare. Sono quasi le quattro del mattino del 17 settembre quando, con sole quattro ore di ritardo, giustificato ufficialmente con vento di tramontana forza 28 su Malpensa, dopo un volo di fortuna su un aereo della European Airlines del IV secolo a.C., probabilmente il primo velivolo della storia dell’aviazione, atterrano su una delle 24 isole abitate, delle 56 che fanno parte delle Cicladi. E’ Thìra, il nome ufficiale che appare sui display delle partenze degli aeroporti; il popolare “Santorini”deriva da santa Irene, un pensiero gentile dei Veneziani che assoggettarono il territorio nel XIII secolo. Un greco purosangue che lavora per il TOUR OPERATOR “MEDITERRANEO” le imbarca su un pullman molto pittoresco, diciamo anni ’70, e le scarica a KAMARI, ai MARY’S STUDIOS, una casetta gialla e bianca con le persiane azzurre e una piscina sul davanti grande come un coriandolo, ma graziosa, con un delizioso salottino all’aperto, sotto i pini marini; è lì che il ruvido greco dà loro appuntamento per un summit, alle 11.00 del mattino… i prevedibili, soliti consigli per gli acquisti… Ricevute le chiavi dell’appartamento, la Rigida arranca su per le scale; un filo di pentimento e odio verso sé stessa le serpeggia nel cervello; ha solo tre valige extralarge e due beauty, il cui contenuto culmina in una portentosa collezione di medicinali, succursale stile mignon della farmacia sotto casa (previsti anche rimedi contro scorbuto e malaria africana…). Il monolocale è perfetto per un lillipuziano, con un balconcino microscopico, ma fornito dell’indispensabile anche per la sopravvivenza culinaria, che in questo caso si limiterà alla pantagruelica colazione del mattino, visto che i due impiastri considerano un obbligo e un piacere sacrosanti il mangiare fuori e nutrirsi come la gente del luogo. Sparano a palla l’aria condizionata e svuotano le valige. Poi la Rigida apre la porta del bagno… Sulle prime i suoi occhi credono di avere ceduto per un secondo alla stanchezza pachidermica, e di essere precipitati tra le braccia di Morfeo, in uno di quegli scenari che popolano i sogni fatti dopo una serata passata a visionare in dvd “Nightmare”, “La casa” e “La notte dei morti viventi” uno dietro l’altro, con sano accompagnamento di leggerezze varie per lo stomaco quali le tipiche schifezze di Mc Donald’s in dose industriale, piluccate sul divano tra un accenno di infarto da panico e l’altro… In piedi tra il corridoio e la porta del bagno, rimira lo spazio angusto che le sta di fronte respingendo a fatica un attacco di panico memorabile, con accenni claustrofobici sul finale… : la toilette è una chiara testimonianza delle vicende storiche ottocentesche dell’isola; la Morbida, geometra e artigiano edile che di misure se ne intende, in un colpo d’occhio stima l’ampiezza del locale in m 1.20 per 1.20… Il piatto doccia in castigo in un angolo è senza chiusura alcuna, neanche una tenda bucata, il che lascia prevedere puntuali esondazioni e il totale allagamento del resto del vano ogni volta che ci si lava; incastrata a sandwich tra il piatto doccia e il lavabo formato Barbie c’è la tazza del vater, l’approccio al quale è consentito solo se disposti a far combattere strenuamente la propria spalla sinistra con la gelida ceramica del vastissimo lavabo di cui sopra… La Rigida raccoglie le ultime forze rimastele in corpo e apre l’acqua del rubinetto… quella calda scende a fiumi, ma quella fredda è una timida successione di sporadiche gocce, testimonianza inequivocabile della penuria di liquidi sull’isola. Il Ruvido greco ha consigliato loro di lavarsi i denti solo con acqua minerale, per sicurezza; dulcis in fundo, un cartello vergato a mano in inglese fa capolino sul muro, al di sopra di una pattumierina minuscola, sotto il lavabo… “ Per favore, non gettate la carta igienica nel wc, grazie!”… Buio. La Rigida si immagina nell’atto di raccogliere la carta utilizzata dopo aver espulso l’ovetto mattutino, e convogliarla nella pattumierina dove resterà per ore, a profumare l’ambiente… In un nanosecondo precipita in un tunnel immaginario che sembra non avere fine, e rivede tutta la propria vita scorrerle davanti agli occhi, come in un film di Dario Argento. Cianotica, ha l’aspetto di un ex essere vivente a cui sia stato inoculato il vaiolo e somministrato un cardiotonico rigorosamente scaduto da otto anni e comunque fuori produzione perché dalle controindicazioni letali. La Morbida accenna al fatto che nei campeggi più spartani ha visto di meglio, e decide di chiamarla la “Sala Congressi”…Ripensano ai 1000 Euro a testa versati per il pernottamento e il volo aereo di andata e ritorno… Con tutta probabilità hanno iniziato a vivere come un greco che abita su un’ isola di origine vulcanica, dove ogni anno arrivano dal continente camion-cisterna per il rifornimento dell’acqua, e dove ogni casa ha il tetto piano per raccogliere l’acqua piovana e convogliarla nell’immancabile serbatoio murato su un lato… Dopo un goccio di nanna, il summit con il Ruvido, a cui la Rigida ha persuaso la compagna di viaggio in nome della precauzione e curiosità, frutta qualcosa: cartine dell’isola disseminate di annunci pubblicitari e alcuni suggerimenti su come procacciarsi il cibo. Poi, parte la caccia allo scooter da noleggiare. Parola d’ordine della Morbida: lascia parlare me, di motori non capisci una cippa, non possiamo farci fregare…!!! Infatti tutto fila liscio; sono indecise, il quad a quattro ruote è vergognosamente figo e divertente, ma molto più lento; optano per un motorino normalissimo, con il provvidenziale gancio davanti per lo zaino e un profondo vano sotto la sella. Il tutto costa 150 Euro per una settimana e il deposito della patente; se il trabiccolo risulterà funzionare e non essere una bidonata, rinnoveranno il noleggio per i successivi sette giorni. Niente casco, una pacchia spaziale… Decidono di collaudare subito la trattoria consigliata sulla strada che costeggia a sud l’aeroporto. GALINI, la tipica taverna che profuma di legno e di mare, è su una spiaggia selvaggia di ciottoli, l’acqua è limpida e dopo pranzo si fermano a fare il bagno e prendere il sole, vi sono addirittura alcune sdraio a disposizione di tutti… nel tardo pomeriggio arrivano un paio di famiglie greche al gran completo e ne fanno razzia… Il primo approccio con la cucina greca è decisamente dei migliori, questo posto resterà per sempre nel loro cuore, con altri due… Per capirsi è meglio spiccicare un po’ di inglese, anche se più di qualcuno parla un italiano elementare (il 90% dei turisti arriva dal nostro paese), e i menù hanno quasi sempre la traduzione. Sublimi, nell’ordine: L’INSALATA GRECA, con olive da ululato di tre ore, cocomero, pomodori, un olio da paura, cipolla rossa ( spauracchio eterno e generalizzato quanto qui immotivato perché rinviene pochissimo e l’alito non ne risente più di tanto) e la fèta, formaggio di latte di pecora (70%) e capra, meraviglioso frutto di pascoli ridotti che costringono gli animali a camminare molto (quindi un latte sostanzialmente magro), e offrono loro una grandissima varietà di piante dalle proprietà organolettiche più disparate, che lasciano il segno nel latte, conservato poi in salamoia in barili o scatole di latta; lo TZATZIKI, una salsa a base di olio, cetrioli, aglio, menta e yogurt; le DOLMADÈS, foglie di vite ripiene di riso, menta, olio e aneto, e la MOUSAKÀS, stratificazione alternata di melanzane fritte, patate a fette, carne di manzo macinata, condita con besciamella e formaggio; e poi PESCE FRESCO a volontà, clamorosamente delizioso, anche se non più abbondante da pescare come un tempo, reso raro dall’inquinamento in crescita esponenziale, dalla vecchia, deplorevole pratica della pesca con la dinamite ora vietata, e dalle nuove generazioni in fuga da un mestiere dagli alti costi di mantenimento delle attrezzature, duro, che garantisce scarsi guadagni. Il vino della casa è corposo, pieno di personalità, anch’esso risente fortemente della varietà del clima e del suolo greci. La vite, che ricopre ogni campo su cui si posa l’occhio umano, è uno spettacolo: non si sviluppa in altezza, ma si arrotola su sé stessa come una ghirlanda, sboccia da un terreno vulcanico pietroso e grigiastro, spesso di pomice, ricco di sostanze nutritive; i raggi solari e l’acqua della caldera, il mare interno, più fredda rispetto a quella del mare circostante, creano nuvole di vapore che risalgono lungo le pareti e si depositano sulle piante di vite come rugiada, dando vita a un’umidità magica che le accarezza dolcemente; qui tutto, anche ciò che è inanimato, sembra avere una vita propria e plasmare in qualche modo la vita degli altri esseri… . La sera stessa è ormai troppo tardi per arrivare fino a Oìa, così si spingono fino a FIRÀ, 10 km più sotto. Portano due maglioncini di scorta, risulteranno molto utili, è la zona più umida dell’isola, quando risalgono in motorino per tornare, trovano il sellino completamente bagnato. Firà, altitudine 260 m, è un mucchietto di negozi clamorosi, locali di ogni tipo e casette immacolate su cui spiccano le cupole blu cobalto delle cappelle (blu e bianco, i colori della bandiera greca, simboli della purezza e del cielo); il tutto abbarbicato alla roccia in equilibrio sull’abisso della caldera. E’ il primo contatto con il vero protagonista dell’isola: il vulcano che ha provocato la più grande eruzione della storia. Da lassù, la vista di Santorini sconcerta: una mezzaluna di lava e tufo lambita da un mare interno, la caldera, che altro non è che un cratere sommerso. Una terra a cavallo di grandi zolle continentali, l’eurasiatica e l’africana, che si muovono e collidono fra loro; un punto di crosta terrestre attivissimo sin da trenta milioni di anni fa, quando un continente, l’Egeide, che andava dal mar Ionio all’Asia Minore alla costa a sud di Creta, si spezzò, e l’Europa si ritrovò separata dall’Asia. Lo storico dell’antichità Erodoto narra di una grande isola, Stronghyle (cioè rotonda), con al centro un vulcano alto 1000 m. Quando, attorno al 1650 a.C., sprofonda tutto, si forma la più grande caldera del mondo, e della preistorica Stronghyle rimangono solo Santorini, Thirassìa e Aspronisi, mentre Nea Kameni e Palea Kameni affioreranno molto tempo dopo; lo tsunami che segue l’eruzione ha onde che arrivano ad un’altezza di 10 m; qualcuno ipotizza che le piaghe d’Egitto possano essere state provocate dai gas emanati dal vulcano e portati dal vento. La cronaca di quegli anni è da pelle d’oca…Le prime avvisaglie dell’eruzione inducono la florida civiltà minoica alla fuga; poi la speranza e la nostalgia li spinge a tornare; rimangono per un periodo tra uno e cinque anni; ma la situazione peggiora clamorosamente, e questa volta il vulcano fa sul serio… La baruffa dura tre o quattro giorni: le colonne di gas e ceneri raggiungono altezze di 30 km, lanciate a 400 km/h di velocità. Quando l’isola viene sommersa, le acque arrivano a contatto con il cratere e il magma, e le rocce vengono scagliate ovunque, fino a quando l’edificio vulcanico sprofonda su sé stesso e si forma la caldera; è ancora attivo, costantemente monitorato attraverso la misurazione della temperatura dell’acqua e dei movimenti sismici, impossibile fare previsioni se non a breve termine. Un luogo precario per eccellenza; è del 1956 l’ultimo terremoto, che ha raso al suolo Firà e Oìa. Una calamità che fa paura ma dà sostentamento: il terreno è fertile e morbido perché ricco di potassio, calcio e fosforo; i prodotti dell’eruzione, come la lava, la pietra pomice, le ceneri e i minerali, sono estratti e utilizzati come materiali edili, persino esportati. L’intelligenza e la fantasia dei greci si adatta totalmente ai materiali locali e alla conformazione naturale dell’isola: le coperture delle case a volta limitano al massimo l’uso del legno, quasi inesistente; i meno abbienti hanno scavato nella pozzolana e ricavato abitazioni gratuite; ovunque, le case sono cubi bianchi in stile arabo, allineati e ingranditi progressivamente, il tetto di uno è il cortile di quello vicino, e così via, in un intreccio pittoresco e unico di scale, terrazze e ringhiere, difendibili facilmente in passato dall’assalto dei pirati, oggi ottimi ripari dal vento e dal sole implacabile. Case costruite con rocce, pezzi di lava a rinforzare i muri o alzare le fondamenta; la lava rossa ad ornare i davanzali, le finestre, i rivestimenti; la pietra pomice bianca a fare da colla universale. Vagolando nel brulichio incessante delle viuzze illuminate a giorno, sotto il cielo stellato, la vista di Oìa baluginante sul versante opposto della caldera, le due compagne di viaggio pensano a tutto questo, sentono di trovarsi in un posto veramente straordinario, e gongolano di piacere incontenibile. Perdutesi nel labirinto immacolato di stradine, improvvisamente sentono cantare e battere le mani: nel cortile di SELINI , uno dei ristoranti più rinomati e cari dell’isola, due greci molto fortunati si stanno sposando… il cielo è rischiarato da fuochi d’artificio… i turisti arrampicati sulle scale rimirano la cerimonia che si svolge sotto i loro occhi…Capita, qualche volta… sotto il cielo di Santorini… “Quando il mare greco era eccezionalmente calmo, e il sole non tanto una vetta, quanto una calata di luce, e la tua fronte e il cielo, si incontravano all’orizzonte, a volte ci tuffavamo, dalla barca, dal molo, dal promontorio roccioso, in un’acqua così sbalordita, che manteneva le forme del nostro tuffo…” Olga Broumas, poetessa greca La voglia matta di scoprire l’isola tutto d’un fiato esplode all’alba del secondo giorno. D’altra parte non è un’impresa impossibile: è lunga 17 km e larga al massimo 6 … Si può pensare di buttarsi a capofitto a rubarne una visione d’insieme, per scovare subito le meraviglie da assaporare lentamente, nel lungo tempo che resta… Così, inforcano il motorino con la foga di due tarantolate e cominciano a scorrazzare sotto il sole cocente, tra un lembo di paesaggio infuocato e l’altro, le ghirlande di vite a ricoprire ogni tratto di terra grigiastra, gli alberi tinteggiati di bianco fino a metà tronco che spiccano qua e là, le case abbaglianti sotto il blu del cielo che sferzano lo sguardo ovunque ci si giri… Nel cortile di una chiesa un uomo sta tirando con sforzo evidente due corde… Suona le campane, esempio ipertecnologico di modernità… Fa una pausa, poi si accorge che due italiane svitate sono ferme, incantate a guardarlo con la macchina fotografica in agguato, sorride e ricomincia… Una buona cartina è sufficiente per orientarsi sull’isola. Puntano verso la costa sul versante opposto, a caccia di lidi sabbiosi da conquistare… La strada diventa uno scrigno di bellezze paesaggistiche indimenticabili quando lascia l’interno e inizia a correre parallela alla costa. L’abisso blu, il profilo riarso di Thirassìa e le lontane Oìa e Firà accoccolate a strapiombo sulla caldera sono un trastullo per gli occhi; vorrebbero tanto trovare lì un albergo con camera con vista su quel ben di Dio, ma è troppo tardi, l’appartamento col bagno più grande del mondo le ha ormai inghiottite per sempre… Un chiosco con panchine di lusso attira gli appassionati di terremoti visivi… peccato che un caffè costi un patrimonio… la maggior parte delle persone incantate dalla vista prodigiosa resta in piedi, gabbando i gestori… Più avanti inizia la sfilata delle taverne, inanellate una dietro l’altra… Le passano ai raggi X da fuori, decifrano attentamente il menù esposto, alla ricerca della cucina greca più autentica possibile, negli ingredienti e nell’ambientazione… Sulla strada verso l’antica città di Akrotiri una in particolare attira la loro attenzione di invasate del boccone casereccio… Si chiama Mama Thìra… suona caldo e dolce… i tavoli sono parzialmente all’aperto, in bilico sullo strapiombo…Una reciproca occhiata di sbieco basta a designare il posto per le loro imminenti scorribande culinarie… Proseguono fino al parcheggio sterrato di Akrotiri e raggiungono a piedi la RED BEACH. Il percorso tra rocce rossastre e un sentiero appena accennato è impegnativo, ma i genitori con i piccoli abbarbicati sulle spalle sono numerosissimi e galvanizzati dall’esplosione delle tonalità della terra che il luogo promana in lontananza. E’ una lingua di sabbia grossolana e rossastra, adagiata al riparo di una prominenza rocciosa tinta mattone scuro, punteggiata di ombrelloni bianchi arrampicati uno sull’altro. Il colpo d’occhio è notevole, ma la permanenza molto ardua, nonostante l’acqua di un blu meravigliosamente cristallino: è uno dei tratti di lido con la più alta densità di popolazione dell’universo, non c’è nemmeno lo spazio per camminare…La Morbida si scatena con fotografie da ogni possibile angolazione e prospettiva, poi risalgono e a malincuore lasciano quel posto magnifico. La Rigida capisce che è quasi mezzogiorno quando nota uno strano liquido biancastro, prodotto per via orale, fare capolino dall’angolo destro della bocca dell’amica… La fulminata sempiterna a quest’ora entrerebbe in crisi anche se avesse ingollato la colazione solo da un’ora… Il pranzo da MAMA THIRA è un’esperienza extrasensoriale ai confini con l’estremo: le serve probabilmente il papà… un greco agghindato in modo strano, con un cappellino nero appollaiato in testa sulle ventitrè, molto diverso dal classico altissimo cappello bianco da chef che si dice sia nato proprio da queste parti, quando i cuochi erano anche un po’ filosofi ed oratori e declamavano i propri piatti nelle piazze; quelli in servizio nei monasteri lo misero per la prima volta per distinguersi dai monaci, che lo indossavano uguale, ma nero. L’uomo che sta loro di fronte, illustrando il menu in un inglese così elementare da farle sentire in possesso di una laurea in lingue straniere, è originale come l’interno del locale, un concentrato incredibile di oggetti quotidiani, foto e cartoline affisse alle travi di legno da cui pendono reti da pesca e quadretti di ogni sorta; a cullare i sensi un profumo di buono e un senso di pace… Un omaggio di papà inaugura l’interminabile serie di portate che stenderebbe anche un gorilla: la PITA, una focaccia spruzzata di olio e origano; poi il piatto nazionale, la FAVA, un puré a base di fave, olio e cipolla, semplicissima e di un buono imbarazzante. Hanno già le lacrime agli occhi, e non per la cipolla, quando arriva l’INSALATA SPECIALE, che avrebbe cambiato per sempre la loro vita precipitandole in uno stato di nostalgia incessante che non le lascia mai. Aspetto: assolutamente sexy, colorata fino allo spasimo, profumata di olio extravergine che più verde non si può. Ingredienti: insalata verde, cipolla rossa cotta, bacon, capperi e foglie di capperi, peperoni verdi, cavolo rosso, uvetta, fèta, aceto, olio e spezie. La PAELLA ALLA GRECA e i GAMBERI SAGANAKI (in salsa di pomodoro, olio, prezzemolo e fèta) sono una libidine violenta al cubo che le stende definitivamente, insieme al solito vino pieno zeppo di personalità. Il dolce è un altro momento di cappottamento psichico… Si lasciano consigliare, e scelgono il KATAIFI , uno stranissimo fagottino avvolto in una miriade di fili dorati, una sfogliata multistrato che racchiude mandorle, cannella, pane grattugiato e burro di latte, il tutto irrorato con sciroppo a base di zucchero, succo di limone e vaniglina. La Rigida esce talmente stordita e in sollucchero, che dimentica il telo da mare su una seggiola. Quando tornano a prenderlo, papà e figlia le vanno incontro con il sorriso più dolce del creato, e lei quasi vorrebbe sposarselo… Questo è un posto dove tornare… Durante l’ardua digestione di tanto ben di Dio continua l’esplorazione affannosa e avida della costa … Approdano a PERISSA un po’ prevenute… Dicono sia la Rimini dell’isola… In effetti, l’affollamento asfissiante la ricorda… La spiaggia è ampia e di sabbia grigia, attrezzata di tutto punto e circondata da taverne e localini che la sera producono sicuramente un allegro rumore… La roccia calcarea del Mesa Vounò, su cui troneggia Thera Antica, separa Perissa da Kamari, la spiaggia a un centinaio di metri dal loro appartamento. No… è troppo semplice… non sono ancora paghe… devono esplorare un po’ più su… Si spingono a nord, in un paesaggio desolato e reso un po’ triste da fabbriche di pomodori abbandonate, una centrale elettrica e una pianura riarsa; raggiungono la spiaggia di MONOLITHOS, amata dai nudisti e particolarissima perché sovrastata da gigantesche pareti calcaree cesellate da fenditure e buchi, alte fino a 33m, delimitata su un lato da una pineta. Anche qui il mare è inospitale e muscoloso per il vento, non invita a tuffarsi; in acqua si scivola sulle pietre e le alghe rinsecchite ricoprono gran parte del bagnasciuga. Complessivamente sono un po’ deluse… La Rigida non fa testo, ma la Morbida…! Persino lei in effetti si aspettava ben altro… le spiagge di Mikonos sono tutt’altra cosa… Santorini non sembra il posto ideale per far vita da spiaggia, anche se l’acqua è pulita. Trascorrono la sera a Kamari, un lungomare pedonale costeggiato da una trentina di taverne i cui camerieri ti fermano al passaggio per convincerti a sedere e mangiare; in alcuni locali spicca l’avviso un po’ sconcertante “Sex on the beach – 5 €!”…Quando, curiosando come scimmie in uno dei tanti supermercatini stipati di ogni possibile oggetto dell’universo, scovano in vendita dei pacchetti di salviettine all’uopo esplicitamente destinate, il quadro è completo… “Siamo greci, tutti noi. Le nostre leggi, la nostra religione, la nostra letteratura e la nostra arte affondano le loro radici in Grecia. Senza di essa saremmo ancora dei barbari idolatri. “ Percy Bysshe Shelley, poeta britannico, da “Hellas”, dramma lirico, 1821 Il terzo giorno, splendente di luce e caldo come sarebbero stati anche i dodici successivi, non una nuvola nel raggio di 8000 miglia, si svegliano con un anomalo odore di bruciato che stuzzica loro le narici… E’ un olezzo… come di carne affumicata… Strano che Mary, la padrona degli appartamenti, una signora sui sessanta molto semplice e dal sorriso che diventa dolcissimo se, quando la saluti, le abbozzi un “Kalimera!”, il buon giorno in greco, si spari un barbecue all’ora di colazione…Infatti, non giunge da fuori… proviene dal fondo del letto… si intravedono appena le volute di fumo grigio che serpeggiano nell’aria, come nei fumetti, zigzagando sinuosamente, in fuga dal punto in cui il materasso si è liberato dall’abbraccio del lenzuolo… La Rigida scruta nella penombra e solleva le coperte… due oggetti rossastri e incandescenti fanno capolino nel bianco immacolato, sfrigolando nel silenzio… Sono i suoi piedi… sono marchiati a fuoco dal segno dei sandali infradito che l’impiastro vivente straidiota ha indossato tutto il giorno precedente, vagolando in motorino per tutta l’isola, sotto il sole tanto cocente quanto impercettibile a causa del meraviglioso vento che attenua costantemente la calura. Scatta un intervento chirurgico di due ore a base di creme lenitive e balsamiche di tre marche diverse, in rapida successione, impacchi di erbe officinali e autentico balsamo di tigre, più uno strato alto 6 cm di crema protettiva, applicato perché non si sa mai… il sole potrebbe arrivare oltre gli scarponi quasi da montagna alti fino a metà polpaccio che il mostro decide di indossare per affrontare le escursioni previste per la giornata; sullo sfondo delle operazioni sanitarie, il pigiama-party della Morbida, che per poco non muore dal ridere… Superato l’interessante risveglio, si fiondano all’esterno, destinazione FIRÀ. Con la luce del giorno il luogo dà sensazioni totalmente diverse… La ripresa della vita diurna investe lentamente le strade, è molto difficile trovare un bar aperto prima delle 8.00. Nelle quattro stradine che corrono parallele alla caldera, incrociate da numerose traverse, in cui sarebbe facile perdersi se Firà non fosse così raccolta, i gestori stazionano sulla soglia dei negozi in attesa dei primi clienti, le gioiellerie hanno ancora gli splendidi pavimenti in marmo bagnati dalla rinfrescata mattutina; spicca la totale mancanza di doppie porte di sicurezza o telecamere… Anche la Chiesa metropolitana ortodossa di Santorini, l’Ypapantì o Panaghia Tou Bellonia, due imponenti campanili, circondata da archi solenni, è ancora chiusa, una signora sta ultimando le pulizie e il cancello in ferro è sprangato (scopriranno che in genere i luoghi di culto sono aperti solo per le funzioni). Fanno una scorpacciata di reperti di Akrotiri e dell’antica Thera nei due Musei Archeologici che vanta il luogo (ingresso appena 5 Euro!!!): vasi e idoli, ceramiche, sculture arcaiche, ellenistiche e romane, statue, fossili vegetali che testimoniano la nascita geologica dell’isola, anche se i pezzi migliori e le pitture parietali sono conservate al Museo Archeologico Nazionale di Atene (una forma di preservazione da possibili terremoti che potrebbero ancora interessare l’isola). Il Museo Ghyzi, nell’antica casa dell’omonima famiglia, è il frutto dell’abilità e passione di un collezionista che vi ha riunito testimonianze della vita dell’isola dal XVI al XIX secolo, tra cui rappresentazioni delle varie eruzioni vulcaniche e incredibili fotografie in bianco e nero di Firà prima e dopo il terremoto del 1956. Percorrendo le stradine, ad un certo punto percepiscono uno strano odore… in effetti non piacevolissimo… Sono i muli che risalgono i 587 gradini che, in alternativa alla funivia, conducono al porto sottostante di Mèsa Gialòs; non hanno turisti a bordo, evidentemente nessuna nave da crociera ha rovesciato il prezioso carico; quando giungono qui, le navi attraccano alle numerose boe galleggianti al largo, nell’impossibilità di ancorarsi alle pareti della caldera troppo profonde, quasi quanto le altezze terrestri. Questa volta, la scelta della taverna è molto dura, le papabili sono parecchie, molte le segnalate dalle guide più illustri… STANI ha una splendida terrazza sul mare, il NAUTILUS offre un tipico sottofondo musicale che non guasta mai… NIKÒLAS è anomalo… non una parola in inglese sull’insegna, né un menu multilingue esposto… E’ mezzogiorno, e i due uomini dentro sono seduti a mangiare e guardare la tivù, due sedie sono piazzate di traverso sulla porta che dà sulla strada, a interdire l’ingresso… Sì… quel posto le attira indicibilmente… è un buco infilato in una stradina senza alcuna vista mozzafiato sulla caldera… non più di dieci tavoli… sentono che quello è un posto greco fino al midollo… il loro spesso fondo di sadomasochismo le spinge ad aspettare, con altri quattro o cinque turisti appollaiati lì di fronte, in attesa… Nel giro di dieci minuti le persone che aspettano diventano molte di più… Riescono finalmente a sedersi con uno zompo atletico che disorienta una comitiva di anziani, lenti, granosi, dolcissimi giapponesi con tanto di interprete al seguito. La tv continua a berciare in sottofondo, regalando le immagini di un colorito TG greco… I due uomini, ultracinquantenni, passano da un tavolo all’altro, potrebbero essere fratelli… chi sarà Nikòlas…? Raccolgono velocemente le ordinazioni. Segni particolari, subito evidenti: non sorridono mai… Il più robusto si avvicina. La prima cosa che ci tiene a far presente, con piglio burbero e quasi scocciato per l’intrusione di tutta quella gente che pretende di mangiare, è che non esiste un menu scritto, se non in greco antico. Ma parla italiano, e snocciola le portate previste senza difficoltà. Scelgono un’ORATA e le SEPPIE AL VINO ROSSO , oltre alla solita, sublime fava e all’insalatona megagalattica che più buona non si può. Poi lui schizza via. Intanto il fratello aggredisce brutalmente una coppia di americani nel tavolo a fianco, a cui viene spiegato con stizza che lì non fanno assolutamente né caffè né cappuccino… Le due squilibrate sono attonite, ma si stanno divertendo un sacco. La Rigida va in bagno; nel frattempo la Morbida assiste all’arrembaggio del tavolo dei giapponesi: in un inglese pieno di greca passionalità, gli occhi neri e profondi piantati negli occhi dell’interprete sempre più piccola, il Robusto annuncia che non parla giapponese e che è assolutamente necessario scovare qualcuno che parli inglese come lui in men che non si dica… La giapponesina si offre e lui grugnisce qualcosa che dovrebbe trasmettere soddisfazione… Intanto la coda fuori è impressionante. Arriva la pappa: l’orata è perfettamente pulita, qualcosa di sublime, come tutto il resto; è accompagnata da riso, cipolle, pomodori, carote, peperoni e un milione di spezie che sicuramente sono il segreto del piatto. Chiudono con un dolce buonissimo, il BAKLAVÀS, una sfoglia sopraffina arricchita con mandorle, chiodi di garofano e cannella, annaffiata con uno sciroppo a base di zucchero, vaniglina e succo di limone. Il vino della casa, sfuso, è una bomba, come al solito. Purtroppo hanno finito e se ne devono andare, la coda degli affamati incombe. Spendono tra i 15 e i 20 Euro a testa, più o meno sempre la stessa cifra… Eppure ci deve essere un modo… assolutamente… per far sciogliere il Robusto…Pagano il conto e si apprestano a uscire. Lui sta finendo di raccogliere l’ordinazione di un tavolo vicino all’uscita. La Rigida gli passa vicino, gli accarezza un braccio e gli sussurra, con gli occhi più dolci di cui è capace quando è molliccia, in italiano puro, un “Era tutto buonissimo, grazie. Torniamo stasera!”. Senza saperlo, ha deciso che Nikòlas è lui. La guarda un po’ così… d’altra parte… l’ha toccato… Ma la soddisfazione lo culla, e sorride…Sempre di più… Dice che le aspetta. “Qui tutto parla, oggi come tanti secoli fa, di fulgore. Qui la luce penetra nell’anima, apre le porte, le finestre del cuore, rende nudi, esposti e isolati in una gioia metafisica che fa diventare chiaro ciò che è sconosciuto.” Henri Miller L’arrampicata verso OÌA si snoda lungo una strada appesa allo strapiombo; il ritorno in motorino, la sera, per un tratto darà un po’ i brividi, vista l’assenza totale di illuminazione pubblica. Sotto, il porticciolo di AMMOUDI è un pugno di casette adagiate su un lembo di costa che digrada da un promontorio di un rossiccio prepotente, il blu dell’acqua che fa risaltare le sagome chiare delle barche. E’ raggiungibile in auto, oppure scendendo 290 gradini dalla parte ovest della via principale. Ci vanno subito. Pullulante di taverne, è piccolissimo e nasconde, all’estremità di un impervio sentiero lungo il mare, dietro l’ultima taverna, il capo di Agios Nikòlaos, un lembo di mare limpidissimo, circondato da rocce di ogni forma e dimensione, che diventa in un batter d’occhio superaffollato. Risalgono la strada e raggiungono la sommità di Oìa; lasciano il motorino nel parcheggio all’inizio della strada principale; questa si dirama subito a sinistra in una viuzza di un bianco accecante che digrada verso il precipizio, i gradini grigiastri con i bordi tinti di bianco. La Rigida scende le scale… il posto è soprannaturale, l’immensa caldera tutt’attorno fa da contrappunto alle piscine azzurre che si intravedono a strapiombo sul mare. Scatta una foto… Una voce dolcissima di uomo dice qualcosa… “Excuse me, madam… are you a guest of this hotel…???” Si volta… Un uomo bellissimo, tutto vestito di bianco, la guarda… La rintronata crede per un attimo di essere morta e di essere arrivata a destinazione… La versione umana dell’arcangelo Gabriele prosegue, in un inglese da Oxford, che non è permesso scendere né scattare foto a chi non è dell’albergo… Lei si guarda velocemente attorno… poi sussurra un “Pardon!” carico di imbarazzo. Mentre risale i gradini, l’angelo in bianco le rovescia dietro un soavissimo “No problem, madam!”. La Morbida sta ridendo. E’ seduta su un gradino, dietro di lei c’è un muretto basso che porta la scritta KATIKIES HOTEL… La Rigida, stupida più che mai, sviene per l’emozione.



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