Anche con 40 gradi è sempre bellissima: il nostro racconto di 4 giorni a Roma in piena estate (ma con pochi turisti)

Vacanze lunghe di luglio saltate per un problema di salute? Risolto il problema nel migliore dei modi dove si va, senza poter usare l’auto? A Roma, naturalmente, anche se le temperature sono da incubo. Raccogliamo qualche anzi molte indicazioni e suggerimenti dai content creator di Instagram (grazie, eh, per tutti i posti fantastici e nascosti che ci fate scoprire) e partiamo con le fedeli autolinee Sulga che alle 12 di un torrido lunedì di luglio ci depositano in una assolatissima autostazione Tiber. Anche per questo breve viaggio abbiamo scelto di alloggiare in zona Piazza Bologna, in un b&b ubicato in una via chiusa quindi non rumoroso.
Indice dei contenuti
Diario di viaggio a Roma in estate
Giorno 1 – Piazza Fiume
Dopo aver depositato il nostro trolley, ci fiondiamo alla pasticceria Mizzica di via Catanzaro dove pranziamo con le loro ottime specialità per poi ritornare velocemente al b&b in attesa che le temperature si abbassino… una parola! Anche se sono le 18 il termometro è ancora abbondantemente sopra i 35 °C. Avendo prenotato per cena al ristorante i Balestrari di via Alessandria, ci dirigiamo verso la Rinascente di Piazza Fiume, dove passiamo più di un’ora al fresco curiosando fra le tante cose esposte in saldo nei vari reparti. La cena con specialità romane è di nostro pieno gradimento e quando usciamo dal ristorante la temperatura si è leggermente abbassata, comunque la notte al fresco del nostro B&B è impagabile.
Giorno 2 – Foro Romano, Palazzo Bonaparte
Dopo una bella colazione al bar convenzionato col nostro alloggio iniziamo questa giornata che prevede varie tappe. Con la metro raggiungiamo la fermata Colosseo per poi scendere nella nuova stazione metro Colosseo/Fori imperiali, spettacolare! Fin dall’atrio sembra di stare dentro ad un museo, dove la prevalenza dell’oro ricorda la grandezza dell’antica Roma. Al piano dell’atrio l’allestimento museale comprende video installazioni che ripercorrono la storia dei Fori Imperiali nei suoi momenti più salienti, dall’antichità, al periodo del Ventennio, al dopoguerra ed ai giorni nostri. Nella parete opposta ci sono i diorami che mostrano le strutture originali dell’antichità. Lungo il percorso, altre teche che, sapientemente illuminate, espongono i ritrovamenti fatti durante gli scavi archeologici per la costruzione della stazione della metro. Per accedere ai piani inferiori è necessario passare i tornelli, ma visto che noi siamo appena usciti dalla linea B il vigilante ci lascia entrare.
Per chi come noi non lo sapesse, c’è un passaggio che collega le linee B e C della metro, dove è stato creato un oculus che offre una splendida versione dal basso dell’anfiteatro Flavio, o Colosseo che dir si voglia. Visto che gli scavi hanno riportato alla luce, fra le altre cose anche 28 pozzi di età repubblicana, il tema del pozzo ricorre nel design della stazione: oltre che elemento narrativo sono una metafora dell’affondare nella storia per riportare alla luce le vestigia del passato. Ci sono quindi i pozzi cilindrici di vetro a tutta altezza che racchiudono parti di statue o capitelli e quelli interrati che espongono i manufatti effettivamente rinvenuti al loro interno, in un’ambientazione che dosa sapientemente l’oro e il nero.
Sullo stesso piano trovano posto il balneum ed il laconicum di una delle domus rinvenute nella piazza antistante il Colosseo, databili al I secolo a.C., scavati e ricollocati in stazione. Attorno a questa area spiegazioni sull’uso originario di questa struttura ed il suo destino storico. Lo stesso vale per i pavimenti musivi della stessa domus, collocati in una teca a parete assieme ad altri pregevoli reperti archeologici. Questa stazione è veramente un’opera d’arte, così come la vista dei Fori imperiali non appena si riemerge in superficie. Anche l’afa, di fronte a tanta bellezza, passa in secondo piano.
Per raggiungere la prossima tappa ci incamminiamo lungo la via Sacra, oltrepassando il maestoso arco di Tito e facendoci strada fra una marea di turisti che si apprestano ad entrare a visitare i Fori Imperiali sotto un sole cocente. Noi invece proseguiamo in una passeggiata che ci porterà in cima al colle Palatino, facendoci scoprire dapprima la chiesa di San Sebastiano, purtroppo chiusa, poi, lungo un percorso ombreggiato punteggiato dalle stazioni della via Crucis, quella di San Bonaventura: costruita su un’antica cisterna romana e parte di un complesso francescano, è un’oasi di pace dove ci fermiamo a riposare, allietati dalla musica d’organo che si diffonde per tutta la chiesetta. Il tempo qui sembra proprio essersi fermato!
Dopo aver goduto di tanta pace ci reimmergiamo fra la miriade di turisti, guide, venditori di acqua e di ombrellini parasole che affollano la via Sacra e ritorniamo sui Fori Imperiali per raggiungere la nostra prossima meta, la basilica dei santi Cosma e Damiano, due santi medici di origine araba. Particolarità di questa chiesa, oltre ad essere la prima basilica cristiana costruita sul foro romano è che è stata letteralmente tagliata a metà. Papa Urbano VIII Barberini, nel 1632, decise che la chiesa costruita nel 527 era troppo umida e buia, a causa dell’innalzamento delle strade della Roma barocca: la chiesa fu quindi tagliata a metà in senso orizzontale ed il pavimento innalzato di 7 metri. Al piano superiore c’è quindi la chiesa barocca, a quello inferiore quella imperiale. Per accedere al piano di sotto occorre fare una piccola offerta al custode e scendere una scala molto buia, ma ne vale la pena perché la cripta è molto suggestiva. Il mosaico del catino absidale del piano di sopra, dedicato all’accoglienza in cielo dei due santi martiri, ha bellissimi colori, dal blu cobalto del cielo al rosso delle nuvole ed è l’ultimo esempio della pittura romana paleocristiana. Dalla vetrata all’interno della basilica si vede il sottostante tempio del divo Romolo, fatto costruire dall’imperatore Vespasiano in onore del figlio scomparso prematuramente.
Ma quante bellezze ci fai scoprire Roma? E non è finita qui. Grazie ad una locandina pubblicitaria abbiamo scoperto che proprio oggi, a palazzo Bonaparte, inaugura la mostra “Novecento italiano, opere dalla collezione delle Generali”. Piazza Venezia è vicinissima, quindi si va. Pensavamo di trovare un grande affollamento, dato che il gruppo delle Generali non ha mai esposto prima d’ora i suoi tesori pittorici, invece siamo solo noi, poche altre persone ed una fantastica climatizzazione. Più di cinquanta capolavori dei maggiori artisti italiani del ‘900 si alternano sulle pareti: da de Chirico a Boccioni, da De Pisis e Casorati agli artisti della scuola romana. Di alcune opere è proiettata sui muri anche la versione animata. Ciliegina sulla torta le “Tre età della vita” di Klimt, gentile prestito della galleria Nazionale di Arte moderna e contemporanea. Uno splendore! Il tutto assolutamente gratuito
Lasciamo a malincuore questo luogo incantevole e percorrendo via del Corso ci dirigiamo verso la nostra gelateria del cuore, la Palma, in zona Pantheon. Prima di arrivarci però ci fermiamo in Piazza di Pietra per visitare l’interno del tempo di Adriano, un tempo sede della Borsa di Roma, oggi della Camera di Commercio. La sala centrale è imponente ed alcuni muri e strutture antiche ancora ben conservate. Ci sarebbe la possibilità di fare un tour immersivo con proiezioni della storia di Roma attraverso i secoli, ma noi lasciamo questa esperienza ai turisti stranieri. Finalmente eccoci alla Palma, dove non è facile scegliere fra 150 gusti di gelato tutti invitanti! Consumiamo il nostro cono all’interno della gelateria, fuori si scioglierebbe in pochi secondi.
Proseguendo la nostra passeggiata arriviamo in Piazza Montecitorio: a giudicare dai gruppetti di giornalisti e di forze dell’ordine che stazionano nei paraggi deve essere in corso una seduta della camera. Eccoci finalmente alla Galleria Alberto Sordi, che non avevamo visto dopo il restauro, davvero ben fatto. Visto che siamo qui, prima di raggiungere la nostra ultima destinazione di giornata, ci concediamo un giretto da Uniqlo, male non fa.
Ultimo spostamento verso Piazza del Gesù dove, proprio accanto all’omonima chiesa, andremo a visitare le camerette di Sant’Ignazio: è qui che il santo trascorse gli ultimi anni di vita, fino al 1556. Le tre stanze, arredate in maniera monastica, contengono anche effetti personali e alcuni scritti del santo, rigorosamente collocati nelle bacheche. È sorprendente pensare come la vita di un uomo che fondò e dettò le regole di un ordine, quello dei Gesuiti, così potente nella storia, potesse essere racchiusa fra queste quattro modeste mura domestiche. Il capolavoro di questo luogo è però il corridoio decorato dal pittore gesuita Andrea Pozzo: grazie al gioco della prospettiva, uno spazio di poco più di dieci metri di lunghezza diventa una fantastica galleria barocca dove storie di miracoli sono raccontate fra un tripudio di angeli svolazzanti. Grazie Roma per regalarci tutti questi imperdibili capolavori!
La nostra full immersion fra le bellezze di Roma per oggi sarebbe conclusa: sempre a piedi raggiungiamo il Largo di Torre Argentina per prendere l’autobus 62 che ci riporti verso casa, ma dopo un’attesa di 20 minuti ci rendiamo conto che la fermata, senza alcun avviso, è stata spostata. Per fortuna abbiamo visto circolare l’autobus su via del Corso, dove ci dirigiamo ormai per l’ennesima volta nella giornata odierna. Un paio di orette al fresco del nostro B&B non ce le toglie nessuno prima della cena al Tunnel, un altro dei nostri posti preferiti: la cucina romana ci coccola e ci consola per il tanto caldo patito durante la giornata.
Giorno 3 – GAM, Acquedotto vergine, casa Pertini
Ormai lo abbiamo capito: per sopravvivere al caldo di Roma bisogna dimenticare passeggiate all’aperto e dedicarsi esclusivamente alle attività indoor, che per fortuna qui non mancano. Con la metro arriviamo in Piazza Barberini, poi imbocchiamo via del Tritone e facciamo una capatina alla galleria Gagosian di via Crispi, dove è in corso una mostra di Francesca Woodman, enfant prodige della fotografia, purtroppo morta suicida a poco più di vent’anni. A pochi metri dalla Gagosian c’è la GAM, ed è proprio qui che passeremo la mattinata. Per festeggiare il centenario dalla fondazione, il museo propone un nuovo allestimento che ripercorre le tappe della sua vita, a dir poco travagliata, oltre che itinerante. La sede attuale, nell’ex convento delle carmelitane scalze di San Giuseppe a Capo le case è la dimora definitiva di una galleria nata nel 1926 a Palazzo Caffarelli, in Campidoglio e ribattezzata Galleria Mussolini. Nel 1938 fu chiusa e riaperta nel 1949 a guerra finita a Palazzo Braschi. Fu poi trasferita nuovamente, nel 1963, al Palazzo delle esposizioni dove rimase fino al 1972. Una nuova chiusura ed un nuovo trasferimento, nel 1995, nella sede attuale, dove però subì un altro stop per restauri nel 2003. Nel 2011 la riapertura in questa che si spera rimanga la sede definitiva. Risultato nefasto dei continui trasferimenti il fatto che le opere, quasi 5000 negli anni d’oro, siano ora circa 3000: le rimanenti si sono “volatilizzate” fra i tanti traslochi ed il periodo fascista e quello dell’occupazione nazifascista. Notizie del genere fanno veramente indignare!
L’attuale collezione di opere esposte a rotazione ed acquisite fin dalla fine del 19° secolo, documenta tutte le maggiori correnti artistiche italiane fra 800 e 900, dal Realismo al Simbolismo, dal Divisionismo alla Scuola romana fino alle correnti degli ultimi anni, con quadri e sculture dei più grandi interpreti di ciascuna corrente. Gli ultimi restauri effettuati sulla struttura monastica hanno messo in luce un bellissimo affresco di suor Maria Eufrasia della Croce, vissuta qui nel 17° secolo ed abile pittrice. Le tre sezioni del museo ripercorrono le fasi della sua costituzione (e relativi spostamenti) fino ai giorni nostri. Interessanti filmati d’epoca mostrano le personalità più in vista del ventennio in visita al museo, sullo sfondo di una Roma che non c’è più. Dopo circa tre ore lasciamo questa galleria che ci ha fatto viaggiare nell’arte di tutto il 900 diretti in un luogo che apparentemente non ha niente a che vedere con l’arte e la storia, solo apparentemente però!
Il luogo in questione è la Rinascente di via di Tritone, tempio del lusso e del consumismo. Motivo principale della nostra visita? Il meraviglioso fresco degli ambienti e la possibilità di ammirare abiti, borse, arredi per la casa e tutte quelle cose che difficilmente acquisteremo qui, però è comunque piacevole vederli. Motivo secondario, rivedere l’Acquedotto vergine, le cui 15 arcate sono state rinvenute durante i lavori di allestimento dello store. Inaugurato nel 19 a.C. dall’Imperatore Augusto, l’acquedotto è ancora funzionante e serve ad alimentare gran parte delle grandi fontane cittadine, fra cui la Barcaccia di Piazza di Spagna, fontana di Trevi e la fontana di Piazza Navona. Il contrasto fra questo pezzo di storia e piumoni ed accappatoi è grande, ma è tale la bellezza dell’acquedotto che ci si passa sopra.
Ormai però si è fatta l’ora di pranzo, il caldo all’esterno è davvero imbarazzante quindi ci infiliamo nel primo McDonald che incontriamo e mangiamo due belle insalate bevendo acqua e coca ghiacciate. Mentre eravamo alla GAM abbiamo prenotato la visita a casa Pertini, l’appartamento dove l’indimenticato presidente partigiano visse con la moglie Carla per tutto il periodo del suo mandato presidenziale, fino alla morte avvenuta nel 1990. L’appartamento si trova in una location niente male, proprio di fronte a Fontana di Trevi, presa d’assalto dai turisti nonostante l’accesso sia a pagamento. All’ora prestabilita saliamo al quarto piano del palazzo, entrando in punta di piedi nella vita del Presidente. Siamo gli unici visitatori e ci aspettiamo che la nostra guida si profonda in tanti racconti ed aneddoti, ma le sue spiegazioni sono abbastanza sintetiche e a volte anche sbrigative. Per chi ha più di 50 anni come noi, Sandro Pertini è stata una figura molto amata: tutti ricordano la sua presenza in un periodo molto difficile, gli anni di piombo della storia d’Italia, fra terribili avvenimenti politici (il caso Moro), assassini di mafia ed eventi di cronaca drammatici come quello di Alfredino Rampi. Passando ad episodi più gioiosi, tutti ricorderanno le esternazioni del Presidente durante la finale dei Mondiali dell’82 in Spagna, la sua esultanza nel momento della vittoria italiana e lo scopone scientifico giocato assieme a Bearzot, Causio e Zoff durante viaggio di ritorno in aereo da Madrid con la coppa del mondo conquistata. Pertini è stato inoltre uno dei protagonisti della Resistenza, detenuto a regina Coeli e scampato fortunosamente alla fucilazione, poi vissuto lungamente in esilio prima che i tempi fossero maturi per il suo ritorno in Italia. La moglie Carla era la sua degna compagna: rifiutò di abitare al Quirinale, chiedendo di poter alloggiare in un posto da dove potesse vedere il luogo di “lavoro” del marito. La stupenda terrazza dell’appartamento ha un magnifico affaccio su tutta Roma ed il Quirinale sembra proprio a due passi.
La casa dei Pertini (che non erano proprietari ma affittuari) è normale, arredata con mobili semplici e datati, mobili che ricordano quelli delle abitazioni dei nostri nonni. Numerose e sparse ovunque le pipe di lui ed i servizi da te di lei: Carla era psicoterapeuta e il rito del te era secondo lei il modo migliore di iniziare una terapia. Nella modesta sala da pranzo cenarono tutti i più importanti personaggi politici e non dell’epoca, ad eccezione di due: la regina Elisabetta e Papa Giovanni Paolo II, per motivi strettamente legati alla sicurezza. La terrazza all’ultimo piano è spettacolare, abbraccia tutta Roma ed ha la fontana di Trevi ai suoi piedi. Ed è proprio per dare un’occhiata alla fontana che il Presidente cadde malamente da una scaletta posta sopra una finestrella nel suo studio personale e si ruppe il femore. Aveva 92 anni e la caduta gli fu fatale: a qualche giorno dall’incidente spirò, sull’ottomana dello studio. La moglie, di 25 anni più giovane, gli sopravvisse per altri 15 anni, rimanendo a vivere nell’appartamento, che restò per altri vent’anni così come i Pertini lo avevano lasciato.
Secondo la guida il proprietario, il comune di Roma, se lo dimenticò letteralmente: fu il fratello di Carla ad avere l’idea di creare la Fondazione Carla e Sandro Pertini e di far accedere il pubblico alla dimora della coppia, dall’estate del 2025. La visita alle case museo è un’esperienza per me controversa: da una parte permette di conoscere, attraverso gli arredi e gli oggetti di uso comune la personalità di questi personaggi, dall’altra c’è sempre la sensazione di violare qualcosa di intimo e personale. Comunque, un’esperienza da fare. Quando usciamo è ancora terribilmente caldo e ci dirigiamo verso la metro di Piazza Barberini che ci riporta al nostro b&b: anche oggi una bella sosta refrigerante non ce la toglie nessuno. Per cena abbiamo prenotato ai Butteri di Piazza Regina Margherita, un ristorante dove torniamo sempre volentieri quando siamo a Roma: la loro cucina è sempre ottima ed usciamo molto soddisfatti.
Giorno 4 – FAO
Le bellezze che abbiamo visto in questi giorni sono tante, tante altre per fortuna dobbiamo ancora scoprirle, però a queste temperature non si può proprio passeggiare allegramente all’aperto, quindi scegliamo, per la nostra ultima giornata romana, un’altra attività indoor. Spulciando fra le attività dell’estate romana, vedo che da poco meno di un anno ha aperto, all’interno della FAO, il MUNE, letteralmente Museo e rete per l’alimentazione e l’agricoltura, un grande spazio espositivo che offre un percorso immersivo sulla sicurezza alimentare, la storia dell’agricoltura e il patrimonio agroalimentare mondiale. Visto che per noi è anche comodo da raggiungere in metro, decidiamo di farci un salto.
La prenotazione però è d’obbligo, almeno un giorno prima della visita. Così, indossato il badge dei visitatori, veniamo accompagnati all’interno dell’enorme sede di Roma della Fao ed iniziamo il nostro percorso di visita a questo museo nuovo di zecca che racconta tutte le attività di questo organismo internazionale, dalla sua nascita ad oggi, in maniera interattiva. Gli spazi sono bellissimi, alcuni molto colorati, in altri la parte interattiva è molto coinvolgente e permette di recepire appieno le sfide del presente legate al cibo e all’alimentazione che la FAO sta portando avanti con i sui progetti ed investimenti. Il museo è soprattutto dedicato alle generazioni più giovani, ma chiunque voglia avere una visione chiara di dove sta andando il nostro pianeta può visitarlo.
La visita è assolutamente autonoma e dopo più di un’oretta siamo di nuovo immersi nel torrido clima romano: con la linea B della metro torniamo nel nostro quartiere e ci fermiamo a fare uno spuntino nel bar dove abbiamo consumato la colazione in questi 4 giorni. Tempo di riprendere i nostri trolley e ci incamminiamo mestamente verso l’autostazione Tiber, dove il nostro fedele autobus Sulga ci riporta verso casa. Ancora una volta Roma ci ha regalato momenti indimenticabili e meraviglie nascoste per le quali vale sempre la pena tornare qui, anche quando il termometro segna 40 °C.








