Al mare nel Peloponneso

Al mare nel Peloponneso (11° viaggio in Grecia) Partenza da Bari, destinazione Patrasso. Dopo anni (nel ’77 il primo viaggio) di frequentazioni della Grecia, per la prima volta abbiamo prenotato il traghetto tardi (10 giorni prima della partenza), via Internet, con qualche difficoltà. Nessun itinerario predefinito, a parte la volontà di...
 
Partenza il: 13/07/2006
Ritorno il: 27/07/2006
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 2000 €

Proseguiamo per Aghios Nikolaos: l’unico interesse è dato dalla gente del posto, scura di carnagione ed ospitale. I resti del tempio di Nettuno non suscitano particolari emozioni per chi, come noi, è abituato alla pletora di italiche antichità.

Torniamo a Kardamili, e prenotiamo fino a tutto il 25 luglio.

Il mare, pur nella mediocrità dei fondali, è incantevole, la sua temperatura ottimale (ve lo assicura una leggenda vivente in tema di entrata in acqua al rallentatore).

Il pomeriggio di un giorno qualsiasi decidiamo di visitare la città vecchia, in prossimità del tramonto: torri fortificate intorno ad una magnifica chiesa del 18° secolo, sul cui portone laterale campeggia l’aquila bipenne bizantina. Anche i rari turisti si muovono silenziosi per le antiche scale, forse sentendosi fuori posto, con gli abiti estivi europei. Tra gli archi, squarci di Taigeto, cipressi e mare.

Una mattina facciamo un’escursione verso Areopolis, senza per altro arrivarvi: meravigliose montagne con chiesine improvvise, per ogni piccolo agglomerato di case. La strada è ideale per chi ama guidare, agli altri si consiglia di affittare una macchina con cambio automatico.

Molto bella la spiaggia di Limeni ed il paesino sovrastante, tutto sul mare. Il 26, dopo 8 giorni di totale benessere, sentendoci un po’ in colpa per la nostra insensibilità storico-culturale, e ad onta della decisione iniziale, lasciamo Kardamili per andare a Micene, via Mystras (per ragioni di tempo rinunciamo ad Epidauro, del resto ogni scelta è dolorosa, come quella di aver rinunciato a Gialova, Elafonissi, al Tanaro ed a Monemvasia).

Temprati dagli infernali 37 km di tornanti tra Kardamili e Kalamata, prendiamo la tortuosa strada per Sparta.

Osservando i contrafforti del Taigeto ed i lineamenti della gente che si incontra nei paesini montani, si capisce perché il Mani, dal 1800 in poi, non sia stato mai conquistato: la terra ripida, dai contrafforti tumultuosi e lo spirito della gente, sembrano amalgamarsi formando una lega difficile da piegare (certo non poco ha contribuito anche l’abitudine al continuo guerreggiare tra loro, torre contro torre, degli aristocratici manioti).

Affascina la fusione di ulivi e cipressi, pronti a degradare dall’alto fino al mare.

Alle 12.00 arriviamo a Mystras.

Mystras non è solo il castello dei Franchi del 1249 ed il Monastero di Pantanassa, circondato da altri 3 monasteri. Superata la prima impressione negativa (il caldo avvolgente che toglie il respiro), ci si fa prendere, a poco a poco, dall’atmosfera di silenzio quasi irreale – il sottofondo delle cicale, particolarmente intenso, ne rappresenta una componente – e poi, gradualmente, nell’ascesa verso Pantanassa, dall’aleggiare misterioso di qualcosa di indefinito, che si appalesa nel fresco improvviso del monastero, alla vista dei meravigliosi mosaici bizantini, che ricoprono interamente volta, pareti e colonne.

Che si sia credenti o meno, è un’esperienza emozionante, che giustifica abbondantemente le 2 ore di faticose salite e discese sotto il sole.

Ripartiamo per Sparta, a soli 6 km. Cittadina orrenda, dell’antica Sparta non restano ormai che 4 ruderi. Del resto, tutte le civiltà guerriere impostate esclusivamente sulla guerra, non lasciano che poche rovine, come traccia di sé.

Da Sparta a Tripoli le montagne divengono brulle e solitarie (si rimpiange il Taigeto) e sembrano interminabili, fino all’apparire improvviso, lontano e molto, molto in basso, della baia di Nafplion. Sembra incredibile come, nel Peloponneso, la strada per il mare passi sempre attraverso interminabili percorsi di montagna.

Nafplion, molto decantata, è in realtà solo graziosa. In compenso, la fama di antica capitale è riscattata dalla quantità di negozi e dalla qualità dei ristoranti, molto più ricchi di piatti di quelli del Mani, con ampia scelta di vini (obbligatorio il Nemea Rosso, di uvaggio Agiorgitico, presente solo nel territorio omonimo).

A Nafplion, specie nella città nuova, la pulizia, a differenza che nel Mani, lascia molto a desiderare. Salutata la statua di Kolokotroni, così come reso, nel Mani, un doveroso saluto a Mavromikalis, i 2 condottieri del riscatto greco e della liberazione, la mattina del 27 partiamo per Patrasso, fermandoci doverosamente a Micene. Trovarsi davanti alla porta dei leoni, è un po’ come vedere al Louvre la Nike di Samotracia o, al Museo d’Orsai, i quadri degli impressionisti: il passaggio dalle foto, guardate decine di volte, alla realtà, provoca una sorta di sensazione di estraniamento, quasi una sospensione delle emozioni che, dopo lasciato il sito, colpiscono ad ondate nelle ore successive: questa è la ragione per cui preferiamo non vedere, nella stessa giornata, più di un sito importante.

Si riparte per Corinto: il canale, se si riesce a trovarlo nella latitanza totale di cartelli stradali (e checché se ne dica), merita di essere visto. A noi è capitato nel momento dell’apertura delle chiuse, ed al passaggio di navi varie. Colpisce soprattutto il colore del mare, di un celeste lattiginoso assolutamente sbalorditivo.

Dopo una breve sosta a Diakofto, arriviamo a Patrasso dal lato giusto per vedere il ponte Rion Antirion che unisce il Peloponneso al continente: lo spettacolo è di un certo effetto, l’unico di rilievo, per altro, a Patrasso.

Alle 18.00 imbarco e rientro in Italia.

A consuntivo: per una vacanza esclusivamente “marina”, mi sentirei di sconsigliare il Peloponneso: la presenza della Laguna di Gialova e di Elafonissi, vere cattedrali nel deserto, oltre ad una scarsa fantasia nel cibo, non giustificano, a mio avviso, un viaggio (relativamente) così impegnativo; ci sono sicuramente altri posti, in Grecia, e più facilmente accessibili, in grado di gratificare maggiormente gli amanti del mare.

Altro discorso per una vacanza “meditativa”, per la quale Kardamili rappresenta un paesino fuori dal tempo (o, per meglio dire, dove il tempo continua a scorrere ma conservando memoria di sé), o per un itinerario “storico”, per il quale sembrano però più appropriati i mesi di aprile, maggio, settembre e ottobre: i siti sono numerosi e facilmente collegabili, se si decide di ignorare il mare, e tali da consentire, fosse solo per i trasferimenti, di apprezzare l’interno che, con l’incredibile e mutevole Taigeto, appare molto più suggestivo della costa. In tal caso suggerirei la lettura preventiva del bellissimo “Mani”, di Fermor, non dimenticando che è stato scritto negli anni 50, e che lo spirito greco e l’antico candore, da allora, si mantengono solo in alcuni paesini arroccati dell’interno.



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