Ad Accra e dintorni

Il Ghana, terra d'Africa sconosciuta
 
Partenza il: 04/03/2010
Ritorno il: 20/03/2010
Viaggiatori: 17
Spesa: 2000 €

per via dell’alta rete laterale fatta di corde e cavi di acciaio, ma il brivido della oscillazione nel vuoto e, per qualcuno, anche un lieve senso di vertigine, sono assicurati.

Anche la visita al Boabeng-Fiema Monkey Sanctuary è particolare. E’ l’unico luogo in cui due diverse specie di scimmie, considerate sacre – la bianca e nera Colobus e la bruna Mona – convivono all’interno del medesimo habitat in pace e in armonia con gli esseri umani. Una leggenda locale racconta che un giorno un cacciatore vide in un bosco cinque scimmie che accudivano amorevolmente un cucciolo e la vista lo paralizzò al punto da non riuscire a sparare. Consultato uno spirito questi gli disse di rispettare le scimmie come parenti e di portare a casa sua il cucciolo. Ubbidì e anche le scimmie lo seguirono a casa. Con il tempo il numero delle scimmie crebbe e anche la condizione materiale del cacciatore migliorò convincendolo che la sua fortuna fosse associata alla loro presenza. In considerazione di questo rapporto simbiotico che si è protratto fino ad oggi qualsiasi scimmia che muore viene sepolta nella foresta proprio come gli esseri umani.

Infatti in questa piccola foresta la cosa che cattura l’occhio è il cimitero dove le scimmie, i sacerdoti e le sacerdotesse sono stati sepolti assieme. Ci sono tombe con la scritta “maschio adulto Mona Monkey, sepolto il 5 dicembre 1987” e “cucciolo maschio Mona, sepolto il 7 marzo 1993” ma ci sono anche nomi di uomini e donne nel cimitero. Ogni volta che una scimmia sta per morire, viene nel villaggio. Esse vivono tra i 30 e i 50 anni. Una legge del Ghana Wild Life Society stabilisce che chiunque uccida una scimmia sia condannato al carcere; in ogni caso, secondo la tradizione religiosa del paese, chi uccide una scimmia subirà tutta una serie di calamità. Nel villaggio di Boabeng, dove noi abbiamo alloggiato nell’unica ghesthouse locale, le scimmie sono talmente abituate alla presenza umana che si lasciano avvicinare e prendono addirittura le banane dalle mani dell’uomo. Per quanto riguarda il mare, il Ghana offre delle belle spiagge bianche e sabbiose, con palme da cocco dai tronchi alti e sinuosi – esattamente come è nell’immaginario collettivo – ma nel fare il bagno è bene usare la dovuta cautela a causa della presenza di correnti marine e risacche.

L’acqua comunque è calda e giocare tra le onde è stato un gran divertimento. Lungo la costa ci siamo goduti attimi di intensa vita locale sostando presso alcuni animatissimi villaggi di pescatori, tra cui il pittoresco villaggio di Dixcove, dove una mattina abbiamo assistito al mercato del pesce direttamente sulla spiaggia. Le barche di legno, che la grande tradizione artigiana ghanese realizza e decora con colori brillanti – affievoliti poi dal tempo, dalla salsedine e dalla scarsa manutenzione ma non per questo meno belle, forse di più – al rientro dopo la pesca notturna hanno iniziato a scaricare una grande quantità di pesce di ogni dimensione, tonnetti grigio perla, pescispada e altri tipi di pesce dal peso superiore ai 40 kg, ceste di granchi colorati. In mezzo alla gente accalcata sulla spiaggia alcuni pescatori, con abili colpi di macete, hanno pulito e tagliato a pezzi i pesci più grandi lasciando poi le interiora, le teste decapitate o le mandibole alla putrefazione dell’aria o come cibo per gli avvoltoi appostati sui tetti delle baracche circostanti. Come in ogni villaggio del Ghana anche qui caprette, galline e cani vivono in un’eterna simbiosi con l’uomo invadendo ogni spazio solitamente destinato alle persone (casupole, strade, botteghe, cortili, spiaggia) e non senza stupore li ho osservati mangiare di tutto e spesso direttamente nello stesso pentolame utilizzato per cucinare. Ed anche qui, come in ogni luogo attraversato durante il viaggio, siamo stati accolti da decine di bambini che al grido “Obronì, obronì”, cioè uomo bianco, ci sono venuti incontro festosi, incuriositi prima dal colore della nostra pelle e poi catturati dalla magia delle macchinette fotografiche digitali che riproducevano sul display l’immagine dei loro volti sorridenti. Porto ancora forte in me la sensazione di tante piccole manine scure che, quasi senza neanche accorgermene, si aggrappavano saldamente alle mie dita diventando un’appendice del mio stesso corpo, felici di seguirmi anche in capo al mondo. Al momento dell’inevitabile separazione un piccolo dono, una penna, un quaderno, un cerchietto per capelli – finchè ne ho avuti a disposizione – poi solo un bacio sulla fronte, una carezza e il ricordo indelebile impresso nella mia memoria.

* * * * Vorrei chiudere questo mio racconto con le parole di un grande antropologo italiano, Marco Aime, che in un suo libro scrive: “Non è vero che i viaggi avvengono nella testa, che si può viaggiare rimanendo a casa, che si possono fare stupendi viaggi con la mente. No, non è vero. Il viaggio nasce e matura nella testa, ma per esistere ha bisogno di assorbire linfa vitale attraverso tutti i suoi sensi. Affinché il viaggio ritorni a essere un’esperienza autentica e unica, è necessario passare attraverso il proprio corpo, ascoltarne i messaggi, decifrarne i cambiamenti, imparare ad esporlo alle sollecitazioni esterne. E allora riscopriamo il piacere di sudare, di rabbrividire, di rimanere abbagliati dal sole o di sentire la sabbia sulla pelle….” Dedicato ai miei compagni di viaggio con i quali ho condiviso gli umori, i colori, gli odori e i sapori di questo paese con una familiarità spontanea e sincera e a tutti i viaggiatori sensibili e curiosi. Laura Infantino .



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