Abbiamo visitato uno dei paesi più remoti dell’Africa: il racconto dei nostri 4 giorni nella natura del Lesotho

Scritto da: Gizeta
abbiamo visitato uno dei paesi più remoti dell'africa: il racconto dei nostri 4 giorni nella natura del lesotho

Uno dei soli tre stati dell’Africa con una monarchia come forma di governo, il Lesotho è anche uno dei più alti di tutto il continente: la capitale si trova a 1600 metri di altitudine. Una visita che, per noi che proveniamo dal Sudafrica, ha il sapore di una scoperta anche piuttosto insolita. Come previsto, abbiamo trascorso quattro giorni in Lesotho.

Diario di viaggio in Lesotho

Giorno 1 – Maseru

Entriamo in Lesotho da Maseru, la capitale, praticamente senza formalità. Appena prima del varco scendiamo dall’auto per metterci in fila davanti ad uno sportello. L’impiegato è molto gentile, timbra il passaporto con la data d’ingresso e ci augura buona permanenza. Maseru non è grande, la porta della città è un arco della Vodacome che dà il benvenuto in Lesotho. Un bell’edificio moderno ma in stile tradizionale (inconfondibile forma conica a cappello) ospita l’Ufficio Informazioni Turistiche. L’impiegata è cortese e vale la pena farci un salto per avere informazioni aggiornate su strade, alloggi e manifestazioni. Attenzione: mentre voi state dentro sulla strada qualcuno vi sta lavando la macchina. Il costo ufficioso del servizio è 200 Rand, ma è probabile che ai turisti appena arrivati ne chiedano 300. A Maseru circolano molte automobili, quasi tutte ben tenute e continuamente lavate in rudimentali car wash. La guida dei lesotiani è discreta.

Con un po’ di fatica per la carenza di indicazioni usciamo da Maseru diretti a est. Dopo appena trenta chilometri decidiamo di pernottare a Thaba-Bosiu, in un complesso di bungalow in buone condizioni ma poco economico: il Mmelesi Lodge costa 600 Rand, circa 60 Euro per una doppia con bagno e tv. Molto vicino al lodge ci sono le rovine di un’antica fortezza reale (che non abbiamo visitato) e un villaggio tradizionale costruito per i turisti.

Accanto al villaggio e in posizione sopraelevata sta un nuovissimo ufficio informazioni. Sul terrapieno adiacente una dozzina di ragazzi giocano alla bottiglia e un dj mixa musica elettronica. In diversi pentoloni ribollono carne, riso e verdure. Ci invitano a unirci a loro ma siamo troppo vecchi e rigidi per accettare.

In agosto il sole tramonta prima delle sei, abbiamo un paio d’ore e visitiamo Roma, cittadina a suo modo amena, sede dell’unica università del Lesotho. Ragazzi a centinaia, baracchette di frutta e verdura, mimose fiorite e un bellissimo panorama montano. Passeggiamo tranquilli nonostante il caos, nessuno ci disturba. Molti cartelli anti Aids. Le strade sono percorse da taxi collettivi, ma tantissime persone si spostano a piedi per raggiungere villaggi distanti chilometri. Offriamo alcuni passaggi senza timore. In un bar dove servono birra e pollo fritto conosciamo un chirurgo dello Zimbabwe che lavora all’ospedale Queen Elisabeth di Maseru. È molto socievole e insiste per invitarci a pranzo nella sua casa di Maseru. Ci lascia il suo numero e gli promettiamo che lo avremmo chiamato quando saremmo ripassati dalla capitale. Purtroppo, pur mantenendo la promessa, per impegni vari saremo costretti a partire senza rivederlo.

In Lesotho si cena alle sette di sera, fuori è buio pesto e non si sa dove andare. Prima facciamo un salto al bar del lodge, stranamente frequentato da uomini e donne eleganti. Al ristorante invece ci siamo solo noi, immersi in un fortissimo odore di fritto. Dopo cena propongo una passeggiata lungo la strada deserta, ma mia moglie ha un po’ paura. A trecento metri i ragazzi stanno ancora ballando, ma la strada che ci separa non è illuminata. La presenza di numerosi guardiani che aprono e chiudono sbarre ci fa sospettare che la calma sia solo apparente. Alle nove ci infiliamo sotto le coperte a guardare la tivù.

Giorno 2 – Moaele, Basutu

Colazione e partenza in direzione della diga di Moale. Valichiamo il Bush Man Pass, poi il God Help Me Pass. La carreggiata è in ottime condizioni, traffico zero. Il Centro Ippico Basutu – cartello visibile sulla sinistra – è un maneggio fatiscente gestito dal vecchio Sam. Per 200 Rand cavalchiamo un paio d’ore tra le montagne. I cavalli sono docili e il panorama gradevole. Non mancano un paio di passaggi col brivido.

Verso la diga incontriamo alcuni villaggi di capanne, quasi tutte dotate di semplici servizi esterni. Come anche la strada, immaginiamo che facciano parte del medesimo progetto di sviluppo associato alla costruzione delle dighe. Il lago artificiale è immenso e spettacolarmente incastrato tra le montagne. L’acqua e l’elettricità prodotte dallo sbarramento finiscono soprattutto in Sudafrica. Per creare i bacini sono stati spostati molti villaggi. 

Mancano due ore al tramonto, vediamo dei turisti americani in partenza per una gita in barcone e ci uniamo a loro. Appartengono ad una congregazione religiosa e nel mezzo del lago ringraziano il Signore per la grande disponibilità d’acqua. Addirittura la bevono, pescandola direttamente dalla superficie! Questa deludente gita sarà la causa indiretta di alcuni problemi, la spesa per l’imbarco (200 Rand) ci svuota la cassa e più tardi saremo costretti a mercanteggiare sul prezzo di una camera d’albergo e della cena. Scendiamo dal barcone all’imbrunire e torniamo a valle guidando nel buio assoluto sino a Nazareth. Individuiamo un lodge, trattiamo con un signore perplesso ma gentile e per una doppia con piccola cena ce la caviamo con 440 Rand. Il posto si chiama Molegoane Lodge.

Giorno 3 – Ha-Baroana

Da Nazareth parte una pessima stradina che secondo la guida conduce alle pitture rupestri di Ha-Baroana. Percorriamo una decina di chilometri a bassissima velocità e superiamo un paio di villaggi. Infine arriviamo ad un piccolo centro informazioni per turisti, nuovo e ben tenuto, con tanto di biglietteria. Non abbiamo un solo Rand e trattiamo con un signore grande e grosso chiamato Jonas per pagare l’ingresso in euro. Alla fine ci accordiamo per 10 euro, esattamente il doppio della tariffa ufficiale. Però la visita vale la pena, il posto è suggestivo e tranquillo, le pitture interessanti. Su di un versante del torrente molte donne sfalciano l’erba che ricoprirà i tetti di nuove costruzioni turistiche.

Al ritorno diamo un passaggio ad un giovane impiegato di nome Siimane, la strada è realmente orribile e guido molto piano. A cinquanta metri dal bordo della strada vedo dei ragazzini che giocano e altri che badano alle pecore, mi fermo per una foto e quelli scappano come cerbiatti. Mi ci vorranno dieci minuti per convincerli che non sono cattivo, soprattutto grazie all’aiuto di Siimane, cui domando di prendere nota dei nomi dei ragazzi. Due settimane dopo, dall’Italia, invierò a ciascuno di loro una copia delle foto appena scattate. Torniamo a Roma, dove mia moglie sente un fortissimo bisogno di lavarsi i capelli e va dal parrucchiere (50 Rand), mentre io passeggio per il paese. Faccio due chiacchiere con alcuni studenti, proprio sotto un grande cartello raffigurante un profilattico srotolato. In Lesotho la campagna anti HIV è martellante. Mentre aspetto entro in un emporio cinese. Compro alcuni quaderni con il marchio del ministero dell’istruzione e regalo una biro a una bambina che me la chiede. Mi accorgo che il negozio è sorvegliato da una guardia armata di fucile a pompa. Più tardi acquistiamo una bella coperta Basotho per circa 50 euro.

Trascorriamo la notte a Maseru, hotel Tribute (500 Rand) e ceniamo in un ristorante lesothiano/indiano a due passi dall’Ufficio Accoglienza Turistica (250 Rand). La notte a Maseru sembra tranquilla, non si vede nessuno, traffico zero. In fondo, sono appena tre vie in croce.

Giorno 4 – Leribe, Butha-Bute

Partiamo diretti a nord e alcuni chilometri prima di Leribe (carina) ci inoltriamo tra i monti alla ricerca delle orme di dinosauro segnalate dalla Lonely Planet. Chiediamo in giro e al secondo tentativo troviamo due ragazzi disposti a accompagnarci. Con loro attraversiamo un villaggio e dopo circa un ora di marcia in salita arriviamo ai piedi una montagna rocciosa. Le impronte sono molte e ben visibili a una decina di metri di altezza, stampate su di una volta rocciosa. Nel complesso un’esperienza piacevole.

Prossima tappa Butha-Bute, seconda città del Lesotho, un vero postaccio, forse la parte peggiore di quel pezzettino di Lesotho che abbiamo visitato. Caotica e non molto sicura.

Pernottiamo e ceniamo al Crocodile inn (436+110 Rand), poi a letto presto in una camera appena discreta, di uscire dopo cena non se ne parla. L’albergo e soprattutto il ristorante sono frequentati da personale governativo, rappresentanti di enti per la salvaguardia dell’ambiente, per la tutela delle acque e cose del genere. Pare che nell’albergo si stia svolgendo una sorta di convegno. Il parcheggio recintato è occupato da enormi macchinoni appartenenti a questo o a quell’organismo.

Giorno 5 – Ritorno in Sudafrica

Riattraversiamo la frontiera con il Sudafrica e sostiamo a Clearens. Sulla strada lascio il mio maglione a un vagabondo che cammina da solo sul bordo della strada. A Clearens facciamo colazione come se si fossimo nel Kent: cappuccino e dolce di mele. La cittadina è graziosa in modo irritante, zeppa di antiquari e di gallerie d’arte. Per chi fosse interessato le case costano poco.


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