¡a ver! Su due ruote dall’Italia alla Spagna

In moto da Castelfranco Veneto a Madrid... e ritorno!
Scritto da: bc83
¡a ver! su due ruote dall'italia alla spagna
Partenza il: 12/08/2015
Ritorno il: 24/08/2015
Viaggiatori: 2
Spesa: 1000 €

Da Savona a Castelfranco Veneto (km 411)

Le 4 bottiglie di CAVA sono ancora integre, la “Beer-celona” è salva, il barattolo in vetro con la terrine alle erbe di Provenza è resistito nel fagotto di biancheria in cui è rimasto avvolto per giorni e il condimento per la paella non ha farcito, per fortuna, le nostre borse impermeabili GIVI (comoda e funzionale alternativa allo zainetto e alle borse da serbatoio): è lunedì 24 agosto, sono le 3 e mezza del pomeriggio e siamo appena arrivati a casa, a Castelfranco Veneto, dopo aver percorso complessivamente 3.300 chilometri in 12 giorni e attraversato 5 Stati (Principato di Monaco, Francia, Andorra, Spagna oltre, ovviamente, all’Italia) sulle nostre 2 moto, una Kawasaki Z750 (Luigi) e una Triumph Street Triple (Barbara).

Stiamo svuotando i bagagli e impacchettando i souvenir per parenti e amici cui andremo a far visita già prima di sera, fieri ed entusiasti, ancora in pieno stato di flow, lo stesso con cui abbiamo affrontato l’ultima tappa della nostra vacanza, da Savona, godendoci le curve dell’autostrada ligure ed evitando la pioggia di fine estate che ha minacciato, fin dalla mattina, il cielo grigio di questa tipica, un po’ melanconica, giornata di rientro.

Da Barcellona a Savona (in traghetto)

A Savona eravamo approdati domenica 23 agosto alle nove e mezza di sera dopo 21 ore di traghetto (18+3 di inspiegabile ritardo – e tutt’ora inspiegato, nonostante i reclami).

L’imbarco a Barcellona era avvenuto nella tardissima serata (oltre la mezzanotte) di sabato 22 agosto, il che ci aveva consentito di trascorrere la giornata in città. Ma quella che doveva essere una passeggiata rilassante prima del rientro in Italia, si era rivelata una “stra-cittadina” a 40°C sotto il sole, con un tasso di umidità fisicamente provante: dal quartiere El Poblenou, del nostro albergo, alla Sagrada Familia, attraverso calles desolate e quasi deserte fino a tarda mattinata; alle Ramblas nel flusso dei turisti tra i mimi artistici: alcuni in fase di vestizione e trucco, altri già in posizione sui piedistalli; una visita al mercato e … alle vetrine di Custo Barcelona; veloce sopralluogo al terminal dei traghetti e ritorno nel pomeriggio in albergo a riprendere moto e bagagli, dopo una pausa ristoratrice al Flaherty’s Irish Pub (atmosfera e clientela molto irlandese in pieno centro a Barcellona, con buone birre e ottimi piatti!).

La sera al terminal, con le nostre tute di pelle ripiegate sopra le borse, e gli stivali assicurati tra le une e le altre come a Tetris, eravamo stati messi alla prova con un paio di “false partenze”: dopo aver invitato le moto a disporsi per essere imbarcate prima degli altri veicoli, ci erano stati invece fatti passare davanti auto e camion, in un valzer impacciato di motori e in un vorticoso turbinio di fumi di scarico. A rendere il tutto ancor più teatrale ci aveva pensato una passeggera in evidente ritardo isterico che, da una vettura lanciata a velocità tra le moto in fila per imbarcarsi, come tra le chicane di un circuito di F1, imprecava “desplàzate! desplazate!” (spostati! spostati!) con mezzo busto fuori dal finestrino.

Dopo esserci finalmente imbarcati, avevamo assistito – perplessi – all’improvvisata assicurazione delle moto alle cinghie da parte di ciascun conducente in assoluta autonomia, senza alcun coordinamento né direttiva da parte dell’equipaggio.

Esausti, soltanto verso le 2 di notte ci eravamo finalmente addormentati nella sala-poltrone, rassegnati a passare una lunghissima notte e una lunghissima giornata di forzata inattività: ore che ci sono servite comunque a mettere a punto questo nostro diario di viaggio.

Da València a Barcellona (km 381)

Venerdì 21 agosto eravamo partiti da València in direzione Barcellona convinti di percorrere la N-340, detta carretera del Mediterráneo, per evitare la monotonia dell’autovia A7. Avevamo presto scoperto, però, che la N-340 correva sì lungomare, ma parallela a una strada a pedaggio e che quella indicata come A7 non era altro che la vecchia N-340; ci eravamo insomma ancora ritrovati subito in autostrada!

Dopo aver lasciato dietro di noi l’estesa periferia industriale di València, avevamo attraversato diverse località balneari intervallate, nell’entroterra, da piccoli distretti produttivi e, lungo la costa, da piattaforme in disuso e scheletri di capannoni: “eco-mostri” o archeologia industriale?!

In questo panorama un po’ dimesso, sotto un cielo lattiginoso per la cappa di umidità, nel bel mezzo di un tratto a scorrimento veloce, a 4 corsie, una famiglia con 2 bimbetti in costume e ciabatte, secchiello e paletta, si stava dirigendo a piedi verso una sottile lingua di sabbia, assolutamente non attrezzata, giusto… fronte-strada!

L’entrata a Barcellona era stata facile e l’albergo, anche se periferico e spartano (scelto in base al prioritario criterio della vicinanza al porto) aveva quello che serviva: parcheggio libero per le moto davanti all’entrata e ampia doccia!

La serata era finita al Paseig Maritim, con sangria vista-mare sotto i riflessi cangianti del Peix d’Or (opera dell’architetto canadese Frank Ghery), maxi fritto misto e, per chiudere, crema catalana (rivisitata sotto forma di semifreddo…!) al El Chiringuito de Moncho’s.

Da Madrid a València (km 360)

A València ci eravamo fermati un paio di giorni: mercoledì 19, arrivando da Madrid e giovedì 20 agosto.

La trasferta di mercoledì era stata breve e senza deviazioni di rilievo.

Arrivati a València nel pomeriggio, ci eravamo resi subito conto del motivo per cui il nostro hotel NH costava relativamente poco: era la “brutta copia” di un altro NH aperto lì accanto più di recente. D’altra parte, i servizi erano comunque molto buoni (compreso il parcheggio custodito per due moto al posto – e al costo – di un’auto, ma senza piscina interna) e posizione strategica (nonostante l’entrata quasi nascosta sul retro) nei pressi della Città delle Arti e delle Scienze e dei giardini del Túria.

Dopo un briefing organizzativo, avevamo deciso di riservare un tavolo per cena all’Alqueria del Pou, il locale con la miglior recensione di Tripadvisor entro perimetro di una passeggiata: il ristorante, dall’esterno, sembrava una vecchia osteria in mezzo ai campi. Per un disguido nella prenotazione, eravamo arrivati con oltre un’ora di anticipo, come ci aveva subito fatto capire una cameriera visibilmente indispettita: poco male, dopo uno scambio di battute con il titolare (nonostante nessuno capisse perfettamente la lingua dell’altro), avevamo ordinato intanto 2 birre (più altre 2) per ingannare l’attesa, senza sapere che poi ci sarebbero state offerte! La cena si era poi rivelata un tripudio di specialità valenziane, compresa la paella con le lumache e… il coniglio (ma con tutti quei gatti che giravano sotto il tavolo qualche domanda avevamo cominciato a farcela…), la birra (ancora!) locale la Túria e i postres, i dessert, accompagnati da un vino dolce e molto liquoroso che un camarero particolarmente intraprendente aveva preteso di farci assaggiare nonostante il nostro iniziale diniego, approfittando della nostra cedevolezza e della sua innata arte istrionica: aveva accompagnato ogni portata alla spiegazione in catalano, castigliano, inglese e francese del piatto, per poi informarsi sulla traduzione italiana (e dialettale veneta) di termini come cargol e conill.

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