A casa nel mondo

Una lettera e cinque cartoline dal Ghana
 
Partenza il: 22/12/2012
Ritorno il: 05/01/2013
Viaggiatori: 13
Spesa: 3000 €

monarca e ancora in situ. O la spiegazione, che abbiamo ascoltato con grande curiosità, del rudimentalissimo processo di concia delle pelli a Tamale. E la partecipazione, a Obuasi, alla messa domenicale nella cattedrale – come sono tristi, le nostre cerimonie, comparate con la loro musica, le grida, i trenini danzanti lungo i corridoi della chiesa, gli abiti sfavillanti della domenica, le scarpe lucide, i sorrisi, i macchinoni in bella mostra sul sagrato. Ecco dov’è finita la religiosità fiduciosa dello spensierato universo infantile di quand’ero chierichetto! Abbiamo mancato – per un paio d’ore soltanto, peccato – gli onori resi a Kumasi ogni quarantadue giorni all’attuale capo Ashanti. Anche quella era un’occasione per vedere e farsi vedere, 4×4 tirate a lucido in un paese polveroso le cui strade – asfaltate o no – massaggiano così energeticamente la colonna vertebrale da ristrutturarla. Strade dalla finissima polvere rossa che ci hanno portato da Accra fino al confine col Burkina Faso, e di nuovo sulla costa. Che facesse caldo, ce n’eravamo accorti subito, ma nulla ci aveva prevenuto sulle temperature e sull’umidità del litorale, per quanto ventilato.

Busua, 2 gennaio – Cartolina n. 5: La verità sui Ghaniani

Ieri sera sorseggiavamo la birra del tramonto, mentre due ragazzotti ballavano sulla sabbia alla musica del bar. Avranno improvvisato più figure di danza quei due in un minuto di un bianco in una vita in discoteca. Poco dopo l’alba ritorno in spiaggia. La vita qui è regolata dai ritmi naturali, e tra i paralleli 5 e 11, tra i quali il Ghana è compreso, ogni giorno ha dodici ore di luce, dalle 6 alle 18. Il sole ancora non s’è liberato dalle nebbie che nascondono l’orizzonte e mi affretto, sperando nell’arrivo delle barche dei pescatori e nel conseguente mercato del pesce. Incontro invece di nuovo Kevin, un bambino riservato, che mi aveva confidato che i navigli sulla riva e quelli ormeggiati poco lontano, che tentavo di fotografare senza suscitare le ire funeste dei pescatori, appartenevano a suo padre. Uno dei pescherecci è rientrato da poco, e a Kevin è stato dato un secchiello di pesci. Anche se figlio del padrone, i compagnucci non si trattengono dal molestarlo occasionalmente (a questo proposito, parole grosse e pugni sono forse scambiati in Ghana più frequentemente che da noi, avendo loro più occasioni di pestarsi reciprocamente i piedi). Sotto lo sguardo attento del proprietario, due piroghe si stanno preparando per uscire – resteranno in mare 3-4 giorni per la pesca colle reti. Vengo invitato a casa per dare il mio indirizzo, come è consuetudine. A volte si fanno sentire, più spesso è solo una formalità. Kevin mi guida oltre la strada asfaltata di Busua, tra passaggi in terra battuta ingombri di galline, capre, catini e persone, fino alla porta della sua casupola. I bambini si affiancano in scala d’altezza, la mamma mi fa sedere, scrivo. Molto più urbano dei “I want to be your friend!” lanciati casualmente da tanti altri. Poi mi conduce dentro a un tugurio, occupato da quattro grandi tinozze di terra cruda. Dal fondo di una si leva del fumo, e sulla grata di canne che la copre una vecchia sta disponendo i tranci di pesce che ha appena pulito. Il gruppo mi raggiunge, Kevin si congeda. Gli sono riconoscente di questo incontro e il regalo di Natale che discretamente mi chiede è un addio consapevole dell’abisso che ci separa.

Cara M., accanto alla Fanta c’è sempre il vino di palma, dietro il ristorantino per studenti giramondo c’è sempre la famiglia allargata che mangia insieme da un piatto solo, dentro l’albergo raccomandato dalla guida c’è sempre la porta del bagno senza maniglia o qualche altra svista imperdonabile secondo i nostri standard (lo sapevi che esistono lampadine a basso consumo da 5W? La prossima volta mi porto una candela…). Ma se mi importassero i nostri standard, non sarei venuto in Ghana. La guida del castello di Elmina, nella sua appassionata e documentata esposizione, ha azzardato che, mantenendo l’attuale ritmo di crescita, il Ghana entrerebbe nel novero dei paesi del secondo mondo tra soli vent’anni. Il pensiero positivo, si sa, fa miracoli, e forse potrebbe persino fugare le ombre ostinate del post‑colonialismo e riportare a galla l’orgoglio queste genti dalle antiche e tenaci tradizioni. E noi e le nostre usanze? Il passato ha un modo perverso di perpetuarsi, come le cattive abitudini. La sera del 24 dicembre, dopo una visita ai colobi bianchi e neri e alle scimmie mona della foresta di Boabeng, abbiamo cenato nei pressi del parco. In dodici ci siamo divisi, da buoni fratellini, tutto quel che c’era: una risicata terrina di riso bianco, alla quale molti hanno rinunciato di aggiungere una salsa di concentrato di pomodoro con pezzetti di sgombro in scatola. Scappo dal Bianco Natale occidentale – una prospettiva semplicemente insopportabile, ormai – ed eccomi a passare un Natale in Bianco… Lo vedi, cara M., che viaggio, viaggio, ma mi ritrovo sempre a casa?

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Tramonto

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Scimmia, kakum national park

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Sirigu

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Spiaggia di kokrobite

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Spiaggia di kokrobite

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Tengzug

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Tongo

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Tramonto

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Tramonto

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Pescatori

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Villaggio

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Villaggio

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Vita sul fiume

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Artigiani

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Ashanti

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Ashanti

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Imbarcazioni tradizionali

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Castello cape coast

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Castello di cape coast

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Castello di cape coast

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Ghana

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Ghana

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Ghana

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Il tramonto

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Cascate kintampo

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Incontri

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Kakum national park

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Kakum national park

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Maschera tradizionale

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Moschea di fango

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Moschea di fango

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Panorama



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