A 60 anni tra vulcani in eruzione e giungla: il nostro viaggio indimenticabile in Guatemala e Honduras

Tra vulcani, laghi e rovine Maya con lo zaino in spalla.
Scritto da: Mister66
guatemala

Questo diario nasce dal desiderio di non perdere nulla: non solo i luoghi visitati, ma anche la fatica, gli imprevisti, le risate, gli incontri e le emozioni vissute insieme a Iris. Guatemala e Honduras erano da tempo nella nostra lista dei sogni; queste pagine raccontano come quel sogno sia diventato strada, polvere, vulcani, giungla, tramonti e memoria.

Diario di viaggio in Guatemala e Honduras

Giorno 1: si parte, destinazione Guatemala

La sveglia suona alle tre e trenta, quando è ancora notte fonda. L’adrenalina è alle stelle: oggi partiamo per il viaggio che aspettavamo da tanto. Il nostro itinerario ci porterà in Guatemala e, per un breve tratto, anche in Honduras. Alle sette decolla il nostro aereo: faremo scalo a Madrid e poi ripartiremo verso Città del Guatemala. Quattordici ore sono tante, ma le facciamo passare guardando qualche film sul display, chiacchierando e concedendoci ogni tanto un sonnellino. Atterriamo alle quindici e mettiamo piede nel nostro cinquantunesimo Stato. Dopo aver ritirato le valigie, usciamo dall’aeroporto e troviamo un autista con un cartello con scritto Artoni: mia moglie ha prenotato tramite Booking il trasferimento per Antigua, da dove inizierà davvero il nostro viaggio in Guatemala. Kevin, il nostro autista, ci accompagna fino all’alloggio. Sono le sette di sera ed è quasi buio: scarichiamo i bagagli e, senza perdere tempo, ci buttiamo subito nelle vie di Antigua. Un tempo capitale e oggi patrimonio UNESCO, la città ci accoglie con le sue strade piene di vita. Arriviamo in centro e ci troviamo davanti al suo simbolo più famoso: l’arco di Santa Catalina, costruito nel 1693 per permettere alle suore di clausura di attraversare la strada senza essere viste né avere contatti con l’esterno. Intanto è calata la sera. Restiamo a osservare le donne in abiti tradizionali che vendono, con discrezione, oggetti di artigianato e frutta già sbucciata. Alle nove, però, il nostro corpo presenta il conto: in Guatemala ci sono otto ore in meno; quindi, per il nostro orologio biologico sono le cinque del mattino, e noi siamo svegli da ventisette ore. Meglio tornare in camera a dormire e rimandare la visita a domani.

Giorno 2: Antigua e il primo incontro con i vulcani

Alle sei e trenta, visto che siamo già svegli, ci alziamo e raggiungiamo la splendida terrazza del nostro B&B. Da qui la vista è spettacolare: davanti a noi si staglia il vulcano de Agua, mentre più lontani si vedono l’Acatenango e il Fuego, che ogni tanto lascia comparire una piccola nuvola di fumo sulla cima. Alle sette e trenta usciamo in cerca di un caffè per fare colazione. Non ce ne sono molti aperti, ma alla fine troviamo Il Viejo Caffè, un locale molto bello con una corte interna di cui Iris si innamora subito. Dopo un’abbondante colazione, cerchiamo un cajero, cioè un bancomat, e con la nostra nuova carta Revolut preleviamo i primi quetzal, la moneta guatemalteca. La prima visita della giornata è il Cerro de la Cruz, una piccola altura da cui si può ammirare Antigua con il vulcano de Agua sullo sfondo. Saliamo i numerosi e faticosi gradini fino al punto panoramico e ci godiamo lo spettacolo che si apre davanti a noi. Restiamo un po’ seduti su una panchina all’ombra, poi è ora di scendere: in discesa i gradini sembrano decisamente più simpatici. Sbucati vicino al nostro alloggio, approfittiamo del caldo per una breve pausa. Nel frattempo, prenotiamo l’escursione del mattino seguente sull’Acatenango. Ripartiamo poi verso il mercato, tra oggetti di artigianato e souvenir vari. Compriamo alcune calamite e la flag patch del Guatemala da attaccare allo zaino, insieme a tutte quelle raccolte nei viaggi precedenti. Acquistiamo anche un frutto che non abbiamo mai visto: ci dicono che si chiama melone colombiano, ma non ci convince. Lo cerchiamo su internet e l’immagine più simile porta il nome di zapote colombiano: lo assaggeremo questa sera. Continuando a girare arriviamo davanti alla cattedrale della Merced. Per entrare dobbiamo aspettare la fine di una funzione; gli interni delle chiese, però, non ci colpiscono molto: le pareti sono tutte bianche e l’insieme risulta piuttosto semplice. Passiamo sotto l’arco di Santa Catalina ed entriamo nello Starbucks, molto curato e a tema locale, con tavoli all’aperto e un buon Wi-Fi: perfetto per uno spuntino. Iris scopre poi la possibilità di visitare la Casa Museo Santo Domingo, un antico convento trasformato in hotel di lusso, museo e centro relax. Con un biglietto di pochi euro possiamo visitarlo e ammirare diversi reperti maya. A questo punto siamo davvero stanchi e rientriamo alla nostra Casa Ela Candelaria, un B&B che consigliamo senza esitazioni. Più tardi usciamo di nuovo e facciamo una lunghissima camminata. Per cena scegliamo Las Tres Amigas, ristorante consigliato da Tripadvisor, dove ordiniamo burritos e birra Gallo, quella nazionale. Ora siamo veramente provati, ma felici e soddisfatti per tutto ciò che questo viaggio ci sta già regalando.

Giorno 3: verso il Fuego: fatica, freddo e meraviglia

Alle sette siamo già al punto di ritrovo per l’escursione di oggi: la salita all’Acatenango, un vulcano spento. Partiremo da un campo base a 2.200 metri per raggiungere la vetta a quota 4.000: sei o sette ore di cammino che metteranno seriamente alla prova le nostre energie. Dopo il briefing, ci consegnano l’attrezzatura mancante, facciamo una breve colazione e partiamo. Siamo in quindici; a parte me e Iris, nessuno supera i trent’anni. La cosa, ammetto, mi preoccupa. L’inizio è subito impegnativo e capisco presto che non sarà una passeggiata. Dopo mezz’ora il gruppo comincia a distanziarci. Iris avrebbe ancora fiato, ma non mi lascia solo. Facciamo qualche pausa, sempre più breve, perché ormai siamo gli ultimi. A metà percorso, durante la prima vera sosta, io sono già in seria difficoltà. La guida parla con Iris e ci propone di proseguire a cavallo. Sono sempre stato contrario a usare gli animali per questo tipo di attività, ma oggi, se voglio arrivare in alto, non ho alternative. Il gruppo riparte e noi aspettiamo per più di un’ora l’arrivo dei nostri due cavalli, Lucia e Natalina. Ci porteranno fino a circa venticinque minuti dalla meta. Durante il tragitto ho il tempo di metabolizzare la mia sconfitta: questo trekking mi ha messo davanti ai miei limiti. A sessant’anni, per la prima volta, mi trovo in una situazione in cui devo arrendermi. Questa escursione è oltre le mie capacità, e non nascondo che mi fa male. Percorriamo l’ultimo tratto a piedi e raggiungiamo l’accampamento. Fa molto freddo e comincia anche a piovere. Davanti a noi c’è il Fuego, uno dei vulcani più attivi al mondo, che erutta tre o quattro volte ogni ora sollevando enormi nuvole di lapilli, lava e vapori: una meraviglia della natura. Anche se sono già le quattro del pomeriggio, ci servono il pranzo: bistecca, riso e purea di fagioli, tutto molto spartano. Gli alloggi per la notte sono baracche di legno senza riscaldamento, con sacchi a pelo e coperte pesanti. Il bagno, se così possiamo chiamarlo, è fatto di tavole di legno e un buco nel pavimento. Pagando un supplemento riesco ad avere una stanza solo per me e Iris: almeno un po’ di privacy. Presto cala il buio e il freddo si fa sentire davvero: siamo quasi a 4.000 metri. Ci servono anche la cena, ma la saltiamo senza rimpianti: spaghetti riscaldati in quota, in Guatemala, anche no. Con un caffè caldo tra le mani, io e Iris restiamo seduti a osservare uno degli spettacoli più belli che la natura possa offrire. Mi sento privilegiato a essere qui, davanti a tanta bellezza. Non riusciremo mai a descrivere davvero le emozioni provate, nemmeno mostrando foto e video: resteranno custodite dentro di noi. Per il freddo alterniamo momenti nel sacco a pelo ad altri seduti fuori a guardare il vulcano. Anche nelle poche ore di sonno, i suoi boati ci accompagnano. Io non li percepisco come una minaccia, ma quasi come una forma di protezione. Sono felice come un bambino dentro una favola.

Giorno 4: alba sull’Acatenango e ritorno ad Antigua

La sveglia suona alle quattro. Ci vestiamo — o meglio, ci limitiamo quasi a mettere le scarpe, visto che abbiamo dormito con il piumino addosso — e usciamo. Gli altri affrontano una mezz’ora di trekking per raggiungere la vetta; noi restiamo ad aspettare l’alba dal nostro alloggio, conservando le energie per il rientro al campo base. Almeno la discesa voglio farla senza aiuti. L’alba arriva ed è uno spettacolo: il sole sorge e i suoi raggi colorano le nuvole sotto di noi, regalandoci una prospettiva fantastica, mentre il Fuego continua a eruttare. Alle sei facciamo colazione e alle sette e trenta il gruppo è pronto a scendere. Lasciare quel panorama è un vero peccato, e credo sia una sensazione condivisa da tutti. Iniziamo la discesa, che durerà più di tre ore. Sono concentratissimo: non posso fallire anche questa prova. Per i primi due ristori, circa tre quarti del percorso, va tutto bene; poi comincio a sentire le gambe pesanti e gli ultimi quindici minuti sembrano interminabili. Con un polso dolorante — sono anche caduto — e ormai staccato dagli altri, alla fine arrivo comunque al campo base con le mie gambe. Beviamo qualcosa di fresco, saldo il conto dei miei extra, stanza singola e cavallo, poi saliamo sul pulmino e torniamo ad Antigua, nella stessa piazza da cui siamo partiti ieri. Ci fermiamo davanti alla chiesa della Merced, dove alcuni ambulanti vendono cibo da strada. Iris, che ha ancora energie, compra due panini e delle bibite fresche, mentre io mi siedo su una panchina. Appena finito di mangiare ci incamminiamo verso la nostra camera: il primo pensiero è una doccia. Poi mi ricordo che, prima di partire, avevo lasciato delle birre in frigorifero. Ce le beviamo sulla terrazza guardando il vulcano Fuego, ora così lontano; pensare che solo poche ore prima eravamo lì è una bellissima sensazione. Sono distrutto: le gambe non hanno più energia e desidero solo riposare. Alle sette di sera ci facciamo coraggio e usciamo per cena. Ho male dappertutto, così ci fermiamo nel primo ristorante che incontriamo: musica latina a tutto volume, arredamento minimal e cibo tipico. Cosa chiedere di più? Finita la cena, torniamo in camera. Spero che domani, dopo una bella dormita, la fatica sia almeno un po’ smaltita.

Giorno 5: l’ultima giornata ad Antigua

Ci svegliamo presto, come sempre, e iniziamo la giornata con un caffè americano messo a disposizione dal nostro host. Ci sediamo sulla terrazza, vero fiore all’occhiello dell’alloggio, per goderci il panorama e, visto il fuso orario di otto ore rispetto all’Italia, ne approfittiamo anche per chiamare casa. Poi torniamo al Caffè Viejo, tanto apprezzato da Iris, dove facciamo un’ottima colazione. Nel frattempo, organizziamo il trasferimento del giorno successivo verso il Lago Atitlán. Passeggiamo fino al Parco Central, una piazza vivace e molto frequentata da gente del posto: famiglie con bambini, anziani seduti sulle panchine e una grande bandiera del Guatemala che aggiunge una nota di colore. Poco distante raggiungiamo il Tanque de la Unión, un’antica lavanderia pubblica costruita nel 1853. Con le sue 31 postazioni era un luogo di incontro per le donne che vi lavavano i panni; rubando la battuta a una guida, potremmo dire che era il WhatsApp dell’epoca. Dietro il lavatoio si trova la cattedrale di San José, del 1680. Entriamo per una visita veloce, confermando ancora una volta che gli interni delle chiese guatemalteche, almeno per noi, risultano piuttosto semplici e poco interessanti dal punto di vista architettonico e decorativo. Pagando un biglietto, visitiamo poi le rovine della cattedrale di Santiago: si può camminare al loro interno e l’atmosfera è davvero suggestiva. Tra le rovine incontriamo anche una sposa con un bellissimo abito rosso intenta alle foto di rito: tutto il mondo è paese. Terminata la visita, torniamo verso il Parco Central e lungo la strada compriamo papaya e mango già sbucciati. Ci sediamo all’ombra, su una panchina, per assaporare un po’ di vita quotidiana e facciamo amicizia con Emilio, un bambino che si diverte a dare da mangiare ai piccioni. Non avendo molta fame, decidiamo di tornare da Starbucks per uno spuntino leggero e per approfittare della connessione. Iris ha voglia di riposare, e le fatiche dei giorni precedenti si fanno ancora sentire, così rientriamo al nostro alloggio. Mi ricordo che in frigorifero ci aspettano le ultime due birre Gallo: quale occasione migliore per un brindisi sul nostro amato terrazzo? Per la cena Iris, come sempre, ha già scelto il ristorante: La Madre Tierra. Il personale si dimostra subito professionale e sorridente; ordiniamo filetti con una salsa locale, spendiamo un po’ più del solito ma mangiamo davvero bene. Concludiamo la serata con una passeggiata tra gli ambulanti che vendono artigianato e frutta. È la nostra ultima notte ad Antigua, e ce ne andiamo portando con noi la semplice bellezza di una città semplice.

Giorno 6: Panajachel e il primo tramonto sul lago

È mattina presto e mi godo per l’ultima volta la nostra fantastica terrazza. Gli zaini sono già pronti e la fermata del bus condiviso è a poche decine di metri: non ci resta che aspettare le otto, l’ora della partenza. Trascorreremo i prossimi tre giorni sul Lago Atitlán, più precisamente a Panajachel, ma prima ci attendono circa tre ore di viaggio. Arrivati alla stazione dei bus, ritiriamo i bagagli e cerchiamo di orientarci; l’autista si offre gentilmente di accompagnarci all’hotel El Sueño Real. Un ragazzo sorridente ci accoglie, ci consegna la camera e ci mostra la terrazza con vista lago, che anche qui cercheremo di sfruttare il più possibile. Da lì si apre davanti a noi il Lago Atitlán con i suoi tre vulcani: Atitlán, Tolimán e San Pedro, tutti oltre i 3.000 metri. Il lago è famoso per i suoi dodici villaggi, ciascuno con lingua, abiti e tradizioni proprie. Senza perdere tempo, lasciamo gli zaini e ci dirigiamo subito all’imbarcadero. I paesi sono collegati tra loro da lance, e noi ne prendiamo una in direzione San Juan La Laguna, nota per i suoi murales in stile naïf e per quello che gli abitanti definiscono il miglior caffè del lago. Appena scesi dalla barca, ci troviamo davanti a un paese vivacissimo e colorato. Iniziamo subito una lunga salita: ai lati si susseguono negozi e ristoranti di ogni tipo, mentre al centro della strada un murale interminabile sembra un tappeto. Intorno a noi sfrecciano tuc-tuc colorati tra la gente, creando un insieme allegro e contagioso che ci conquista subito. Ci perdiamo tra i vicoli del paese, circondati da murales ovunque: sembra di essere finiti dentro un film per ragazzi, e invece è tutto reale. Camminiamo immersi in un’esplosione di colori e scopriamo che qui circa il novanta per cento della popolazione è autoctona. Tutti sorridono e i venditori non sono mai invadenti, cosa che apprezziamo molto. Quando la fame si fa sentire, scegliamo un locale carino e ordiniamo del pollo fritto: arriva un piatto unico con mezzo pollo, riso, insalata e papaya. Tutto ottimo, unico difetto: niente birra. Poco dopo passiamo davanti a un campo di pallavolo pieno di bambini e bambine con maglie diverse; probabilmente è in corso un torneo. Tra musica a tutto volume e tifo scatenato, fermarsi a guardarli è un vero spettacolo. Continuando a girare per il paese incontriamo moltissime gelaterie e Iris, naturally, cede alla tentazione. È ora di rientrare: torniamo all’imbarcadero e prendiamo una lancia per Panajachel. Durante il tragitto verso l’hotel mi ricordo che anche qui abbiamo una splendida terrazza; compro quindi due birre fredde e saliamo a goderci il tramonto sul lago. Il Lago Atitlán è considerato uno dei più belli e iconici al mondo, e restare lì, davanti a quel panorama, ci fa sentire davvero fortunati. È uno di quei momenti che da soli valgono il viaggio. Alle otto usciamo per cena. In giro non c’è molta gente: qui si cena presto e non sembra il posto ideale per chi ama fare tardi la notte. Dopo cena facciamo una breve passeggiata e poi rientriamo in camera.

Giorno 7: Santiago de Atitlán e le tradizioni del lago

Lasciamo la camera alle 8:30 e ci incamminiamo verso l’imbarcadero. Lungo il tragitto incontriamo un’agenzia di trasporti e ne approfittiamo per organizzare gli spostamenti dei prossimi giorni. Questa mattina prendiamo una lancia per Santiago de Atitlán, il paese più grande sulle sponde del lago. Arriviamo dopo le dieci e, visto che il centro è piuttosto esteso, decidiamo di affidarci a una guida: Pedro, con il suo tuc-tuc, ci accompagnerà nei principali punti di interesse. La prima tappa è il mirador, da cui si gode una vista splendida sul vulcano San Pedro. Ci facciamo scattare una delle foto più belle del viaggio e restiamo davvero incantati davanti a questo scenario. Poco distante si trova la lavanderia: un tratto di spiaggia dove le donne del villaggio lavano i panni nel lago. Ce ne sono una ventina, intente al bucato; non è una scena costruita per i turisti, ma vita quotidiana. Scattiamo qualche foto cercando di essere il più discreti possibile. Ripartiamo e Pedro si ferma davanti a un cimitero: le tombe sono un tripudio di colori vivaci, un modo certamente diverso dal nostro di vivere e rappresentare la morte. Poi ci porta in un luogo importante per la storia del paese. Scopriamo che il Guatemala è stato segnato dalla guerra civile fino agli anni Novanta. Davanti a una caserma ormai dismessa, una targa ricorda un episodio tragico: qui, durante una manifestazione pacifica e disarmata, i militari aprirono il fuoco sulla popolazione, causando centinaia di vittime. Raggiungiamo quindi la casa di Maximón, una divinità maya che, a distanza di oltre quattrocento anni, ha ancora molti seguaci. Ci spiegano che il luogo in cui vengono custoditi il corpo e la statua cambia ogni anno, passando di casa in casa tra i fedeli. Le offerte sono particolari, dalle sigarette alla Coca-Cola. Il culto ci sembra insolito, ma, come sempre, cerchiamo di avvicinarci con rispetto a ciò in cui credono gli altri. Scopriamo anche che Maximón ha una cappella nella piazza del paese, aperta al pubblico solo tre giorni all’anno. Visitiamo poi la chiesa di Santiago Apostolo, molto colorata all’interno e decorata con striscioni che richiamano la bandiera spagnola. La visita con Pedro si conclude qui: lo salutiamo e lo ringraziamo, facendoci lasciare al mercato invece che all’imbarcadero. Passeggiamo tra bancarelle coloratissime che vendono di tutto. È bello muoversi tra le donne in abiti tradizionali che fanno la spesa, comprano frutta e oggetti per la casa. Il mercato è autentico e, a quanto pare, gli unici stranieri siamo io e Iris. Dopo aver comprato cibo, peperoncino e frutta, torniamo alla barca per rientrare a Panajachel. Cerchiamo poi un ristorante per mangiare. In Guatemala il cibo non è male, ma varia poco: pollo, riso, fagioli e uova sembrano accompagnarci a colazione, pranzo e cena. Per fortuna la birra Gallo continua a fare il suo onesto lavoro. Rientriamo un po’ in camera e poi usciamo di nuovo per sistemare alcune pratiche legate agli spostamenti dei prossimi giorni. Questo viaggio è stato studiato e organizzato da casa, ma senza prenotare tutto in anticipo: decidiamo di volta in volta. Per Antigua, ad esempio, avevamo prenotato dall’Italia solo le prime due notti; poi abbiamo aggiunto l’escursione, altre due notti e infine il Lago Atitlán. Ora tocca alla prossima meta, Semuc Champey, ma ne parleremo tra qualche giorno. Siamo stanchi: la scalata al vulcano non l’abbiamo ancora smaltita del tutto. Questa sera salteremo anche la cena. Devo recuperare energie: il viaggio è ancora lungo e, ahimè, io non sono più un ragazzino.

Giorno 8: Chichicastenango, mercato e tramonto

Sono le 6:30 e siamo già operativi. Cerchiamo un caffè aperto, ma sembrano tutti chiusi; alla fine ne troviamo uno e facciamo una piccola colazione. Rientriamo un attimo in camera e, prima di uscire, Iris nota una puntura d’insetto sul braccio sinistro, che comincia subito a gonfiarsi. Per fortuna abbiamo una farmacia vicina: compriamo una pomata cortisonica e la applichiamo subito. Alle otto arriva il pulmino prenotato nei giorni scorsi: destinazione Chichicastenango, dove il giovedì e la domenica si tiene il più grande mercato del Centro America. Dopo circa due ore di viaggio arriviamo a destinazione. L’autista ci avvisa che ripartiremo alle 14:00, quindi abbiamo quattro ore per girare il mercato. Nel tempo questo luogo è diventato anche turistico, diciamo per un buon 30%, ma il restante 70% conserva ancora un’anima autentica. Tra banchi di frutta, artigianato e abbigliamento, c’è anche chi vende solo carta igienica. Il premio assoluto, però, va a un signore che propone una pomata di coyote capace, a sentir lui, di curare ogni male: lo ripete senza sosta, con una convinzione degna di miglior causa. Giriamo senza una meta precisa tra le bancarelle di questo immenso mercato e, quasi per caso, arriviamo davanti all’Iglesia del Calvario, una piccola chiesa bianca con una scalinata in pietra. Entriamo per una visita veloce e poi ci rituffiamo nel caos colorato del mercato. Notiamo alcuni venditori intenti a spaccare pietre fino a ridurle quasi in polvere, poi le confezionano in piccoli sacchetti. Incuriositi, chiediamo spiegazioni e scopriamo che, aggiunta in piccole quantità durante la cottura del mais, questa polvere lo rende più morbido. Sul lato opposto si trova la più famosa Iglesia de Santo Tomás. All’esterno vengono ancora praticati rituali di origine maya: si bruciano strani incensi e si compiono gesti antichi, in un’atmosfera sospesa tra fede, tradizione e mistero. A questo punto la fame si fa sentire, così ci fermiamo a un chiosco dove preparano fagottini ripieni di carne. Ne ordiniamo due e io, per non rischiare un calo di energie, aggiungo anche un panino con la frittata. Continuiamo a esplorare anche gli angoli meno evidenti del mercato, guidati dalla curiosità. Compro del peperoncino da riportare a casa e, quando ormai manca poco alla partenza, ci concediamo una birra fresca in un locale: con quel caldo è practically una necessità, più che una scelta. Puntuali, torniamo al punto di ritrovo; dopo altre due ore di viaggio, alle 16:00 siamo di nuovo a Panajachel. Prima di rientrare compriamo due birre e, dopo una doccia, ci godiamo il panorama dalla terrazza. Per cena scegliamo El Bamboo, vicino al nostro alloggio: scelta che si rivela, purtroppo, infelice. Il posto non ci convince e usciamo poco soddisfatti. Facciamo due passi e, con sorpresa, scopriamo un locale affacciato direttamente sul lago. Entriamo, ci sediamo davanti all’acqua, ordiniamo della tequila e ci godiamo un tramonto da favola. In questo viaggio stiamo scoprendo la bellezza dei tramonti: che sia a 4.000 metri di quota, sulla cima di una piramide o sulla riva di un lago, riescono sempre a lasciarci senza fiato. Io e Iris viaggiamo molto proprio per questo: per vivere momenti così.

Giorno 9: dodici ore di strada verso Lanquín

Come sempre ci svegliamo molto presto e ne approfittiamo per chiamare casa, sfruttando il grande fuso orario. Alle 7:30 passa il nostro pulmino per Lanquín: oggi lasciamo Panajachel e ci dirigiamo verso Semuc Champey, dove ci aspetta un po’ di relax immersi in uno scenario naturale straordinario. Carichiamo gli zaini e partiamo. Dopo tre ore, facciamo la prima sosta, utile anche per mangiare qualcosa; poi riprendiamo il viaggio, con altre due pause lungo il percorso, per un totale di quasi dodici ore. Un trasferimento interminabile. Arriviamo infine alla stazione dei bus, un parcheggio interrato, dove incontriamo Leo: a prima vista sembra un narcotrafficante, ma si rivela subito molto simpatico. Ci carica su un pick-up e ci accompagna al nostro alloggio, a circa mezz’ora di distanza. Siamo in mezzo al nulla, circondati dalla giungla: cani e galline girano indisturbati, intorno crescono alberi bellissimi e l’umidità si taglia con il coltello. Ci assegnano il bungalow numero 9, che più che un bungalow sembra una baracca con il tetto in lamiera. A noi, però, piace moltissimo: siamo contenti di dormire qui e ci resteremo due notti. Chiediamo se è possibile mangiare e ordiniamo il solito piatto con riso, crema di fagioli e l’immancabile pollo: buono, certo, ma ormai sono otto giorni che lo mangio. Con due birre si chiude questa lunghissima giornata di trasferimento.

Giorno 10: Semuc Champey, acqua fresca e giungla

Questa mattina la sveglia ce la danno i galli, che a dire il vero hanno iniziato a cantare già alle tre. Riordino lo zaino, che ne aveva decisamente bisogno, riempiamo le borracce d’acqua e ci incamminiamo. Il parco naturale di Semuc Champey apre alle otto: noi siamo a tre chilometri di distanza e decidiamo di raggiungerlo a piedi. Lungo il tragitto vedo un uccello colorato posarsi su un albero. Ci avviciniamo e, quando riprende il volo, capiamo che è un tucano: bellissimo, il primo che vediamo dal vivo. Arriviamo alla biglietteria dieci minuti prima dell’apertura e, nell’attesa, facciamo amicizia con una coppia di tedeschi in pensione. Sono sbarcati a Montevideo più di un anno fa con un camper, hanno attraversato tutto il Sud America e stanno risalendo verso nord: concluderanno il viaggio solo quando arriveranno in Alaska. Lui parla bene italiano e, quando gli racconto che il mio progetto futuro sarebbe fare qualcosa di simile una volta in pensione, inizia a darmi consigli utili su come organizzare il viaggio. Facciamo il biglietto ed entriamo. Puntiamo subito al mirador, raggiungibile dopo una serie interminabile di gradini: quaranta minuti intensi e davvero faticosi. L’umidità è impressionante; siamo praticamente nel cuore della giungla e non sudavo così nemmeno quando giocavo a calcio. La fatica, però, viene ripagata dalla vista dall’alto. Siamo tra i primi ad arrivare e possiamo goderci il momento con calma, scattando foto e gli immancabili selfie. Poco dopo comincia ad arrivare altra gente e, visto che la piattaforma panoramica sulle vasche naturali non è molto grande, decidiamo di scendere per fare finalmente un bagno in quell’acqua fresca. Una volta sotto, scegliamo la pozza che ci ispira di più e, facendo attenzione a non scivolare, ci tuffiamo. Il sollievo è immediato: con quel caldo, l’acqua fresca è una benedizione. La bellezza di questo posto, e spero resti sempre così, sta proprio nella sua semplicità: tutto è come la natura l’ha creato. Non ci sono bar, chioschi, lettini o servizi costruiti per i turisti. Ti spogli, lasci lo zaino sotto un albero e ti immergi nell’acqua, circondato da uno scenario meraviglioso. Ritroviamo anche il nostro amico tedesco, che riprende a raccontarci le sue esperienze in Brasile, Argentina e Cile. Restiamo affascinati dai suoi racconti, sperando un giorno di poter vivere qualcosa di simile. Rimaniamo in acqua a lungo, senza alcuna voglia di uscire. Intorno a noi ci sono tantissimi pesciolini che mordicchiano i piedi: una pedicure gratuita in mezzo alla giungla, decisamente più suggestiva di qualsiasi centro estetico. Quando finalmente usciamo, ci asciughiamo al sole e salutiamo i tedeschi dicendo che abbiamo tutto bene in mente e seguiremo i loro consigli. Poi ci avviamo verso l’uscita. Un ragazzino ci chiede se abbiamo bisogno di un tuc-tuc; gli domando il prezzo per tornare al nostro B&B Lawan: quattro euro. Accettiamo al volo. Arriviamo nel tardo pomeriggio e chiediamo se è ancora possibile mangiare qualcosa: due uova strapazzate bastano a placare la fame. Poi ci concediamo un riposino nella baracca, definita così anche dalla madre di Iris durante una videochiamata, e ci godiamo il relax di questo posto immerso nella natura. Verso le sei e mezza andiamo a bere una birra e scopriamo che fanno anche la pizza, ma serve più di un’ora di attesa. La ordiniamo subito, così sarà pronta per cena. Il risultato è discutibile, ma almeno per una sera evitiamo pollo e fagioli. Ci ritiriamo in camera felici di trascorrere ancora una notte wild nella giungla.

Giorno 11: da Semuc Champey a Flores

Alle sei e trenta siamo già pronti. Usciamo per controllare la situazione dopo la pioggia intensa della notte: tra un’ora arriverà Leo con il suo pick-up per accompagnarci alla stazione dei bus. Alle otto partiamo in direzione Flores, una cittadina il cui centro storico sorge su un’isola nel Lago Petén Itzá, collegata alla terraferma da un solo ponte. Arriviamo alle 17:30; per fortuna il Wi-Fi durante il viaggio ci ha aiutato a far passare il tempo. Ci lasciano all’ingresso dell’isola e prendiamo il solito tuc-tuc, presenza ormai immancabile in tutto il Guatemala, fino all’hotel Don Francisco. Ci assegnano subito la camera e usciamo in cerca di un bancomat per prelevare contanti, visto che sono pochi i posti in cui accettano la carta di credito. Facciamo poi una passeggiata sul lungolago, proprio mentre il sole comincia a tramontare. Ci sediamo in un locale che sembra una palafitta, con i piedi a un metro dall’acqua, e ordiniamo due birre e due hamburger, che divoriamo senza esitazione. Scambiamo anche due parole con una signora canadese molto simpatica, dotata però di un tono di voce decisamente importante. So di rischiare di essere ripetitivo, ma non posso liquidarlo come un semplice tramonto: ogni volta che vedo il sole scendere lentamente nel lago mi emoziono e resto senza parole.

Giorno 12: Yaxhá, piramidi e tramonto mancato

Questa mattina non abbiamo programmi da rispettare, quindi facciamo tutto con calma. Usciamo dalla stanza alle 8:30 e andiamo alla ricerca di un’agenzia per organizzare un trasferimento: vorremmo visitare il sito archeologico di Yaxhá. Troviamo un ragazzo che ci vende due posti per il tour e, dopo aver pagato, mi giro e noto due poltrone da barbiere: geniale, due attività in un solo negozio. Ora pensiamo alla colazione. Trovare un locale con vista lago è facilissimo: ci sediamo e ordiniamo il solito uovo strapazzato con purea di fagioli, riso e caffè. Io, però, comincio ad avere una seria crisi da espresso italiano. Facciamo poi una passeggiata per Flores, un paese che probabilmente dà il meglio di sé visto dall’alto. Io avrei anche un drone, comprato due anni fa e mai usato, ma pazienza: ci accontentiamo di ammirare le sue vie colorate camminandoci dentro. Rientriamo in camera per prepararci e, a mezzogiorno, parte la nostra navetta. Dopo circa due ore arriviamo al sito. Appena scesi fotografiamo un piccolo armadillo e, poco dopo, alcune scimmie ragno impegnate in acrobazie incredibili. Facciamo i biglietti e scegliamo una guida in inglese. Appena entrati, una piccola piramide attira subito la mia attenzione: quando visito questi siti mi sento come un bambino a Mirabilandia. Chiediamo alla guida di parlare lentamente, visto il nostro livello di inglese, e riusciamo a seguire quasi tutto grazie al suo linguaggio semplice. Durante la visita, oltre alle rovine, riusciamo anche a vedere due splendidi tucani. Il finale è memorabile: saliamo sulla piramide più alta del sito per ammirare il tramonto, ormai una costante di questo viaggio. Comincio a salire gli stretti gradini mentre Iris resta sotto per scattarmi una foto: io, con le braccia aperte, provo a darmi un tono da re maya. Forse sto esagerando. Dopo lo scatto, Iris mi raggiunge. Da lassù la vista su tutto il sito è pazzesca e si percepisce un’energia difficile da spiegare. Abbraccio mia moglie e restiamo in silenzio a goderci quel momento magico. Il sole è coperto dalle nuvole, quindi il tramonto non sarà quello sperato, ma l’emozione resta intatta. Torniamo verso il pulmino quando ormai è buio e ripartiamo. Arriviamo a Flores alle 22:00, senza alcuna voglia di cercare un ristorante. Compro birra e patatine per me, un gelato per Iris, e quella sarà la nostra cena.

Giorno 13: Tikal, il sogno maya

Sveglia alle 5:00: tra un’ora partiamo per Tikal. Aspettavo questo momento da anni; ho letto molto su questo luogo e visto foto e documentari su una città avvolta da misteri e leggende. Tikal è la più grande città dell’antica civiltà maya ed è patrimonio UNESCO: solo pensare che sto andando lì mi dà una carica incredibile. Dopo una sosta per la colazione arriviamo alla biglietteria, paghiamo il ticket, riceviamo il classico braccialetto e finalmente entriamo. Oggi scegliamo la guida in spagnolo, anche perché il gruppo è più piccolo. Io, nonostante siano ormai tre Mondiali di calcio che l’Italia non si qualifica, indosso con orgoglio la maglia della Nazionale. La nostra guida, Tomás, si ferma davanti a un cartello e inizia subito con alcuni cenni storici. Poco dopo incontriamo le prime rovine e riusciamo a salire su una piccola piramide: è sempre un’emozione, resa ancora più bella dal fatto che siamo solo in otto. Poi arrives il momento che aspettavo: la piazza principale con la Piramide del Gran Giaguaro, quella vista centinaia di volte sui libri e nelle foto più iconiche del sito. Oggi posso finalmente fotografarla con il mio cellulare, e l’emozione è fortissima. Iris mi scatta decine di foto. Fa un caldo pazzesco, quindi accompagno mia moglie all’ombra e torno da solo ai piedi della piramide, dove però è impossibile salire: i divieti sono scritti a caratteri cubitali. Di fronte si trova la Piramide della Maschera, dedicata alla regina, sulla quale si può salire grazie a una scala costruita dietro la facciata. Sotto un sole che mette alla prova persino me, che il caldo lo sopporto bene, ammiriamo il Gran Giaguaro da questa nuova prospettiva e scatto altre foto. Scendiamo e ci sediamo all’ombra, mentre un coati passa tranquillo, del tutto indifferente alla presenza delle persone. Dobbiamo ripartire, io a malincuore. Poco dopo Tomás ci indica un uccello tra gli alberi, una Cocolita: è bellissimo scoprire animali nascosti nella vegetazione. La guida ci ricorda che siamo circondati dalla giungla e io non resisto: chiedo subito se ci sono giaguari, uno dei miei animali preferiti. Ci sono, risponde, ma non attaccano l’uomo e lui stesso, in tanti anni, ne ha visti solo raramente. Dopo pochi minuti, arriviamo davanti alla Piramide numero 5, che secondo Tomás è più alta del celebre Gran Giaguaro. È bella, imponente e ben conservata, con il vantaggio non trascurabile di poterla ammirare all’ombra. Peccato non si possa salire. Raggiungiamo poi la piramide più alta di Tikal: esteticamente non è la più bella e porta evidenti segni del tempo, ma si può salire tramite una scalinata costruita appositamente. Il gruppo è stanco, ma Tomás assicura che ne vale la pena. Affrontiamo la salita e, una volta in cima, il panorama ci ripaga di tutto: siamo sopra gli alberi più alti, vediamo gran parte del sito e, tra la vegetazione, spuntano le piramidi principali. Restiamo senza parole: uno spettacolo che vale davvero la fatica. Continuiamo tra le rovine fino al campo del gioco della pelota, un antico antenato del calcio. Mi immagino a giocare ai tempi dei maya e, come nel calcio moderno, sono certo che il mio ginocchio avrebbe ceduto: certe storie si ripetono. La visita finisce qui. Mi porterò dietro per sempre le emozioni di questa giornata e, quando le racconterò a Giacinto, anche lui appassionato di maya, so già che lo farò morire d’invidia. Alle due ripartiamo verso Flores. Una volta in camera mi butto sul letto: visitare il sito è stato faticoso, soprattutto con quel caldo. Usciamo verso le 18:00 e scegliamo un ristorante, rigorosamente vista lago. Ordiniamo una pizza e una grigliata di carne. Sulla strada del ritorno incontriamo una gelateria, cediamo alla tentazione e prendiamo due coni. Solo per la cronaca: il pistacchio aveva il colore della kryptonite.

Giorno 14: il primo impatto con Rio Dulce

Alle 6:00 siamo già sul bus in direzione Rio Dulce. Arriviamo alle 10:30 e il primo impatto con il paese non è dei migliori: lunghe code di enormi camion producono un rumore infernale. Controlliamo il navigatore e scopriamo che il nostro alloggio dista circa ottocento metri. Carichi come asini da soma, decidiamo comunque di andarci a piedi. Sarà la nostra prima esperienza in ostello: abbiamo una camera singola, ma il bagno è in comune. Una volta arrivati, ci informano che la camera sarà disponibile solo alle 14:00; per fortuna possiamo lasciare i bagagli e uscire più leggeri. Abbiamo letto che nelle vicinanze si può visitare un forte spagnolo raggiungibile solo in lancia. Rio Dulce si sviluppa lungo l’omonimo fiume, in una zona protetta dove vivono lamantini, coccodrilli e moltissimi uccelli acquatici. I primi due, naturally, noi non li vedremo. Contattiamo quindi un barcaiolo, contrattiamo il prezzo e partiamo verso il forte. Poco dopo ci fermiamo accanto a un isolotto pieno di uccelli bianchi: ce ne sono davvero tantissimi. Proseguendo, passiamo davanti a un cantiere per la manutenzione degli yacht; lungo il fiume si susseguono ville con attracchi privati, a conferma che qui qualcuno se la passa decisamente bene. Arriviamo infine al Castillo San Felipe, facciamo il giro del fortino e scattiamo le classiche foto. Intorno c’è un bel parco, frequentato da molte persone. A essere sinceri, il forte in sé non ci entusiasma: molto più affascinanti sono il fiume e lo scenario che lo circonda. Durante il rientro, concordiamo con il barcaiolo l’escursione che vorremmo fare il giorno dopo e fissiamo l’appuntamento. A questo punto la fame si fa sentire: cerchiamo un ristorante, ma senza grande impegno. Appena scesi dalla barca entriamo nel primo locale disponibile, che guarda caso ha una terrazza affacciata sull’acqua. Io ordino pollo fritto e pulisco il piatto; Iris prende dei tacos, ne lascia qualcuno e io mi diverto a condividerli con dei fantastici gattini. Torniamo poi al nostro ostello: la camera è finalmente pronta e qui resteremo per tre notti. Fa un caldo tremendo, ma per fortuna il condizionatore funziona alla perfezione. La sera usciamo per cena, anche se il tempo promette poco di buono. Infatti, inizia a piovere e ci rifugiamo in un market: facciamo un po’ come Nicolò Balini, curiosando tra i prodotti locali sugli scaffali. Nel centro c’è anche una gelateria, così prendiamo due gelati e, approfittando di una breve tregua, rientriamo di corsa in camera. Arriviamo appena in tempo: poco dopo si scatena una tempesta che durerà tutta la notte.

Giorno 15: Livingston, Caraibi e una brutta caduta

Ci alziamo alle 8:00. La colazione è compresa e la signora dell’ostello ci prepara pancake, papaya e una tazza di caffè. Negli ostelli, però, bisogna anche sparecchiare e lavare piatti e bicchieri: compito che, durante tutto il soggiorno, toccherà a me. Usciamo e ci dirigiamo verso l’imbarcadero, dove alle nove ci aspetta il nostro capitano. Partiamo in direzione Livingston, raggiungibile solo via acqua: prima attraversiamo un lago, poi percorriamo un fiume che sfocia nel Mar dei Caraibi. Il viaggio dura più di un’ora. Lungo il percorso vediamo molti uccelli acquatici e ammiriamo scogliere alte anche cento metri: il paesaggio è davvero bello e interessante. A metà strada il barcaiolo devia in una piccola insenatura: ci dice che stiamo cercando il coccodrillo. Mi sarebbe piaciuto molto vederlo, ma anche stavolta la fortuna non è dalla nostra parte. Arrivati a Livingston, la prima cosa che notiamo è l’atmosfera diversa: qui le persone ricordano più i giamaicani che i guatemaltechi incontrati finora. Scesi dalla barca, facciamo un giro per il paese. Attraversiamo una via con il mercato e proseguiamo fino al Mar dei Caraibi. L’acqua, però, non ha i colori che ci si aspetterebbe: siamo alla foce del fiume e il mare non dà il meglio di sé. Facciamo comunque due passi sulla spiaggia; qualche palma c’è, ma poca roba. Continuiamo a camminare sotto un sole cocente finché troviamo un ristorante che ci ispira. Entriamo e ordiniamo gamberoni alla piastra: piatto pazzesco, il miglior pranzo del viaggio fino a questo momento. Torniamo alla barca e, prima di ripartire, offro una Coca-Cola al barcaiolo. Rifacciamo il tragitto al contrario e rientriamo a Rio Dulce. È difficile descrivere il caldo e l’umidità di questo posto. Cerco di tenere Iris idratata con acqua e sali minerali; ci sediamo su una panchina all’ombra, ma lei soffre molto queste temperature. Chiamo quindi un tuc-tuc e torniamo in camera, benedetta dall’aria condizionata. Per la cena Iris trova sul telefono un locale molto bello. Ci sediamo a un tavolo sul pontile, raggiungibile anche in barca: l’ambientazione è perfetta. Dal menu scegliamo uno spiedone di carne, bellissimo da vedere ma pessimo da mangiare. Pazienza: ordiniamo un’altra birra, ci godiamo il panorama e anche oggi mangeremo bene domani. Rientriamo all’ostello quando è già buio. Dobbiamo percorrere circa ottocento metri, senza marciapiedi e con diversi camion che passano accanto a noi. Accendo la torcia del cellulare per farci vedere meglio, ma a un certo punto inciampo in un pezzo di asfalto e cado pesantemente. Mi riparo con la mano sinistra e mi faccio davvero male. Fatico a rialzarmi per il dolore e, quando ci riesco, mi accorgo che il traffico si è fermato e un vigile è venuto a sincerarsi delle mie condizioni. Lo rassicuro dicendo che siamo vicini al nostro alloggio e, mentendo spudoratamente, aggiungo che sto bene. In camera io e Iris ridiamo ripensando alla figuraccia fatta in strada, ma il dolore al polso mi preoccupa: fa davvero male e spero non comprometta il resto del viaggio. Dopo il fallimento sull’Acatenango, le cadute durante la discesa dal vulcano e quest’ultimo capitombolo, comincio a pensare che forse sia arrivato il momento di ammettere una dura verità: non sono più quello di una volta.

Giorno 16: l’ultima sera a Rio Dulce

Sono le 8:00 e siamo ancora in camera: oggi ce la prendiamo con calma. Il polso mi fa malissimo e la cosa mi preoccupa. Non abbiamo programmi da rispettare, quindi facciamo colazione senza fretta; poi, naturalmente, tocca a me lavare i piatti. Verso le 9:30 usciamo per completare la visita di Rio Dulce, un paese che dà il meglio di sé lungo le sponde del lago. Arriviamo davanti alla classica scritta “I love Rio Dulce” e, per un minuto, smettiamo i panni dei viaggiatori per indossare quelli dei turisti qualunque: foto di rito con la scritta alle spalle. Cerchiamo qualche souvenir e poi ci fermiamo al solito ristorante per pranzo. Nelle ore più calde, anche oggi, ci rifugiamo in camera sotto la benedizione dell’aria condizionata. Usciamo di nuovo verso le 17:30 in cerca di un bel ristorante, con la speranza di mangiare finalmente bene. Ci sediamo, scopriamo che nel menu c’è la pizza e ordiniamo due Margherite con due birre Corona. Scelta azzeccata: sono più che accettabili e, finalmente, la cena ci soddisfa. Per chiudere in bellezza la nostra ultima serata a Rio Dulce, ordiniamo due rum Zacapa: top.

Giorno 17: frontiera a piedi e arrivo in Honduras

Sveglia alle 7:00. Riordiniamo i bagagli e, dopo colazione, zaini in spalla, ci dirigiamo verso la stazione dei bus. Alle 9:30 partiamo per El Florido, località al confine tra Guatemala e Honduras. Il viaggio è lungo e faticoso; a renderlo ancora peggiore contribuisce l’autista, con comportamenti discutibili in fatto di igiene ed educazione. Senza entrare nei dettagli, riesce a trasformare lo spostamento in un vero inferno. Il capolinea dell’autobus si trova a circa cinquecento metri dal confine. Carichi dei nostri zaini, ci incamminiamo a piedi verso la frontiera. Attraversare la linea tracciata a terra con la scritta “Honduras” ci emoziona più di quanto saprei spiegare: mettiamo così piede nel nostro cinquantunesimo Stato. Entriamo nell’ufficio immigrazione: prima sbrigano la pratica di uscita dal Guatemala, poi passiamo a quella per l’ingresso in Honduras. Paghiamo una tassa di tre dollari e, finalmente, siamo ufficialmente autorizzati a entrare. La nostra destinazione è Copán, che raggiungiamo con un piccolo pulmino piuttosto datato, destinato a partire solo una volta completo. Dopo circa mezz’ora arriviamo in paese e la prima impressione è subito positiva. Siamo qui per visitare le rovine maya di Copán, cosa che faremo domani. Per pagare il bus avevamo cambiato alla frontiera alcuni quetzal in lempira da un tizio del posto. Arriviamo alla Casa del Caffè per il check-in, ma dormiremo in una dependance poco distante: un appartamentino minuscolo che piace moltissimo a Iris, con due dettagli curiosi, il letto soppalcato e la porta del bagno in stile saloon. Doccia veloce e siamo di nuovo in strada. Siamo in Honduras, e questa sola idea mi fa stare bene. Ci fermiamo al primo ristorante che troviamo: solito pollo, perché anche qui il menu non sembra voler cambiare. L’aggravante della serata, però, è seria: niente birra. Facciamo una breve passeggiata esplorativa e poi andiamo a letto.

Giorno 18: Copán, pietre incise e pappagalli rossi

Il nostro orologio biologico ci sveglia alle 6:00. Aspettiamo che alla Casa del Caffè inizino le colazioni e, tra frutta, uova e un caffè, siamo pronti per partire. Il navigatore indica che il sito archeologico dista appena ottocento metri, così ci incamminiamo fiduciosi. Arrivati al punto segnalato, però, non troviamo nessun ingresso. Si ferma un tuc-tuc e l’autista ci spiega che l’accesso vero si trova a tre chilometri: gli chiediamo quindi di accompagnarci e, visto che anche domani avremo bisogno di muoverci, ci accordiamo con lui per il trasporto. All’ingresso acquistiamo il biglietto completo, che comprende parco, tunnel e museo, e decidiamo di prendere anche una guida privata in spagnolo, al costo di trenta dollari. Raggiungiamo un grande spiazzo con statue di re e stele: la particolarità di Copán, rispetto agli altri siti maya visitati negli anni, è la presenza di iscrizioni incise sulle pietre. Il luogo mi affascina subito; faccio molte domande e, per fortuna, riusciamo a seguire bene le spiegazioni perché la guida parla lentamente. Durante la visita vediamo volare due Ara Macao, splendidi pappagalli rossi. Li avevo sempre visti su un trespolo; osservarli finalmente liberi nel cielo è emozionante. Attraversiamo poi il campo della pelota, un luogo che, da ex calciatore, continua a esercitare su di me un fascino particolare. Qui notiamo una differenza rispetto ad altri siti: invece di centrare un cerchio, bisognava colpire teste scolpite di pappagallo. Arriviamo quindi alla piramide, anch’essa ricca di incisioni e decorata con statue lungo la scalinata: un’altra caratteristica che, finora, abbiamo trovato solo a Copán. Nei siti messicani e guatemaltechi non ci era mai capitato di vedere nulla di simile. Proseguiamo fino a una piazza circondata da gradinate, quasi un anfiteatro, dove il re parlava alla popolazione. Facciamo un giro salendo sui gradoni e poi salutiamo la nostra bravissima guida. Visitiamo poi i tunnel, due passaggi in cui si possono osservare edifici nascosti sotto le gradinate. Il luogo è affascinante, anche se la distanza ravvicinata non permette di coglierne appieno la bellezza. Sappiamo però che al museo troveremo una ricostruzione in scala reale, utile per comprenderli meglio. Al museo ci accoglie subito la ricostruzione del palazzo, dipinta di rosso, colore che pare fosse quello originale. Nei tunnel avevamo visto maschere scolpite bianche, ma osservando questa ricostruzione riusciamo finalmente a dare un senso più completo alla visita precedente. Concludiamo il percorso tra reperti molto interessanti e particolari, poi ci fermiamo nei negozietti di souvenir all’esterno e compriamo qualche oggetto da portare a casa. Mangiamo infine un piatto al ristorante del parco e, con il solito tuc-tuc, rientriamo al nostro appartamento. Facciamo un riposino per evitare le ore più calde, poi una doccia rinfrescante ci rimette in sesto e usciamo a fare un giro per la cittadina. Arrivati in piazza, troviamo parecchia gente e sentiamo persino alcuni gruppi parlare italiano, una rarità in questo viaggio. Passiamo davanti alla chiesa, dove molte persone aspettano l’uscita di una sposa; poi, completato il giro della piazza, ci mettiamo alla ricerca di un ristorante per la cena, scelto come sempre da Iris. Anche stasera finiamo davanti al pollo, presentato in modo diverso ma sempre pollo resta. Qui siamo in Honduras e lo Zacapa non c’è: ci consoliamo con un altro rum per chiudere la serata.

Giorno 19: Jesús, gli Ara Macao e una pizza condivisa

Anche oggi facciamo colazione alla Casa del Caffè e alle 8:30 ci aspetta il nostro autista per portarci al Macaw Mountain Bird Park, un santuario dedicato al recupero degli uccelli in difficoltà e alla sensibilizzazione della popolazione sul rispetto di questi animali e del loro habitat. Arrivati all’ingresso, acquistiamo il biglietto e iniziamo il percorso: il posto è bellissimo, si cammina nella foresta, attraversata da un fiume e punteggiata da piante di caffè. Subito incontriamo una grande voliera con molti Ara Macao. Vederli in gabbia mette un po’ di tristezza, ma qui la cattività ha un senso: sono esemplari con problemi, soprattutto alle ali. Proseguendo vediamo pappagalli verdi, tucani di una bellezza particolare — sia Pico Negro, con il becco giallo e marrone, sia Pico Colorato, dai colori vivacissimi — e diversi rapaci. Il più affascinante è l’avvoltoio papa, con testa e becco dai colori incredibili. Ogni anno il parco organizza una festa durante la quale vengono liberati gli esemplari guariti e ormai in grado di volare; molti, però, restano nei dintorni di quello che è stato il loro habitat durante la convalescenza, così possiamo ammirarne diversi liberi tra gli alberi. Trascorriamo due ore bellissime e, prima di uscire, lasciamo un piccolo contributo in una cassetta e acquistiamo due magliette con il logo del parco. Il nostro autista, Jesús, è rimasto ad aspettarci. Scopriamo che sua moglie si chiama Iris e che è proprio la ragazza che ci ha venduto le magliette. Jesús ci propone poi di visitare l’azienda San Lucas, famosa per il panorama, il buon ristorante e, a quanto abbiamo letto, anche per i corsi di yoga all’alba. Una volta arrivati, la bellezza del luogo e della vista è evidente: resta solo da verificare se il ristorante sia all’altezza. Ci sediamo e mi viene in mente che Jesús è fuori ad aspettarci; lo chiamo e lo invito a mangiare con noi, perché non mi sembra giusto lasciarlo lì senza pranzo. A tavola gli faccio molte domande sulla vita in Honduras e su tante altre curiosità. Dopo aver mangiato bene, ci facciamo riaccompagnare in camera e lo prenotiamo anche per la mattina seguente. Dopo il classico riposino usciamo per cena. In piazza capiamo subito che è lunedì: in giro c’è pochissima gente. Ci sediamo a un tavolo all’aperto e ordiniamo due pizze, che si rivelano enormi; probabilmente ne sarebbe bastata una. Io e Iris ne mangiamo solo metà ciascuno. Si avvicina una ragazza per venderci un piccolo oggetto; le spiego che non posso comprare nulla perché non ho più lempira, visto che domani torneremo in Guatemala. Poi le chiedo se vuole la pizza e lei accetta. Poco distante un ragazzino mi guarda: gli offro la mia mezza pizza e lui sembra non aspettare altro. È un gesto piccolo, lo so, ma sono contento di averlo fatto. Ci incamminiamo verso il nostro alloggio e, attraversando la piazza, stringo Iris in un abbraccio, come per fissare per sempre dentro di noi l’emozione di questo momento.

Giorno 20: da Copán a Guatemala City

Alle 7:30 usciamo con gli zaini in spalla e Jesús, il nostro autista, è già lì ad aspettarci. Ci accompagnerà alla frontiera in tuc-tuc. Ci aiuta a caricare i bagagli e partiamo. In mezz’ora arriviamo al confine; ci lascia il più vicino possibile, paghiamo la corsa, gli do anche una mancia e ci salutiamo scambiandoci i numeri di telefono. Ormai siamo diventati amici e continueremo a scriverci anche quando sarò in Italia. Riattraversiamo la frontiera a piedi, questa volta dall’Honduras al Guatemala. Sbrighiamo le pratiche negli uffici immigrazione e, dopo i timbri di uscita e d’ingresso, siamo di nuovo in Guatemala. Raggiungiamo la fermata degli autobus: partiremo tra un’ora per Guatemala City. Nell’attesa ne approfittiamo per prendere un caffè e un biscotto confezionato, un Oreo. Sul bus ci accoglie un autista dalla professionalità tale da far impallidire quello precedente. Ci dice che arriveremo nella capitale alle 15:00, e così sarà. Scendiamo, recuperiamo i bagagli e prendiamo un taxi fino al nostro hotel. Questa volta Iris ha alzato il livello: abbiamo una camera bellissima al quattordicesimo piano, con una grande vetrata che ci ricorda New York. È davvero lussuosa e costa sessantadue euro. Ci accorgiamo subito che questa città è molto diversa dal Guatemala visto finora: moderna, piena di palazzi alti e grandi edifici. Usciamo e raggiungiamo un centro commerciale a poche centinaia di metri dall’hotel. Una volta arrivati, scopriamo uno dei più grandi che io abbia mai visto: otto piani di negozi firmati e ristoranti, sarebbe piaciuto tantissimo a Sara, la nipote di Iris. Facciamo un primo giro di esplorazione, troviamo un bar che serve aperitivi e ne approfittiamo per ordinare due spritz, brindando mentre facciamo un primo bilancio di questo fantastico viaggio ormai agli sgoccioli. Ci sono ristoranti di ogni cucina del mondo; per cena scegliamo quella vietnamita e ordiniamo due pho, la tipica zuppa. Poi prendiamo un caffè prima di rientrare nella nostra splendida stanza. Ormai non abbiamo più nulla da chiedere a questo viaggio: questa è l’ultima notte di una splendida avventura.

Giorno 21: l’ultimo giorno e il ritorno verso casa

Buongiorno, amore mio. Mi sveglio con il mio consueto buon umore. Alle 8:00 usciamo e torniamo al centro commerciale per fare colazione, ma lo troviamo ancora chiuso. Per fortuna c’è uno Starbucks aperto e ci rifugiamo lì. Facciamo una bella colazione: salata per me, dolce per Iris, accompagnata da un caffè bollente che, a quelle temperature, sembra impossibile da raffreddare senza ricorrere al ghiaccio. Rientriamo in camera per un ultimo momento di relax, poi arriva l’ora di lasciarla. L’hotel ci chiama un taxi per l’aeroporto; arriviamo con largo anticipo, passiamo i controlli e pranziamo con hamburger e Coca-Cola. Nel frattempo, Iris esplora i negozi di souvenir, decisa a spendere gli ultimi quetzal rimasti. Alle 17:00 il nostro volo Iberia decolla verso El Salvador. Dopo uno scalo di un’ora, ripartiamo per Madrid, ultima tappa prima del volo per Bologna e del ritorno in Italia.

Quello che resta del viaggio in Guatemala e Honduras

Ogni viaggio importante lascia qualcosa che non si riesce subito a spiegare. All’inizio pensi di partire per vedere luoghi nuovi, attraversare città, salire su vulcani, camminare tra rovine antiche e riempire la memoria del telefono di fotografie. Poi, giorno dopo giorno, capisci che il vero viaggio non è soltanto quello che fai sulla mappa, ma quello che succede dentro di te mentre provi a stare davvero dentro a ciò che incontri. Il Guatemala ci ha regalato colori, fatica, polvere, sorrisi, mercati pieni di vita, tramonti capaci di fermare il tempo e vulcani che sembrano parlare direttamente all’anima. L’Honduras, anche se vissuto solo per pochi giorni, ci ha donato Copán, gli Ara Macao liberi nel cielo, l’incontro con Jesús e quella sensazione speciale che nasce quando un posto, senza fare troppo rumore, riesce comunque a conquistarti. Porto a casa la meraviglia di Tikal, aspettata per anni e finalmente vista con i miei occhi; il silenzio emozionato davanti al Fuego; la bellezza sospesa del Lago Atitlán; la semplicità selvaggia di Semuc Champey; il caldo umido di Rio Dulce; le frontiere attraversate a piedi; i tuc-tuc presi al volo; le birre bevute sulle terrazze; il pollo mangiato in tutte le forme possibili e immaginabili. Porto a casa anche le cadute, il polso dolorante, la fatica dell’Acatenango e la consapevolezza, non sempre facile da accettare, che il corpo ogni tanto presenta il conto. Ma forse anche questo fa parte del viaggio: ricordarti chi sei, quali limiti hai, e farti comunque scoprire che puoi ancora emozionarti come un bambino. Più di tutto, però, porto con me i momenti condivisi con Iris. Gli abbracci davanti a un tramonto, le risate nei momenti scomodi, le scelte improvvisate, le colazioni trovate per caso, gli sguardi complici quando le parole non servivano. Un viaggio così non è fatto solo di posti visitati, ma di due persone che continuano a scegliere di stupirsi insieme. Ed è forse questa la parte più preziosa: sapere che la bellezza diventa ancora più grande quando puoi voltarti e trovarla riflessa negli occhi di chi ami. Torno a casa con la sensazione di aver vissuto qualcosa di pieno, intenso, imperfetto e bellissimo. Non tutto è stato comodo, non tutto è andato come previsto, non sempre abbiamo mangiato bene e non sempre il mio fisico ha collaborato come avrei voluto. Ma proprio per questo il viaggio mi sembra vero. Perché i ricordi più forti non nascono dalla perfezione, ma da ciò che ti sorprende, ti mette alla prova, ti fa sorridere e, qualche volta, ti commuove. Guatemala e Honduras resteranno dentro di noi come una raccolta di immagini vive: il rosso dei pappagalli, il verde della giungla, il blu del lago, il fumo dei vulcani, le pietre antiche dei maya, i mercati pieni di voci e i tramonti che sembravano volerci salutare ogni sera in modo diverso. E se oggi questo viaggio finisce, so che non se ne andrà davvero. Continuerà a riaffiorare nei racconti, nelle fotografie, in una birra bevuta ricordando una terrazza lontana, o in un sorriso improvviso pensando a quanto siamo stati fortunati a viverlo.

 


Mister66
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