9 giorni in Marocco: un viaggio di 1800 chilometri tra deserto, città e medine

Un viaggio epico! oltre1800km in 9 giorni degli "attempati per caso "tra le città imperiali il deserto del Marocco
Scritto da: ARMIC
9 giorni in marocco: un viaggio di 1800 chilometri tra deserto, città e medine

Un viaggio epico in Marocco, oltre 1800 km in 9 giorni, un’avventura incredibile dalle città imperiali al deserto di Merzouga, passando dalla costa atlantica al Rif, il rientro a Casablanca, dopo aver toccato i confini con l’Algeria. Un viaggio impegnativo, una sfida contro il tempo per assaporare il deserto, le Tagine marocchine e “chi ne ha più ne metta”. Ci hanno accompagnato nel tour: Alessandra, titolare dell’agenzia di viaggio “Capitani Strepitosi Tour”, Beppe suo compagno di vita, e Claudia la figlia di Mimmo e Nunzia. “Una ventata di gioventù “ che ci ha reso più agile il disbrigo delle solite formalità, aerei valige hotel e ristoranti. Claudia si è aggregata per ultima al gruppo, mancava al suo curriculum turistico “il Marocco” quindi ha colto l’occasione con i suoi genitori. Si è distinta per le sue “performance”, dall’acquisto della Sim telefonica locale in aeroporto a Casablanca, ai 3000 Cammelli offerti dalla guida, per poi smarrire i suoi occhiali da vista alla fine del viaggio. Le “imperfezioni salutari dell’età degli attempati” sono state messe a dura prova per gli oltre 1800 km di strada. Alla partenza ero preoccupato per il programma di viaggio impegnativo, sono stato felicemente smentito dal gruppo, mentre il sottoscritto, avvezzo a viaggiare in auto e camper, ha dovuto dare forfait nell’ultimo tratto: una gastroenterite “locale” mi ha impedito di godere appieno i sapori della cucina marocchina. In pratica sono stato “assente” da Fes all’arrivo a Marrakesh, ho perso il tramonto e l’alba sul deserto di Merzouga, le Gole di Thodra, Thighir e la piazza di Marrakech di notte. Imprevisti che nulla tolgono alla suggestiva atmosfera dei paesaggi e dei colori del Marocco che ho riprodotto sulle mie tele.

Il cronoprogramma del viaggio

  • 1° giorno: Partenza aero da Bari Arrivo serata Casablanca
  • 2° giorno: Casablanca-Rabat- LaracheLixus (260km)
  • 3° giorno: Larache lixus- Chefchaouen- Fez (370km)
  • 4° giorno: Fes capitale spirituale
  • 5° giorno: Fes ifrane-Edfoud- deserto di Merzouga 4×4 (450 km)
  • 6° giorno: Deserto Merzouga -Gole di Todra- Tinghir (190 km)
  • 7° giorno: Tinghir- Quarzazate- Ait Ben Haddou- Marrakech (360km)
  • 8° giorno: Marrachesh, la città rossa
  • 9° giorno: Marrachesh Casablanca volo rientro a Bari (240km)

Diario di viaggio in Marocco

Giorno 1 – Arrivo a Casablanca

Partenza in mattinata da aeroporto Bari per Roma Fiumicino, nel pomeriggio prosieguo volo per Casablanca. Dopo essere stati omaggiati dalla nostra Alessandra con cappello zainetto e bandana personalizzate, la stessa ci ha condotti come bravi scolaretti nella sala vip di “Fiumicino” per un inaspettato break. Qui abbiamo atteso l’imbarco per il volo previsto per le 18.00. Arrivo in tarda serata nella dinamica metropoli affacciata sull’Atlantico. Accoglienza con qualche ritardo da parte del nostra guida, “detto ALDO” per la sua somiglianza con il comico del famoso trio italiano, quindi, ci siamo trasferiti all’Onomo Hotel per la Cena e pernottamento. Durante il tragitto si ha subito l’impressione di una città europea, moderna, con strade e traffico abbastanza scorrevole, viaggiamo su un comodo minibus (Ducato maxi 14 posti). L’hotel un 4 stelle è centralissimo, la prima cena mi vede un po’ interdetto, non sono molto predisposto alle spezie locali, mi limito a qualcosa che più si addice ai gusti europei.

Giorno 2 – Casablanca – Rabat – Larache Lixus (256 km)

Dopo la colazione, caricati i bagagli, si parte per la visita della Casablanca moderna: alloggiamo nella city center, Il traffico è bloccato, i vigili fanno il servizio d’ordine perché è in partenza la maratona. Un breve giro e siamo nell’immensa piazza della moschea Hassan II, il programma prevede una visita esterna, ma con 15 euro a testa, decidiamo di visitarla. Prima di entrare, ci togliamo le scarpe e le poniamo in un sacchetto. Siamo in tanti, turisti di tutte le nazionalità. In postazione assieme ad altri italiani, ascoltiamo la nostra guida che ci descrive la storia della moschea, unica nel suo genere perché costruita sul mare. È imponente, una delle più grandi moschee al mondo. Inaugurata nel 1993, fu affidata la sua costruzione all’architetto francese Michel Pinseau, dal re Hassan II. All’interno, nella sala della preghiera, possono essere ospitati fino a 25.000 fedeli, mentre all’esterno 80.000. Il re Hassan prese spunto da un versetto coranico nel quale si dice che “il trono di Dio fu costruito sull’acqua”. Ecco perché, per ben 2/3, è sul mare. Un insieme di tradizione, arte e tecnologia. Ci vollero circa 6.000 persone, tra artigiani e operai, più di 7 anni per portare a termine l’opera. Il popolo marocchino dovette pagare tasse molto salate per finanziare i lavori. Il minareto è il più alto del mondo, oltre i 200 metri di altezza. Sulla sua sommità, un forte raggio laser indirizzato verso la Mecca è visibile da 30 km di distanza. La moschea conta 5 porte automatiche, che si aprono come un libro, così come il tetto in cedro della sala delle preghiere. I 56 lampadari presenti nella sala sono di Murano. Il più grande pesa oltre una tonnellata. Quando c’è bisogno di pulirli o di cambiare le lampadine, scendono automaticamente fino al pavimento, che è completamente riscaldato in inverno.

Continuiamo la visita della città con la navetta, per arrivare e scendere per le foto nella vivace Piazza Mohamed V e nella Piazza delle Nazioni Unite, esempi di architettura moresca e art déco. Immancabili selfie in compagnia dei piccioni e dei caratteristici venditori di acqua. Prima di lasciare Casablanca e proseguire per Rabat, ci fermiamo sul lungomare per un te aromatizzato nel caratteristico locale “tropicana Space”, dove ci fotografiamo davanti al cartellone del film CASABLANCA di BOGART e BERGMAN.

Abbiamo le ore contate, continuiamo in direzione nord, un percorso misto tra superstrade e autostrade a quattro corsie. Il verde ai bordi delle strade è curato al massimo, il traffico è regolare. Appena fuori da Casablanca, verso le 13.00, ci fermiamo per il pranzo in un ristorante caratteristico a Mohammedia (a una trentina di km), cittadina sul mare con spiagge attrezzate. Qui ho gustato una discreta frittura di pesce, assieme ad un gatto che non mi ha lasciato tranquillo con la sua zampetta.

Rabat dista 100 km da Casablanca, arriviamo nel tardo pomeriggio (un’altra toccata e fuga). Il minibus ormai è divenuto il luogo in cui passiamo gran parte del nostro tempo. Siamo i soliti sei attempati con badanti a seguito, quindi ci divertiamo a commentare ironicamente ogni particolare, per scatenare la catena di sfottò che amo alimentare per dare ritmo al viaggio. Il mio bersaglio preferito è “Aldo”, la guida. Ha capito che a me piace scherzare, e lui ci sta, ma attenzione: non gli “nominate invano” la madre, altrimenti… ti parla dello “scorpione”, come ha fatto con me nel deserto di Merzouga; con Alessandra le cose vanno diversamente. Il suo ritardo all’aeroporto lo ha pregiudicato, ora è tallonato sul programma.

Siamo arrivati a Rabat, città imperiale (sito UNESCO) sul mare, 650.000 abitanti, con verde, strade accessibili e spaziose, il cielo e il mare azzurro. A Casablanca era grigio quando l’abbiamo lasciata.

Sulla sinistra, la nostra guida ci fa notare il Palazzo Reale, sede del governo e il suo parco. Incuriosito sul Re del Marocco MuhammadVI gli chiedo dove alloggia (oggi città imperiale ha il suo palazzo reale chiuso al pubblico). Aldo mi dice che è molto malato e non si sa dove sia. Un alone di mistero sembra avvolgere il sovrano, che viene considerato “diversamente” rispetto ai ministri e politici poco stimati dal popolo. Non insisto con la guida per non metterlo in difficoltà, ma sul tema vanno precisati alcuni aspetti: l’architettura governativa e la situazione attuale del Marocco (approfondimenti successivi).

Il tragitto dal palazzo reale per arrivare alla torre di Hassan (simbolo della città) e al Mausoleo di Mohammed V è semplice, diritto in direzione nord. In pochi minuti si arriva alla porta di ingresso del sito, presieduta da due cavalieri su cavalli bianchi, immobili come statue viventi. Entrati, sulla sinistra, un filare di colonne facenti parte della grande moschea incompiuta, più in là il minareto alto 33 metri. Più avanti, sulla destra, il mausoleo di Mohammed V, dove sono sepolti i sovrani. Dal mausoleo si può ammirare il panorama della città, dove spicca l’edificio più alto dell’Africa, la Mohammed IV tower, un grattacielo di 250 metri, simile a una rampa di lancio, dove alloggiano alberghi, banche, uffici, abitazioni di lusso e una grande terrazza panoramica su Rabat. Si chiamano città imperiali per via delle dinastie arabe. Mohammed V ottenne l’indipendenza del Marocco dalla Francia nel 1956.

Nel tardo pomeriggio proseguiamo lungo la costa sull’autostrada per circa 170 km, fino all’hotel Larache Lixus per la cena e pernottamento. Ovviamente la città di Larache e le rovine di Lixus non le riusciamo a vedere per questioni di tempo, ma vale la pena ricordare che siamo sull’Atlantico vicino a Tangeri (70 km). Larache è un porto fluviale, fondata nel basso medioevo a seguito della conquista araba, la sua popolazione è mista con molti di origine andalusa (20%) ed una piccola comunità ebraica. Poco km a nord di Larache vi è il sito archeologico di Lixus, un insediamento Fenicio-Cartaginese che divenne avamposto imperiale dei romani dopo la caduta di Cartagine. Siamo stanchi, abbiamo trascorso una giornata intensa, non ci rimane che il confort dell’albergo (il migliore del viaggio). Grande piscina, grandi e comode stanze, la cena più indicata anche per gli europei. Domani ci aspetta un altro lungo viaggio per arrivare a Fez, conviene riposarci.

Giorno 3 – Larache Lixus – Chefchaouen – Fès (370 km)

Partenza al mattino verso le montagne del Rif fino a Chefchaouen, la celebre “città blu”, le cui case, vicoli e scale sono dipinti in sfumature d’indaco. La strada è panoramica. Il Rif è una catena montuosa parallela alla costa atlantica del Marocco, all’interno del parco nazionale di Talassemate dove si trova incastonata la località di Chefchaouen. Dopo tre ore di viaggio da Larache (140 km) ci fermiamo verso le 12,30 in un ristorante caratteristico all’ingresso della città. Il tempo è variabile, si passa dal nuvoloso al sereno. Il ristorante, allestito ed apparecchiato con reperti nostalgici come radio e giradischi datati, ha una grande veranda da cui si può ammirare il panorama della città. Siamo i primi, ci attende un tavolo da otto apparecchiato in maniera marocchina con le caratteristiche stoviglie marocchine. Prevale l’azzurro nella sala che richiama le case di questo caratteristico luogo. Un tè alla menta ci congeda il pranzo.

Subito dopo ci avviamo a piedi nella cittadina, fondata nel 1471 come fortezza per combattere i portoghesi. Al centro della Medina la piazza principale Uta al Hamman, vicino alla gran moschea e alla Kasba del XVIII secolo. Guidati da una guida locale che non parla l’italiano, ci “affidiamo” alla traduzione di Aldo che esterna la sua simpatia per Claudia, offrendogli una mandria di Cammelli. Visitiamo l’interno della Kasba, una cinta muraria di fango rosso con 10 bastioni da cui ci si difendeva dagli attacchi nemici, al suo interno oltre agli ambienti per i soldati vi è un florido giardino con fontane e un museo etnografico che racconta usi e tradizioni del RIF (poco interessante). Continuiamo la passeggiata visitando la Medina, un groviglio di viuzze fontane tutte rigorosamente affrescate in azzurro come le stesse case. Mi sono chiesto perché sono tinteggiate di azzurro, sembra che ci siano due leggende, la prima attribuita agli ebrei: l’azzurro avvicina al paradiso, la seconda forse più plausibile: per tenere lontano le zanzare. Foto di rito, poi si riprende la strada per Fez che dista più di 200 km (quasi 4 ore di viaggio), dopo aver acquistato calamite e oggetti vari di cui Tonia e Menica sono accanite acquirenti.

La strada per Fez è panoramica, si attraversano valli, colline e campi coltivati, ogni tanto qualche villaggio berbero e qualche distributore per fermarci alla Toilette, bere un caffè, e rispettare le pause di preghiera coranica dei nostri due accompagnatori. Si ha un senso di tranquillità rurale durante il percorso, infine scendendo in pianura lasciato alle spalle il Rif, andando incontro alle alture del medio atlante arriviamo nel tardo pomeriggio al Zolagh parc Hotel di Fes per la cena e il pernottamento. L’albergo è un quattro stelle con piscina e spa. Turisticamente affollato con camere abbastanza ariose e comode, ci attende con cena a buffet. Non ho molta fame, mi limito alla frutta. Dopo cena ci intratteniamo nella grande hall, e nel locale dell’albergo dove suonano dal vivo musica locale.

Giorno 4 – Fès, la capitale spirituale del Marocco

Una intera giornata dedicata alla scoperta di Fès, culla dell’artigianato e della cultura marocchina. Dopo colazione siamo pronti per visitare come da programma la città, che ci appare più movimentata rispetto alle altre località fino ad ora visitate. Anche qui veniamo accolti da una guida locale, parla discretamente l’italiano, ha una suola difettosa della scarpa destra che si farà incollare durante il tragitto.

Arrivati di fronte al palazzo Reale, uno dei più grandi e antichi del Marocco (XIV secolo), rigorosamente chiuso al pubblico; non ci resta che fotografare le sue sette porte di ingresso di bronzo (sette perché sono sette i giorni della settimana e sette sono i livelli della monarchia del Marocco), incorniciate da migliaia di piccole piastrelle zelline, azzurre e verdi.

Nel frattempo arriva la guida locale che ha “provveduto” al suo inconveniente e ci porta a destra sotto l’arco della vecchia Medina. La medina di Fez (SITO UNESCO) è un labirinto di vicoli, dove il tempo sembra essersi fermato. Riferimento per districarsi è il minareto della moschea di Charabliyne accessibile ai soli islamici, visitiamo una storica medersa (scuola coranica) e il Museo/Caravanserraglio Nejjarine. Continuando nel percorso incontriamo botteghe di artigiani che lavorano il rame, il legno i tessuti, le ceramiche, per poi arrivare alle concerie, dove si possono vedere le vasche di lavaggio delle pelli e la loro concia. Un odore nauseabondo ci invade, è il guano e l’urina di vacca utilizzato nella loro lavorazione.

È ora di pranzo, entriamo in un ristorante tipico all’interno della medina (Asmaet). Per finire una breve visita al panorama della città e rientro in albergo. La serata continua nella hall e nel ristorante dell’albergo per la cena. Rientrano anche Beppe e la sua compagna Alessandra dopo una rilassante seduta di massaggi alla Spa. Stasera la mia cena è stata un pezzo di grana che Nunzia ha nel suo zaino, ricco di scatolette di tonno e simmental ecc. (precauzione alimentare italiana di cui si avvale per i viaggi all’estero)

Mimmo e Menica amano provare le cibarie locali, mentre il nostro Enzo è sempre disperatamente alla ricerca di un piatto di pasta, possibilmente spaghetti.

Al mattino seguente, dopo una nottata “particolare”, mi sono avviato con gli altri sulla navetta, ma da quel momento il viaggio è divenuto un ricordo appannato che solo verso la fine, nell’ultimo giorno a Marrakesh, riuscirò a sbrinare con un po’ di lucidità.

Giorno 5 – Fès – Ifrane – Erfoud – Merzouga (4×4)

Solo attraverso le foto e i miei appunti e alcuni flash riesco a ricostruire il prosieguo del viaggio. Da Fes a Ifrane (sono circa 65 km che si attraversano in 1 ora e mezza) è un viaggio panoramico tra gli altopiani del Medio Atlante. Ci fermiamo a Ifrane, detta la “Svizzera del Marocco”, nota per i tetti spioventi in stile alpino, località sciistica in inverno, con giardini curati, famosa per la leggenda del Leone immolato con una scultura nella sua piazza centrale. La leggenda del Leone di Ifrane narra che la statua, simbolo della città marocchina, commemora l’ultimo leone dell’Atlante abbattuto nelle vicinanze del paese negli anni ’20. Il luogo merita una visita più approfondita, i suoi dintorni come il lago di Aqua e la più grande foresta di cedri al mondo alle pendici dell’Atlante o per scoprire la sua fauna come le scimmie dette Macache berbea, purtroppo i tempi sono ristretti e dopo la breve pausa nel centralissimo bar del paese riprendiamo il nostro viaggio in direzione sud per l’oasi di Erfoud, che dista 350 km. Ci vorranno più di sei ore per arrivarci, il programma prevede una sosta intermedia per il pranzo, infatti dopo circa 2 ore ci fermiamo a Zaida all’hotel Meteorites dove pranziamo e acquistiamo del vino per stasera, lo berremo al bivacco nel deserto. Menica è la più eccitata per l’incontro col deserto, purtroppo per me le cose vanno peggiorando.

Gli alcolici si vendono in Marocco, ma con limitazioni: sono disponibili in hotel, ristoranti con licenza e supermercati nelle grandi città (come Casablanca, Marrakech, Rabat, Tangeri), ma è vietato consumarli in pubblico (strade, piazze) e la disponibilità è ridotta nelle aree rurali, i prezzi sono più alti e la vendita è limitata.

Finalmente, dopo altri 50 km, siamo a Erfoud, base logistica da cui partiremo con due mezzi 4×4 per un percorso alternativo per il deserto di Merzouga. È una piccola città situata quasi al confine con l’Algeria. Qui le estati sono decisamente troppo calde, il nostro periodo, primi di ottobre, ci permette di stare bene. Sulla strada, ci siamo riforniti delle caratteristiche sciarpe berbere Tagelmust: è il turbante lungo che copre bocca e naso, un’aria decisamente berbera. La cittadina è a ridosso del deserto e spesso è avvolta da tempeste di sabbia molto violente. Una delle principali attrazioni di Erfoud è sicuramente il festival dei datteri, frutto coltivato nei dintorni. Di solito ci si ferma in questa città per avere una base di partenza per itinerari in cammello o in fuoristrada. Per noi, due Toyota 4×4 ci attendono, lasciamo il bus navetta e ci dividiamo in due gruppi.

Continuiamo per 50 km tra sentieri polverosi e dune verso il nostro bivacco. Durante il viaggio, “sono in estasi”, mi lascio dondolare tra i sobbalzi sulle dune fino a Merzouga, un piccolo villaggio berbero, porta di accesso delle dune del Ghebbi Sahara del Marocco. Qui si può fare trekking col cammello o ulteriori escursioni con i fuoristrada per osservare il tramonto e l’alba del deserto. Il nostro Bivacco appartiene all’hotel La Kasba Leila. Ci arriviamo poco dopo e prendiamo possesso delle tende. Io ho voglia solo di riposare. Menica è preoccupata per la mia febbre alta e chiama la nostra dottoressa a Bari per ulteriori medicine, che tra noi attempati non mancano (sono stato colpito dal Virus Marocchino). Le tende sono attrezzate con bagno, doccia e lavandino (anche se per un certo periodo mancherà l’acqua e la corrente). La nostra tenda ha una porta d’ingresso in ferro e una finestra da cui si può scorgere il deserto. Gli altri sono andati a sistemarsi in altre tende dislocate nell’area e trascorreranno nell’albergo la cena e il piccolo intrattenimento riservato agli ospiti con musica berbera. Ogni tanto qualcuno mi controlla e mi aggiorna. Il tramonto e l’alba nel deserto, che avevo agognato per le mie opere pittoriche, sono il mio ultimo pensiero. Menica è corsa a vedere l’alba e a scattare alcune foto, io ho cercato di riprendermi per il viaggio di domani a THIGHIR. Mi raccontano di tutto, i loro volti lasciano trasparire il meraviglioso tramonto, la serata e l’alba nel deserto. Erano dispiaciuti per me, però… il viaggio continua, le loro foto e la descrizione mi serviranno al rientro.

Giorno 6 – Merzouga – Gole del Todra – Tinghir (190 km)

Lasciamo i fuoristrada per riprendere la nostra navetta. Vedo Enzo che dà segnali di “stanchezza”, non sono il solo a dividere “l’affaticamento”. Ultimi scorci sulle dune dorate, si parte verso nord ovest per Tinghir, oasi rigogliosa incastonata tra palmeti e montagne, pranzeremo e alloggeremo all’hotel Bougafer. Arrivato in Hotel, mi abbandono ancora con il mio virus sul letto, mentre gli altri si organizzano per il pranzo e per l’escursione a Thodra.

È una città di 40.000 abitanti a 1300 metri di altitudine. Il nostro hotel Bougafer è un 4* con tutti i confort e grande piscina. Il contrasto è netto tra le case di fango e paglia, villaggi sperduti, e gli alberghi a quattro stelle dove abbiamo alloggiato. Sistemati in punti strategici dei circuiti turistici, questi hotel cercano di soddisfare le esigenze turistiche dei molteplici tour provenienti da tutta l’Europa, direi da tutto il mondo. Stanno puntando su questo turismo di massa che produce ricchezza all’economia del Marocco, che si sostiene essenzialmente con l’artigianato e l’agricoltura, ma è evidente che ciò non è sufficiente, arricchisce solo in parte la popolazione del Marocco. Si nota una sostanziale differenza tra la costa atlantica e mediterranea con le zone interne del sud, ai confini con l’Algeria e con la Mauritania.

A parte le mie riflessioni, in questa fase del viaggio mi interessa riposare, abbandonarmi sul letto. Il resto della comitiva, dopo il pranzo, si prepara per le Gole di Thodra, Enzo non andrà alle gole, rimarrà come me in albergo, a riposare. Non vorrei che il virus marocchino lo avesse contaminato.

L’escursione alle gole di Todra, distanti 14 km da Tinghir, mi viene raccontata entusiasticamente dai restanti compagni di avventura, le gole sono una delle parti più suggestive del viaggio, oltre all’alba e il tramonto sulle dune del deserto. Considerate tra le gole più spettacolari dell’intero Nord Africa, sono pareti di arenaria rossa e calcarea alte oltre 300 metri, con una larghezza minima di 10 metri, costituiscono un canyon mozzafiato dove scorre il fiume Todra che le ha scolpite nel corso di milioni di anni. Foto al crepuscolo, gruppi berberi locali che si riuniscono in disparte sulle rive del fiume, questo Marocco incontaminato regala queste immagini. Spero che “l’invasione turistica” non contamini tutto il Marocco, almeno fino al prossimo viaggio, che mi riservo di fare, virus permettendo, per vedere ciò che mi sono perso. La giornata intensa si conclude con la cena, per me sufficienti sono i due limoni che mi hanno portato in camera.

Giorno 7 – Tinghir, Ouarzazate – Ait Ben Haddou – Marrakech (400 km)

Questa mattina, lasciato l’albergo a Tinghir, viaggiamo in direzione sud lungo la strada verso Quarzatate (dista 170 km), quella delle mille Kasba e della valle delle rose, per giungere all’Alto Atlante, attraversarlo e poi arrivare a Marrakesh. Ci fermiamo per fotografare il panorama lungo la valle del Dades, dove si scorge l’Alto Atlante, acquistiamo i datteri locali e poi una sosta ai pozzi di Kettara, così chiamati perché utilizzano l’acqua della falda per poi canalizzarla attraverso cunicoli per l’irrigazione delle oasi e per prelevare l’acqua. Infatti, in questa zona è preziosa e scarsa, i pozzi risalgono a tradizioni antiche nei deserti, sono le uniche risorse acquifere perché distanti ancora dalle montagne dell’Alto Atlante, dove, per fortuna del Marocco, l’acqua è raccolta in più bacini. Approfittiamo per fotografare il luogo, un’oasi di ristoro precaria in un paesaggio desertico, dove questa comunità berbera, che sovraintende ai pozzi, ha allestito una piccola attività commerciale con servizio igienico impossibile per i comuni mortali, ma non per me.

La città, edificata nel 1928 dai francesi, era sede della legione straniera. Relativamente giovane, ha circa 76.000 abitanti. È un punto nevralgico insediata nella valle del Dades, all’incrocio con quella del Draa, a ridosso del Sahara sabbioso. Il posto idoneo per la produzione di film epici come Lawrence d’Arabia, il tè nel deserto… ecc. ospita gli Atlas Corporation studios che trovano nelle kasbe e le comparse locali a buon prezzo, il business ideale, tant’è che viene ribattezzata la “Hollywood dell’Africa”.

Le Kasbe, fortini fortificati con mure di cinta, che talvolta includono gruppi di abitazioni dalle caratteristiche colorazioni di terra rossa. Quella di Quarzatate è considerata una delle più significative. È una kasba dell’XI secolo lungo la rotta carovaniera tra il deserto del Sahara e Marrakesch. È un esempio di architettura marocchina con case in terracotta, è un sito protetto dall’Unesco. I suoi edifici costruiti in terra battuta, mattoni di argilla e legno, soggetti a sgretolamento sotto le piogge, inducono i pochi abitanti locali ad abbandonarle. Poche sono le famiglie ancora rimaste, la maggior parte si è trasferita sull’altra sponda del fiume Ounilia. La loro economia è basata essenzialmente sull’agricoltura e il commercio legato a questo tipo di turismo.

Ci fermiamo per il solito pranzo e riprendiamo la strada per Marrakesh. Pranziamo in un ristorante della città, per poi raggiungere Ait Ben Haddou, kasba fortificata patrimonio Unesco. Il programma prevede anche la visita del complesso di Aoble, ma per ragioni di tempo non lo abbiamo visto. Come si deduce dal racconto, tutto è estremamente veloce, così come veloce e poco chiare sono le spiegazioni della nostra guida. Dobbiamo attraversare ora il passo di Tizi Ticta della catena montuosa dell’Alto Atlante per poi arrivare alla città imperiale per eccellenza, Marrakesch. Saranno ancora 270 km impegnativi su un paesaggio mozzafiato che riesco a “godere” attraverso il finestrino della navetta. È un insieme di curve incastonate nelle montagne dell’Alto Atlante, un serpente che si contorce e che man mano si distende per giungere in serata a Marrakesh.

Senza dubbio è la città simbolo del Marocco, per i suoi profumi, per la sua gente, per la sua naturale locazione, un crocevia tra modernità, storia, turismo e tradizioni. Con un milione di abitanti, fondata nel 1062, comprende al suo interno la città fortificata della Medina con i suoi 18 suk (mercati). E sono proprio questi a dare la caratteristica di scambio economico commerciale tra la popolazione berbera e quella europea che caratterizza questa nazione. L’ultimo tratto di strada da Quarzatate è stato comodo, ma per me la stanchezza continua ad assorbire il mio umore. Arriviamo all’hotel Wazo, hotel 4*, dove ci assegnano le stanze e dove devo bisticciarmi con le due valige che hanno le maniglie rotte, le aggiusterò al rientro. Saluto la comitiva pronta per la cena, ma io preferisco il letto. Gli altri usciranno dopo cena per non perdersi la Marrakesh di notte.

“Riporto quello che mi hanno raccontato”: sono entusiasti per la loro esperienza vissuta nella grande piazza Jemaa el Fna, sono stati letteralmente ingoiati e affascinati dalla folla, da un misto di odori, abbagliati da bancarelle illuminate dove si esibiscono incantatori di serpenti e scimmie ammaestrate. Una magica regia assegna a tutti i partecipanti, turisti compresi, un ruolo specifico. Ogni sera, miracolosamente, nel giro di poche ore si trasforma in un teatro a cielo aperto, uno spettacolo vivente da mille e una notte. Al ritorno, mia moglie mi conforta: “Michele, non sai cosa ti sei perso”, è la terza volta che me lo dice, dopo la notte e l’alba nel deserto, e le gole di Thodra. Sembra che cinicamente ci prenda gusto a sfottermi.

Giorno 8 – Marrakesh

Stamane, per fortuna, non ho febbre, ho bloccato la mia dissenteria con un cocktail di pillole e limoni, perciò prendo con gli altri la navetta e scendiamo nella grande piazza. È la parte vitale della città, circondata a nord dal quartiere suk, ad est dalla Medina e Kasba, a sud ovest con la moschea Kutubyyadi. Sono assenti Tonia ed Enzo, sono rimasti in albergo, pranzeranno con gli spaghetti al ristorante di fronte. Come da programma, oggi è giornata dedicata tutta a Marrakesh. Incontriamo in piazza, prima di avviarci nella Medina, la nuova guida locale, molto professionale, che con un ottimo italiano ci fornisce le raccomandazioni necessarie per visitare in tranquillità i vicoli e i suk all’interno della stessa. La piazza è magica nel senso che in una giornata muta il suo aspetto per ben tre volte. Al mattino, poche bancarelle di frutta e spremute locali, il solito incantatore di serpenti, venditori ambulanti. Si può camminare tranquillamente, nel pomeriggio vengono allestite altre bancarelle, arrivano danzatori, artisti di strada, chiromanti, cantastorie, mentre la sera si affolla in maniera inverosimile, illuminata dai tavoli imbanditi con il cibo dei venditori di strada, musiche locali, odori di spezie, una magica rappresentazione simbolica del Marocco.

Posta a sud est della piazza, ha un minareto di circa 70 metri di altezza, si vede l’impalcatura del restauro in atto, la moschea in architettura arabo-andalusa è del XV secolo, ricostruita sulle rovine precedenti. Ha all’interno un cortile che può ospitare 20.000 fedeli. Nella parte posteriore che abbiamo attraversato ci sono i giardini con palmeti e piante di rose.

Un insieme di viuzze, un labirinto tra botteghe e negozi, dalla frutta alla carne, tra ristoranti caratteristici e botteghe di artigiani. Un andirivieni di motorini, biciclette e carretti, ci dobbiamo barcamenare tra loro sotto la sorveglianza della guida. Durante il tragitto, la guida ci porta a vedere una grande “Erboristeria” famosa per la produzione di cosmetici e prodotti a base di olio di Argan. Il suo direttore, che parla bene l’italiano, assieme alle sue collaboratrici, ci spiega l’origine, l’estrazione dell’olio e le sue proprietà salutari per il viso, il corpo e i capelli. L’odore delle spezie è intenso e io approfitto per raccontare il mio disagio intestinale, cosa molto comune a detta del direttore, che mi fa preparare sull’istante un estratto di Cumino con l’acqua come rimedio istantaneo per il mio problema. Diciamo che ha funzionato, anche se i limoni, i digiuni e le pillole mi hanno aiutato sulla strada della guarigione. Acquistiamo, prima di uscire, alcuni prodotti e rimedi naturali, per poi continuare nella visita dei suk e delle botteghe dei pellami e degli intagliatori di legno, per poi arrivare all’ora di pranzo in uno dei più caratteristici ristoranti della Medina.

Poi riprenderemo per le vie centrali, dove Mimmo, stanco di camminare, prenderà il taxi per il ritorno. Salutiamo la guida, la ringraziamo e, prima di rientrare in albergo, diamo sfogo alle ultime compere tra il suk di Marrakesch. Rientrati in albergo, ci prepariamo per l’ultima cena in Marocco, questa volta tutti insieme. Un tre sette alle carte, mentre Menica e Nunzia con Claudia e Tonia sono in camera per sistemare le valigie per domani, ci ricorda la fine del viaggio, mentre Nunzia combatterà nella stanza con le formiche e con il gatto.

Giorno 9 – Marrakech – Casablanca km 240

Siamo in partenza, stasera dovremo essere a Bari. Ultimo tratto di strada che da Marrakesh va direttamente a Casablanca per poi imbarcarci per Roma e quindi per Bari. È terminato il deserto, con lui il tour in Marocco, ci aspetta l’ultimo tratto su autostrada per poi abbandonare la nostra navetta. Ricordate come è incominciato il racconto: Claudia e la “sim” che sconvolse il nostro arrivo, bene, anche questa volta, sempre al terminal dell’aeroporto di Casablanca, la nostra Claudia ci offre un’altra performance: “non trova i suoi occhiali da vista, che aveva indossato prima di scendere dalla navetta”. A nulla sono valse le ricerche in valigia, nell’aeroporto, dentro e fuori, l’unica speranza per ritrovare gli occhiali è quella di averli lasciati sulla navetta. Contattato telefonicamente la nostra guida, che nel frattempo sta rientrando con la navetta a Marrakesh, si affretta a mandarci un video che spegne ogni speranza. Sul bus non vi è traccia degli occhiali. Claudia se ne fa una ragione, ma vedo più sconvolti Mimmo e Nunzia dell’inconveniente. Il rientro del volo è stato tranquillo e tutto sommato quasi in orario, alla fine il gruppo si dilegua nelle proprie auto e taxi per riprendere la solita routine barese. Ho incominciato a mangiare regolarmente, ma vi assicuro che per un po’ di tempo il Marocco mi rimarrà non solo nella mente, ma anche nella pancia.

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