50 anni e 10 giorni: il mio viaggio di compleanno per scoprire una Cina lontana da preconcetti e pregiudizi
Questo è stato l’ennesimo viaggio organizzato per festeggiare i miei cinquant’anni. Ormai il mio cinquantesimo compleanno si è trasformato in un lungo viaggio intorno al mondo, fatto di partenze, nuove città, esperienze e ricordi. E devo dire che non avrei potuto scegliere un modo più bello per celebrare questo importante traguardo. Questa volta, però, il viaggio aveva qualcosa di ancora più speciale: sono partita per la Cina insieme a mio figlio Oscar, che oggi ha vent’anni. Io e Oscar abbiamo iniziato a viaggiare da soli quando lui era ancora un bambino. Nel corso degli anni abbiamo condiviso voli, fotografie, avventure, stanchezza, risate e anche qualche inevitabile momento di nervosismo da mamma e figlio. Ritrovarci ancora una volta dall’altra parte del mondo, proprio nell’anno dei miei cinquant’anni, è stato quindi un regalo dentro al regalo. Perché i figli crescono, diventano grandi, prendono la propria strada e costruiscono la propria vita. Riuscire ancora a partire insieme, ritagliandoci un tempo tutto nostro, non è affatto scontato.
E la destinazione non era certo una meta qualunque: la Cina, immensa, lontanissima, affollata, antica e allo stesso tempo futuristica, completamente diversa da tutto ciò a cui siamo abituati. A rendere ancora più bello il viaggio è stato anche il gruppo con il quale abbiamo condiviso buona parte del percorso. All’inizio eravamo tredici persone: famiglie, coppie giovani e persone con esperienze e caratteri diversi, ma tutte molto piacevoli. Purtroppo, durante la visita alla Grande Muraglia, una signora del nostro gruppo si è sentita male a causa del caldo molto intenso. È stata costretta a interrompere il viaggio e a tornare a casa; naturalmente anche le sue due figlie sono ripartite insieme a lei. È stato un vero dispiacere per tutti. Da quel momento siamo rimasti in dieci.
Il gruppo più piccolo si è unito ancora di più e, tra chiacchiere, battute, racconti di viaggi precedenti, pranzi condivisi e lunghe giornate trascorse insieme, si è creata una compagnia davvero piacevole. Anche questo ha contribuito a rendere speciale la nostra esperienza. In ogni località abbiamo incontrato guide molto preparate, disponibili e attente. Ognuna, a modo proprio, ci ha aiutato a comprendere meglio ciò che stavamo osservando, raccontandoci non soltanto la storia dei monumenti, ma anche le abitudini, le contraddizioni e la quotidianità della Cina di oggi.
Indice dei contenuti
Diario di viaggio in Cina
Giorno 1: il lungo viaggio e l’arrivo a Pechino
Siamo partiti da Malpensa il lunedì alle undici del mattino. Dopo molte ore di volo e uno scalo a Taipei, siamo finalmente arrivati a destinazione il martedì, intorno alle tredici. Pensavamo che, una volta atterrati, la parte più impegnativa fosse terminata. In realtà ci aspettavano ancora controlli, corridoi interminabili e perfino un trenino interno per raggiungere la zona del recupero bagagli. Già dall’aeroporto abbiamo iniziato a capire quanto in Cina ogni spostamento fosse organizzato su dimensioni enormi. Gli spazi sembravano non finire mai e noi, reduci dal lungo viaggio, ci muovevamo quasi automaticamente, seguendo cartelli e persone.
Dopo aver ritirato le valigie abbiamo incontrato un omino che ci stava aspettando. Senza perdere un secondo, ha afferrato i bagagli ed è partito a passo velocissimo. Più che prendere le nostre valigie, sembrava averle rapite. Noi cercavamo di stargli dietro, ancora assonnati e confusi, mentre lui correva tra la folla senza mai voltarsi. È stato il nostro primo vero inseguimento cinese. Pensavamo di raggiungere l’albergo e avere almeno qualche minuto per riposarci. Invece, dopo aver parlato con la guida, abbiamo scoperto che il tour sarebbe iniziato immediatamente. Appuntamento alle 15.30. Non avevamo ancora avuto il tempo di capire in quale parte del mondo fossimo arrivati e già ci trovavamo pronti per la prima visita.
La nostra prima tappa è stata il Tempio del Cielo. Il complesso è immerso in un grande parco e rappresenta uno dei luoghi simbolici di Pechino. I suoi edifici, con i tetti sovrapposti dalle intense tonalità blu, si distinguono subito dal resto del paesaggio. Camminando tra i grandi viali, i portali decorati e gli spazi aperti, abbiamo iniziato a entrare lentamente nell’atmosfera della Cina imperiale. Un tempo gli imperatori raggiungevano questo luogo per pregare e chiedere raccolti abbondanti. Oggi il tempio è visitato da migliaia di persone, che si muovono tra gli edifici, si fermano a scattare fotografie e cercano il punto migliore dal quale ammirare le architetture.
Il nostro primo impatto con la Cina è stato quello di un Paese caotico, caldissimo e pieno di gente. C’erano persone ovunque: famiglie, gruppi organizzati, scolaresche, anziani, bambini e soprattutto tantissimi turisti cinesi. Una delle prime cose che abbiamo notato è stata la loro passione per le fotografie. Tutti fotografano tutto e, soprattutto, tutti si fanno fotografare. Molte ragazze affittano abiti tradizionali, si truccano con grande cura, sistemano i capelli con pettinature elaborate e realizzano dei veri servizi fotografici davanti ai monumenti. Alcune sembravano uscite direttamente da un film ambientato nell’antica Cina.
Ogni colonna, porta o scala poteva trasformarsi nello sfondo perfetto per una fotografia. Un’altra cosa che abbiamo imparato immediatamente è stata quella di fare attenzione ai motorini elettrici. Ce ne sono moltissimi e sono silenziosissimi. Non li senti arrivare e, quando te ne accorgi, sono già praticamente accanto a te. Bisogna guardarsi continuamente intorno, perché possono sbucare da qualsiasi direzione.
Dopo il Tempio del Cielo abbiamo raggiunto Piazza Tienanmen. La piazza è talmente grande che è difficile percepirne le dimensioni finché non ci si trova realmente al suo interno. Tutto appare monumentale: gli spazi, gli edifici, le distanze e la quantità di persone presenti. Anche qui i controlli erano numerosi e il passaporto era indispensabile. Il caldo, la stanchezza del volo e l’enorme folla iniziavano a farsi sentire. Era soltanto il nostro primo pomeriggio in Cina e noi eravamo già completamente frastornati da immagini, rumori, persone e novità. Vicino al nostro albergo si trovava anche un parco nel quale, durante il fine settimana, i genitori si incontrano per cercare un possibile compagno o una possibile compagna per i propri figli. Espongono dei fogli con fotografie, età, professione e caratteristiche personali, trasformando il parco in una specie di grande appuntamento al buio organizzato dalle famiglie. Una tradizione davvero curiosa, soprattutto vista con i nostri occhi occidentali. Quella sera, però, non avevamo più le forze per approfondire niente. Siamo arrivati in albergo e siamo crollati nel letto, stanchissimi ma già travolti dal nostro primo assaggio di Cina.
Giorno 2: la Città Proibita e il Palazzo d’Estate
Il secondo giorno ci aspettava uno dei luoghi più famosi di Pechino: la Città Proibita.
Già dall’ingresso si percepisce l’enormità del complesso. Si attraversano grandi porte, cortili immensi e lunghi passaggi che conducono verso altri cortili, altri palazzi e altre porte.
Per secoli questo luogo è stato il centro del potere imperiale cinese e l’accesso era riservato all’imperatore, alla sua famiglia e alle persone autorizzate a vivere e lavorare all’interno del palazzo.
Camminando tra le sue architetture rosse e dorate, i tetti decorati e le grandi scalinate di pietra, abbiamo cercato di immaginare la vita che un tempo si svolgeva al suo interno.
Ogni edificio aveva una funzione precisa. Alcuni spazi erano destinati alle cerimonie pubbliche, altri alla vita privata della famiglia imperiale. Dietro le grandi sale ufficiali si aprivano cortili più raccolti, giardini e padiglioni.
La visita è durata circa due ore e mezza.
C’era una quantità impressionante di gente. Per difendersi dal caldo, tutti utilizzavano qualsiasi mezzo possibile: cappelli, ombrellini, ventagli, piccoli asciugamani e ventilatori portatili.
Tra la folla c’erano moltissimi turisti cinesi e diverse scolaresche. I gruppi si muovevano compatti, spesso preceduti da una guida con una bandierina o un microfono.
Proprio quella mattina una ragazzina ha fermato Oscar per chiedergli di fare una fotografia insieme.
All’inizio siamo rimasti un po’ sorpresi. Non sapevamo ancora che quella richiesta sarebbe diventata una piacevole abitudine durante il resto del viaggio.
In alcune zone della Cina, infatti, non tutti sono abituati a incontrare occidentali. Diverse persone ci osservavano con curiosità, soprattutto i bambini, e poi si avvicinavano sorridendo per chiederci una fotografia.
Oscar, giovane e alto, attirava spesso l’attenzione. Io, invece, con il passare dei giorni sarei diventata una specie di star itinerante.
Dopo la Città Proibita abbiamo pranzato in un ristorante tipico cinese.
Questi pranzi sarebbero diventati una parte importante del nostro viaggio: grandi tavoli rotondi, piatti sistemati al centro e un piano girevole che permetteva a tutti di assaggiare ogni pietanza.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il Palazzo d’Estate.
Il complesso si sviluppa intorno a un grande lago e unisce palazzi, padiglioni, ponti, giardini e lunghi corridoi coperti. Rispetto alla maestosità severa della Città Proibita, il Palazzo d’Estate ci è sembrato più armonioso e rilassante, anche se il caldo rendeva ogni passeggiata piuttosto faticosa.
L’acqua del lago, le colline e i tetti degli edifici creavano scorci davvero suggestivi.
Era il luogo nel quale gli imperatori e la corte potevano allontanarsi dalla città e trascorrere periodi più tranquilli. Ancora oggi, nonostante la quantità di visitatori, conserva angoli nei quali è possibile immaginare la pace che doveva caratterizzarlo in passato.
La sera abbiamo cenato in un ristorante specializzato nell’anatra alla pechinese.
Abbiamo potuto osservare anche parte della preparazione e il modo preciso con cui veniva tagliata e servita. La carne arrivava al tavolo accompagnata da sottili sfoglie, salse e verdure.
Durante la cena abbiamo assaggiato perfino i fiori di loto.
Terminata la cena, abbiamo deciso di chiamare un DiDi, il loro equivalente di Uber, per raggiungere un centro commerciale dedicato anche al mondo Pokémon.
Il nostro autista sembrava non arrivare mai.
Mentre aspettavamo, ho notato che davanti ad alcuni ristoranti erano stati sistemati dei tubi che sparavano aria condizionata direttamente verso le persone ferme sul marciapiede. Con quelle temperature, ogni getto d’aria fresca diventava una benedizione.
Durante l’attesa un ragazzo cinese ha voluto fare un selfie con me.
Era l’inizio ufficiale della mia nuova carriera da celebrità cinese.
Finalmente siamo riusciti a raggiungere il Pokémon Gym Link Plaza. Prima avevamo provato a entrare in un altro posto, ma era chiuso e si trovava nel mezzo di una grande festa, circondata da bancarelle di cibo locale di ogni tipo.
Dopo aver visitato il centro commerciale, abbiamo ripreso un taxi verso la zona del nostro hotel. Abbiamo attraversato vie eleganti, illuminate e piene di negozi molto chic.
Abbiamo trovato ancora qualcosa di aperto e poi siamo tornati a piedi in albergo, stanchi ma soddisfatti.
Giorno 3: la Grande Muraglia di Mutianyu
Il terzo giorno siamo partiti alle otto del mattino in direzione della Grande Muraglia, nella sezione di Mutianyu.
Durante il viaggio ho osservato il paesaggio cambiare gradualmente. I palazzi, il traffico e le immense strade di Pechino lasciavano spazio a zone più verdi, colline e montagne.
In Cina abbiamo dovuto mostrare il passaporto praticamente ovunque. I controlli erano continui: negli aeroporti, nelle stazioni, all’ingresso dei monumenti e prima di alcune visite.
Per raggiungere la Muraglia abbiamo preso prima un pullman e poi una funivia.
Salendo, il panorama diventava sempre più bello. Le montagne si estendevano una dietro l’altra e, tra il verde, iniziavano a comparire i tratti della Muraglia che seguivano la forma dei crinali.
Una volta arrivati in alto, ci siamo trovati davanti a uno spettacolo davvero difficile da descrivere.
La Muraglia sembrava non finire mai. Saliva e scendeva tra le montagne, alternando lunghi camminamenti, ripide scalinate e torri di guardia.
Vederla dal vivo fa un effetto completamente diverso rispetto alle fotografie. Si percepisce la grandezza dell’opera, ma anche la difficoltà del territorio sul quale è stata costruita.
Mentre camminavo pensavo a come fosse stato possibile realizzarla secoli fa, trasportando pietre e materiali su montagne tanto ripide.
Faceva un caldo incredibile e anche qui c’era moltissima gente.
Avevamo inizialmente pensato di scendere utilizzando lo scivolo, ma la stanchezza e le alte temperature ci hanno fatto cambiare idea. Abbiamo preferito tornare indietro con maggiore tranquillità.
Proprio durante questa visita è avvenuto l’imprevisto più spiacevole del viaggio.
Una signora del nostro gruppo si è sentita male a causa del caldo. Purtroppo le sue condizioni non le hanno permesso di continuare il tour ed è stata costretta a rientrare in Italia. Le sue due figlie, naturalmente, sono tornate a casa insieme a lei.
È stato un momento di preoccupazione e di dispiacere per tutti. La Cina in estate può essere davvero faticosa, soprattutto quando alle alte temperature si aggiungono lunghe camminate, scalinate e giornate molto intense.
Nonostante questo episodio, la visita alla Muraglia resta una delle esperienze più emozionanti del viaggio.
È stato bello anche osservare le tante persone presenti: famiglie, anziani, bambini e visitatori appartenenti a etnie diverse, ognuno con il proprio modo di vivere e fotografare quel luogo.
Naturalmente io non potevo rinunciare ai miei soliti salti fotografici, ormai diventati una tradizione di ogni viaggio.
Durante il pranzo, sempre a base di piatti tipici, ho conosciuto anche una nonna cinese. La sua famiglia ha voluto fare una fotografia insieme a me ed è stato un momento davvero tenero.
Nel pomeriggio abbiamo affrontato una delle classiche tappe turistiche organizzate: un negozio di perle.
Successivamente abbiamo visto anche lo Stadio Nazionale di Pechino, costruito per le Olimpiadi e conosciuto per la sua particolare struttura intrecciata.
A quel punto io e Oscar abbiamo lasciato momentaneamente il gruppo e siamo partiti per una missione molto importante: raggiungere il Pokémon Center.
Oscar ha fatto shopping, ha cercato carte e ha affrontato una lunga fila, con tanto di braccialetto, per riuscire ad acquistare alcune nuove carte esclusive.
Nei centri commerciali c’erano negozi di pupazzi, giochi e oggetti da collezione come non ne avevamo mai visti. Accanto a questi, naturalmente, si trovavano anche boutique e negozi più simili ai nostri.
Abbiamo dovuto acquistare un power bank cinese perché quelli portati dall’Italia non potevano essere utilizzati. Solo alcuni modelli con determinate certificazioni venivano accettati durante gli spostamenti interni.
Abbiamo cenato in una specie di fast food locale e poi abbiamo raggiunto la zona della Drum Tower.
Lì ci siamo trovati in mezzo a un caos incredibile, quasi come essere sui Navigli di Milano, ma in versione cinese: luci, locali, musica, persone e cibo ovunque.
Abbiamo mangiato un gelato e passeggiato in mezzo alla folla. Quando le luci hanno iniziato a spegnersi, siamo tornati finalmente in albergo.
Giorno 4: Pingyao, la Cina che immaginavo
Il quarto giorno abbiamo preso un treno diretto a Pingyao.
Il viaggio è durato circa tre ore e quaranta minuti e abbiamo mangiato qualcosa direttamente sul treno.
Lasciare Pechino e raggiungere Pingyao ha significato entrare in una Cina completamente diversa. Ci ha accolti con le sue mura, le stradine strette e quell’atmosfera che sembra davvero uscita da un’altra epoca. Tutto era più raccolto, più autentico, e per la prima volta ho avuto la sensazione di vedere la Cina che avevo sempre immaginato prima di partire.
Abbiamo visitato un monastero, la città vecchia e il Tempio di Confucio.
Quest’ultimo era un luogo più raccolto rispetto ai grandi complessi imperiali di Pechino. Tra cortili, padiglioni e antichi alberi, abbiamo potuto conoscere meglio la figura di Confucio e l’importanza attribuita allo studio, alla disciplina e all’educazione.
La città vecchia era piena di vita.
Le facciate degli edifici conservavano uno stile tradizionale, mentre al loro interno si trovavano alberghi, ristoranti, negozi e piccole attività.
Molte donne indossavano abiti antichi e trucchi elaborati per farsi fotografare tra le strade e i portali. Con le lanterne accese e le insegne illuminate, la città diventava ancora più affascinante dopo il tramonto.
Abbiamo cenato nella città vecchia e abbiamo assaggiato la loro pasta, davvero molto buona.
Dopo cena è iniziata una serata di attività completamente casuali: pulizia dei piedi, ritratto in versione caricatura e shopping quasi compulsivo.
Il viaggio è stato già di per sé un piccolo momento di condivisione con il gruppo, ma soprattutto un passaggio netto verso una Cina completamente diversa, più lenta, più antica, quasi sospesa nel tempo.
In questa giornata c’è stato anche un momento davvero divertente che non dimenticherò facilmente: la caricatura stile cartoon fatta insieme a Oscar. Stranamente ha accettato senza protestare, cosa già di per sé sorprendente. L’artista ci ha osservati con attenzione e, tra risate e battute, il risultato è stato esilarante: io sono uscita quasi adolescente, mentre Oscar era molto somigliante, riconoscibilissimo ma con quell’espressione un po’ seria che lo rappresenta perfettamente. È stato uno di quei momenti leggeri in cui ci siamo guardati e abbiamo riso tantissimo, senza prenderci minimamente sul serio.
Abbiamo vissuto un’altra esperienza che ricorderò a lungo: il massaggio ai piedi. Pensavo sinceramente fosse qualcosa di rilassante, quasi un piccolo lusso dopo una giornata di camminate. In realtà si è trasformata in una scena esilarante. Le signore erano gentilissime e sorridenti, ma tra “botte” leggere, tirate di dita e pressioni improvvise, più che relax era una specie di trattamento energico e imprevedibile. Io e Oscar non riuscivamo a smettere di ridere, soprattutto perché ci guardavamo e capivamo che nessuno dei due stava vivendo esattamente la “spa rilassante” che ci eravamo immaginati.
Anche qui diversi bambini hanno voluto fare fotografie con me.
Le strade erano pulite, i negozi pieni di prodotti particolari e tra una bottega e l’altra si vedevano piccoli robot e mezzi elettronici sui quali ci si poteva muovere.
Ero completamente entusiasta di questa cittadina anche per il meraviglioso clima.
Quella sera abbiamo dormito in una casa tradizionale trasformata in albergo, un tipico siheyuan (o kehuan), cioè le antiche corti cinesi che all’inizio ci avevano un po’ spiazzati e forse anche fatto storcere il naso, perché l’impatto era molto diverso da ciò a cui siamo abituati. Poi però abbiamo iniziato ad apprezzarne la pulizia e soprattutto l’impegno nel renderle confortevoli per i turisti, con aria condizionata e tutti i servizi necessari. Una cosa, però, ci ha lasciati piuttosto perplessi: come ci hanno spiegato alcuni amici del gruppo, perché il cartello era nascosto dietro gli asciugamani, non potevamo buttare la carta igienica nel water. Una regola che inizialmente ci è sembrata strana, ma che faceva parte delle abitudini locali. Nonostante queste piccole sorprese, le corti erano davvero bellissime e piene di fascino.
La struttura conservava il cortile interno e l’aspetto delle antiche abitazioni, pur essendo stata adattata per accogliere i turisti. Dormire lì ci ha fatto sentire ancora più immersi nella storia e nell’atmosfera di Pingyao.
Giorno 5: la famiglia Wang e la vita dentro le mura
Il quinto giorno ci siamo svegliati con una piacevole sorpresa: la temperatura era finalmente più fresca.
Siamo partiti per visitare la grande residenza della famiglia Wang, nella regione dello Shanxi.
Il complesso era vastissimo e formato da cortili, stanze, passaggi, scalinate e terrazze. Non sembrava una semplice abitazione, ma un piccolo villaggio costruito per ospitare una grande famiglia allargata.
Ogni cortile aveva una propria funzione e gli edifici erano decorati con incisioni, finestre lavorate e dettagli che raccontavano il prestigio raggiunto dalla famiglia.
Camminando attraverso le diverse aree si poteva immaginare come ogni generazione avesse aggiunto nuove stanze e nuovi spazi alla residenza.
Per la prima volta dall’inizio del viaggio c’erano visitatori, ma non la folla caotica incontrata a Pechino. Anche la temperatura più fresca rendeva la visita molto più piacevole.
Verso la fine ha iniziato a piovere.
Ci siamo riparati sotto una tettoia mentre la nostra guida correva a recuperare gli ombrelli per tutti. Poverino: naturalmente, appena è tornato con gli ombrelli, ha smesso di piovere.
Abbiamo visitato anche il Tempio di Shuanglin.
Il tempio, più silenzioso e raccolto, custodiva statue, decorazioni e figure religiose molto diverse da quelle che siamo abituati a vedere nelle nostre chiese.
Gli interni erano poco illuminati e le statue sembravano emergere lentamente dall’ombra. Ogni sala aveva una propria atmosfera e la guida ci ha aiutato a comprendere i significati delle diverse figure.
A pranzo siamo tornati nello stesso ristorante della sera precedente, ma questa volta ci hanno servito molti piatti diversi. Come sempre, tutto veniva condiviso al centro del tavolo.
Abbiamo mangiato ancora molto bene.
Anche le bibite costavano pochissimo: due lattine circa due euro e cinquanta.
Nel pomeriggio abbiamo percorso a piedi la parte superiore delle mura di Pingyao.
Da lassù si poteva osservare la struttura ordinata della città antica, con i tetti grigi, i cortili interni e le strade che si incrociavano all’interno delle fortificazioni.
Camminare sulle mura permetteva di vedere Pingyao da una prospettiva completamente diversa e di comprendere meglio quanto fosse stata protetta e organizzata.
Abbiamo visitato anche un’altra dimora storica e visto un grande gong.
Come se non bastasse, abbiamo provato anche una sorta di massaggio shāzú. Anche questo a prezzi davvero incredibili: meno di 6 euro a testa per mezz’ora di trattamento. Una cifra quasi assurda per noi, abituati ai prezzi italiani. Il massaggio era intenso, particolare, a tratti quasi sorprendente. Le massaggiatrici erano bravissime, anche se decisamente energiche. Più che un trattamento rilassante, in certi momenti sembrava un incontro di lotta. Però, alla fine, ci siamo sentiti molto più leggeri.
Dopo il massaggio abbiamo continuato a fare shopping e a osservare la vita nelle strade.
I motorini elettrici sfrecciavano ovunque, quasi sempre senza casco. Sullo stesso motorino viaggiavano anche tre o quattro persone, compresi bambini molto piccoli.
C’erano poi mezzi simili alle nostre Ape Cross, carichi all’inverosimile, che passavano a grande velocità suonando continuamente il clacson.
Abbiamo imparato presto che i pedoni non hanno affatto la precedenza. Bisogna guardarsi continuamente intorno.
All’interno delle mura si muovevano anche piccoli pulmini aperti che trasportavano i turisti da una parte all’altra.
Davanti ai ristoranti uomini e donne urlavano per convincere i passanti a entrare. Nei negozi si poteva trovare praticamente qualsiasi prodotto.
Bambini e adulti continuavano a guardarci con stupore. A volte sembrava davvero che avessero appena visto due extraterrestri. Poi si avvicinavano sorridendo e chiedevano una fotografia.
Io ormai mi sentivo una vera star.
La cosa bella è che nessuno è mai stato invadente. Ci osservavano con curiosità, ma sempre con un sorriso gentile.
Durante questi giorni ho imparato ad apprezzare molto la vera cucina cinese, che naturalmente è diversa da quella che troviamo abitualmente nei ristoranti italiani.
Mi sono piaciuti soprattutto i contrasti tra i sapori: il pollo dolce, i noodles leggermente piccanti, i cetrioli, le patate con i peperoni e tanti altri piatti.
Anche la frutta aveva un gusto completamente diverso. L’anguria e le banane sapevano davvero di frutta.
I piatti venivano sempre sistemati al centro dei grandi tavoli rotondi girevoli. Ognuno faceva ruotare il piano e prendeva piccole porzioni utilizzando minuscoli piattini e piccoli cucchiai.
I pranzi e le cene sono stati anche importanti momenti di condivisione con il nostro gruppo. Seduti intorno allo stesso tavolo, ci scambiavamo opinioni sulle visite, assaggiavamo cibi mai provati e raccontavamo episodi divertenti della giornata. Con il passare dei giorni si è creata una bella complicità.
Una particolarità è che, come tovaglioli, utilizzavano spesso quelli che per noi sono normali fazzoletti di carta.
Dopo cena abbiamo fatto una passeggiata per digerire e ho provato anche un loro biscotto. Si poteva scegliere la farcitura e io avevo scelto quella ai mirtilli. Era molto leggero e, a essere sincera, anche abbastanza insapore.
Con i piatti salati la cucina cinese mi ha conquistata. Con i dolci, invece, c’era ancora parecchio lavoro da fare.
Giorno 6: verso Xi’an tra scrittura, musei e ravioli
Il sesto giorno ci siamo svegliati presto per prendere il treno diretto a Xi’an. Anche qui i controlli prima della partenza erano numerosi e accurati. Nella sala d’attesa ho osservato una dolce signora che puliva le sedie una per una, con una precisione quasi commovente. Il treno è partito puntualissimo. Avevamo i posti prenotati e viaggiavamo a circa 210 chilometri orari. Il tragitto è durato circa due ore e mezza. In quei giorni il nostro gruppo si era ormai unito davvero. Tra chiacchiere, risate e racconti delle esperienze vissute in giro per il mondo si era creata un’atmosfera molto piacevole.
Anche le guide incontrate nelle diverse città sono state eccellenti. Preparavano con cura le visite, rispondevano alle nostre domande e cercavano sempre di aiutarci durante gli spostamenti. Arrivati a Xi’an abbiamo pranzato con piatti tipici serviti, come sempre, sui grandi tavoli rotondi girevoli. Xi’an ci è apparsa subito come una città vivace, moderna ma profondamente legata alla propria storia. Per secoli è stata un importante punto di incontro tra popoli, merci, culture e religioni. Ancora oggi questa varietà si percepisce nelle strade, nei mercati e nella presenza della comunità musulmana.
Nel pomeriggio abbiamo partecipato a un piccolo corso di scrittura cinese, seduti tutti come bravi scolari attorno a un grande tavolo, con pennelli, inchiostro e fogli bianchi davanti a noi. L’insegnante ci ha spiegato con molta pazienza come ogni singolo tratto non fosse casuale, ma parte di un ordine preciso, e come i vari simboli, combinandosi tra loro, potessero dare vita a parole e significati completamente diversi. Era affascinante vedere quanto la scrittura cinese fosse allo stesso tempo rigorosa e artistica, quasi una forma di disegno più che di semplice scrittura. Noi cercavamo di seguire i movimenti con attenzione, osservando e poi provando a riprodurre i caratteri sul nostro foglio, con risultati decisamente altalenanti. Oscar è stato decisamente più bravo di me. Io, come al solito, ero pasticciona e i miei caratteri non assomigliavano molto a quelli che avrebbero dovuto rappresentare.
Ci siamo fatti scrivere il nostro nome in cinese, trasformandolo in ideogrammi. Veder comparire il proprio nome in una forma così diversa e armoniosa è stato davvero curioso e quasi emozionante, come se per un attimo diventassimo parte di quel mondo così lontano e affascinante.
Abbiamo poi visitato il museo municipale. Ho suonato un gong per tre volte, nella speranza che mi portasse fortuna, e abbiamo lasciato dieci yuan. Il museo era piccolo, ma estremamente curato. Una cosa che ho notato spesso in Cina è la capacità di dare grande valore anche a collezioni non immense, organizzandole e presentandole con grande attenzione. Ogni oggetto era esposto con cura e illuminato in modo da attirare lo sguardo del visitatore.
Nonostante il caldo, molte donne cinesi indossavano cappelli, giacche leggere, mascherine create appositamente per coprire il viso e lunghi guanti che arrivavano quasi fino alle spalle. Il loro obiettivo era evitare completamente di abbronzarsi. Quasi tutti giravano con un piccolo ventilatore portatile e, naturalmente, con il cellulare sempre in mano. Il telefono è talmente importante che anche nei bagni è presente un apposito porta-cellulare. La sera abbiamo cenato assaggiando dodici tipi diversi di ravioli.
Erano molto buoni, con forme e ripieni differenti. Alcuni riproducevano nell’aspetto l’ingrediente contenuto all’interno e arrivavano al tavolo in cestini di bambù. Poi sono arrivati i dolci. Piccoli, molli e un po’ viscidi. Lì ho avuto la conferma definitiva: in Cina si mangia benissimo, ma con i dolci proprio non ci siamo. Dopo cena abbiamo fatto un giro in città e ci siamo accorti che Xi’an nello Shaanxi è la città che non dorme mai.
C’erano tantissime persone, non soltanto giovani, impegnate a realizzare dirette sui social. Alcuni parlavano, altri cantavano, altri ancora vendevano prodotti o intrattenevano il proprio pubblico. A un certo punto mi sono imbattuta in quello che sembrava essere un TikToker piuttosto famoso. Era vestito da pilota, cantava, parlava e si atteggiava in maniera molto spavalda davanti alla telecamera. Naturalmente sono riuscita a farmi inquadrare diverse volte durante la sua diretta.
Abbiamo concluso la serata attraversando la zona musulmana, che però stava ormai chiudendo. Le strade erano ancora piene di insegne, bancarelle e odori di cibo. Rispetto alle altre zone visitate ci è sembrata un po’ più sporca, ma conservava un’atmosfera particolare. Un’altra caratteristica del viaggio sono stati i bagni. Durante le varie soste abbiamo trovato molto più spesso le turche rispetto ai normali water occidentali. Ma, qualunque fosse il tipo di bagno, il porta-cellulare non mancava mai.
Giorno 7: l’Esercito di Terracotta
Il settimo giorno ci siamo svegliati presto per raggiungere l’Esercito di Terracotta. Anche qui c’era moltissima gente. La guida ci aveva avvertiti che i visitatori cinesi, quando si muovono in mezzo alla folla, sono un po’ come i cavalli: guardano soltanto davanti e continuano ad avanzare, spingendo senza preoccuparsi troppo di quello che hanno intorno. In effetti, per riuscire a vedere qualcosa, bisognava conquistarsi il proprio spazio. Fortunatamente, da alcuni anni era stata installata l’aria condizionata. Con il caldo e tutta quella gente, altrimenti, sarebbe stato davvero difficile resistere.
La sala principale è quella che lascia maggiormente senza parole, un impatto quasi irreale che ti costringe a fermarti e restare in silenzio per qualche istante. Davanti a noi si estendevano file e file di soldati in terracotta, schierati con una precisione incredibile, come se un intero esercito fosse rimasto congelato nel tempo e pronto a riprendere vita da un momento all’altro. Le figure si susseguivano in profondità, ordinate, compatte, imponenti, creando una prospettiva che sembrava non avere fine. Alcune statue erano state completamente ricostruite, tornate a mostrarsi in tutta la loro imponenza, mentre altre emergevano ancora dalla terra, spezzate, incomplete o in fase di restauro, come ferite aperte di una storia antichissima.
Ogni guerriero era diverso dall’altro: nessun volto uguale, nessuna espressione ripetuta. C’erano sguardi fieri, severi, concentrati; baffi sottili o folti, acconciature elaborate, dettagli minuziosi che raccontavano con precisione il rango, il ruolo e la posizione di ciascun soldato all’interno dell’esercito imperiale. Era incredibile pensare che migliaia di anni fa qualcuno avesse modellato uno per uno quei volti, come se ognuno avesse avuto un’identità propria, unica e irripetibile.
Vederli dal vivo è qualcosa che va oltre qualsiasi immagine o documentario: è un’esperienza che schiaccia la distanza del tempo. Non si tratta semplicemente di statue, ma di un’intera armata costruita per accompagnare e proteggere l’imperatore nell’aldilà, un progetto monumentale che ancora oggi lascia senza fiato per la sua ambizione e la sua perfezione.
Nelle altre sale abbiamo attraversato aree di scavo ancora attive, dove la terra continua a custodire segreti millenari. Cavalli, carri, frammenti di armature e pezzi di statue giacevano ordinati o in fase di ricomposizione, come un gigantesco puzzle storico che gli archeologi, con pazienza infinita, continuano a ricostruire pezzo dopo pezzo.
È stato profondamente impressionante fermarsi a pensare al lavoro immenso necessario per riportare alla luce, restaurare e ricollocare ogni singola figura, come se ogni soldato avesse dovuto essere risvegliato con rispetto, uno alla volta, dopo un sonno durato più di duemila anni.
Dopo la visita abbiamo pranzato a buffet e poi ci siamo spostati verso le mura della città di Xi’an. Il caldo era assurdo e la stanchezza iniziava a farsi sentire. Le mura circondano il centro storico e sono molto larghe. Dalla parte superiore si può osservare il contrasto tra le antiche fortificazioni e i palazzi moderni costruiti tutt’intorno. Abbiamo visitato anche la Grande Moschea. La particolarità di questo luogo è che, pur essendo una moschea musulmana, presenta un’architettura tradizionale cinese. Non ci sono le forme alle quali siamo abituati pensando alle moschee, ma cortili, padiglioni e tetti decorati nello stile locale. È uno dei luoghi nei quali si percepisce meglio l’incontro tra culture diverse che caratterizza Xi’an.
Terminata la visita, abbiamo salutato il gruppo perché il nostro viaggio sarebbe proseguito da soli; abbiamo chiamato ancora una volta un DiDi per raggiungere i centri commerciali. Ci siamo ritrovati in mezzo a ragazzi vestiti come personaggi degli anime, negozi pieni di carte, peluche e oggetti che da noi non avevamo mai visto. Abbiamo visitato lo Xiaozhai Yintai City e il Pokémon Card Gym ufficiale di Xi’an. Per Oscar era praticamente il paradiso. La sera eravamo completamente stremati. Abbiamo cenato in albergo e il personale aspettava soltanto noi due. Ci hanno servito in tutto, arrivando perfino a versarci le bibite nei bicchieri. Siamo andati a letto prestissimo perché il giorno seguente la sveglia sarebbe suonata alle sei. Ci aspettava Shanghai.
Giorno 8: Shanghai, la città del futuro
Siamo partiti presto per l’aeroporto. L’aeroporto di Shanghai ci è sembrato estremamente pulito. Nei bagni una signora strofinava i lavandini in maniera quasi compulsiva e, anche nella sala d’attesa, le sedie venivano pulite una per una. Dopo l’arrivo siamo stati accolti dalla nostra nuova guida e la nostra Tesla personale. Abbiamo pranzato in un centro commerciale e poi abbiamo iniziato a percorrere Nanjing Road, la grande via dello shopping. Shanghai ci ha mostrato immediatamente un volto completamente diverso rispetto alle città visitate nei giorni precedenti.
Era moderna, luminosa, internazionale e piena di grattacieli. Le strade dello shopping sembravano non finire mai e i centri commerciali occupavano interi edifici. I negozi dedicati alle carte, ai pupazzi e agli oggetti da collezione erano pazzeschi. Alcuni occupavano più piani e sembravano piccoli mondi a parte. Continuando a camminare siamo arrivati al Bund, la famosa passeggiata affacciata sul fiume. Da una parte si trovavano gli edifici storici costruiti in stili europei; dall’altra, oltre l’acqua, si innalzava lo skyline futuristico di Pudong, con torri altissime e forme quasi irreali.
Il contrasto tra le due rive raccontava perfettamente le due anime di Shanghai: quella legata al passato e quella proiettata verso il futuro. Davanti a noi, però, c’erano anche nuvoloni grigi e decisamente inquietanti. Abbiamo fatto appena in tempo a scattare qualche fotografia quando ha iniziato a piovere fortissimo. Siamo saliti sulla nostra Tesla e ci siamo fatti portare in un mercato coperto pieno di vestiti, borse e scarpe. Nella parte superiore si trovavano prodotti normali. Nella zona sotto, invece, iniziavano i negozi di merce contraffatta. Un signore continuava a sponsorizzarci con insistenza i negozi dei suoi amici. Ci seguiva, parlava e cercava continuamente di convincerci a entrare. Alla fine, dopo un paio di acquisti e parecchio stress, abbiamo deciso di tornare in albergo.
Quella sera abbiamo cenato nuovamente soli… la piacevole compagnia del gruppo ci mancava. Dopo cena siamo usciti per vedere lo skyline illuminato. Di notte Shanghai è ancora più bella. Le torri si accendono, i colori cambiano continuamente e le luci si riflettono sull’acqua. Sembra davvero una città del futuro. Naturalmente ha ricominciato a piovere e siamo rientrati in albergo per recuperare un po’ della stanchezza accumulata. Una delle immagini più curiose di Shanghai sono stati anche i fiori di loto che comparivano in mezzo alle strade, creando angoli delicati nel caos della metropoli.
Giorno 9: la Shanghai più tradizionale
Il nono giorno abbiamo scoperto una Shanghai completamente diversa. Il rumore delle cicale era fortissimo. Abbiamo visto quasi esclusivamente cani di piccola taglia e ci è stato raccontato che quelli grandi sono sottoposti a limitazioni perché considerati più pericolosi. La prima tappa è stata il Fuxing Park, nella zona dell’antica concessione francese. Il parco era pieno di vita. Abbiamo incontrato molti anziani che facevano ginnastica, ballavano, cantavano e suonavano insieme. Alcuni eseguivano movimenti lenti e coordinati, altri si riunivano in piccoli gruppi seguendo la musica. Era bello osservare quanto i parchi fossero vissuti come veri luoghi di incontro e socializzazione. Non erano semplicemente spazi verdi, ma punti nei quali le persone trascorrevano il tempo, coltivavano passioni e mantenevano vive le relazioni.
Successivamente siamo andati al mercato di Tianzifang. La zona era formata da vicoli stretti, piccole botteghe, laboratori, locali e negozietti pieni di oggetti particolari. Era esattamente il tipo di posto che piace a me: caratteristico, pieno di cose da osservare e con prezzi più economici. Naturalmente ho fatto acquisti.
Abbiamo poi visitato il Giardino del Mandarino Yu. Il giardino era un piccolo mondo fatto di rocce, laghetti, ponticelli, padiglioni e passaggi. Ogni elemento sembrava essere stato collocato per creare un equilibrio tra natura e architettura. Nonostante ci trovassimo nel cuore di una città enorme, tra quelle mura si respirava un’atmosfera completamente diversa. Abbiamo visitato anche il maestoso Tempio del Buddha di Giada.
All’interno regnava un’atmosfera raccolta. Tra il profumo dell’incenso, le statue e le persone in preghiera, abbiamo potuto osservare un aspetto più spirituale della città. A pranzo ci hanno servito, soltanto per noi due, una quantità incredibile di cibo: noodles, carne, pollo impanato, riso, verdure e perfino un’insalata calda portata direttamente in un pentolone. Io ho bevuto anche il loro tè caldo, nonostante fuori ci fossero temperature altissime. Nel pomeriggio siamo partiti ancora una volta in direzione del Pokémon Center.
Anche qui il centro commerciale era enorme e pieno di negozi incredibili. Oscar è riuscito a fare qualche buon affare con le carte Pokémon. C’erano talmente tanti oggetti che mi piacevano che, alla fine, non sono riuscita a scegliere e non ho comprato quasi nulla. Abbiamo provato a visitare altri giardini, ma il caldo era davvero insopportabile. Proprio all’ultimo giorno ho finalmente acquistato un ventilatore portatile con lo spruzzo d’acqua. Naturalmente sarebbe stato molto più utile se lo avessi comprato all’inizio del viaggio, ma almeno sono riuscita a contrattare il prezzo e a portarmelo a casa spendendo pochissimo.
Abbiamo poi raggiunto la Shanghai Tower, uno dei grattacieli più alti e iconici della città: una gigantesca spirale di vetro e acciaio che sembra letteralmente perforare il cielo, svettando sopra tutto il resto dello skyline come un simbolo futuristico e vertiginoso della Shanghai moderna. Siamo saliti fino al centododicesimo piano con un ascensore velocissimo, tanto rapido da sembrare quasi un lancio nello spazio. Dall’alto Shanghai appariva infinita. I palazzi, le strade e il fiume si estendevano sotto di noi, mentre gli altri grattacieli emergevano dalla città come enormi torri.
Quella sera abbiamo deciso di fare un esperimento: mangiare una pizza in Cina. Siamo andati alla Pizzeria Fortunata, dove abbiamo trovato anche molti altri occidentali evidentemente colpiti dallo stesso improvviso desiderio di pizza. Devo dire che era buona e siamo rimasti soddisfatti. Come ci era già capitato in un fast food, ci hanno portato anche dei guanti usa e getta per mangiare. Probabilmente li forniscono nel caso in cui il cliente non abbia avuto la possibilità di lavarsi le mani. Abbiamo accompagnato la pizza con una birra IPA e, per una sera, ci siamo sentiti quasi a casa.
Giorno 10: Labubu, Pokémon e ultimi affari
L’ultimo giorno a Shanghai abbiamo chiamato nuovamente un DiDi e ci siamo fatti lasciare sulla principale via dello shopping.
I negozi aprivano alle dieci e noi, fino a mezzogiorno, siamo entrati e usciti da centri commerciali giganteschi.
C’erano Labubu di ogni genere, forma e dimensione, oltre a pupazzi e oggetti che non avevo mai visto.
Grazie ai prezzi vantaggiosi ho comprato cose che non avrei mai immaginato di acquistare. Naturalmente non soltanto per me. Nota bene: abbiamo dovuto acquistare un trolley per portare a casa tutti i nostri souvenir.
Oscar, invece, è rimasto fedele alla sua missione: soltanto carte Pokémon.
Stanchi per il caldo e per tutti quei negozi enormi, siamo tornati in albergo a lasciare gli acquisti.
Poi abbiamo deciso di provare anche il McDonald’s cinese. Non era affatto male.
Per l’ultimo giro siamo entrati in un centro commerciale più simile a un grande mercatone, senza aria condizionata e pieno di piccoli negozi.
Anche qui, come lungo la via principale, c’erano uomini che si avvicinavano agli occidentali, farfugliavano qualcosa in cinese e tiravano fuori dalla tasca dei bigliettini con fotografie di borse, scarpe e accessori contraffatti.
Evidentemente la nostra faccia da turisti occidentali comunicava immediatamente un irrefrenabile desiderio di acquistare Gucci, Prada e qualsiasi altro marchio famoso.
E così si è concluso un altro grande viaggio organizzato per i miei cinquant’anni.
Insieme abbiamo affrontato voli, treni velocissimi, controlli continui, caldo soffocante, pioggia improvvisa, folle immense, motorini silenziosi, tavoli girevoli, ravioli di ogni forma, bagni con il porta-cellulare, negozi di carte Pokémon e persone che volevano continuamente fotografarsi con noi.
Ma, al di là di tutto ciò che abbiamo visitato, la parte più bella è stata ancora una volta poter condividere il viaggio con mio figlio.
Abbiamo iniziato a viaggiare da soli quando era bambino e continuiamo a farlo ora che è un ragazzo di vent’anni.
Non è scontato riuscire a conservare questi momenti, trovare il tempo di partire insieme e avere ancora voglia di scoprire il mondo uno accanto all’altra.
Durante il viaggio ognuno di noi ha seguito anche le proprie passioni. Ci siamo aspettati, accompagnati e sopportati a vicenda.
Ed è proprio questo il bello di un viaggio tra mamma e figlio: essere insieme, pur rimanendo diversi, e riuscire a trasformare anche la stanchezza e i piccoli imprevisti in ricordi dei quali un giorno sorridere.
Per i miei cinquant’anni non avrei potuto desiderare un regalo più bello.
Adesso resta soltanto una domanda: dove andremo il prossimo anno?
Torneremo in Giappone, una destinazione che entrambi amiamo, oppure partiremo per l’America, nuova per lui ma non per me? Per ora non lo sappiamo.
Ma conoscendoci, prima o poi una nuova destinazione comparirà sulla mappa.
E noi saremo ancora una volta pronti, mamma e figlio, con i passaporti in mano e le valigie da riempire.











