2500 Km in Marocco -2

... 9 Marzo 2005, Mercoledì Ouarzazate > Ait Benhaddou Lasciamo l’Hotel la Vallée verso le 8.30, dopo un’abbondante colazione a base di frittelle con miele e marmellata. Ci dirigiamo a bordo della mitica Uno nera verso la Valle del Dadès, che si estende a est di Ouarzazate. Passiamo per le cittadine di Skoura e di El Kelaa M’Gouna –...
Scritto da: fra74
Partenza il: 04/03/2005
Ritorno il: 12/03/2005
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 1000 €

9 Marzo 2005, Mercoledì Ouarzazate > Ait Benhaddou Lasciamo l’Hotel la Vallée verso le 8.30, dopo un’abbondante colazione a base di frittelle con miele e marmellata. Ci dirigiamo a bordo della mitica Uno nera verso la Valle del Dadès, che si estende a est di Ouarzazate. Passiamo per le cittadine di Skoura e di El Kelaa M’Gouna – centro famoso per la produzione di acqua di rose – e, al bivio successivo, imbocchiamo la strada che porta alle spettacolari Gole del Dadès. Il posto sembra incantato, vi regna una tranquillità assoluta. La strada sale e si inerpica tra le ampie pareti della gola, diventando molto tortuosa. Il panorama che si gode da quassù è davvero mozzafiato: rocce che sembrano infuocate, completamente brulle, a strapiombo sulla valle sottostante; gli unici esseri viventi che ogni tanto incontriamo sono alcune caprette spuntate da chissà dove. Siamo di ritorno a Ouarzazate per l’ora di pranzo; decidiamo di fermarci a mangiare al Restaurant la Kasbah, che sorge in un punto strategico della città da cui si domina la kasbah di Taourirt. Il posto è stracolmo di turisti, ma comunque non è male. Ordiniamo zuppa, pollo al limone e dolci marocchini, a base di pasta di mandorle: sono incredibilmente simili ai dolci sardi! Del resto, la latitudine è quella… Una foto davanti alla kasbah e via, è ora di partire di nuovo, destinazione Ait Benhaddou. Sulle ali dell’entusiasmo e dell’impazienza di arrivare alla nostra nuova meta, non do particolarmente peso ai rigidi segnali stradali che lungo l’interminabile rettilineo indicano il limite di velocità. Grosso errore. Proprio all’uscita di Ouarzazate, veniamo pinzati e fermati da alcuni poliziotti marocchini: abbiamo superato di circa 15 km il limite vigente di 60 km/h. La conversazione tra noi e i poliziotti è decisamente comica: loro parlano solo arabo e francese, noi non capiamo una parola e cerchiamo di imbastire uno straccio di discorso in un inglese molto stentato, ma niente da fare. Una cosa però è chiara: dobbiamo pagare una multa di 400 dirham, circa 37 euro. La prendiamo con filosofia (io più di Anna): avremo un nuovo e particolare souvenir da portare in Italia.

Dopo circa mezz’ora di viaggio arriviamo ad Ait Benhaddou e ci sistemiamo all’Hotel la Kasbah. Giusto il tempo di posare le valigie in camera e subito usciamo per andare a visitare la kasbah, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Si tratta di una delle kasbah più affascinanti e meglio conservate di tutta la regione dell’Atlante, grazie alle ingenti somme di denaro spese per trasformarla in set di alcuni famosi film (da Lawrence d’Arabia e Il Gladiatore). Per raggiungere la kasbah dobbiamo attraversare l’Oued Ounila, un piccolo fiume praticamente asciutto dove sono stati sistemati alcuni sacchi di sabbia per facilitare il passaggio. Una comitiva di austriaci sulla mezza età lo attraversa con scioltezza. Anna invece si blocca a metà e deve ricorrere all’aiuto di un ragazzino per arrivare alla sponda opposta. La sua proverbiale agilità ha colpito anche questa volta. In un primo momento ci aggreghiamo con noncuranza al gruppo di austriaci e ci addentriamo nelle strette viuzze piene di negozietti. Poi decidiamo di proseguire da soli e raggiungiamo la sommità della kasbah passando in una casa privata, ovviamente dopo aver sborsato qualche dirham di mancia, con grande contrarietà della padrona che avrebbe preferito essere pagata in euro. Il panorama davvero splendido, la vista spazia dalle piccole e stupefacenti costruzioni di fango sottostanti fino ai rigogliosi palmeti circostanti e, oltre ancora, all’implacabile deserto di roccia. La sera ceniamo al ristorante dell’albergo: tajine, omelette berbera e un tipico dolce marocchino, ovvero arance con una spolverata di cannella, davvero buone.

10 Marzo 2005, Giovedì Ait Benhaddou > Marrakech Partenza di buon mattino, dopo aver fatto colazione sulla terrazza dell’albergo da cui si gode il panorama della kasbah illuminata dalle prime luci del sole. Destinazione Marrakech, dove abbiamo deciso di fermarci fino al termine della nostra vacanza. Il viaggio dura circa 4 ore. Ci inerpichiamo sulle montagne dell’Alto Atlante, ancora leggermente innevate, per poi ridiscendere verso la pianura dove si trova la città più magica e suggestiva di tutto il Marocco. Il primo impatto con Marrakech è abbastanza spiazzante, senza accorgercene ci troviamo inghiottiti dal traffico cittadino, allucinante nella sua varietà e caoticità: automobili sgangherate, camion sfasciati, taxi inferociti, motorini ondeggianti, biciclette arrugginite, cavalli, carretti trainati da asini…C’è davvero di tutto, bisogna stare attentissimi per evitare sia di travolgere qualcuno, sia di essere travolti. Nonostante tutto, arriviamo sani e salvi all’Hotel Ibis, situato nel Gueliz, uno dei quartieri della Ville Nouvelle, dove sorgono la maggior parte degli uffici, dei ristoranti e dei negozi. È qui che abbiamo deciso di cercare una camera dopo l’esperienza positiva di Meknès. Doccia e pranzo leggero, quindi partiamo subito alla scoperta della città facendoci accompagnare da una guida locale trovata tramite l’albergo. Si tratta di un simpatico tipo sui 40 anni, che si fa chiamare “Giovanni” dai turisti – dal momento che il suo nome arabo è decisamente impronunciabile – e che parla una lingua che è un curioso incrocio tra italiano, spagnolo e inglese. Con lui andiamo alla scoperta della medina, le cui mura racchiudono uno spazio all’aperto insolitamente ampio: è la famosa Djemaa el-Fna, la piazza principale situata nel cuore della città vecchia. Sono le 4 del pomeriggio e la piazza è ancora tranquilla, ma tra poco comincerà a riempirsi di colori, suoni, odori, in un’atmosfera davvero unica. Oltrepassiamo la Djemaa el-Fna e ci addentriamo nel souq, tra viuzze strette e vicoli tortuosi, un vero e proprio labirinto. C’è davvero di tutto – dalle stoffe ai tappeti ai prodotti in cuoio alle spezie agli oggetti in ferro battuto – e, seguendo Giovanni che si muove con grande familiarità nell’intrico di vicoli, riusciamo ad assaporare tutte le sfaccettature di questo enorme mercato all’aperto. Nel souq delle spezie ci fermiamo in un’erboristeria dove ci concediamo un fantastico massaggio rilassante per la modica cifra di 20 dirham. Davvero niente male… Terminata la visita al souq, salutiamo Giovanni e ci sediamo sulla terrazza di uno dei tanti caffè della Djemaa e-Fna. Da qui, sorseggiando un ottimo tè alla menta, assaporiamo lo spettacolo della piazza che si anima e prende vita. È un continuo andirivieni di persone, un susseguirsi mai uguale di rumori, suoni e musica, mentre vengono montate file e file di chioschi all’aperto dove vengono preparati cibi di tutti i tipi (da couscous alle teste di pecora) e l’aria si riempie di odori invitanti. Giocolieri, cantastorie, incantatori di serpenti, ammaestratori di scimmie, acrobati, venditori d’acqua occupano il resto della piazza, circondati da spettatori – sia marocchini sia turisti – che assistono rapiti. Sembra di essere al cinema. Decidiamo di farci coinvolgere in prima persona da questa atmosfera magica e ci sediamo per cenare in uno dei mille chioschi. Anna fa un po’ la schizzinosa (ma sarà solo per oggi), mentre io mi sbrano avidamente un piatto di couscous con verdure e delle ottime “brochettes”, ovvero spiedini di carne.



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