Pontremoli, il borgo che ha fermato il tempo

Il racconto del barocco umile, dei sapori, dei torrenti e di un rapporto ante litteram tra la Toscana più autentica e la Svizzera più tradizionale
Stefano Maria Meconi, 09 Feb 2026
pontremoli, il borgo che ha fermato il tempo

Viaggiare è uno dei grandi successi dell’umanità. Solo viaggiando, infatti, siamo diventati ciò che siamo oggi: una società globale, sinergica, integrata nella molteplicità delle nostre sfaccettature. Negli anni della pandemia, l’impossibilità o quasi di viaggiare ci ha visti disorientati, spinti a ricercare il contatto con l’essenziale, con ciò che consideravamo così vicino da essere indegno di nota. Eppure, ancora oggi, a mascherine taciute, siamo dimentichi che proprio i posti che meno ti aspetti possono stupirti così tanto da chiamarli casa, o volere che lo diventino. A me, che ho avuto il piacere, inframmezzato da momenti frizzanti (e non solo per il clima di fine gennaio), di scoprire Pontremoli, angolo di Toscana dove è più facile sentir parlare ligure che la lingua di Dante, è parso proprio di scoprire e riscoprire un luogo che avevo sentito di sfuggita, ma che mi ha fatto venir voglia di tornare al più presto.

Un impatto di fuoco

Falò San Geminiano, Pontremoli, 31 gennaio 2026
Copyright foto: Federico Meneghini per Millimetri Cinematografica. Tutti i diritti riservati

Una pira alta 12 metri, forse qualcosa in più, campeggia sullo sfondo dell’antico borgo medievale nella molteplicità delle angolazioni a cui la passeggiata verso il centro ci permette di assistere. Un esercizio che unisce spiritualità, campanilismo, tradizione e recupero dell’adesione fedele al territorio e che si ripete due volte l’anno, a metà e sul calare di gennaio, in corrispondenza dei festeggiamenti per i santi Nicolò e Geminiano, quest’ultimo patrono della cittadina. In questo rito di preparazione, in cui anche le scaramucce tra rioni costituiscono un elemento di formidabile contatto tra passato e presente, ritroviamo anche l’antica suddivisione tra Guelfi e Ghibellini, tra vaticanisti e imperialisti, tra potere spirituale e temporale. Insomma, un po’ quello che succede nell’agone politico del nostro vivere, ma in una chiave sicuramente più piacevole da ammirare, tanto nella fase di preparazione quanto in quella di effettiva accensione di questi fuochi, enormi e imponenti, segno di una luce che squarcia le tenebre, un po’ come fa Pontremoli, che squarcia l’apparente silenzio della valle per emergere, altera eppure accogliente, nella ricchezza dei suoi scorci.

A casa degli svizzeri

 
 
 
 
 
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Scorci che si fanno sempre più interessanti percorrendo le strade, muri di pietra spesso stretti per logiche difensive ovvero per conservare quella intimità che solo i piccoli comuni ancora offrono, e che quasi all’improvviso si ampliano in corrispondenza della piazza del Duomo, dove troneggia una facciata baroccheggiante, un imponente campanile, il Palazzo Vescovile. Qui scopriamo subito, o meglio ne abbiamo conferma, del ruolo che la fede ha avuto nello sviluppo di Pontremoli come di molti, innumerevoli borghi e città del nostro paese. Dall’alto, il Castello del Piagnaro getta un’ombra attenta e benevola, qui è la fede che si confonde con la vita materiale, nell’atmosfera brulicante della festa patronale. Bancarelle, mercato, il falò in via di completamento: tutto profuma di giornata speciale. Lo stesso profumo che ci porta al Caffè e Antica Pasticceria “degli Svizzeri” (Piazza della Repubblica, 21), e no, il nome non è una casualità. Ci racconta di quella contaminazione che, sin dal ‘700, portò gli svizzeri grigionesi (l’unico cantone trilingue della Svizzera, dove oltre al tedesco e all’italiano si parla l’ormai quasi scomparso romancio) fino a Pontremoli, per occuparsi degli stucchi e delle decorazioni dei tanti edifici barocchi di questo angolo della Toscana. E per converso, i pontremolesi valicavano gli Appennini prima, e si spingevano sulle Alpi poi, per vendere libri. Del resto, siamo nella città del Premio Bancarella, riconoscimento letterario che primeggia nel panorama italiano con lo Strega. Qui, in un’atmosfera deliziosamente liberty, è l’apparizione casuale di un sacerdote che – pur giovane – non ha rinunciato ai paramenti tradizionali, con tanto di nero Saturno, disegna un quadro alla Don Camillo e Peppone. Qualcuno lo definirebbe vintage, altri favoleggerebbero dei “bei vecchi tempi andati”: per me, che guardo il tutto con occhio curioso e con un pizzico di nostalgia, è un quadretto insolito, una di quelle fotografie che, se non con gli attuali mezzi della tecnologia, rimane impressa nella mente a imperitura memoria del luogo visitato. Esattamente come fa l’Amor, dolce preparato da secoli con due strati di wafer (anch’esso, rigorosamente svizzero) e una farcitura di crema Chantilly al burro. Non è leggero, ma in fondo, perché mettere un freno alla gioia?

Passeggiando nel barocco

Pontremoli

La mente e le carni rinfrancate, è ora di partire alla volta del vero trait d’union che unisce i quattro angoli di Pontremoli: il barocco. Uno stile decisamente poco umile, almeno ce lo immaginiamo così, gli occhi che spaziano sulle basiliche romane dove a troneggiare è l’oro, i colori intensi, la magnificenza dell’apparato decorativo immaginato come risposta alla Riforma luterana e divenuto uno dei momenti più felici dell’arte di ispirazione religiosa. Da queste parti, però, si fa diversamente: c’è una sorta di barocco naturale ad attenderci, sobrio, più parco, ispirato nei temi al classicismo e alla natura, questa sì protagonista di ogni sguardo che guarda oltre il fiume, anzi, i fiumi.

Iniziamo da Palazzo Ruschi Pavesi, e proprio come ospiti invitati a palazzo dai signori di un tempo, ci caliamo in atmosfere che sembrano un mix tra Bridgerton e un documentario guidato da Alberto Angela. Gli affreschi del Natali e del Contestabili arricchiscono ambienti intimi ovvero magnificenti, le alcove sono arricchite da pareti che un tempo erano protette da tessuti damascati, gli stessi che fecero la fortuna di molte famiglie del luogo. Tra la fine del Seicento e la metà del Settecento, vecchie case di paese vengono acquistate, unite e riformate, per dare lustro ai nuovi proprietari: questi palazzi sono il segno di una cittadina piccola ma dai grandi orizzonti, che cambia, abbraccia lo stile del periodo e lo personalizza, lo fa suo e detta un nuovo modo di concepire l’eleganza.

Un’impressione di bellezza che continua nell’enorme salone di rappresentanza di Palazzo Dosi Magnavacca, anche qui con la mano geniale di Giovan Battista Natali, non solo architetto e pittore ma illusionista degli spazi, capace di realizzare apparati decorativi che illudono lo sguardo, lo proiettano oltre, tra scene della mitologia ellenica e sfumature pastellate. Le ritroviamo nella camera da letto (chi non sognerebbe di dormire circondato da tanta bellezza?), sullo scalone d’onore, in luoghi privati ma che vengono aperti alle nuove istanze del borgo di oggi: è contaminazione, è beneficio di pochi che diventa bellezza per tanti.

Forse più democratico è dunque l’ingresso all’Oratorio di Nostra Donna, a cui si accede oltrepassando ancora una volta il torrente grazie a un magnifico ponte in pietra viva: qui la fede è anche rinascita, con l’ormai onnipresente Natali chiamato, ancora una volta, a mostrare il suo genio. Dopo l’alluvione del 1732 si decide di restituire alla città uno dei suoi poli della fede: senza abbattere l’antica torre prospiciente, questo tempietto dalla pianta circolare gioca con gli spazi, la prospettiva, le decorazioni e persino con l’arte della falegnameria, presentando due confessionali “retrattili”, nascosti in piccole nicchie, che mantengono l’equilibrio del complesso. Nelle varie rientranze della chiesa, dipinti che raffigurano scene religiose e protagonisti immancabili, tra cui San Carlo Borromeo, dimostrano la capacità di dare spazio a un fil Rouge stilistico che unisce architetture laiche e religiose, ma che soprattutto ha la capacità di incantare anche il visitatore più navigato.

Ed è così che, lasciando solo per un attimo il borgo, prendiamo la strada dei Chiosi e ci immergiamo tra filari di alberi dalla fioritura primaverile ed estiva per raggiungere Villa Dosi Delfini. Tra tutti i luoghi che abbiamo visto, ancora una volta a campeggiare è il tema, preponderante eppure non esacerbato, della resilienza. La stessa di una villa che ha fronteggiato l’invasione nazista uscendone invitta, di una famiglia che ha vissuto gli alti e i bassi della condizione umana, di un sempre progressivo distacco dalla bellezza del conoscere aprendosi a un pubblico di visitatori qualificato. E sì che da vedere, in questa villa di delizia in piena campagna, ce n’è a bizzeffe: chinoiserie, collezioni di uccelli di porcellana, ammennicoli di altri tempi, quadri a profusione e libri antichi, il tutto circondati da quegli stilemi barocchi che abbiamo imparato a conoscere solo da poche ore, ma che già sono ben consolidati nella mente. Ancor più che nel centro storico, qui si respira un’aria di piacevole distacco dalla quotidianità, il silenzio è mosso dal vento che spira tra gli alberi, enormi e maestosi, gli artifici prospettici sembrano richiamarci all’essenzialità delle forme, nella miglior tradizione delle dimore di rappresentanza toscane.

Di testaroli e di focaccine

Ma è pur vero che non di sola arte vive l’uomo. E così, tornando alle pulsioni dello stomaco, conosciamo anche le declinazioni della cucina locale, in un mix di tradizione e innovazione. La tradizione è sicuramente quella dei testaroli, losanghe di pasta fatta con acqua e farina, appena rinvenute in acqua bollente e condite con una variante più leggera del pesto. La vicina Liguria è un’influenza a cui difficilmente si rinuncia o, meglio ancora, si resiste. L’innovazione ce la mette sul piatto il Birrificio del Moro (Viale dei Mille, 28) che, nell’ottica di promuovere un’etica della sostenibilità, ha scelto di reimpiegare quanto rimane della produzione della birra per panificare delle gustose focaccine, da riempire con prodotti tipici del territorio, ma non solo. La disfida tra i rioni, protagonista dei falò di gennaio, la ritroviamo qui sotto forma di lotta gastronomica: San Nicolò è rappresentato da spalla cruda con taleggio, rucola e cipolline, San Geminiano si affida a stracchino, pomodori secchi e miele di castagno. Sembra profano, c’è del sacro: è un borgo che non ha dimenticato da dove viene, in cui mondi lontani si compenetrano, in cui lo scorrere armonico e musicale delle acque sembra voler unire la montagna al mare, il parmense allo spezzino, la Toscana alle vicine Emilia-Romagna e Liguria. Una città del buon vivere, la chiamano con un pizzico d’orgoglio: a me, Pontremoli è apparsa come un incontro di mondi, un luogo di libri e di barocco, una porta aperta verso tre regioni, un’esperienza capace di fermare il tempo.



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