La chiesa rotonda di Roma è il capolavoro dell’arte che nasconde misteri e leggende

In un precedente articolo, abbiamo accennato a Roma come a una città perpendicolare; in tal senso, in essa sussistono un’orizzontalità e una verticalità monumentali tale da renderla unica nel suo genere: lo spessore delle basiliche paleocristiane e delle terme imperiali, il voler solleticare quel cielo tutto cirri e luce, il tipico cielo romano, attraverso i campanili delle chiese, lo svettare delle colonne imperiali e repubblicane, le cupole e, ancora, le torri medievali.
Ma Roma, si sa, è una meticcia, e, proprio per questo, in lei coesiste altresì un animo ipogeo – o, in altri termini, profondo – e circolare; le catacombe, che potremmo intendere come le viscere e i piedi di Roma, fanno da contrappunto allo spirito sopraterreno della Città Eterna, nello specifico, alla circolarità di alcuni suoi edifici, elemento, se esclusi i battisteri, piuttosto sui generis.
Se facciamo riferimenti al paganesimo, esempi di strutture circolari ne esistono e come: da Lungotevere al Campo Marzio, dal Foro Boario all’Appia Antica; la circolarità di edifici come il Pantheon, il Tempio di Ercole Oleario, di Minerva Medicea, il Mausoleo di Augusto, e, ancora, di Castel Sant’Angelo, si sussegue e prende vita in un vortice di pietre e antico stupore.
Ma a Roma, la meraviglia indotta da questi cerchi rocciosi abbraccia anche l’epoca cristiana: riutilizzando infatti antichi edifici pagani, e prendendo spunto dal tholos greco, nonché dall’edificio cristiano per eccellenza, l’anastasis presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, nell’Urbe troviamo edifici come il Mausoleo di Santa Costanza, la chiesa di San Teodoro al Palatino, e poi la più maestosa, così solenne da essere finanche arrogante, Santo Stefano Rotondo, oggetto del nostro articolo.
Dal Circo Massimo, allora, saliamo verso il colle Celio, passiamo la chiesa di san Gregorio e la Biblioteca di papa Agapito, addentriamoci e scavalchiamo la verzura e le antichità di villa Celimontana; arriviamo lì, all’uscita della Villa, lasciandoci alle spalle santa Maria alla Navicella e l’ultimo tratto delle mura serviane.
Entriamo finalmente in quella via che collega il Celio al Laterano, per l’appunto, via di Santo Stefano Rotondo.
Indice dei contenuti
I legni e i castra peregrina di Santo Stefano Rotondo
Santo Stefano Rotondo sorge sulla sommità del monte Celio, nel luogo in cui, anticamente, stavano i Castra Peregrina, accampamenti deputati ad ospitare la sede dei servizi segreti dell’Impero – divisi, rispettivamente, nelle categorie di frumetarii e speculatores –; in tal senso, entrambi i ruoli si distinguevano per essere un organo della polizia, gli uni come agenti segreti, gli altri come ricognitori a cavallo, che operavano sia nelle ore notturne che diurne. Dedicata a Santo Stefano Protomartire – a differenza, ad esempio, della Basilica di Santo Stefano a Budapest, questa consacrata al culto del Re d’Ungheria, Stefano I –, in passato si credeva, erroneamente, che Santo Stefano Rotondo fosse stata costruita utilizzando i resti del Macellum Magnum, il mercato della carne e del pesce edificato in epoca neroniana.
La struttura risale al V secolo, ed era nota al tempo anche con il nome di Santo Stefano in Querquetulano, per via della presenza di una grossa quercia nelle vicinanze; a questo proposito, e a suggellare la datazione, fu grazie all’analisi di alcuni legni del tetto – la cosiddetta dendrocronologia –, in quercia, che è stato possibile stabilire con relativa precisione il periodo di costruzione, compreso fra il 430 e il 460 dopo Cristo.
Qui, l’imponenza della struttura, che ha nella rotondità il suo marchio di fabbrica, non dà tregua agli occhi del visitatore: dal maestoso ciclo di colonne che corrono al centro, passando per il chiaroscuro del soffitto e della pavimentazione, fino a giungere al ciclo di affreschi dalle pareti; tutto, a Santo Stefano Rotondo, dove i secoli si sovrappongono, vive in autonomia e in armonia con ogni elemento.
La circolarità
La circolarità è una faccenda seria, e questo perché, più che in ogni altro edificio, qui si mischiano stili e richiami architettonici differenti; oltre a presentare, come detto, analogie con l’anastasis del Santo Sepolcro a Gerusalemme – di cui costituisce una fedele reinterpretazione –, ivi, alla pianta circolare con deambulatorio, tipica dell’architettura paleocristiana, si intreccia il tholos greco, di cui, già in epoca costantiniana, si fece largo uso in particolare per i battisteri e i martyria, i luoghi di culto dedicati alla memoria dei martiri – santo Stefano, non a caso, è titolata all’omonimo protomartire –.
Originariamente costituita da tre cerchi concentrici, ad oggi ne restano solo due; nondimeno, il numero di colonne è rimasto il medesimo ed è strabiliante, se si pensa che lo spazio centrale è delimitato da un cerchio di 22 colonne architravate, circondato, a sua volta, da una struttura circolare che ne conta 40 inframezzate da archi a tutto sesto. La fastosità dell’edificio era confermata anche dalla presenza di elementi musivi, ad oggi solo in parte superstiti; nello specifico, agli inizi del VI secolo, sotto papa Giovanni I – lo stesso che, in quegli anni, promulgherà un severo editto contro la fazione religiosa filoariana –, Santo Stefano venne ornata con mosaici e marmi preziosi, di cui resta qualche testimonianza se facciamo riferimento alla cappella dei santi Primo e Feliciano eretta da papa Teodoro I; un periodo fiorente per l’arte romana, ravvisabile, per influenza bizantina, anche in edifici come Santa Maria Antiqua ai Fori Imperiali – unico esempio occidentale dell’arte dell’VIII secolo sfuggita alla crisi iconoclasta –, e le coeve soluzioni artistiche ravennati.
Gli affreschi interni
Abbiamo parlato della sontuosità dell’edificio, del suo antico sfarzo, solo in parte – potremmo dire in buona parte –, superstite, se pensiamo al ciclo musivo di cui, anticamente, era provvisto. Tuttavia, al di là della cappella dei santi Primo e Feliciano, che, come visto, risente dell’influsso bizantino, concentriamoci sulle pareti laterali.
È lungo tutto il perimetro parietale che chiude l’ambulacro, infatti, che si distribuisce un ciclo di affreschi macabro e al contempo affascinante, firmato Nicolò Circignani, alias il Pomarancio. Ricevuta la commissione nel 1583, il Pomarancio non perde tempo, e, in linea con lo spirito del sito, dedicato, come detto, a un martire, incomincia ad affrescare le pareti con scene raccapriccianti, rappresentanti i supplizi patiti dai martiri cristiani lungo tutto l’arco delle persecuzioni – nello specifico, di Diocleziano –.
Sia il marchese De Sade – autore del discusso testo le 120 giornate di Sodoma –, che Charles Dickens, il quale, a tal proposito, si espresse dicendo che “nessuno potrebbe sognare un tale panorama di orrore”, rimasero altamente sconvolti dall’opera. Si distinguono, in particolare, per la loro crudezza, il supplizio patito da san Giovanni, immerso, per ordine dell’imperatore Domiziano, in una caldera di olio bollente; il martirio di san Romano, il quale, dopo esser stato violentemente percosso, venne decapitato fuori Porta Salaria; il martirio di san Pietro, crocefisso a testa in giù; il martirio di san Lorenzo, arso vivo sulla graticola. Uno scenario, insomma, da fare invidia ai moderni film dell’orrore, ma che, al di là della violenza messa in scena, riesce, al contempo, a rappresentare le grandi prove di fede affrontate da questi testimoni di Cristo; martire, non a caso, significa “testimone”.
Santo Stefano Rotondo: come arrivare e informazioni sulla visita
La Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio si trova in via Santo Stefano Rotondo 7, a Roma. Per chi proviene dalla stazione di Roma Termini e, in ogni caso, dal centro città si può prendere l’autobus 714 ATAC fino a largo Amba Aradam e poi proseguire a piedi lungo via della Navicella, costeggiando Villa Celimontana. È una zona ricca di luoghi naturali e storici, come il Parco Celio, la già citata Villa Celimontana, il Parco delle Mura Aureliane. Tranne il lunedì, la basilica è aperta tutti i giorni con orario 10-13 e 15.30-18.30.
