Galizia, un mare di Spagna

C’è una Spagna lontana dall’immaginario comune e anche dai luoghi maggiormente scelti dai turisti, una Spagna che sceglie consapevolmente di conservare una identità forte dal punto di vista culturale, religioso e linguistico ma, non ultimo, alimentare. Simbolo di una terra che si fa storia e di una storia che vive in ogni angolo di questa terra, la Galizia sembra nata con l’obiettivo di essere protetta eppure aperta al mondo. Non a caso, è qui che l’apostolo Giacomo, uno dei dodici uomini chiamati da Gesù alla predicazione della buona novella, trova qui il suo ultimo approdo, in quella Santiago de Compostela che, ogni anno, richiama milioni di pellegrini della fede e della riscoperta di sé stessi dai quattro angoli del mondo. A onor del vero, le lingue che più si ascoltano percorrendone i vicoli animati e allegri, insieme al galiziano e al castigliano, sono l’inglese nella sua influenza americana e il nostro italiano: i connazionali rappresentano la terza rappresentanza nazionale per arrivi, subito dopo gli spagnoli e gli statunitensi. Già in questo spaccato statistico ci avviciniamo alla conoscenza di una terra che esula dal tradizionale approccio che abbiamo con il paese iberico, e non solo perché ci troviamo alla sua estremità nord-occidentale, lì dove per i Romani la terra finiva. Finibus terrae diventa Finisterre, una sintesi geografico-linguistica attraverso la quale approcciarci a un territorio dove la prossimità con il mare disegna scenari tra i più disparati. Il mare della Galizia, o meglio l’oceano, è lo stesso che Cristoforo Colombo naviga di ritorno dalle Americhe, portando a Baiona la notizia della scoperta delle Indie, ignaro di aver gettato le basi dell’espansione occidentale verso l’Ovest. Il mare della Galizia è quello che dà nutrimento, carattere e personalità al celebre vino bianco Albariño, di cui le cantine del territorio si fanno orgogliose come La Rioja per il rosso. Ed è anche il mare che dà vita a tante ricette, frutto di una pesca consapevole, attenta, che segue ritmi e tradizioni consolidate. Per ciascuna delle mete di questa comunità autonoma, il mare – vicino o lontano che sia – rappresenta un elemento costitutivo, parte di una personalità che lo interpreta in maniera concreta ovvero astratta.
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Santiago de Compostela, un mare di fede dall’aspetto contemporaneo
Si dibatte, in ambito filosofico e spirituale, se al giorno d’oggi l’adesione a un credo religioso sia ancora qualcosa capace di smuovere le folle. A Santiago de Compostela, questo arrovellarsi scompare quasi per magia una volta varcate le porte virtuali della Praza do Obradoiro. Il profilo gotico della Cattedrale di Santiago svetta imponente mentre il suono della gaita (parente galiziana della cornamusa scozzese) detta la colonna sonora dell’arrivo dopo i lunghi giorni di Cammino. Il mondo si incontra qui, dove l’apostolo Giacomo è un simbolo cattolico a cui anche i non credenti rendono omaggio, abbracciandone il busto argenteo. Ed è un mare di persone, di fedi (e non fedi), di lingue e di motivi che sembrano unirsi, dando senso all’idea di una fratellanza universale. Santiago de Compostela è un mare calmo e rumoroso allo stesso tempo, è incontro, è voglia di stare all’aria aperta e godersi quei momenti di pausa di un clima solitamente capriccioso e umido, come la vicinanza con l’Atlantico comanda. Nessuno pare volersi sottrarre ai riti tipici del pellegrino, che qui giunge spesso senza un motivo di credo, ma che impara a farsi camminatore dell’animo, trovando nella ben nota apertura e accoglienza spagnola una casa in cui le distrazioni e le differenze vengono taciute, dimenticate all’ingresso di quella piazza in cui comitive di giovani, e pellegrini di ogni età si concedono selfie, canti, momenti di una bellezza semplice e che fa bene all’anima.
A Coruña, un mare di eleganza e ingegno dell’uomo
45 metri di pietra con piccoli elementi che riflettono la luce, cristalli naturali che sembrano milioni di specchi pronti a illuminarsi a ogni raggio di luce. È l’elemento iconico e la cartolina più nota di A Coruña, città dove il mare disegna un confine terrestre che la popolazione locale non ha visto come un fine ultimo, ma un’espansione della sua vita all’aria aperta. Dodici chilometri di un lungomare attrezzato, elegante eppure accessibile nei modi e negli spazi, rappresentano l’esempio meglio riuscito di un saper valorizzare gli spazi pubblici senza escludere nessun interesse: chi cammina e chi pedala, chi corre e chi allunga i muscoli, chi si gode il panorama della Torre di Ercole, questo faro che si riconosce con incredibile facilità, e man mano che ci si avvicina appare sempre più grande. La sua è una storia millenaria, che risale alla dominazione romana sulla penisola iberica, benché la forma attuale sia frutto di un rimaneggiamento molto più vicino a noi. Ed è proprio in queste forme che, come ricorda una placca scritta in latino, “il quinto giorno prima delle calende di luglio dell’anno 2009, nella città di Siviglia, l’UNESCO ha designato la Torre di Ercole come Patrimonio dell’Umanità”. Umanità che, A Coruña, si esprime in un mare di figure e di concetti. C’è Maria Pita, a cui è dedicata la piazza principale della città, l’eroina che prese in mano l’eroica difesa della città contro le truppe inglesi che assediarono la città nel 1589, riuscendo a ricacciare indietro i soldati d’Oltremanica. C’è José Maria Rivera Corral, che nel 1906, tornato dalle Americhe, fonda un birrificio destinato a cambiare le sorti della famiglia e della città: è Estrella Galizia, di cui oggi il museo-fabbrica MEGA racconta la successione delle generazioni, il ricorso alla materia prima del territorio galiziano e il profondo rapporto che unisce la famiglia Rivera alla sua città. E ci sono Amancio e Marta Ortega, imprenditori del settore tessile (sono loro i fondatori di Inditex, che racchiude marchi come Zara) che hanno donato alla città dei poli culturali come la Fondazione MOP, centro di riferimento per la promozione della fotografia.
Baiona, un mare di scoperte
La vista dal Parador, struttura storica dall’atmosfera vagamente castellana in cui mura di pietra e servizio d’eccellenza fanno a braccetto, abbraccia in un colpo solo l’Oceano Atlantico e la piccola città portuale di Baiona. Un punto sul mappamondo che, tuttavia, quel mappamondo ha contribuito a ridisegnarlo: il 15 marzo 1493, 7 mesi dopo la partenza, la Gallega torna in Europa e attracca a Baiona. Pochi la conoscono col suo nome originale, quasi tutti la chiamano Santa María: insieme alla Nina e alla Pinta, è una delle 3 caravelle protagoniste della scoperta delle Americhe, di cui la Galizia, e Baiona in particolare, sono elementi centrali. La Santa María viene costruita a Pontevedra, sempre in Galizia, e il suo comandante è Cristovo García Sarmiento, di Baiona. Percorrendo i vicoli stretti e accoglienti della cittadina al mattino, si respira quell’atmosfera placida che solo le terre di mare sanno regalare: c’è il mercato del pesce che man mano si anima di compratori consapevoli e attenti, c’è la passeggiata sul lungomare dove ampi spazi di arenile invogliano a un tuffo anche fuori stagione, c’è per l’appunto la riproduzione della caravella colombiana, elemento di una narrazione che include statue, enormi ancore e pannelli in ceramica sparsi qui e là per il borgo marinaro. Ed è straordinaria anche la strada, tutta a picco sulle acque increspate dell’Atlantico, che diramando da Baiona si spinge fino al Faro Pequeño, riconvertito in un ristorante dalla cucina delicata e dal servizio amichevole, per poi proseguire in una successione di affacci che mozzano il fiato, fino ad arrivare a Guarda.
Guarda e Tui, un mare di confine
Il Rio Minho è il fiume che, per un lungo tratto, segna il confine tra Spagna e Portogallo. Certo, il galiziano questo limite geografico l’ha abolito, con la sua base castigliana e la sua chiara influenza grammaticale lusitana, eppure certi limiti rimangono. Se non altro, vi si affacciano due realtà suggestive e iconiche: Guarda e Tui. La prima, città di mare con paesaggi da cartolina, è il punto d’inizio della scalata al Castro de Santa Trega. Un antico pueblo di origine celtica, con le tipiche abitazioni a pianta circolare e tetto conico a spiovente che sembrano quasi ricordare i trulli pugliesi, domina dall’alto la costa e offre un affaccio panoramico a 360 gradi che spazia sulla Galizia, sul Portogallo, sull’oceano come opera della natura e sulla presenza, a onor del vero discreta, dell’uomo. Non serve poi percorrere troppi chilometri per ritrovarsi a Tui, approdo in terra di Spagna del cammino portoghese che conduce, manco a dirlo, a Santiago de Compostela. Qui, come nella già citata città dell’apostolo, la presenza dei pellegrini la si riconosce nel diverso tessuto commerciale, nella presenza di cartelli indicativi in molte lingue, ma soprattutto nell’imponente Cattedrale, esempio di un gotico che rende evidente la relazione storica tra queste terre e il nord Europa.
Albariño, un mare di vigneti
Se nel nord Europa è la birra ad avere la meglio, la Galizia risponde con qualcosa di decisamente più mediterraneo: il vino. Il percorso che intraprendiamo tocca alcune delle zone produttive delle cosiddette Rías Baixas, la zona a denominazione di origine nella quale si ricavano le uve Albariño, Caiño, Loureiro. Il territorio è di particolare interesse per vari motivi: non solo la composizione, che mescola graniti, quarzi e terreni argillosi a seconda della zona, ma anche l’influenza, più o meno forte, delle correnti oceaniche. Rispetto alla nostra concezione italiana, fatta di un clima generalmente mite e rispondente a logiche stagionali fisse, la Galizia è decisamente più umida, più imprevedibile, non lontana tuttavia dagli eccessi del cambiamento climatico. Si producono così uve dalla struttura variegata, acide e aromatiche nell’Albariño (di cui la produzione è preponderante) e strutturate nel Caiño. Visitiamo quattro cantine, ciascuna di esse con un concept diverso: Pazo de San Mauro è l’emblema di una tradizione portata avanti con eleganza e savoir faire, una antica dimora nobiliare che oggi ospita una produzione compatta ma di grande valore. Terras Gauda è un’esplosione di vitalità, tra strutture modernissime e un continuo saliscendi di ambienti, territori e vigneti, portati avanti da responsabili innamorati del proprio lavoro e del racconto di questo. Mar de Frades è la contemporaneità di un Albariño che diventa piacevolmente pop, sperimentando in botti di cemento e di granito e promuovendo un’idea di vino che ammicca anche alle nuove generazioni, più interessate alla degustazione consapevole che alla bevuta tout court. Granbazán è il perfetto mix, la sintesi di una ricerca decennale che passa da etichette sontuosamente barocche a un’esperienza enologica internazionale, in cui ritroviamo, nella produzione e negli spazi, un gusto quasi d’Oltralpe per il modo in cui viene concepito il mondo del vino. Ciascuna di queste quattro cantine che abbiamo avuto il piacere e la fortuna di visitare è, nella sua identità ben definita, ambasciatrice di un settore produttivo che meglio di altri racconta la Galizia: terra resiliente, capace di fatica ma attenta ai piaceri del buon vivere, accogliente e amichevole, spirituale eppure terrena, coi piedi saldi in terra ma favolista. Una regione affacciata sul mare per un mare di emozioni da raccontare e vivere.
Per il viaggio si ringrazia l’Ente del turismo spagnolo a Roma, la Xunta de Galizia, il Foro de Marcas Renombradas Españolas, l’NH Collection Hotel di Santiago de Compostela, il Parador de Baiona, le cantine Pazo de San Mauro, Terras Gauda, Mar de Frades, Granbazán e tutti coloro che hanno reso possibile l’esperienza.

