Fano, la Fortuna delle Marche

Reportage da una città che vive una stagione costante di eventi e una, attualissima, dove un fortuito ritrovamento archeologico potrebbe riscrivere la storia locale e non solo
Stefano Maria Meconi, 05 Feb 2026
fano, la fortuna delle marche

Distese di ombrelloni cangianti, spiagge affollate di vacanzieri desiderosi di dimenticare le fatiche del quotidiano e tuffarsi nelle calme acque dell’estate, mentre tutt’intorno la musica dei tormentoni e il tormento dell’afa si annullano a vicenda. Poi arriva l’inverno, e cosa rimane di una città di mare se non quel senso di malinconia che, per certi versi, è forse il modo migliore di vederne le magnifiche sorti e progressive? È un piovoso pomeriggio di fine gennaio quando, per la prima volta, arrivo alle porte di Fano: quattro lettere, dietro alle quali, con umiltà sorprendente e un pizzico di orgoglio che non fa mai male, si nasconde l’antica Fanum Fortunae di romana memoria. Un luogo dove l’identità marchigiana e l’accento romagnolo si incontrano, quasi si fondono, mescolandosi in una commistione di accoglienza, sapori e luoghi che agli occhi meno allenati farebbe quasi cancellare anche i confini geografici e identitari che, invece, paiono interessare molto i locali, se non altro per un senso di appartenenza a cui è difficile astenersi, almeno in Italia.

In città (è la terza più grande delle Marche, dopo Ancona e Pesaro, sebbene passeggiare per il suo centro storico lascerebbe immaginare diversamente) si respira un fermento che pure è sopito, non si vuole strafare, eppure l’appuntamento con la storia è ormai raggiunto, le lancette hanno scoccato un’ora che rimarrà segnata nelle agende di molti: in piazza Andrea Costa, tra due ali giallo ocra che ospitano le pescherie, dei lavori pubblici che potremmo quasi definire di routine hanno fatto riemergere quella che, nelle parole di Paolo Clini, professore ordinario dell’Università Politecnica delle Marche, è una scoperta archeologica paragonabile al ritrovamento della tomba di Tutankhamon.

Il più grande ritrovamento della storia dell’architettura

vitruvio

Non ci sono faraoni ad attenderci, ma il basamento di una colonna che, includendo la parasta, ha un diametro di 2,20 metri. È uno dei pilastri che sostiene la (fu) basilica di Vitruvio, autore del De Architectura e padre dell’intera architettura occidentale, le cui interpretazioni, declinazioni, opere si ritrovano poi nel Rinascimento, nel lavoro del Palladio, in quella Casa Bianca che Thomas Jefferson fece disegnare proprio sulla base delle idee vitruviane. È, insomma, uno dei tanti meriti di Vitruvio, che, tornando a citare il professor Clini, ci ha permesso di dire che esiste un’architettura greca, poiché è proprio Marco Vitruvio Pollione a recuperare e codificare gli ordini ionico, dorico e corinzio e inserirli nella sua trattazione, ancora oggi materia di studio per architetti, ingegneri, storici dell’arte e non solo.

La visita a Fano dunque inizia, se non cronologicamente sicuramente per eccesso di importanza, da uno scavo che avrebbe dovuto portare alla nascita di un parcheggio, ma che potrà avere il merito di aver dato all’Italia l’ennesimo luogo di orgoglio, nella molteplicità delle forme, delle ipotesi e delle possibilità a cui si vorrà dare seguito a questi scavi, di cui Paolo Clini è non solo uno dei più grandi sostenitori, ma a cui ha dedicato grande parte della sua vita professionale, congiungendo architettura e ingegneria, ma anche ricorrendo all’intelligenza artificiale, quasi a voler simboleggiare un passaggio di consegne, o meglio una continuità operativa, tra l’antica Roma e la Fano odierna.

Carnevale, Brodetto e non solo: una città che festeggia la sua identità multiforme

fano

E così, quando il Teatro della Fortuna, iterazione contemporanea nell’uso del palazzo comunale, si affolla di associazioni e autorità (dal sindaco Luca Serfilippi al vicepresidente di Regione Marche, Enrico Rossi, passando per il presidente della Fondazione Teatro della Fortuna Stefano Mirisola, fino all’assessore ai grandi eventi Alberto Santorelli) per la presentazione dei Grandi Eventi 2026 di Fano, Città di Vitruvio, l’atmosfera è quella dei grandi momenti: un Capodanno con ricchi cotillon o, per rimanere in tema, un Carnevale. Perché Fano ospita il secondo Carnevale più antico d’Italia, che risale addirittura alla metà del ‘300, ma qui ci tengono a vantarsi di un primato italiano: è il più dolce, grazie a 180 quintali di caramelle e cioccolatini che vengono lanciati a favore di pubblico (parliamo di decine di migliaia di spettatori lungo il percorso) dai carri allegorici nel tradizionale Getto e il cui contributo artistico, nell’edizione 2026, è affidato al premio Oscar Dante Ferretti, ma che ha visto tra gli altri anche la partecipazione dell’indimenticabile premio Nobel per la letteratura, Dario Fo.

Quello che compare a mezzo video, nel materiale rivolto alla stampa e nelle parole dei protagonisti, istituzionali e “civili”, è un calendario fittissimo, in cui a rivestire il ruolo di primo ordine sono, oltre al Carnevale, il Brodetto Fest (dal 30 maggio al 2 giugno); l’Adriatic Sound Festival (12-14 giugno); Passaggi – Festival della Saggistica (24-28 giugno); La Fano dei Cesari (4-12 luglio); Fano Jazz by the Sea (18-26 luglio) e, a cavallo delle festività di fine anno, il Natale nella Terra di Mare (28 novembre 2026 – 6 gennaio 2027). Oltre due ore di conferenza, in cui orgoglio e passione dei presenti si mescolano, tra curiosità e continui richiami all’eccezionale ritrovamento della basilica di Vitruvio, che ha smosso ancor più le acque. C’è spazio per gli Aquiloni, per il Motor Show, per il canottaggio e i giochi dei bambini, per il tennis e il fitness, le corse ciclistiche e tantissimo altro ancora: quasi a voler accontentare tutti, quasi a dare una calendarizzazione, che non è solo schematica ma sociale, alle passioni, ai gusti e alle pulsioni di chi qui vive, ci arriva per turismo, se ne innamora e riparte, ma lasciandoci un pezzo di cuore.

cavalieri d'italia
Cavaliere d’Italia. Foto di Roberto Moratti. Tutti i diritti riservati

Lo stesso cuore che ci mettono i Birders, gli uomini che sussurrano e scrutano non solo le aquile del Furlo, anche gli uccelli migratori alle foci del Metauro: ne parliamo con Roberto Moratti, un fotografo dall’animo sensibile e dalla pazienza invidiabile, che cattura un istante trascorrendo ore in totale immobilità, dando all’obiettivo della sua fotocamera la capacità di rappresentare le sfumature e, al contempo, la bellezza fragile di questa terra di mare.

Di pescatori e di brodetto

gugul, fano

Terra di Fortuna, di Vitruvio e di pescatori: chiunque visita Fano non può non passeggiare lungo le case colorate del Gugul. È una realtà intima, un disegno armonico di abitazioni dei pescatori, che si riconoscevano e identificavano nelle loro vele colorate, ognuna con un significato nascosto ovvero ben visibile, come l’asso di bastoni su campo rosso di Andreano d’Fà, un uomo tanto virile quanto connotato politicamente, a giudicare dal simbolismo con cui usciva per mare e faceva sì che le sue capacità (e credenze) fossero ben note a tutti. Sono i pescatori di un tempo a guidarci in questa passeggiata, dove la musicalità del dialetto e la nostalgia per i ritmi più semplici e sostenibili fanno il pari con l’orgoglio di appartenere a una realtà unica. Gugul è il nome di una vecchia rete da pesca, allungata e conica, figlia di una cultura del fare che portò la marineria di Fano, già a fine Ottocento, a divenire la terza in Italia per numero di pescatori iscritti alla società di mutuo soccorso. Conchiglie, occhi di vetro che servivano a tracciare una rotta ideale verso il mare e di ritorno a casa, piastrelle in ceramica che identificano uomini, famiglie, fatiche, il Gugul (nome che si era perso nei meandri del tempo, e recuperato da qualche decenni) è l’antipasto ideale di un pasto a base di brodetto fanese.

brodetto fanese

Ai già usi delle tante tradizioni culinarie adriatiche, non sfuggirà che molte, moltissime città di mare italiane fanno di questa ricetta un loro caposaldo. Con quel sano campanilismo che ci rende inconfondibili, a Fano rivendicano che il loro ha qualcosa in più: sicuramente, degustandolo e facendoselo raccontare al Caffè del Porto, lo scopriamo nella sua ricchezza: 7 varietà di pesce (tante delle quali autoctone e “riscoperte”, anche grazie al lavoro di realtà come PesceAzzurro, i pescatori che tra Marche ed Emilia Romagna operano per lavorare a un take-away che usa materia prima locale e pescata con rispetto per l’ambiente), cotte in un fondo di passata di pomodoro, da cui emergono sapide ma delicate allo stesso tempo, con una scarpetta che è tanto obbligo quanto piacere, per poi concedersi di assaggiare tagliolini e gnocchi conditi proprio con quel sugo di pesce. Abbondante, non pesante, non potrebbe esserlo del resto: e se pure lo fosse, il pasto culminerebbe con la Moretta. Un caffè corretto, a voler banalizzare a favore di chi legge, ma uno dei tanti riti dei pescatori che, per combattere stanchezza e freddo, mescolavano a un espresso un mix di liquori che include anice, rum e brandy, accompagnando il tutto con una scorza di limone. Ne esce fuori un fine pranzo (o cena, che dir si voglia) aromatico, forte e delicato allo stesso tempo, la carezza di un palato che si addolcisce poi, visitando la pasticceria Guerrino di Andrea Urbani, con la tradizionale castagnola fanese. Si badi bene, diversissima da tutte le sue iterazioni omonime del resto d’Italia: questa è grande, quasi sproporzionata rispetto alle colleghe, eppure leggerissima. La si prepara con uova, farina, zucchero e anice, e sembra quasi voler imitare la grandezza dei carri del Carnevale.

Il Carnevale dei VIP e della cartapesta

carnevale di fano

Lo abbiamo visto: quello fanese è il secondo più antico del nostro Paese, e per viverne al meglio l’essenza raggiungiamo gli enormi capannoni in cui i volontari dell’Ente Carnevalesca lavorano senza sosta da mesi per dare vita a macchine animate e coloratissime, realizzate proprio come un tempo con la cartapesta, lavorate con maestria, parlando di cultura e società, senza mai scadere nel banale. I protagonisti, di ieri e di oggi, si riconoscono in forme caricaturali ma uniche, da cui traspaiono messaggi importanti: la resilienza sportiva di Jannik Sinner, “Wada come Wada”; la lotta contro il pregiudizio con le note di Big Mama; il grande retaggio cinematografico italiano con Federico Fellini, e qui ancora una volta la direzione artistica di Dante Ferretti ci ricorda come Fano sembra quasi voler essere un punto nevralgico per le tante passioni ed eccellenze che fanno speciale l’Italia.

Perché il Carnevale di Fano, come ci racconta la presidente della Carnevalesca Valentina Bernardini, è un contenitore di tradizione, di arte e di creatività, è proprio un contatto con i materiali che vive una dimensione a sé stante da quello che può essere la realtà, un contatto dal quale arriva la nostra conoscenza esperienziale […] con i ragazzi che fanno scenografie per i teatri e quant’altro. La scelta di Dante Ferretti, e il tema del Carnevale 2026, è dunque la scenografia e il cinema, e la Carnevalesca ha dato un titolo ai ragazzi che vi si ispirano senza che sia stringente, in modo che loro si possano esprimere al meglio che possono. Un rituale che, nella variabilità e nel succedersi delle modalità, va avanti dal 1347, si tramanda di generazione in generazione, si proietta dentro la città, ma deve uscire anche allo stesso tempo fuori dalla città, perché noi qui abbiamo tutte le potenzialità, e allora quale migliore occasione dell’incontro con un personaggio internazionale, che sostiene questa tradizione e questa artigianalità, che se nel tempo si affievolisce deve essere comunque sempre coltivata.

La cultura a servizio della collettività

fano dei cesari

E così, la visita culturale, turistica, esperienziale, gastronomica a Fano trova il suo culmine nell’incontro con i protagonisti degli ulteriori eventi di un calendario sontuoso, monumentale come le colonne del Vitruvio, che hanno reso fondamentale ripensare, adattare e arricchire programmi magari già abbozzati. Passaggi – Festival della Saggistica, La Fano dei Cesari e Fano Jazz by the Sea sono alcuni degli appuntamenti di una città che si fa culturale e popolare allo stesso tempo, scendendo in piazza ovvero guadagnando spazi monumentali, raccontandosi e aprendo le sue porte millenarie a stili sempre diversi, sempre nuovi, eppure con le radici salde in terra. Come nel caso del jazz, che dal 1991 dà uno sbocco sul mare all’Umbria Jazz e poi si fa maturo, autonomo e indipendente; come la saggistica, genere di nicchia nella letteratura ma che vuole dimostrare l’importanza di conoscere e saggiare con man o le tante declinazioni della realtà. Come la Fano dei Cesari, quasi 10 giorni di ricostruzioni, storie, quotidianità dell’antica Roma che da un piccolo esperimento di amici e volontari diventa studio filologico e attento delle abitudini dei nostri avi.

Ed è forse questa la chiave di lettura che meglio restituisce al visitatore, quello novello (come chi scrive) e il navigato, l’idea di Fano: una città di Fortuna e di Vitruvio, dove il mare è a servizio del paesaggio, dove la natura accompagna e circonda la storia e la storia si fa così interessante, eppur facile, da scardinare i preconcetti che abbiamo sulle città di mare, buone forse solo per una vacanza, ma dove la vacanza, almeno in questo caso, vorrebbe non finire mai.



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