Dancalia, un luogo da rispettare

Visitare la Dancalia era un sogno. Purtroppo l'ho realizzato con ritardo. Da almeno due anni la lava del vulcano Erta Ale è sparita (chissà se ritornerà). Le carovane di cammellieri sono quasi sparite sostituite da camion...

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  • di Lurens55
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Oltre 3000 euro

La strada asfaltata è sovente occupata da una notevole quantità di mucche, vitelli, zebù, dromedari, asinelli, capre, pecore, galline (poche), umani di varie età tra cui bambini che sbucano all'improvviso, tuk tuk (le motorrette taxi) che fanno le manovre più fantasiose. Così è impossibile viaggiare un po' spediti. La cosa curiosa è che tutti gli erbivori invece di andare nei prati brucano erba sul bordo della strada. Si vede che i gas di scarico dei vari motori diesel e dei motori a due tempi dei numerosissimi tuk tuk rendono più saporita l'erba. Comincio ad essere piuttosto stanco. Alle 18 arriviamo all'hotel un po' di chilometri prima di Kombolcha. Finalmente una doccia calda, seppure un po' approssimativa a causa del soffione intasato dal calcare. La camera non è male. Molto spartana. E come sempre nei paesi poco sviluppati il punto debole è l'idraulica. Lo sciacquone del wc non va, ma con un intervento di manutenzione lo rimetto un po' in sesto. Per cena ho provato lo shirò, un piatto tipico locale che consiste in una vellutata di ceci e berberè. Il berberé è un ingrediente chiave delle cucine eritrea ed etiope. E’ una miscela di spezie, la cui composizione è tradizionalmente: peperoncino, zenzero, chiodo di garofano, coriandolo, ruta comune, ajowan (cumino d’Etiopia) e può comparirvi anche il pepe lungo. Lo shirò si mangia con pane injera, una specie di grossa crepes spugnosa leggermente acidula fatta con il teff un tipico cereale coltivato in Etiopia e introvabile in Occidente. Poi nel letto con l'obiettivo di rimettermi in sesto.

Sabato 16 novembre 2019

Dopo una notte abbastanza riposante alle 6.30 suona la sveglia. La colazione è decisamente scarsa: 3 fettine di pane tostato con marmellata e te. Alle 8 si parte. Il traffico è sempre difficoltoso. Alle 9.30 la carovana di jeep si ferma di fronte ad un "elegante" autogrill dove ci servono dei piattini di papaia a km 0. Per chi ha necessità di espletare funzioni corporali il wc è costituito dal boschetto adiacente. Si riparte per Kombolcha dove ci fermiamo un’ora e mezza per avere i permessi per la Dancalia. Facciamo un giretto a piedi nell'attesa che la burocrazia etiope faccia il suo corso. In un piazzetta si vedono vestigia del periodo coloniale fascista in Etiopia: un brutto obelisco che nel basamento ha una targa scolpita che ricorda Vittorio Emanuele III, Mussolini e Graziani. Per il resto non c'è nulla di interesse turistico. Tantissime catapecchie con parabole sul tetto di lamiera. Mentre passeggiamo un gruppetto di studenti sui 14 anni si mette a chiacchierare con noi in un discreto inglese. Pur essendo una città sgangheratissima è sede universitaria. Ottenuti i permessi riprendiamo la marcia. Alle 12 ci fermiamo in un fatiscente cafè nella scassatissima città di Bati per fare un sontuoso pranzo che consiste in un piatto di riso al curry, una banana che mangio per fame e perché contiene potassio pur essendo un frutto che se posso evito. E per strafare c'era anche mezza arancia. Satolli ripartiamo. Arriviamo ad un bivio che indica Chifra 55 km. Come svoltiamo la strada diventa sterrata. Si va a rilento. Dopo qualche km la strada diventa asfaltata. Bene! Ma dopo 200 m ritorna sterrata. Perché asfaltare 200 m in mezzo al nulla? Uno dei tanti misteri dell'Africa.

Vediamo i primi villaggi Afar costituiti da capanne a forma semisferica fatte di rami, paglia, fogliame e teli di varia natura tenuti da corde. Nel pomeriggio arriviamo a Chifra e dato che bisogna attendere una guida Afar ci fanno accomodare al bar dell'hotel Tokoboyta e ci beviamo una birretta etiope bella fresca (buona). L'hotel è indescrivibile, poco più che un insieme di baracche stile Ghale Gaun (vedi diario Nepal) e il bar è nello stesso stile. Le tazze del caffè e del tè vengono sommariamente sciacquate in una catinella d'acqua non proprio limpida. Arrivata finalmente la guida ripartiamo. Percorsi 8 km di sterrato arriviamo al villaggio Afar dove arriva una milionata di bambini con relativi adulti al seguito. I bambini sono molto allegri e vogliono farsi fotografare. Si piazzano in posa, come se dovessero fare una foto tessera, e poi vogliono vedere sul display come sono venuti. Mentre noi fotografiamo decine e decine di bambini, gli autisti montano le tende. Dato che l'allestimento del campo tendato è uno spettacolo i bambini si riversano tutti intorno. C'è un anziano che li tiene a bada minacciandoli con una lista di nylon a mo di scudiscio se rompono. Il campo è montato e sta facendo buio

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