Turiste per Caso a Cuba

Syusy e Zoe ci raccontano il nuovo (e il vecchio) dell’isola della Revolución, prima che cambi del tutto!

IL NUOVO TURISMO

Il cambiamento è imminente. Ed è quello che sperano i cubani che operano nel settore. Perché chi lavora col turismo guadagna i cuc, il peso cubano convertibile che ha sostituito il dollaro nell’economia cubana, con cui si acquistano tutti i beni di consumo che vale la pena di comprare. Insomma, chi lavora nel turismo probabilmente si arricchirà, e questo è un fatto. Cuba sarà diversa, perché ci saranno (e ci sono già) quelli che potranno spendere in cuc e altri che non potranno farlo. E intanto, qui in piazza continua a sfilare il popolo cubano: allegro, spiritoso, divertente, entusiasta. Da solenne, la musica è diventata allegra: ormai è un carnevale! La gente regge cartelli con frasi inneggianti anche all’agricoltura organica: ne leggo uno con scritto “Rivoluzione è difesa dei valori”. È proprio vero! Ma non solo a Cuba. “Che strano”, dice Zoe, “qui è normale e istituzionalizzata una manifestazione per cui in Italia, di solito, ti mandano dietro la polizia!”. Ma come cambia, e come cambierà Cuba con il turismo? È la domanda che mi ha spinto a tornarci per la terza volta. La stessa che ha invogliato i turisti italiani che ho ritrovato sull’isola ad andarci: “Prima che cambi, prima che arrivino i McDonald’s”.

SÌ, MA COME CAMBIA?

I cubani diventeranno come tutti gli altri popoli, intenti a fare soldi con il turismo? Questo li priverà di una parte della loro proverbiale dignità? Sarà intaccata la loro identità, preservata da sempre da un sentimento di appartenenza a una nazione che fin dai tempi dell’indio Hatuey, passando per José Martì e Castro, li ha portati a combattere per l’indipendenza? In poche parole, c’è il rischio di tornare a Batista? L’apertura al mercato e agli investimenti (turistici e non solo) farà di Cuba il solito posto di “ginetere” (ragazze disponibili) e della vendita sfrenata, pur di ottenere i prodotti così ambiti dalle società di consumo? Io credo di no. Anni di discorsi di Fidel, e di battaglie contro la più grande nazione capitalistica del mondo, hanno fatto dei cubani un popolo vero, molto istruito e per buona parte orgoglioso. Si può dire che l’orgoglio di quel poco che hanno e del lavoro sia la caratteristica cubana. Come potrà mai questa gente prestarsi al servizio del turista, fare il mestiere più complicato del mondo: servire e sorridere? Prendersi cura di un tipo - il turista “generalista”, appunto - che arriva con esigenze occidental-borghesi e vuol essere servito secondo gli standard internazionali? Uno che è spesso immusonito e stanco (per non dire arrogante), visto che ha lavorato nel suo Paese per pagarsi questi pochi giorni di paradiso tropicale, e si aspetta alla lettera quello che dicono i depliant?

LE STRATEGIE

Io, che francamente ne ho visti molti che vivono di turismo, ho la tentazione di ipotizzare quali potrebbero essere le strategie per sopravvivere a questo mestiere. E se mi concedete bonariamente questa licenza, provo a elencarle. 1) Turismo “alla catena”. Praticare cioè un turismo “industriale”, di massa. Fare come in tutto il mondo vacanziero: un’organizzazione centralizzata (spesso multinazionale), fatta di catene alberghiere con operai e impiegati pagati (possibilmente poco) che devono adempiere a delle mansioni prestabilite, e lo fanno con un falso sorriso e un atteggiamento svogliato. Piatto tipico: spaghetti alla bolognese, che non esiste, però tanto caro alla cucina internazionale. 2). Turismo “alla romagnola”. Diffuso, artigianale, familiare. Pensare che sia meglio questo che andare nei campi: coltivare il turista o il villeggiante è meglio che coltivare le zucchine o la canna da zucchero. Fino a qualche anno fa i romagnoli avevano certo un vantaggio sui cubani: potevano pensare di fare un lavoro stagionale, di alcuni mesi, per poi andarsene, coi soldi guadagnati, a fare i turisti da qualche altra parte, e continuare l’estate al caldo. Ma adesso, con la crisi, pure il romagnolo ha poco da scialare: anche per noi è iniziato una sorta di Periodo Especial. Piatto tipico: piadina. 3) Turismo alla “Relais-Resort”. D’élite, di nicchia. Fare come alcuni albergatori e ristoratori italiani o francesi, che ti presentano un vino con molta prosopopea, tanto da farti sentire quasi in colpa per non conoscerne le proprietà, o che allestiscono opere d’arte (vere o finte) in camera, che quasi t’intimidiscono. Quelli che ti servono un cibo così buono, da farti sentire onorato di essere presente. Che ti ospitano in un luogo d’arte e storia, e ti fanno sentire onorato di poterci entrare. Piatto tipico: tortino di mais al brasato di kobe massaggiato al barolo in salsa di noci della Val Brembana. A quali di questi modelli potranno riferirsi i cubani? Gli auguro di schivare il primo (tra l’altro, la proprietà o comproprietà degli alberghi per ora resta dello Stato). E non credo possano sostenere il terzo…

RICETTA SOSTENIBILE

Mi sono divertita a pensare una ricetta accettabile per i cubani, che non li cambi, ma che possa far guadagnare loro il necessario, da quella che è la prima risorsa economica per l’isola (come per noi italiani, del resto): il turismo. Anzitutto, balza all’occhio una certa somiglianza fra cubani e romagnoli, se mi concedete di utilizzare a piene mani alcuni stereotipi (che hanno però una loro legittimità). Entrambi sono ospitali, comunicativi, intraprendenti, si basano sulle relazioni umane e sono orgogliosi della loro identità "nazionale". Provate voi a scambiare un romagnolo per un emiliano, o addirittura per un marchigiano! Il romagnolo, poi, ama essere intraprendente: è libero di prendere iniziative anche in modo familiare, in proprio. Come sta avvenendo qui a Cuba per le case particular o le mesetas, che stanno creando una classe di benestanti. I primi ristoranti in mezzo alla campagna, ricavati in aziende agricole riconvertite a piadinerie, io li ho visti in Romagna

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