Un ciclone di nome Cuba

"Se non ci andate adesso, non ci andate più". Avventure semiserie di un viaggiatore dilettante alla scoperta di una Cuba inesorabilmente destinata a scomparire

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  • di Luciano M.
    pubblicato il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Io e Miriam ci guardiamo divertiti, ma il sorriso sparirà ben presto dai nostri volti, perché a metà del percorso veniamo sorpresi da un acquazzone di violenza inaudita che ci pone ben presto davanti ad un dato inconfutabile: la nostra Lada/124 ha le gomme lisce, ma così lisce che ogni curva la affrontiamo derapando come fossimo in un rally.

E’ quando comincia a piovere dentro l’abitacolo, però, che inizio ad allarmarmi sul serio. Inoltre Carlito, per motivi a noi sconosciuti, non sembra intenzionato ad azionare il tergicristallo, e dal parabrezza non si vede assolutamente nulla.

Non ci sono certo di aiuto il manto stradale, pieno di buche colme d’acqua e le strane abitudini di guida degli altri automobilisti. Sulle strade cubane (e di ciò avremo la riprova anche nei giorni seguenti) sembra vigere una specie di anarchia generalizzata. Le auto si sorpassano indifferentemente a destra e a sinistra e per lunghi tratti viaggiano sulla corsia esterna a bassa velocità, tanto da farci sospettare che il vero lato di sorpasso sia quello destro.

Fortunatamente il nostro mezzo non consente alte velocità. Appena raggiunti gli 80 orari, infatti, comincia ad emettere un sibilo fortissimo che induce l’autista a ridurre l’andatura.

Quando, se possibile, la pioggia aumenta di intensità, il nostro Carlito decide finalmente di attivare i tergicristalli, anzi il tergicristallo, perché uno dei due non funziona, e capiamo subito il perché di tanta riluttanza nell’azionarlo. Dopo pochi metri, infatti, la spazzola vola letteralmente dal parabrezza, finendo in mezzo alla strada qualche decina di metri dietro di noi. Carlito allora mette la retromarcia in piena autopista, e dopo aver raggiunto il pezzo, lo recupera con fare imperturbabile e lo rimette nella sua posizione originaria, mentre le altre auto ci schivano a destra e a sinistra a clacson spiegato.

Seguiamo l’operazione con lo sguardo terrorizzato di chi sta per terminare drammaticamente la propria esistenza in un paese che certamente non consente facili disbrighi burocratici per il trasporto delle salme.

Per nostra fortuna, l’acquazzone ben presto diminuisce di intensità, fino a terminare, improvviso come era cominciato, dopo pochi minuti.

Rilassati per lo scampato pericolo, cominciamo a guardarci attorno.

Il paesaggio non è dei più attraenti. Paesi desolati e cadenti si susseguono ad impianti industriali circondati da nuvole di smog.

Non c’è nulla di caratteristico, tutto sembra vecchio e fatiscente come l’automobile su cui stiamo viaggiando. Anche Alejandro è triste e silenzioso. Eppure Filippo non mi parlava d’altro che della contagiosa allegria e spensieratezza dei cubani…

Per fortuna ci pensa Carlito a mantenere viva la nostra attenzione con manovre al limite del delinquenziale.

A dispetto degli appena 150 chilometri da percorrere, impieghiamo ben 3 ore per avvistare l’Havana, e le sue propaggini non si discostano molto dallo squallore che abbiamo visto finora.

Miriam mi guarda sconsolata. Dove sono le spiagge caraibiche? Dove sono i paesini coloniali? Dov’è il sole?

La zona dove alloggeremo si chiama Miramar ed è un ex quartiere residenziale dell’Havana pre castrista che ha però mantenuto un aspetto dignitoso ed accattivante. I suoi lunghi viali sono fiancheggiati da una stupenda vegetazione di un verde abbagliante, punteggiata da fiori di un rosso intenso e le case, tutte villette basse, sono perlopiù malridotte, ma graziose.

La temperatura sembra accettabile, ma l’umidità è soffocante, così chiediamo al triste Alejandro se possiamo fermarci a comprare una bottiglia d’acqua

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