Viaggiatori: 2 · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Un ciclone di nome Cuba

di Luciano M. - pubblicato il

“Se non ci andate adesso, non ci andate più”

Questa perentoria affermazione aveva continuato a frullarmi nel cervello per tutto il giorno. A pronunciarla era stato Filippo, un mio vecchio amico, al quale avevo manifestato la mia indecisione circa la scelta di una meta per le vacanze estive.

Seduti al tavolino di un bar per una semplice chiacchierata, era esondato come un fiume in piena, somministrandomi un’ora e mezza di elogi, a metà strada tra estasi e fanatismo, su Cuba, i suoi abitanti e… le sue abitanti. Considerando che Filippo, di cubane ne ha sposate addirittura due (ovviamente in tempi diversi), qualche sospetto che la sua passione per l’isola caraibica fosse incentrata più che altro su quest’ultimo aspetto, l’avevo avuto.

Tant’è, tornato a casa prospetto l’idea a mia moglie Miriam, aspettandomi il solito “Non ci pensare nemmeno” che accompagna abitualmente le mie proposte di viaggio.

Invece, con mia grande sorpresa, Miriam accetta senza porre condizioni. Comunico quindi a Filippo la nostra decisione.

La sua reazione è fulminea ed incredibilmente efficiente, a tal punto da farmi sospettare un suo coinvolgimento nell’ente per il turismo cubano.

Nel giro di un paio di giorni riesce a scovare un volo low-cost ed una sistemazione per le nostre notti all’Havana, oltre a risolverci tutta una serie di problemi (in primis il visto turistico, la famigerata “targeta”), che ci avrebbero fatto passare diverse notti insonni.

Alejandro, un suo grande amico, sarà il “nostro agente all’Havana”. Dormiremo da sua madre e un suo amico ci farà da autista e guida turistica. C’è solo un piccolo problema, il volo arriva a Varadero, dovremo quindi effettuare un transfer per la capitale, “ma non c’è problema – Filippo si affretta a rassicurarci - perché l’amico Alejandro verrà a prendervi all’aeroporto per portarvi da sua madre”. “Sarà un viaggio indimenticabile” aggiunge con un sorrisino inquietante sulle labbra.

L’HAVANA

Dopo un viaggio inaspettatamente piacevole, sbarchiamo nel piccolo aeroporto di Varadero e, altrettanto inaspettatamente, passiamo con facilità un controllo tutt’altro che approfondito. Avevo letto di lunghissime attese per attraversare la dogana, ma sono al contrario impressionato dalla celerità dell’operazione. Di diverso genere è ciò che mi impressiona in seconda battuta: il personale aeroportuale femminile indossa una divisa così succinta da sconfinare nella pornografia.

La cosa mi appare sorprendente. Con tutte le chiacchiere sentite in merito al “moralismo” del regime cubano, mi ero fatto l’idea di un popolo dai costumi, almeno esteriori, piuttosto morigerati. Poiché la cosa non è sfuggita neanche a mia moglie, vengo spinto con decisione verso l’uscita.

Appena varcata la soglia del gate, ci ritroviamo sommersi da un’incredibile quantità di individui che offrono ogni tipo di servizi. Taxi, alberghi e non so che altro.

“Come faremo a trovare Alejandro?” mi dice Miriam cercando di allontanare l’invadenza della piccola folla. Ma con la coda dell’occhio riesco a vedere un cartello spuntare tra la calca. Sopra, in modo molto pragmatico, c’è scritto: “Alejandro – Luciano”. Non credo ci siano dubbi. E’ il nostro agente all’Havana (per ora in trasferta a Varadero).

Il caldo è notevole e l’umidità così elevata che i miei occhiali si appannano all’istante. Vago nella fitta nebbia fino all’esterno, e quando finalmente ritrovo la vista, rimango per un attimo perplesso. Invece che da un aereo mi sembra di essere sceso da una macchina del tempo. Sul piazzale antistante l’aeroporto, sono parcheggiate decine di automobili ... di un’altra epoca.

I modelli più vistosi sono giganteschi macchinoni degli anni 50 stile American Graffiti, ma l’auto che ci attende per il nostro transfer è ancora più evocativa. E’ senza dubbio la Fiat 124 sulla quale mio nonno mi scarrozzava da bambino. In realtà si tratta di una Lada russa, prodotta negli anni 70 proprio dalla Fiat sul modello della 124. E’ la macchina di Carlito, un amico di Alejandro, che ci scorazzerà nei prossimi giorni per l’Havana.

A prima vista, si ha l’impressione che il mezzo sia uscito in fretta e furia dalla catena di montaggio, senza passare per il settore “rifiniture”. Affermare che il suo interno sia spartano, infatti, è una vera esagerazione, perché in effetti dentro non c’è assolutamente nulla. Tappezzeria, rivestimento degli sportelli, plancia, tutto è stato asportato lasciandola completamente nuda ed attraversata da una miriade di fili elettrici dei quali non capisco bene la funzione, a parte quella di farmi inciampare ogni volta che tento di entrare o uscire.

Io e Miriam ci guardiamo divertiti, ma il sorriso sparirà ben presto dai nostri volti, perché a metà del percorso veniamo sorpresi da un acquazzone di violenza inaudita che ci pone ben presto davanti ad un dato inconfutabile: la nostra Lada/124 ha le gomme lisce, ma così lisce che ogni curva la affrontiamo derapando come fossimo in un rally.

E’ quando comincia a piovere dentro l’abitacolo, però, che inizio ad allarmarmi sul serio. Inoltre Carlito, per motivi a noi sconosciuti, non sembra intenzionato ad azionare il tergicristallo, e dal parabrezza non si vede assolutamente nulla.

Non ci sono certo di aiuto il manto stradale, pieno di buche colme d’acqua e le strane abitudini di guida degli altri automobilisti. Sulle strade cubane (e di ciò avremo la riprova anche nei giorni seguenti) sembra vigere una specie di anarchia generalizzata. Le auto si sorpassano indifferentemente a destra e a sinistra e per lunghi tratti viaggiano sulla corsia esterna a bassa velocità, tanto da farci sospettare che il vero lato di sorpasso sia quello destro.

Fortunatamente il nostro mezzo non consente alte velocità. Appena raggiunti gli 80 orari, infatti, comincia ad emettere un sibilo fortissimo che induce l’autista a ridurre l’andatura.

Quando, se possibile, la pioggia aumenta di intensità, il nostro Carlito decide finalmente di attivare i tergicristalli, anzi il tergicristallo, perché uno dei due non funziona, e capiamo subito il perché di tanta riluttanza nell’azionarlo. Dopo pochi metri, infatti, la spazzola vola letteralmente dal parabrezza, finendo in mezzo alla strada qualche decina di metri dietro di noi. Carlito allora mette la retromarcia in piena autopista, e dopo aver raggiunto il pezzo, lo recupera con fare imperturbabile e lo rimette nella sua posizione originaria, mentre le altre auto ci schivano a destra e a sinistra a clacson spiegato.

Seguiamo l’operazione con lo sguardo terrorizzato di chi sta per terminare drammaticamente la propria esistenza in un paese che certamente non consente facili disbrighi burocratici per il trasporto delle salme.

Per nostra fortuna, l’acquazzone ben presto diminuisce di intensità, fino a terminare, improvviso come era cominciato, dopo pochi minuti.

Rilassati per lo scampato pericolo, cominciamo a guardarci attorno.

Il paesaggio non è dei più attraenti. Paesi desolati e cadenti si susseguono ad impianti industriali circondati da nuvole di smog.

Non c’è nulla di caratteristico, tutto sembra vecchio e fatiscente come l’automobile su cui stiamo viaggiando. Anche Alejandro è triste e silenzioso. Eppure Filippo non mi parlava d’altro che della contagiosa allegria e spensieratezza dei cubani…

Per fortuna ci pensa Carlito a mantenere viva la nostra attenzione con manovre al limite del delinquenziale.

A dispetto degli appena 150 chilometri da percorrere, impieghiamo ben 3 ore per avvistare l’Havana, e le sue propaggini non si discostano molto dallo squallore che abbiamo visto finora.

Miriam mi guarda sconsolata. Dove sono le spiagge caraibiche? Dove sono i paesini coloniali? Dov’è il sole?

La zona dove alloggeremo si chiama Miramar ed è un ex quartiere residenziale dell’Havana pre castrista che ha però mantenuto un aspetto dignitoso ed accattivante. I suoi lunghi viali sono fiancheggiati da una stupenda vegetazione di un verde abbagliante, punteggiata da fiori di un rosso intenso e le case, tutte villette basse, sono perlopiù malridotte, ma graziose.

La temperatura sembra accettabile, ma l’umidità è soffocante, così chiediamo al triste Alejandro se possiamo fermarci a comprare una bottiglia d’acqua.

Il nostro amico si mette una mano sul mento e, dopo aver dato un’occhiata preoccupata a Carlito, rimane pensieroso in silenzio.

Inconsapevoli di aver chiesto qualcosa di problematico, stiamo quasi per recedere dal nostro intento, quando Alejandro fa cenno all’autista di accostare, quindi mi chiede di uscire con lui.

Entriamo in una specie di baretto al di là della strada, dove numerose persone sono sedute all’aperto su sedie di metallo scrostate.

“Tiene agua?” è la domanda che il nostro amico rivolge al barista. Un giovane a petto nudo, lucido come l’ebano.

L’approccio mi sorprende, anche perché la disponibilità di acqua in un bar la davo per scontata. La reazione del barista, però, mi fa comprendere che qui non esiste nulla di scontato, infatti, l’acqua non ce l’hanno.

Una bottiglia di acqua minerale la troviamo al nostro terzo tentativo e, soddisfatto per il successo, Alejandro mi rivolge anche qualche parola mentre torniamo alla macchina.

Durante il nostro percorso nelle lunghe strade della periferia habanera, mi colpisce la presenza costante di pesanti cancellate che coprono tutte le porte e le finestre delle case. Alcune hanno persino delle vere e proprie gabbie che racchiudono i patii e le verande.

La risposta di Alejandro alla mia richiesta di spiegazioni è laconica e un po’ preoccupante.

“E’ per la sicurezza”. Anche la casa dove alloggeremo non si sottrae alla tendenza generale, con le sue sbarre stile fortilizio, ma al contrario della maggior parte delle altre, sembra in condizioni decisamente migliori. La prima impressione viene confermata una volte all’interno. Certo, c’è una tendenza all’accatastamento di paccottiglia di ogni genere, ma è pulita e ben tenuta. Molliamo la bellezza di 60 euro (cifra che, durante la notte, mi apparirà un tantino esagerata) al nostro autista, come pagamento per il passaggio e prendiamo accordi con lui per il giorno successivo. Quindi entriamo in casa, dove veniamo accolti dalla nostra ospite. Carmen, la mamma di Alejandro è una signora dall’età indefinibile, piccola di statura e piuttosto rotondetta. Ha la pelle leggermente più chiara del figlio, ma i suoi tratti somatici sono più africani che caraibici. Fortunatamente ha una notevole chiacchiera, che in alcuni momenti rasenta la logorrea, e la conversazione non rischia mai di languire come con il taciturno figlio. Ci ha preparato la cena, e questo non può che farci piacere, visto che siamo entrambi affamati.

Sul tavolo ha sparso tanti assaggini di cose che sembrano deliziose. Delle fette di platano fritte, delle specie di polpettine di carne, anch’esse fritte, delle costolette di maiale... fritte (pare che da queste parti il fritto sia molto gradito…).

Reduce dai disastri intestinali dell’India, ero partito deciso a procedere con i piedi di piombo, ma la golosità prende il sopravvento ed assaggio ogni cosa con gusto.

Alejandro, che nel frattempo si è chiuso in camera, ne esce solo a cena ultimata, indossando una inquietante t-shirt nera con un teschio trafitto da pugnali. Saluta tutti e si allontana su una motocicletta che preleva da un garage annesso alla villetta.

Avrei tanta voglia di una bella birra ghiacciata, ma in casa non ce n’è, quindi opto per una stucchevole gassosa al limone e mi piazzo su una sedia a dondolo collocata nel patio fuori casa.

Il caldo umido è appena intaccato da una leggera brezza serale ed il parlare continuo della signora Carmen, mi trasporta nel mondo dei sogni.

La notte non è delle più tranquille, nonostante la scoperta di un insperato condizionatore nella nostra stanza. L’apparecchio è così vecchio che mentre rimane acceso sembra di essere coricati nella sala macchine di un transatlantico. Lo azioniamo quindi solo per brevi periodi, tra una sauna ed un’altra.

La mattina siamo presto in piedi e, in attesa che la signora Carmen termini di preparare la colazione, do un’occhiata alla casa.

Il salottino dell’ingresso è colmo fino all’inverosimile di peluche, vasetti, porcellane stile bomboniera, bottigliette di profumo, scatole, scatoline e ninnoli di ogni tipo. Su una credenza c’è anche un cartonato gigante con l’immagine di Biancaneve e i sette nani. Inconsueti quadri di panorami bavaresi abbelliscono le pareti.

Delle diverse fotografie che completano l’arredo, una in particolare attira la mia attenzione. Vi è raffigurata una ragazzina di sedici anni al massimo, con una minigonna vertiginosa, sotto la quale un vecchio, bianco di carnagione e di capelli, sta insinuando una mano.

“Mia figlia con il marito. E’ tedesco” mi dice orgogliosa Carmen, passandomi accanto con in mano piattini di platano fritto.

Rimango esterrefatto. Come può una rapporto che rasenta la pedofilia renderla tanto fiera?

Subito dopo, però, arriva la risposta.

“Mia figlia fa la vita della signora in Germania. Ha una bella casa, una bella macchina, tutti gli elettrodomestici che vuole – poi, mentre la Carmen continua a tirare fuori dalla cucina piattini in gran quantità – Ogni anno viene a trovarci e porta qualche regalo. Qui ho tutto, persino il microonde!”

Il fatto che il marito abbia cinquant’anni in più della figlia non la turba più di tanto. La sua unica soddisfazione è data dalla consapevolezza che ora vive tranquilla senza che le manchi nulla. Fino all’imminente morte del marito che, si spera, le lascerà tutto in eredità.

Un po’ triste, forse, ma molto realista. Dote che scopriremo non mancare ai cubani.

Rimpinzatici per bene, siamo pronti ad affrontare il nostro primo giorno all’Havana, non senza aver prima ordinato la nostra cena. Carmen ci propone del pescado che cucinerà in diverse maniere. Accettiamo di buon grado e usciamo fuori casa, dove Carlito ci sta attendendo.

Per raggiungere il centro, attraversiamo un lungo viale alberato, pieno di splendide ville che il nostro autista ci spiega essere la Quinta Avenida, sede per lo più di ambasciate e residenze di dignitari cubani, quindi ci immergiamo in un tunnel sottomarino per sbucare lungo il Malecon.

“Ricordami un po’ perché è famoso questo Malecon…” mi chiede Miriam con una punta di sarcasmo.

Il primo impatto con il leggendario lungomare dell’Havana, in effetti, non è dei migliori. Una serie di mostruosi grattaceli stile sovietico, si alterna a vecchi caseggiati anni 70 per lo più cadenti.

Via via che andiamo avanti, però, la situazione ... peggiora.

A uno stadio di atletica diroccato e pieno di erbacce, segue un brutto edificio in cemento armato che si erge isolato.

“Questo è l’ospedale. Ci lavora Alejandro” dice Carlito, passandogli davanti.

La cosa mi intriga. E’ dal nostro arrivo che cerco di indovinare che attività svolga il nostro agente.

“E che cosa fa?” accenno fingendo scarso interesse.

“Non lo so. Una specie di ricercatore” glissa l’autista.

Sono colpito. Avevo sentito parlare di professionisti che sono costretti a seconde attività per arrotondare, ma Alejandro medico proprio non ce lo facevo.

Mentre sono preso in queste riflessioni, incrociamo una strana foresta di alti pennoni, sui quali sventolano delle bandiere nere.

Carlito anticipa la mia domanda.

“Questa è la sede diplomatica americana” e indica un fabbricato squadrato proprio di fronte alle bandiere.

“Ah si? Non sapevo ce ne fosse una”

“Si. Quelle bandiere ce le ha messe Fidel per oscurargli la vista. Rappresentano i martiri cubani uccisi dagli americani. Così sono costretti a vederle ogni volta che si affacciano alle finestre”

“Ingegnoso!”

“Subito dietro le bandiere c’è il ‘protestodromo’ – continua Carlito - E’ il palco da dove Fidel tiene i discorsi ... anzi teneva”

Rimaniamo in silenzio mentre il lunghissimo Malecon continua a scorrere davanti ai nostri occhi.

Il traffico non si può certo dire congestionato, ma la puzza di smog è quasi insopportabile. E’ un paradosso difficile da dirimere sulle prime, ma poi, annusando con attenzione, mi accorgo che l’odore è molto simile a quello che si respira negli aeroporti. Si tratta quindi di benzina affine al kerosene, che unita ai vecchi motori del parco macchine antidiluviano, crea una miscela altamente inquinante.

A proposito di automobili, ero sempre stato convinto che le favolose automobili americane degli anni 50 di cui si favoleggiava, fossero solo pochi esemplari destinati ad uso e consumo dei turisti.

Mi sbagliavo.

In giro ce ne sono moltissime. Carlito mi spiega che sono le auto lasciate dagli stranieri in fuga dopo la rivoluzione del 59. Gli attuali proprietari possono tenerle finché non vengono rottamate, poi basta. Per questo motivo si ingegnano in tutti i modi per non perdere questo bene prezioso.

“La gran parte dei motori non sono più quelli originari – continua Carlito – Li hanno sostituiti con quelli di vecchie auto russe”. Da quando c’è il turismo, poi, hanno capito che attirano molto gli stranieri, e le stanno convertendo tutte in taxi (anche se, come vedremo, ogni automobile a Cuba è un potenziale taxi), facendo a gara per renderle più attraenti possibili, lucidandole e tirando le cromature a specchio. Alcune sembrano appena uscite dalla fabbrica.

Il restante parco auto è formato da vecchi catorci russi, dei quali abbiamo già avuto modo di parlare, ed auto moderne, per lo più giapponesi.

Dimenticavo, c’è anche una miriade di ridicoli tricicli a forma di uovo, dei quali mi riservo di chiedere informazioni in seguito, che come uno sciame di strani insetti infesta le strade della città.

“Adesso ci fermiamo un attimo per cambiare i soldi” dice Carlito girando in una traversa.

Una volta parcheggiata l’auto, si fa consegnare i nostri euro e sparisce dentro un tetro caseggiato. Ne esce dopo alcuni minuti con una mazzetta di banconote che, una volta risalito in auto, ci mette furtivamente in mano.

L’operazione non mi ha convinto molto, ma il cambio sembra favorevole.

Ad ogni modo, entriamo ufficialmente in contatto con l’eccentrico sistema monetario cubano.

Fidel Castro, infatti, preoccupato per l’incontrollabile diffusione del dollaro nella sua isola, ha deciso di battere una propria moneta personale, il Peso Convertibile (CUC), il cui valore è strettamente legato a quello del dollaro. Il problema, però, è che questa moneta non è riconosciuta da nessuna nazione ed è pertanto utilizzabile solo a Cuba, ma (e qui sta la genialità) non dai cubani, che sono obbligati ad usare il vecchio e strasvalutato Peso Cubano, bensì dai turisti.

A questo punto sorge spontanea una domanda. A che pro fare un’operazione così strana e complessa?

Semplice, perché in questo modo si mettono in funzione due economie parallele. Una guidata dal CUC, esclusivamente rivolta ai turisti che invadono l’isola in numero sempre maggiore apportando capitali in valuta pregiata nelle casse dello stato, l’altra, controllata dall’inservibile peso cubano, che continua a scandire la vita della popolazione con ritmi immutati nei decenni.

Il successo iniziale dell’operazione, però, ora comincia a mostrare qualche evidente crepa. Le due economie infatti convergono sempre più, provocando disastri sociali dei quali avrò modo di parlare in seguito.

La nostra prima tappa è il Capitolio. Una imponente costruzione del tutto simile al Campidoglio di Washington, con tanto di cupola e tutto il resto. Nonostante ci venga mostrata con un certo orgoglio, la costruzione non riesce a destare in noi grande interesse, quindi ci limitiamo a girarle attorno chiacchierando con Carlito. Siamo curiosi di sapere qualcosa in più di lui e della vita a Cuba.

Carlito è giovane ed ha la lingua lunga. Non si fa quindi pregare per tirare fuori le sue idee.

Ci racconta di essere un meccanico, riconvertito in autista, per approfittare della nuova apertura al turismo impressa negli ultimi anni dalla dirigenza cubana.

La macchina è del padre, ufficiale dell’esercito, che ha ottenuto il permesso di comprarla svariati anni prima in virtù dei servigi resi alla patria.

Quello che dice del governo e di Fidel Castro penso che gli sarebbero sufficienti per una condanna a morte seduta stante.

Sono un po’ stupito. Non pensavo si potesse parlare del regime così liberamente, anche perché, a dispetto di quanto mi aspettassi, non ho la sensazione di essere controllato più di tanto. In giro non si vede polizia, ma solo degli uomini in uniforme che sembrano essere dei semplici vigili urbani.

Non finisco però di elaborare la mia riflessione, che uno dei suddetti “vigili” fa cenno al nostro amico di avvicinarsi.

Il volto gioviale di Carlito si fa improvvisamente serio. Dopo averci chiesto di restare in disparte, inizia una lunga conversazione, a tratti animata, con l’uomo in divisa. La situazione si complica ancora di più quando interviene un altro tizio, stavolta in borghese, dall’orecchio del quale sbuca evidente un auricolare. Quest’ultimo soggetto, che pare essere più importante del “vigile”, prende a condurre l’interrogatorio.

Ad un certo punto, stanco della perdita di tempo decido di avvicinarmi. Chiedo cosa stia succedendo e Carlito mi risponde che lo hanno visto chiacchierare con dei turisti, cosa assolutamente proibita, e vogliono sapere se è autorizzato a farlo.

“Beh – gli dico ingenuamente – fagli vedere l’autorizzazione”

“In realtà non ce l’ho. Sto cercando di convincerli che lavoro per un mio amico autista “regolare””.

Grande! Siamo a Cuba da poche ore e già rischiamo di essere coinvolti in un caso diplomatico.

Nel mio spagnolo stentato, cerco di dare una mano al nostro autista perorando la sua causa, ma vengo ignorato da entrambi i tutori dell’ordine. Nessuno mi rimprovera di nulla o pone in atto alcunché di minimamente minaccioso nei miei confronti. Si limitano a guardarmi attraverso, come se fossi invisibile.

Dopo un quarto d’ora di questa storia, l’uomo in divisa comunica qualcosa alla radio e subito ci si affianca un’automobile della polizia dove Carlito viene invitato a salire.

“Corri qualche pericolo?” gli chiedo preoccupato.

“No. Verrò portato al commissariato più vicino dove mi interrogheranno per un’oretta e mi faranno una bella lavata di capo...”

“Ci vediamo fra due ore davanti al Museo della Rivoluzione” aggiunge urlando mentre sale in auto, sempre accompagnato dall’uomo con l’auricolare.

Un tantino turbati da questo primo incontro con un sistema repressivo che esula dal nostra possibilità di comprensione e che, tra le altre cose, ci ha privato della nostra guida, riprendiamo il giro per la città inoltrandoci per il Paseo del Prado.

Il bel viale alberato, dove un gruppo di bambini gioca con l’animazione di un clown, ci riporta alla nostra realtà di turisti.

Vengo subito preso dall’atmosfera retrò della via e, alla vista dell’Hotel Sevilla, la mia fantasia letteraria viene immediatamente stimolata. Era proprio qui che agiva il vero “agente all’Havana”, quello di Graham Green.

Passo dopo passo, bei palazzi restaurati e stupendi porticati, si alternano a costruzioni fatiscenti ed al limite dell’abitabilità. Sarà proprio questo il fascino dell’Havana, città sempre in bilico tra grande bellezza e degrado assoluto?

Sono immerso in questi profondi pensieri, quando giungiamo davanti al Museo della Rivoluzione. Visto che l’appuntamento è proprio qui, ne approfittiamo per dargli un’occhiata.

La grandiosa costruzione che lo ospita è l’ex palazzo presidenziale del dittatore Fulgencio Batista ed appena entrati, si ha come la sensazione che il tempo si sia fermato a quell’epoca.

Le grandi sale vuote e le esposizioni di cimeli e fotografie raccolti ovunque in teche polverose, danno l’impressione di un posto senz’anima. Triste e anacronistico, come il regime che vuole rappresentare.

Facciamo le foto di rito davanti alle statue di cera del Che (Guevara) e di Camilo Cienfuegos, poi usciamo ad aspettare Carlito.

Quest’ultimo giunge puntuale, e in merito all’accaduto, si limita a pronunciare un laconico “A Cuba è così!”. Io e Miriam non insistiamo oltre e riprendiamo il nostro giro per la città vecchia.

Nella magnifica Plaza de la Catedral troviamo tutta quella varia umanità che non può mancare nel posto più turistico della città. Complessini che suonano incessantemente le più note melodie cubane, una vecchia e pittoresca santera che legge le carte con un gigantesco sigaro in bocca. Non manca neanche un sosia di Fidel con tanto di barbone e l’immancabile puro fra le labbra.

Lasciamo la piazza per immergerci nel dedalo di vicoletti che la circondano, dove incantevoli palazzi coloniali creano angoli di incredibile suggestione.

Carlito ci informa che da qualche anno si sta tentando di restaurare alcune parti della città, ma, nonostante l’aiuto dell’Unesco, i soldi sono pochi e si procede a rilento.

Mentre passiamo davanti ad un piccolo locale, la nostra guida insiste per entrare. Sulla bella vetrina in legno e vetro c’è scritto “Casa del agua” ed è un negozio che vende … acqua. Non acqua minerale come sulle prime mi pare di intendere, ma semplice acqua corrente. Un anziano signore, con occhiali spessi ed un sorriso coinvolgente, appena mi vede entrare, immerge un bicchiere in una grande tinozza davanti a lui e me lo porge.

“Che vuole questo?” chiedo preoccupato a Carlito.

“Qui si vende acqua e lui te la sta offrendo. Se non bevi si offende”

Le mie disavventure gastrointestinali sono ormai note in ogni angolo del globo ed un bicchiere di acqua di rubinetto in un paese tropicale dall’igiene precaria, è una quasi certa condanna, quindi rimango per un po’ col bicchiere in mano cercando di tergiversare. Ma ormai tutti gli occhi sono rivolti verso di me e non mi resta che ingurgitare l’acqua abbozzando un sorriso di intesa con il vecchio occhialuto.

Tra una via e l’altra, continuo il mio pellegrinaggio letterario entrando nell’Hotel Ambos Mundos, dove Hamingway soggiornò a lungo, e visitando la Bodeguita del Medio, dove oltre alla mia sete culturale, soddisfo anche quella alcolica.

“My mojito en la Bodeguita, my daiquiri en el Floridita”, soleva dire l’onnipresente Hamingway, quindi, Mojito en la Bodeguita sia!

Facile a dirsi, ma appena arriviamo davanti al locale, la folla straripante che cerca di entrare, fa vacillare la mia decisione.

In realtà l’ingorgo è solo all’ingresso, quindi ci tuffiamo all’interno e troviamo un tavolo libero al primo piano.

Carlito, come nulla fosse, si siede con noi ed ordina una consumazione completa di cibo e bevande. Guardo Miriam perplesso, ma l’arrivo del mio cocktail mi fa dimenticare l’accaduto e, allietato da un’orchestrina, sorseggio felice il mio mojito.

Prima di uscire appongo la mia firma, assieme alle migliaia di altre, sul muro del locale (lo ammetto, ho difficoltà a sottrarmi a questi riti turistico-popolari) e mi allontano allegro per le vie dell’Havana.

Passando davanti al Templete, un tempietto neoclassico edificato sul sito dove la leggenda vuole sia stata fondata la città, Carlito mi racconta che è tradizione fare tre giri antiorari attorno all’albero piantato di fronte all’ingresso, uno per ogni desiderio che si deve esprimere. Non posso resistere e coinvolgo mia moglie nella pantomima. Nonostante gli sguardi divertiti dei cubani attorno a noi mi facciano pensare che il nostro amico stia cominciando a prenderci in giro, terminiamo imperterriti il rito e ci dileguiamo verso il lungomare.

Non facciamo però in tempo a girare l’angolo, che un “vigile” rivolge l’ormai ben noto cenno a Carlito.

“Eh no! Non possiamo continuare così - protesta Miriam – Ogni mezz’ora ci arrestano la guida!”

Anche stavolta il militare è inflessibile e non possiamo fare altro che rispondere a Carlito che tristemente ci saluta dal finestrino della camionetta sulla quale è stato “invitato” a salire.

Siamo di nuovo soli e sembra che ormai dobbiamo abituarci a questa condizione.

Dato che ci troviamo nei pressi del mare, decidiamo di incamminarci lungo il Malecon. Gli avevamo già dato uno sguardo questa mattina arrivando in macchina e non ci aveva fatto una grande impressione, siamo quindi curiosi di approfondire l’argomento.

Leggo sulla guida che questo mitico lungomare, lungo svariati chilometri, dà il meglio di sé nel primo tratto, quello che parte dalla città vecchia, ed è proprio questo che ci accingiamo a percorrere.

Passeggiando lungo il marciapiede che costeggia il litorale, ci si fa un’idea di quanto dovesse essere bella l’Havana nei suoi momenti di massimo fulgore. Magnifici palazzi dei primi del 900 sfilano con i loro eleganti porticati. Alcuni restaurati, ma anche qui, per la maggior parte scrostati ed in rovina.

Vengo immediatamente preso da una strana tristezza. Le nuvole basse, l’afa opprimente, i ragazzini seminudi che giocano tuffandosi dagli scogli, le poche macchine che percorrono l’ampia carreggiata, i panni stesi ad asciugare nei raffinati loggiati, le tapparelle sfasciate e penzolanti, tutto concorre a creare un’atmosfera di malinconica decadenza.

Man mano che andiamo avanti, poi, le poche case restaurate spariscono del tutto, lasciando il posto alla rovina più assoluta. Si susseguono palazzi signorili sventrati e semidiroccati, alcuni puntellati alla bell’e meglio, ma tutti rigorosamente abitati. E’ una vista che spezza il cuore, ma che allo stesso tempo rapisce. Ci sediamo sul muretto a contemplare questo incredibile spettacolo, quando, dopo pochi minuti, si ferma dinnanzi a noi uno di quegli strani veicoli ovoidali che, abbiamo intanto scoperto chiamarsi Cocotaxi. Il nome rende bene l’idea, perché a ben vedere, sembrano proprio delle noci di cocco ambulanti. Sono in realtà degli scooter giallo canarino aperti sul davanti (una specie di Ape nostrana, tanto per intenderci), con due posti a sedere sul retro. L’autista ci chiede se vogliamo fare un giro e, con un rapido scambio di occhiate, io e Miriam decidiamo che potrebbe non essere una cattiva idea. Conclusa la contrattazione di rito, ci facciamo scarrozzare per tutto il Malecon, fino all’Hotel Nacional. L’aria in faccia ci rinfresca dalla calura anche se lo smog che respiriamo ci porta vicini ad una intossicazione.

Scendiamo dal nostro poco dignitoso trabiccolo, dinnanzi al monumentale ingresso dell’Hotel Nacional. Vero gioiello art decò, l’albergo è una specie di leggenda vivente. Vi hanno soggiornato tutti i personaggi più illustri del XX secolo, ed oggi si staglia ancora in tutta la sua imponenza dal promontorio sul quale è edificato. Peccato sia circondato da una serie di mostruosi grattacieli in cemento armato degli anni 60, che ne rovinano l’ambientazione.

Dopo aver fatto un giro nella sontuosa hall, varchiamo la grande porta a vetri che dà sul giardino interno, e si apre davanti a noi una vista mozzafiato della baia, contornata dagli alberi e dalle piante di quello che chiamare giardino appare riduttivo. Un elegante bar, sistemato sotto il patio ombreggiato, ci richiama irresistibilmente. Così, sprofondati su comodi divanetti di vimini, passiamo un paio d’ore sorseggiando cocktail ed immaginandoci al fianco di Clark Gable e Greta Garbo.

Per la verità, al nostro fianco c’è una coppia decisamente meno affascinante. Lui è un signore che viaggia oltre la sessantina, pateticamente abbigliato da giovane tombeur de femmes, lei invece è una vistosa mulatta, compressa in un microabito giallo limone che mette in mostra il suo prorompente fisico.

Avevo già notato coppie simili, durante la mattinata nella città vecchia, girare mano nella mano o sorseggiare bevande nei numerosi bar, e mi ero interrogato sul come mai i “vigili”, cosi solerti con il nostro Carlito, non avessero nulla da ridire delle serrate conversazioni delle loro donne con attempati turisti. Evidentemente, nonostante la tanto sbandierata politica di dissuasione, il fenomeno della prostituzione a Cuba è ancora piuttosto tollerato.

Rinfrancati dalla sosta, siamo pronti per rituffarci nella vita cittadina. Leggo sulla guida che siamo nei pressi della gelateria Coppelia, un’altra delle istituzioni dell’Havana. Perché non fare un salto a darle un’occhiata?

Nota anche in occidente per la sua apparizione in alcuni film, è da sempre la meta preferita delle famiglie habanere.

I cubani sono ghiottissimi di gelato, ma fino a poco tempo fa era quasi impossibile trovarlo, tranne che … da Coppelia.

Raggiungiamo la nostra meta in pochi minuti e la riconosciamo immediatamente dalla folla che la circonda. Non si tratta di un vero e proprio negozio, ma di una strano disco volante in cemento armato attorniato da un rigoglioso giardino, a sua volta chiuso da una inferriata lungo la quale corrono lunghe file di persone, all’apparenza immobili. Per noi è piuttosto difficile comprendere quali meccanismi regolino l’ingresso alla gelateria, ma siamo ormai abituati alle stranezze cubane, quindi giriamo attorno all’inferriata per capirne di più.

Dopo una prima ricognizione, scopriamo che ci sono vari ingressi attorno al locale, ed ognuno di essi ha una sua propria fila. Gli ingressi però sono sbarrati da severissimi addetti che fanno entrare solo poche persone alla volta. Rassegnato, mi metto diligentemente in coda, mia moglie, invece, per la quale il termine rassegnazione è del tutto sconosciuto, continua la sua perlustrazione.

Mentre attendo accaldato, incredibile a dirsi, mi imbatto in Alejandro che passeggia con la moglie e la figlia (delle quali ignoravo l’esistenza). Lo saluto con entusiasmo, ma lui mi risponde, più triste del solito, con un semplice cenno del capo. Freddato, desisto dalla mia intenzione di chiedergli maggiori informazioni sulla gelateria e me ne torno deluso in fila.

Non avendo altro da fare, mi metto ad osservare la massa di persone che mi attornia e, per la prima volta, faccio caso ad un particolare che finora mi era sfuggito. I cubani sono bianchi!

Chissà perché, ma avevo sempre immaginato che la popolazione dell’isola fosse in maggioranza di colore. Magari di diverse sfumature, come i brasiliani, ma decisamente più scuri di quanto non veda attorno a me.

Elaborando una sommaria percentuale nella mia mente, direi che una buona metà delle persone sia di carnagione chiara e moltissimi sono i biondi.

Anche le razze sono molto diverse fra loro, frutto certamente di discendenze ed incroci. I bianchi non sembrano discostarsi molto dal prototipo europeo, i mulatti sono per lo più tarchiati e tendenti all’obeso, mentre la gente di colore è in genere più alta, snella e ben delineata.

Non c’è da meravigliarsi che i nostri “turisti viveur” prediligano le ragazze di quest’ultima etnia.

Intanto da Coppelia i minuti passano ed io non avanzo di un millimetro. Comincio già a valutare l’opportunità di ritirarmi, dopotutto a me il gelato neanche piace, quando vedo apparire Miriam al di là della cancellata che attraversa il giardino venendomi incontro.

“E tu? Come sei entrata?” le chiedo perplesso uscendo dalla coda.

“Deficiente, i turisti li fanno entrare senza fare la fila. C’è un chiosco dove si paga in CUC”

A testa bassa supero il cancello, senza che nessuno mi degni di uno sguardo, e seguo mia moglie all’interno del giardino.

In effetti, davanti all’ingresso del locale, c’è un chioschetto circondato da semplici tavolini in ferro e fòrmica. Seduti ci sono pochi turisti e molte famiglie cubane con gigantesche porzioni di gelato davanti.

Preso posto in uno dei tavolini liberi, siamo subito serviti da una simpatica ragazza che ci chiede quante palle di gelato vogliamo (è così che misurano la quantità da servire), ma prima di ordinare vorrei conoscere i gusti disponibili. La ragazza mi accontenta subito, infatti i gusti del giorno sono vaniglia … e basta.

Scegliamo quindi la vaniglia.

Ne prendiamo due palle a testa e torniamo ad interessarci delle famiglie attorno a noi. Ci avevano detto che i cubani non possono utilizzare i CUC, quindi cerchiamo di capire come mai ve ne siano in questa zona riservata ai turisti. Dall’abbigliamento e dai modi di fare paiono tutti piuttosto benestanti e comincio a credere che anche nell’ultimo baluardo del socialismo reale si sia sviluppata una sorta di borghesia agiata che maneggia con disinvoltura valuta pregiata e gode di privilegi sconosciuti alla massa. Comunque, svelo l’enigma delle montagne di gelato che vedo sui loro tavoli. Solo una piccola parte di essa viene mangiata sul posto, il resto lo inseriscono dentro dei contenitori termici, per consumarlo comodamente a casa.

Appena giunte le nostre palle, una nuova ragazza si avvicina al tavolino. In mano ha delle bustine piene di biscottini che vuole venderci. Ci dice che vanno messi sul gelato a mo’ di cialda ed in effetti tutti attorno a noi li utilizzano, quindi li prendiamo. Biscottini o non biscottini, il gelato non mi sembra niente di eccezionale, ma il posto vale una visita.

Iniziano ad allungarsi le prime ombre della sera quando decidiamo di tornare a casa. Il pescado della signora Carmen ci attende.

In mancanza di Carlito, dobbiamo trovare un mezzo per il ritorno, ma l’operazione risulta più facile del previsto. Chiunque per strada è disposto a portarti dove vuoi, dietro pagamento di una debita mancia.

Malgrado le proteste di mia moglie, che vorrebbe un’auto di più basso profilo, voglio strafare, quindi scelgo una splendida Chevrolet del 1959 che, pur avendo la mia stessa età, sembra molto meglio “restaurata”. Perfino gli interni sono originali e vi si respira un’aria d’altri tempi.

Quando entriamo in casa, una miriade di profumi si sprigiona dalla cucina. Quello predominante, non è una novità, è il fritto, ma Carmen ha dato fondo a tutte le sue arti culinarie cucinando pesce pargo, che a quanto ho capito è uno dei pochi disponibili da queste parti, in gran quantità ed in tutte le salse.

Stavolta mi sono premunito e, prima di rientrare, ho fatto una sosta in un chiosco vicino casa per comprare delle birre ghiacciate. Almeno stasera mi risparmierò la gassosa al limone.

Terminato il lauto pasto ci accomodiamo nel patio per cercare di raccogliere qualche rivolo di vento che rinfreschi l’afosa serata.

Il televisore è acceso a tutto volume, ma non c’è nessuno che lo guardi. La cosa non mi sorprende, dal momento che giungono alle mie orecchie solo noiosi discorsi e telegiornali. Anche la signora Carmen infatti preferisce unirsi a noi per sommergerci con il suo fiume di parole. In poco tempo conosciamo nei minimi particolari la sua vita e quella dei suoi figli (del marito, se mai ce ne sia stato uno, neanche una parola).

Siamo troppo stanchi per opporci, ma oltre alla sua vita privata, vorremmo almeno conoscere qualcosa in più della vita di tutti i giorni a Cuba. Quando però cerchiamo di instradare il discorso su Fidel o sul regime politico, cerca sempre di glissare, limitandosi a pochi commenti, per lo più di colore.

Che differenza con il giovane Carlito! Si vede che la signora ha imparato con gli anni ad essere più prudente.

Se non altro risolviamo il dilemma della tristezza di Alejandro. La mamma ci fa sapere che ha appena divorziato e la moglie lo minaccia ogni giorno di togliergli la loro bambina trasferendosi dalla sorella in Germania. Lui è disperato perché adora sua figlia e non vorrebbe perderla.

Quando Miriam comincia ad addormentarsi sulla sedia a dondolo, ci ritiriamo in camera per una nuova notte di sudori.

Contro ogni nostra aspettativa, la mattina successiva Carlito si presenta puntuale davanti casa nostra.

Anche stavolta preferisce tralasciare gli eventi del giorno prima e ci propone un lungo itinerario per i quartieri dell’Havana.

In verità, oggi non abbiamo voglia di farci scorazzare in auto, cosa, tra l’altro, non particolarmente economica, ma vogliamo continuare a vagare a piedi per il centro.

Ci accordiamo per un passaggio nella città vecchia, da dove verremo prelevati in serata.

“Non avete ancora cenato in un paladar?” Carlito ci chiede con finta indifferenza mentre sta guidando.

Ad un nostro diniego, assume un’aria estremamente meravigliata, sostenendo che non abbiamo visto nulla di Cuba se non abbiamo cenato in un paladar.

“Ce ne sono di bellissimi a Miramar – aggiunge – Se volete stasera vi porto io”

Mia moglie mi guarda con aria interrogativa, ma io ho sono già partito in tromba accettando con entusiasmo la proposta.

La faccia di Miriam assume un’aria di rimprovero che ben conosco e, senza darmi il tempo di parlare, mi molla un violento pizzicotto ad una gamba.

Durante il tragitto, facciamo una fermata a Plaza de la Revolucion, luogo di non particolare rilievo estetico, ma sicuramente di grande valore simbolico.

Al centro dell’ immenso slargo si erge una imponente ed orrenda stele in marmo grigio (da lontano sembra di cemento) e tutt’attorno sono disposti in modo disordinato i principali palazzi della politica cubana. Spicca fra tutti il Ministero dell’Interno con la gigantesca sagoma del Che (Guevara) in bronzo collocata sulla facciata principale.

La piazza, che durante le celebrazioni ufficiali dicono sia molto animata, questa mattina è praticamente deserta. Se chi l’ha costruita aveva come obiettivo quello di incutere soggezione, bisogna dire che ha raggiunto perfettamente il suo scopo.

Riusciamo a resistere poco in questa landa desolata battuta dal sole e, scattate alcune foto, raggiungiamo, non senza un certo sollievo, la macchina di Carlito.

Durante il nostro avvicinamento alla città vecchia, attraversiamo una serie di barrios centrali di uno squallore deprimente. Lo schema è sempre il solito: vie lunghe e dritte fiancheggiate da superbi palazzi devastati dall’incuria.

Ma è proprio attraversando questi quartieri che per la prima volta mi rendo conto di qualcosa di sorprendente. All’Havana non ci sono negozi !

Assuefatto al concetto di città universalmente rappresentata, in questi giorni ho vagato per le vie del centro avvertendo un senso di disagio che non riuscivo a focalizzare. Forse perché ingannato dalla moltitudine di bancarelle, ristoranti, alberghi e musei, il quadro mi sembrava sufficientemente completo, ma ora, al di fuori dei quartieri turistici, la cosa mi appare evidente. Non ci sono vetrine di negozi, supermercati o anche semplici attività artigianali.

“Ma negozi qui non ce ne sono?” chiedo a Carlito.

“Accidenti, è vero! Come ho fatto a non accorgermene prima!” si intromette Miriam come se le fosse tornata in mente una cosa che aveva sempre saputo.

Carlito fa una risatina e risponde. “Si, i negozi ci sono, ma sono tutti statali” e passando, indica alcune vetrine vuote che ci sfilano accanto.

“Quello era un negozio per i cubani. Non ci trovi niente” e fa un segno inequivocabile con la mano.

“Se vuoi trovare roba buona, devi andare nei negozi per los turistas. Girando ne vedrete. Quelli sono pieni, ma devi pagare in CUC e a noi ci pagano in pesos...” si interrompe di colpo e, indicando fuori dal finestrino, urla “Mira, mira”.

Mi volto di scatto e vedo una lunga fila in attesa davanti ad una vetrina.

“E’ la fila per la libreta” spiega Carlito.

Della libreta mi aveva parlato il mio amico Filippo prima di partire. Si tratta di quella che i nostri nonni chiamavano “tessera annonaria” ed usavano a cavallo della guerra.

“Ogni famiglia ha diritto ad un quantitativo mensile di generi di prima necessità, - continua Carlito - ma nessuno conosce se e quando saranno disponibili. Così ogni mattina si fa la fila per prendere quello che c’è. Nella speranza che non finisca prima che arrivi il proprio turno” e sfoggia l’ormai consueto sorrisino ironico.

Vorrei chiedergli tante cose, ma il discorso è troppo complesso per essere esaurito sul sedile di una macchina in corsa in una calda ed umida mattinata cubana.

Abbandonato il nostro autista a Plaza de San Francisco, una bella piazza dominata da una chiesa cinquecentesca, ci rituffiamo nel pittoresco centro dell’Havana Vieja. I colori sono resi ancora più intensi dalla giornata tersa ed è davvero gradevole girare per le deliziose stradine.

Vagando qua e là, entriamo nell’interessante museo di arte coloniale, dal quale siamo costretti ad uscire in gran fretta per non rischiare un soffocamento causato dalla totale mancanza di aerazione. Ma non faccio in tempo a riprendermi che, per seguire mia moglie, la cui attenzione è stata attratta da una bellissima profumeria incontrata lungo la strada, devo infilarmi nuovamente in un asfissiante negozio.

Che sia uno degli esercizi di cui parlava Carlito? Penso entrando.

In realtà si tratta più di un museo che di un negozio vero e proprio. L’arredamento in legno di fine ottocento è strepitoso e su un lato c’è una piccola folla che si assiepa attorno ad una signora seduta dietro un tavolo pieno di boccette di vetro. Questa, semplicemente annusando dei campioncini che gli acquirenti di turno le portano in esame, ricrea all’istante profumi famosi.

Esco frastornato dagli effluvi respirati all’interno del locale.

Giunti in Plaza de Armas, ci accomodiamo su una delle panchine che folti alberi riparano dagli implacabili raggi del sole. Dopo pochi minuti, mentre sono assorto nella consultazione della guida, un ragazzo con la gamba ingessata ed una ragazza ci si siedono di fianco. Per un po’ parlano animatamente fra di loro, poi lui mi si rivolge ponendomi le classiche domande d’approccio “Di dove siete?”, “Ah, siete italiani!”, “Bella l’Italia, mio cugino lavora lì”, ecc. ecc.

Dopo aver tanto letto di come sia meglio non prestare molta attenzione a chi ti abborda lungo la strada, decido di rimanere sulle mie. Dopo poco, però, la sua faccia da bravo ragazzo ed i modi gentili, mi sciolgono ed inizio a rispondere alle sue domande, ponendone anche di mie. Questo scambio di battute, dapprima lente e sospettose, pian piano comincia a diventare più sostenuto, fino ad assumere una parvenza di conversazione, coinvolgendo anche la ragazza, che fino a quel momento era rimasta in disparte.

Mi raccontano di essere marito e moglie, lei maestra, lui ingegnere e la sua ingessatura sarebbe dovuta ad una caduta su un cantiere. Uso il condizionale perché lo sguardo diffidente di Miriam mi impone un certo ragionevole dubbio. Anche se qualche domanda tecnica, nei limiti che la lingua impone, dissipa parte della sua sfiducia.

Due professionisti ben disposti a conversare sono una manna per il progredire della mia indagine sociale su Cuba. Inizio così a bombardarli di domande, alle quali rispondono senza sottrarsi minimamente.

Al contrario di Carlito, artigiano semi-nullafacente, ai miei interlocutori, il nuovo corso della politica economica cubana, non va molto a genio. Ora che chiunque può fare soldi pesanti con i turisti, loro che hanno studiato ed acquisito una professionalità, paradossalmente sono divenuti l’ultima ruota del carro. Essendo pagati direttamente dallo stato, infatti, percepiscono uno stipendio da fame e non hanno alcuna possibilità di carriera.

Non potendosi permettere un’abitazione, vivono a casa dei genitori di lei, assieme ad altre dieci persone e quelle che per noi sono delle normali consuetudini, per loro sono dei lussi inarrivabili.

“Fammi qualche esempio” dico incuriosito.

“Quante volte potete mangiare pollo in un mese?” mi chiede lei candidamente.

“In un mese? Se proprio ne avesse voglia, chiunque da noi potrebbe mangiarlo tutti i giorni” rispondo altrettanto candidamente.

“Noi non più di una, perché il pollo costa troppo e si mangia solo nelle occasioni particolari” replica lei.

Sono allibito.

“Non possiamo comprare il dentifricio o le saponette. Una lattina di birra è un lusso che ci concediamo non più di una volta la settimana – insiste lei – Al ristorante ci siamo andati solo il giorno del matrimonio …”

Sono sempre più allibito. Abituatomi ormai allo stile di vita della nostra padrona di casa, pur avendo intuito l’esistenza di una classe sociale disagiata, non pensavo che ne facessero parte anche dei professionisti.

La conversazione dura fino a che il ragazzo ingessato mi pone una strana domanda. “Avete per caso degli euro? Non ne abbiamo mai visti. Se vuoi ti faccio vedere i pesos cubani”

Ormai conquistato dai due, la richiesta mi pare plausibile, così, messa una mano in tasca, ne traggo una moneta da un euro e gliela porgo, mentre lui mi passa una banconota da un peso (valore: poco meno di 5 centesimi di euro).

“Se vuoi puoi tenerla” mi dice mentre passa la moneta alla moglie.

“Anche tu” rispondo orgoglioso.

La ragazza, però, dopo aver osservato attentamente il mio euro, me lo rende dicendo “Non è che potresti darmelo in banconota, altrimenti non me lo cambiano”

Vengo colto da una sorta di disagio. Mi sento imbarazzato per la situazione che si è venuta inaspettatamente a creare, quindi prendo il portafoglio e le dò un biglietto da cinque CUC. Lei lo prende ringraziandomi e ce ne andiamo entrambi in silenzio.

“Hai visto che avevo ragione ad essere sospettosa? – attacca mia moglie dopo esserci allontanati – Ti hanno sicuramente raccontato un sacco di balle solo per spillarti qualche soldo … E secondo me anche l’ingessatura era finta”

‘Accidenti. Ci sono cascato come un pollo – mi interrogo fra me e me camminando per la via affollata – Eppure mi sembravano sinceri’

Ma la verità è che forse lui non era un architetto, ma un semplice manovale, oppure il pollo lo mangiavano tre o quattro volte al mese e un paio di birre la settimana se le facevano pure. In definitiva non è un granché come truffa. E se i miei quattro euro e mezzo consentiranno loro di campare meglio per una settimana, ben venga. Il succo della questione comunque non cambia. Che due ragazzi bene educati e dignitosamente vestiti, siano costretti ad elemosinare qualche spicciolo, è questo ciò che mi lascia realmente amareggiato.

Sulla nostra guida leggiamo che l’ex convento di Santa Clara merita una visita, quindi ci mettiamo alla sua ricerca.

Pur essendo ancora nella città vecchia, è sufficiente uscire un po’ dalle rotte turistiche, delimitate da alcune strade perfettamente restaurate, per ritrovarci sperduti nella giungla di viuzze di bassifondi sempre più degradati.

Uso il termine sperduti a ragion veduta, in quanto dopo alcune svolte errate, riesco a perdermi letteralmente in un bicchier d’acqua. La cartina indica che stiamo girando attorno ad una zona molto limitata, eppure non arrivo a raccapezzarmi. Il sole che mi picchia implacabile sulla testa e le strade tutte uguali mi mandano in confusione e, quando sono certo di essere arrivato alla nostra meta, in realtà del convento non c’è neanche l’ombra.

Dopo aver girato due volte attorno a delle alte mura che circondano un intero isolato, mi arrendo e chiedo informazioni ad un energumeno a petto nudo che, incontrato di notte mi avrebbe suscitato una certa apprensione.

“Il convento è questo” mi risponde sorpreso il tizio, indicandomi l’isolato attorno al quale abbiamo consumato parecchio sudore.

Ma dov’è l’ingresso? Credo di conoscere ormai piuttosto bene le mura in questione, ma né io né Miriam abbiamo notato un ingresso.

Affrontiamo nuovamente il periplo e bussiamo a tutti i portoni che incontriamo sulla strada. Finalmente, dopo alcuni tentativi a vuoto, troviamo il varco giusto.

Siamo solo noi (la cosa non mi sorprende) ed è un vero peccato, perché una volta varcata la soglia, ci troviamo immersi in un mondo difficile da immaginare fuori dalla strada.

Una gentile signora si offre di farci da guida alla scoperta di questo angolo di paradiso immerso nel verde.

Il convento, che ora è stato riconvertito in scuola internazionale di restauro, è una vera oasi di pace con i suoi porticati ombreggiati e le palazzine coloniali a due piani, tutte con patio e balconi in legno.

Rinfrancati dalla visita, ci rituffiamo nella caotica città. A dire il vero, questa mattina l’Havana tanto caotica non è, così giriamo tranquilli fino a raggiungere Plaza Vieja. La grande piazza, da poco riportata all’antico splendore, dopo che per anni era stata relegata al ruolo di parcheggio per auto, è una specie di compendio dell’architettura cubana. I palazzi che la circondano rappresentano tutti gli stili che si sono succeduti durante gli ultimi quattro secoli, formando un tutt’uno di grande suggestione. Abbagliato dalla bellezza del luogo, non mi accorgo subito di una strana anomalia. Uno solo, tra i numerosi palazzi presenti, non è stato restaurato e spicca come una mosca bianca nell’insieme armonico della piazza. E’ così malridotto da reggersi in piedi solo grazie alle numerose puntellature che lo sostengono.

Che sia stato lasciato così per far comprendere l’incredibile lavoro di restauro compiuto per riportare i restanti edifici all’attuale bellezza? Oppure i soldi sono semplicemente finiti ed il povero palazzo rimane appoggiato ai suoi bastoni nella speranzosa attesa di non cadere a terra nel frattempo che ne escano fuori di nuovi?

Con questo irrisolvibile quesito nella testa, entro in un locale che da qualche minuto mi sta chiamando a gran voce.

Nel patio esterno, infatti, una grande griglia sforna carne e crostacei a getto continuo, spargendo un invitante odorino tutt’attorno. L’interno è ancora più suggestivo, con il suo arredamento coloniale in legno. Una serie di grandi alambicchi in bronzo fanno intuire che si tratta di una birreria artigianale. Insomma, è il mio locale!

Troviamo un tavolino libero e, dopo aver gustato un paio di ottime birre crude e dei deliziosi spiedini di crostacei, mi guardo attorno.

Seduto al bancone c’è un ragazzo dal cui orecchio spunta il famigerato auricolare che avevo già notato al momento del fermo di Carlito. Beve birra chiacchierando col barista, poi se ne va senza pagare. Ne vedrò molti altri, di soggetti simili, nel prosieguo del viaggio, a riprova di quanto sia capillare il sistema di controllo sulla popolazione.

Per strada incontriamo di frequente ragazze in elegantissimi e coloratissimi abiti da cerimonia, accompagnate da mamme e parenti che danno continue disposizioni a fotografi che le seguono passo passo. Se non fossero così giovani, direi che si tratta di spose, ma a venirmi in aiuto è la signora Dolores, deliziosa vecchina che, interrogata a riguardo, mi spiega trattarsi della quinceanera, un rito molto sentito dalle giovani cubane, una specie di ingresso in società che viene fatto a quindici anni, mediante una vera e propria festa di nozze, con tanto di abito, acconciatura, rinfresco ed album fotografico. La signora ci spiega che una volta le famiglie povere si indebitavano per organizzare una degna quinceanera alle loro figlie, nella speranza che qualche buon partito le notasse.

Una tappa che non voglio perdermi è la visita al museo del rum nella vecchia fabbrica dell’Havana Club.

Mia moglie, alla quale non piacciono i liquori, non sarebbe molto d’accordo, ma cambia subito idea non appena entriamo nel fresco patio coloniale che ci accoglie dandoci un quanto mai opportuno riparo dalla calura che ora si sta facendo davvero insopportabile.

Prenotiamo un giro guidato nel museo e, nell’attesa, assistiamo alla spremitura della canna da zucchero mediante una vecchia pressa che gira ad uso e consumo dei visitatori. Il liquido torbido che ne esce non è molto invitante e rimando il suo assaggio ad un’altra occasione.

La visita è interessante ed il passaggio nelle cantine ha il valore aggiunto di un freschetto rigenerante. C’è anche un gigantesco plastico di uno zuccherificio del secolo scorso, con tanto di trenino a vapore, che stimola il mio lato fanciullesco (invero piuttosto sviluppato).

Nel gruppo di visita ci sono anche alcuni italiani che non parlano una parola dell’idioma locale ed io, con il mio spagnolo maccheronico, vengo investito d’ufficio del ruolo di traduttore ufficiale. La cosa mi procura una malcelata soddisfazione, oltre che una grande ilarità da parte di mia moglie.

La visita termina con l’assaggio di alcuni bicchierini di rum, che portano la mia sudorazione a livelli altissimi una volta tornato in strada.

Sulla Plaza de San Francisco, complice lo stordimento da rum che ha abbassato momentaneamente le mie difese, vengo abbordato da un ragazzo che insiste per farmi la caricatura. Nonostante le mie scarse rimostranze, il disegno viene prontamente eseguito ed il risultato è così brutto da mettermi di cattivo umore.

“Ma davvero sono così ?” chiedo disperato a Miriam.

“Su, su, non ti affliggere. A me piaci lo stesso!”

La risposta non mi risolleva di molto, ma in lontananza vedo già avvicinarsi Carlito.

“E’ tutto a posto. Per questa sera vi ho sistemati per bene” mai affermazione fu più premonitrice, ma non immaginando cosa ci aspetta, siamo lieti di poter fare anche questa esperienza.

“Vi porto nel paladar di una mia amica a Miramar. E’ un bel posto. Ha anche il giardino”

Vorremmo passare a casa per cambiarci, ma il nostro amico è irremovibile. Dobbiamo arrivare entro una certa ora, altrimenti non si trova più posto.

Ci dirigiamo, quindi, sudati e maleodoranti, verso un quartiere pieno di basse villette, tutte con giardino, circondate da recinzioni che ne impediscono la vista all’interno.

Carlito suona al campanello di quella che appare come una normale abitazione e saluta con affetto la donna che ci viene ad aprire.

Il posto in effetti è carino, ma un po’ pretenzioso. La clientela è composta dai soliti attempati signori con ragazza locale al seguito che sbaciucchiano alternativamente ad ogni morso di cibo. Una moltitudine di tavolini è stata sistemata nel giardino sotto un patio e tutto si svolge nella fioca luce di candele.

Non era quello che ci aspettavamo, ma ormai ci siamo, così io e Miriam ci sistemiamo ad un tavolo pregustando una cenetta romantica. Senonché, il nostro amico, come lo abbiamo già visto fare diverse volte in questi giorni, si siede come se niente fosse con noi e comincia a consultare il menù.

Io e mia moglie ci guardiamo incerti sul da farsi, ma Carlito ci anticipa dicendo.

“Cosa volete mangiare? Qui hanno anche l’aragosta”

“Beh, non sarebbe male mangiare una bella aragosta” risponde Miriam timidamente. Anch’io le faccio seguito dando la mia approvazione alla proposta.

“Va bene” ribatte lui chiamando la cameriera e parlando fittamente con lei senza che possiamo capire nulla.

Con il passare dei minuti l’imbarazzo sale. E’ evidente che Carlito si è invitato a cena ed ora non sappiamo come affrontare il discorso senza urtare la sua suscettibilità.

“Veramente avremmo voluto cenare da soli questa sera” accenno per sondare il terreno.

Il volto del nostro amico è imperturbabile “Mi dispiace, se me lo dicevate prima non venivo, ma ormai ho ordinato e non ho soldi per pagare. Vuol dire che ci metteremo d’accordo con le tariffe dei prossimi giorni”

Io e Miriam rimaniamo a bocca aperta, ma proprio in quel momento la cameriera giunge con le ordinazioni.

“Tre aragoste e gamberi alla griglia” annuncia la ragazza.

“Ci deve essere un errore, i gamberi alla griglia non li abbiamo ordinati” le dico con gentile fermezza.

“No, no. Li ho ordinati io” risponde Carlito con un grande sorriso.

Il mio timore di urtare la sua suscettibilità sparisce all’improvviso, anzi cerco proprio di urtarla di proposito.

Il resto della cena viene consumata in gran fretta e con una tensione palpabile. Ma le sorprese non sono ancora finite. Al momento di andare via, ci viene consegnato un conto stratosferico. Paghiamo l’equivalente di 150 euro, una cifra folle per Cuba.

Mentre ci stiamo avviando alla macchina, Carlito finge di dover improvvisamente andare in bagno e torna dentro per ritirare la sua provvigione.

Questa è la goccia che fa traboccare il vaso.

Quando, una volta arrivati a casa, ci chiede a che ora dovrà passarci a prendere l’indomani mattina, lo informiamo che saremmo lieti di continuare a farci derubare da lui, ma nei giorni a venire vorremmo dare l’opportunità di farlo anche a qualche altro cubano. Da quello che abbiamo potuto intuire in questi due giorni, non credo che avremo alcuna difficoltà a trovarne qualcuno disposto a farlo.

Liberatici dell’ingombrante e costosa presenza di Carlito, si presenta il problema degli spostamenti.

Invero la questione non ci fa dormire sonni agitati. Abbiamo già capito che se c’è una cosa che non manca qui all’Havana è la possibilità di avere passaggi in auto. E comunque il nostro desiderio per questa mattina è quello di fare un giro a piedi per Miramar, il quartiere che ci ospita.

Dopo due giorni passati per il centro, è interessante passeggiare per una parte della città non “inquinata” da turisti, gettando uno sguardo nella vita vera di un quartiere popolare. Anche se, a ben vedere, il quartiere sembra tutt’altro che popolare. Una volta doveva essere un vero splendore, con le sue villette immerse nel verde. E’ la vegetazione, infatti, che colpisce più di ogni altra cosa. Imponenti alberi di flamboyant dai fiori rosso scarlatto, siepi ed aiuole di un verde abbagliante, si susseguono lungo le strade e nei giardini. Certo, le case avrebbero bisogno di qualche manutenzione, ma sono delle vere regge in confronto a quanto abbiamo visto appena al di fuori dei circuiti turistici.

Incontriamo un affollato agropecuario, un mercatino dove è consentito agli agricoltori di vendere la propria merce privatamente, ed una specie di supermercato dagli scaffali desolatamente vuoti. E poi, signore cariche di sporte che portano per mano i propri bambini, chioschi e bancarelle, nullafacenti buttati qua e là. Insomma, quella varia umanità che affolla i quartieri residenziali di una qualsiasi grande città in giro per il mondo.

Tutto idilliaco, se non ci fosse la fastidiosa presenza di una selva di torrette in legno che si ergono praticamente ad ogni incrocio, dentro le quali severi “vigili” danno l’impressione di tenere sotto controllo qualsiasi cosa, tranne che il traffico (così scarso da non aver certo bisogno di tutta questa attenzione).

Nel nostro girovagare arriviamo davanti a quella che dalla cartina ci appariva come una riviera. In realtà è fitta di costruzioni e la visuale del mare si ha soltanto dai pochi varchi rimasti liberi.

Qui, per la prima volta, ci troviamo di fronte ad un fenomeno nuovo. Molte delle palazzine che si affacciano sul mare sono di recente costruzione e di gran lusso. L’esistenza di abitazioni di questo tipo non fa che confermarmi l’impressione avuta da Coppelia in merito alla nuova borghesia cubana. Mi riservo di chiedere conferme alla nostra padrona di casa durante la cena di questa sera.

Si, perché con la serata di Carlito andataci di traverso, abbiamo deciso di tornare alle nostre rassicuranti cene caserecce e prima di uscire abbiamo chiesto alla signora Carmen di prepararci un banchetto a base di aragoste.

“Quante ne volete a testa?” è stata la sua allarmante risposta.

“Mah, non so – ho risposto cercando di prendere tempo – Quanto costano?”

“Non ti preoccupare. Poco!” e si è messa a ridere di gusto.

Nel mio lungo peregrinare in giro per il mondo ho imparato a mie spese che quando la risposta del tuo interlocutore è “non ti preoccupare”, è arrivato il momento di iniziare a preoccuparsi sul serio, così, a scanso di equivoci, ho preferito porre un limite al “budget aragoste”.

Costeggiando Miramar, la guida ci segnala che siamo giunti nei pressi della Maqueta de la Habana, un gigantesco plastico della città che pare essere interessante. Ci facciamo un salto incuriositi.

A parte la solita scarsa attenzione alla promozione del sito (dobbiamo girare tre volte l’isolato per riuscire a capire dove sia l’ingresso), il manufatto è davvero impressionante. Si tratta di un colossale plastico nel quale le case sono state riprodotte una per una con una pazienza che esula dalle mie possibilità di comprensione.

Siamo, ovviamente, i soli ad effettuare la visita, che riusciamo a protrarre solo per pochi minuti, poiché il calore all’interno è spaventoso.

Volendo andare in centro ci è sufficiente fermarci un attimo sul bordo della strada, per essere immediatamente contattati da un comune passante che, sottovoce, ci offre la disponibilità del suo mezzo.

Ci infiliamo quindi nella solita Lada scassata ed in men che non si dica, siamo depositati davanti all’Hotel Nacional.

Stavolta non dobbiamo prendere un aperitivo, ma prenotare una gita a Pinar del Rio per il giorno successivo.

Abbiamo infatti scoperto che tutti i grandi alberghi dispongono di un ufficio, o anche un semplice desk, per il turismo. Non c’è bisogno di girare per chiedere più preventivi, perché gli uffici fanno capo ad un unico operatore, che è statale, ed i prezzi sono gli stessi ovunque.

Prima di partire avevamo deciso di effettuare quest’escursione con Carlito, ma visto l’andamento del nostro rapporto, optiamo per un tour in pullman di un giorno che ci farà visitare i principali siti di questa famosa zona della Cuba nord-occidentale. L’unico problema è che le partenze sono effettuate dai principali alberghi della città e noi ... non siamo in albergo. Con l’ausilio di una mappa, ci facciamo indicare quello più vicino alla nostra zona e, sperando nell’aiuto di Alejandro, usciamo a cercare un carro cubano (così vengono chiamate le vecchie auto d’epoca con autista), per andare a visitare la fortezza del Morro.

“Mi raccomando, quando sei all’Havana, vai a vedere il tramonto al Morro. Ma non con gli altri turisti. Siediti al bar de “La Divina Pastora”, che ha una terrazzina appena sotto il Morro e aspetta il tramonto mangiando camarones reposada e bevendo mojito”. Questa era stata una delle principali raccomandazioni impartiteci da Filippo prima di partire. Non osiamo quindi contraddirlo e dopo una veloce visita all’imponente, ma poco interessante fortezza del Morro, ci fermiamo sui bastioni a contemplare lo stupendo panorama della città, in attesa che calino le prime ombre della sera. Quello sarà il momento per scendere al bar e goderci il tramonto.

Giunta l’ora fatidica, ci rendiamo subito conto che il vicino locale non è poi così vicino. Dobbiamo infatti affrontare una lunga discesa a piedi incontrando solo rare indicazioni. L’oscurità scende velocemente e cominciamo a temere di esserci persi, quando una luce in lontananza ci rianima.

Il ristorante è ancora vuoto, ma a noi interessa il bar annesso, che ha una splendida terrazza, ornata da cannoni antichi, affacciata sullo skyline dell’Havana illuminata. Vista da quaggiù la città è davvero magica e vorrei godermela un po’ di più davanti al mio mojito, ma nel timore di non trovare altri mezzi per tornare, approfittiamo di un taxi che porta dei clienti al ristorante. Dopotutto, ci attendono le aragoste della signora Carmen!

Una volta giunti a casa, oltre alle aragoste, abbiamo un’altra sorpresa ad attenderci. Alejandro ha portato sua figlia a passare la serata con la nonna. Per la prima volta vediamo il volto del nostro amico illuminato da un sorriso persistente. E’ anche più loquace e ride e scherza con la bambina scatenata. E’ davvero un bel quadretto familiare, che scioglie la lingua a nostri ospiti. Così, mentre ci rimpinziamo, abbiamo modo di soddisfare molte delle nostre curiosità finora represse.

Carmen ci parla dei tempi passati.

“Una volta non si poteva andare fuori dal paese. Al massimo ci si poteva spostare in un’altra città. Io sono di Santiago e quando è nato Alejandro sono venuta all’Havana per non morire di fame. Avevo dei parenti qui e mi hanno ospitata”

Quando le chiedo di come ha avuto questa bella casa, però, passa oltre e ricomincia a parlare del passato.

“Fino alla fine degli anni ottanta si viveva abbastanza bene. Ci lamentavamo, ma non sapevamo ancora quello che ci aspettava. Il periodo especial, quello sì che è stato terribile – si ferma un attimo come per riordinare i ricordi, poi prosegue – Si, proprio terribile. Non c’era più nulla. La gente ammazzava i gatti per mangiare. Siamo vissuti di platano per anni. Oggi siamo in paradiso, ma i ragazzi non se lo ricordano. Vogliono sempre di più”

Nel frattempo, come a supportare le sue parole, continua a metterci davanti cibo in gran quantità.

Siamo già alla terza aragosta, quando Alejandro ci deve lasciare per riportare la figlia dalla mamma. Carmen allora ci dice con amarezza “Oggi i ragazzi pensano solo a divertirsi e fare la bella vita. I matrimoni non durano più nulla. Mettono al mondo dei figli e poi ognuno se ne va per la sua strada”

Per sua consolazione, informo la signora che anche da noi le cose non vanno molto diversamente, poi ne approfitto per chiederle qualcosa del figlio. Ad esempio, qual è la sua occupazione.

“Non lo so di preciso. Lavora con dei macchinari all’ospedale. Fanno delle cose con le zanzare”

Allora è vero. E’ proprio un ricercatore, anche se i suoi orari sembrano piuttosto elastici.

“Da quando si è separato – Carmen ritorna immediatamente sull’argomento che più le sta a cuore - la moglie è andata a vivere con i genitori e lui è tornato qui”. Poi attacca con un interminabile racconto sulla vita del figlio.

Siamo intorno all’adolescenza quando, per fortuna, Alejandro rientra. Decido di approfittare del suo buon umore per chiedergli informazioni in merito alla dislocazione dell’albergo da cui l’indomani dovremo prendere il pullman per la nostra gita a Piñar del Rio.

“Non è molto lontano, una ventina di minuti a piedi. Se vuoi ti mostro la strada con la moto”

Non me lo faccio ripetere due volte. Tanta disponibilità da parte del nostro amico probabilmente non la ritroverò più, quindi, è bene approfittarne.

Tirato fuori dal garage il suo bolide (che è una vecchia moto di produzione sovietica), mi dice di salire sul retro, non prima di avermi infilato sulla testa un elmetto da cantiere edile.

“Ho un solo casco” si giustifica. Poi mi spiega che non sarebbe obbligatorio, ma essendo io uno straniero, è bene non dare molto nell’occhio.

Dopo avermi mostrato la strada da percorrere, decide di fare un giro per il quartiere, illustrandomi i principali punti di interesse. E’ un giro divertente, anche perché, su una moto assieme ad un abitante del posto, mi sembra di essere un po’ meno turista.

Dopo essersi fermato davanti ad una villetta a due piani, spegne la moto e mi invita a scendere.

“Questa è casa mia - mi dice orgoglioso – Vieni, te la faccio visitare”

Saliamo così al primo piano da una scala esterna. Anche in questo caso il ballatoio è ingabbiato da pesanti inferriate, così come il portone di casa.

Continuo ad essere sorpreso. Mi sembra un controsenso che in un posto così sorvegliato, si ponga tanta attenzione alla messa in sicurezza delle abitazioni .

“Qui ci sono un sacco di ladruncoli – mi spiega Alejandro, e con tono più basso, aggiunge – E anche un bel po’ di poliziotti che sono disposti a chiudere un occhio ... E’ meglio non fidarsi. Soprattutto se si hanno dei buoni elettrodomestici”

Ed in effetti casa sua è molto ben rifornita di tali accessori. Televisore, frigorifero, aria condizionata e mobili nuovissimi, anche se piuttosto dozzinali.

“Da quando non c’è più mia moglie, la affitto come casa particular” mi dice con una punta di tristezza.

“Come tua madre” butto lì per dire qualcosa.

“Veramente, mia madre non ha la licenza, ci mando solo gli amici più fidati. Voi risultate alloggiati qui”

Questo particolare, viste le nostre ripetute frequentazioni con le autorità locali, mi avrebbe fatto piacere conoscerlo prima. Comunque, finito il giro e richiuse le cancellate, mi conduce verso un chioschetto piuttosto frequentato dall’altro lato della strada e, sotto gli sguardi incuriositi dei presenti ci fermiamo a bere una birra.

PINAR DEL RIO

Quando suona la sveglia è ancora buio pesto ed in casa dormono tutti. Ci prepariamo quindi in gran silenzio e ci avviamo attraverso le strade, ora deserte, che avevo percorso la sera prima in moto con Alejandro.

“Non sarà pericoloso?” chiede Miriam guardandosi attorno con circospezione.

La stessa domanda me la sono già posta anch’io, ma sembra tutto molto tranquillo.

Arriviamo davanti all’Hotel con grande anticipo e possiamo fare colazione al bar con tutta calma. Poi, ci posizioniamo davanti all’ingresso ad attendere il nostro pullman.

Dapprima siamo soli, ma col passare dei minuti si raduna molta gente ed inizia un andirivieni di pullman, taxi ed auto private tale, che iniziamo ad avere qualche timore di non riconoscere il nostro mezzo.

Allarmismo malriposto, perché una volta arrivato il pullmino, una efficiente signorina in vertiginosa minigonna (quasi una divisa per il personale femminile di qualsiasi genere e grado), ci chiama per nome invitandoci a salire.

Prima di partire, dobbiamo terminare il nostro giro per prelevare i passeggeri rimasti. Abbiamo quindi modo di dare un’occhiata ai principali alberghi della città.

A parte un paio di nuove strutture di note catene francesi, il resto degli hotel sono enormi e poco invitanti casermoni posizionati quasi tutti sul mare fuori dal centro abitato. Fino alla caduta del muro, erano affollati di funzionari sovietici inviati dallo stato in viaggi premio.

Appena saliti gli ultimi passeggeri, l’altoparlante dell’automezzo comincia a vomitare informazioni a velocità disarmante. Stavolta i miei remoti studi di spagnolo non mi sono di grande aiuto ed ho serie difficoltà a seguire il discorso.

“Che cavolo! Mai una volta che visitiamo una nazione dove si parli italiano” butta lì Miriam spazientita.

“E, sarebbe ...”

“Mah, che ne so, il Canton Ticino?”

“Va bene. Teniamolo presente per il prossimo viaggio”

Mentre ci allontaniamo dall’Havana, incontriamo sul nostro percorso alcuni cartelloni propagandistici sui bordi delle strade. Inizio a fotografarli divertito, fino a quando non capisco che si ripetono con la frequenza delle pietre miliari.

Tutti riportano immagini dei padri della rivoluzione e motti altisonanti: “Revolucion es unidad”, “Viva Cuba libre” (non il cocktail, ovviamente), “La patria ante todo”. Ma il migliore è senza alcun dubbio quello su cui campeggia un ritratto sorridente di Fidel, con la scritta “Vamos bien”.

Mi ricordano in modo impressionante le scritte semicancellate che ancora si possono leggere sui muri dei nostri paesini di campagna. “Credere, obbedire combattere”, “Vivere, combattere, morire”, “E’ l’aratro che traccia il solco, ma la spada che lo difende”…

La nostra prima tappa è in una fabbrica di sigari. I celeberrimi puros cubani. Visitiamo dapprima gli essiccatoi dentro capanne di paglia, quindi la linea di produzione, dove decine di donne, sedute dietro tavoli di lavoro in legno, confezionano a mano i sigari con grande maestria.

Mentre sono fermo ad osservare il lavoro di una signora, questa si volta con circospezione verso di me e comincia a lanciarmi muti segnali.

Sulle prime penso che si stia rivolgendo a qualcun’altro, ma poi quando vedo delle scatole di sigari apparire da sotto il tavolo di lavoro, comprendo di essere proprio io il destinatario delle sue attenzioni.

Ho già rischiato sufficienti incidenti diplomatici in questi pochi giorni in terra di Cuba, trasgredendo a svariate regole locali, che non ho nessuna intenzione di mettermi anche ad acquistare sigari di contrabbando.

E poi non fumo nemmeno!

Mi volto e proseguo la visita inseguito dai psss di richiamo della signora sigaraia.

La tappa successiva è un belvedere che si affaccia sulla Valle de Viñales, dove è stato allestito un piccolo mercatino con baretto annesso.

Il panorama è esaltante, con i verdissimi mogoles, montagnole a forma di pan di zucchero, che si ergono maestosi sulle pianure sottostanti, disseminate di piantagioni di tabacco. Altrettanto non si può dire del mercatino, stracolmo di paccottiglia per turisti, tutta riportante l’immancabile effige del Che (Guevara). Non posso fare a meno di riflettere sull’ironia della cosa. Un rivoluzionario che ha combattuto una vita intera contro il capitalismo ed i suoi simboli, divenuto oggetto di merchandising seriale.

La sosta, oltre che per le bellezze paesaggistiche, è memorabile anche perché nel bar Miriam assaggia per la prima volta nella sua vita la Piña Colada. Nel resto del viaggio dovrò faticare non poco per impedire una sua discesa verso l’alcolismo.

Attraversando paesaggi fiabeschi, raggiungiamo la Cueva del Indio, caverna naturale che visitiamo, nel primo tratto a piedi, poi su una piccola barca a motore che risale con gran rumore un fiume sotterraneo fino all’imboccatura.

Continuiamo quindi il nostro percorso dirigendoci verso il Mural de la Prehistoria, sito piuttosto bizzarro, dove, sulla parete di un mogote, negli anni 60, un artista cubano, ha dipinto un gigantesco murale raffigurante la storia dell’evoluzione umana. I colori accesi del dipinto fanno da contrasto al verde della vegetazione, creando un insieme sufficientemente suggestivo.

L’aspetto veramente ragguardevole di questa zona, però, è l’abbondanza e la varietà della vegetazione, che donano al paesaggio dei colori quasi abbaglianti. Degno di nota è anche il fatto che di fianco al sito c’è un ristorante, dove consumeremo il pranzo.

A tavola ci rendiamo conto che i nostri compagni di viaggio sono tutti ispanici. Alcuni vengono dal sudamerica, ma la gran parte sono spagnoli. Parlano fra di loro ad una velocità impressionante, tanto che lo spagnolo dei cubani sembra una lingua differente.

Il cibo non lascerà in me un ricordo indelebile, ma una strana pianta, della quale non riesco a scoprire il nome, sì. La incontro lungo il viale che porta verso il parcheggio dei pullman ed ha la particolarità di chiudere le proprie foglie appena la si sfiora. Se non fosse per le sue piccole dimensioni, non sfigurerebbe nel cast della Piccola Bottega degli Orrori.

Dopo aver attraversato l’insignificante (almeno per ciò che riusciamo a vedere dai finestrini) paesino di Viñales, facciamo rientro all’Havana, in tempo per la cena, che la signora Carmen ci sta già preparando.

Stasera pollo.

E quando dico pollo, intendo una montagna di pollo, cucinato in tutte le combinazioni che l’arte culinaria può supportare.

Ci alziamo dalla tavola satolli e desiderosi di stenderci in veranda. La cosa, però, ci è negata dalla nostra padrona di casa, la quale ci informa allarmata che nel pomeriggio ha ricevuto la visita della responsabile politica del quartiere (o qualcosa del genere), che veniva a sincerarsi che tutto fosse in regola. Sembra che qualche segnalazione anonima l’avesse messa sul chi vive in merito alla presenza irregolare di stranieri in una casa non autorizzata.

“La gente proprio non riesce a farsi i fatti propri” è il commento amaro della signora Carmen sulla vicenda.

“Eh sì – rispondo - tutto il mondo è paese”. Non molto profondo, ma tristemente vero.

Consumiamo così le nostre birre in salotto e, dopo averne offerta una a Alejandro, riusciamo a convincerlo a telefonare per noi ad alcune case particular di Trinidad, città dove l’indomani ci recheremo, per prenotare una camera.

Svolto con successo il compito, ci suggerisce di prenotare anche un taxi per la mattina successiva. I cubani non sono proprio mattinieri e corriamo il rischio di non trovare passaggi per la stazione degli autobus.

TRINIDAD

La mattina, di buon’ora, un taxi regolare (è il primo che vedo) ci preleva davanti casa e ci deposita presso una piccola stazione degli autobus, moderna e ben organizzata.

Anche il pullman su cui saliamo è confortevole, ma l’aria condizionata a livelli polari ci costringe a far uso di tutto ciò che troviamo per ripararci, compreso un plaid che al momento della partenza avevamo scovato divertiti nel vano portavaligie.

Per ore viaggiamo attraverso un paesaggio monotono, senza incontrare praticamente anima viva. La vita si rianima solo nei dintorni dei rari paesini, per poi tornare nell’oblio per altri lunghi tratti.

Arriviamo a Trinidad che è già sera e, dopo aver dribblato a fatica la solita moltitudine di affittacamere e proprietari di paladar che ci accolgono all’uscita dal pullman, ci mettiamo alla ricerca della nostra abitazione. L’operazione è resa problematica dalla pioggia battente che ha preso a cadere e da una piantina tutt’altro che precisa la quale tende insistentemente a condurci fuori strada.

Quando riusciamo a raggiungere la nostra meta stanno ormai calando le prime ombre della sera. Si tratta di una bella casa in stile coloniale e la cosa ci rallegra, vista la prenotazione a scatola chiusa, ma il nostro entusiasmo viene subito smorzato dal proprietario, il quale ci comunica che lì non c’è posto e che ci ha sistemati presso una sua amica pochi isolati più in là.

La casa della sua amica è, ovviamente, una semistamberga vecchia e mal tenuta, nella quale vivono svariate persone, bambini vocianti ed animali in gran quantità. Tra questi annovero degli scarafaggi giganti che scorazzano liberamente nel patio interno. Su tutto ciò saremmo anche disposti a passare sopra, ma la cosa che veramente ci butta il morale sotto i piedi è la stanza che ci viene assegnata. E’ così piccola che non riusciamo a cambiarci all’unisono. Uno dei due deve attendere sul letto il termine dell’operazione dell’altro. La sua dimensione la rende così soffocante che Miriam comincia a dare allarmanti segnali di claustrofobia dopo appena pochi minuti di permanenza.

Purtroppo è sera e non abbiamo il tempo di metterci alla ricerca di un’altra sistemazione, quindi decidiamo di rimandare al giorno dopo tale incombenza. Ora abbiamo fame e vogliamo trovare al più presto un ristorante.

A causa della pioggia, le strade sono deserte e, quella che dalle guide risulta essere una ridente e allegra cittadina, si presenta al contrario tetra e desolata.

Ci buttiamo nel primo ristorante del centro il cui aspetto ci ispiri un po’ di fiducia e consumiamo una cena da dimenticare in compagnia di una seriosa famiglia francese e dei soliti scarafaggi che ogni tanto fanno capolino nella sala.

Giusto per tirarci su il morale, la televisione accesa su un lato del locale, ci informa che un ciclone sta devastando il Messico e sta per investire le coste occidentali di Cuba.

Torniamo depressi nel nostro loculo ed affrontiamo una notte agitata.

La mattina successiva, per fortuna c’è il sole, ma nonostante ciò, la nostra magione non aumenta di fascino.

Nella passeggiata di avvicinamento al centro cittadino, quindi, ci fermiamo in ogni pensione, hotel o casa particular per richiedere una camera, ma sembra che Trinidad in questo periodo sia al completo. Dopo qualche isolato incrociamo un ufficio turistico e, per puro scrupolo, facciamo un tentativo anche lì. Incredibilmente l’impiegata dice di conoscere una casa in centro che dovrebbe avere una stanza e, dopo una telefonata, ci ritroviamo nella migliore sistemazione di tutta Trinidad. Una splendida casa coloniale che si affaccia sulla piazza principale della città.

Risolto brillantemente il problema alloggio e favoriti dalla splendida giornata, possiamo dedicarci con rinnovato entusiasmo alla visita della città.

Bastano pochi passi in centro per mutare l’impressione negativa che ne avevamo avuto la sera precedente.

Le case in stile coloniale dai vivaci colori pastello, le strade acciotolate, le grate in legno o in ferro battuto che coprono le grandi finestre di ogni abitazione creando affascinanti giochi d’ombre, tutto concorre a rafforzare l’impressione che il tempo si sia fermato.

Giriamo rapiti tra le vie osservando i particolari di un balconcino, di un fanale per l’illuminazione pubblica o i fusti di cannone piantati nel selciato come paracarri.

Ogni strada riserva una sorpresa e, girando un angolo, ci si può ritrovare davanti ad una maestosa chiesa coloniale o ad un mercatino artigianale dove centinaia di tovaglie, lenzuola e capi di abbigliamento sono distesi a svolazzare al vento.

Naturalmente questi ultimi catturano all’istante l’interesse di mia moglie che inizia ad intavolare lunghi negoziati per l’acquisto di gigantesche lenzuola e bianche tovaglie ricamate, limitandosi poi, dopo un’ora di estenuanti trattative, ad acquistare un semplice cappellino realizzato all’uncinetto.

Il caldo intanto aumenta inesorabile e dopo questo primo giro ricognitivo, ci infiliamo nel fresco di un bar. Io, che sono già sudato fradicio, ordino una bevanda gassata, o un refresco, come dicono qui, ed ho il primo incontro ravvicinato con la mitica TuKola. Imitazione autoctona della Coca Cola, la TuKola è prodotta dalla Ciego Montero, praticamente il monopolista cubano di acqua in bottiglia e bevande gassate. L’avevo già vista all’Havana, ma le avevo sempre preferito l’ottima birra Bucanero.

Sarà il caldo, sarà la sete, ma a me sembra buonissima.

La temperatura ci impedisce ogni movimento, così decidiamo di dare un’occhiata al mare. A qualche chilometro da Trinidad c’è la penisola di Ancòn, con la sua rinomata spiaggia, indossati quindi i costumi, affittiamo un cocotaxi ed in pochi minuti siamo in spiaggia.

Ci accolgono sabbia bianca, mare cristallino, palme, insomma, tutto il compendio delle spiagge caraibiche. Playa Ancon in particolare è davvero ragguardevole, se non fosse per un orribile mostro di cemento che chiamano albergo, sarebbe un posto idilliaco, noi però le preferiamo un tratto di spiaggia attrezzato ad un paio di chilometri di distanza. La scelta è dovuta non tanto a fattori estetici, quanto alla presenza di uno stabilimento balneare con ristorante annesso che affitta sdraio ed ombrelloni sotto l’ombra dei quali evitiamo una sicura insolazione.

Il pomeriggio scorre piacevole tra un piatto di camarones, un paio di birre gelate, sole e bagni a non finire in acque calde e trasparenti.

Mentre sono mollemente allungato sulla mia sdraio, una giovane coppia di italiani si fa notare ad un paio di ombrelloni di distanza. A prima vista sembrano i classici tipi di connazionali che io odio incontrare all’estero: lui, basetta alla moda e collana di perline al collo, tratta i locali col piglio arrogante di chi pensa di essere giunto a colonizzare nuove terre, lei giovane e carina, con occhiaie da sveglia a mezzogiorno dopo una notte insonne passata tra locali e discoteche. Entrambi assolutamente insensibili alle attrattive storico-culturali del paese di cui sono ospiti.

Col mio abituale atteggiamento da viaggiatore snob, decido che non vale la pena di perder tempo ad affrontare la loro conoscenza e mi rituffo in acqua.

Verso il tramonto, prendiamo al volo uno dei tanti taxi che fanno la spola con la città e, dopo una doccia rinfrescante, ci dirigiamo verso un ristorante consigliatoci dai nostri padroni di casa.

Il locale è davvero incantevole. Ceniamo a lume di candela in un giardino lussureggiante, mangiando aragoste e gamberoni accompagnati da birra e mojito, quindi ci tuffiamo nella vita serale, sperando sia un po’ più movimentata del giorno precedente.

Stavolta le aspettative non vengono deluse. In strada c’è un mare di gente, e da ogni anfratto giunge la ritmata musica di miriadi di complessini. Facciamo un salto alla Casa de la Trova, affollatissimo locale piuttosto noto dove al ritmo di son, rumba e cha-cha-cha, coppie di ballerini, tutti piuttosto abili, si intrecciano tra i tavoli.

Le movenze sensuali dei danzatori attenuano il mio odio viscerale per la danza, quindi, consumo il mio secondo mojito della serata, osservandoli in un misto di fastidio e incanto.

Quando l’aria inizia a farsi soffocante, usciamo in strada e ci sediamo sugli ampi gradoni della lunga scalinata che fiancheggia la chiesa della Santisima Trinidad. Anche qui la musica la fa da padrona e centinaia di persone gremiscono i tavolini dei vari bar che vi si affacciano. Due orchestre, posizionate su livelli diversi della gradinata, fanno a gara per attrarre ballerini negli esigui spazi rimasti liberi.

Davanti al terzo mojito, la mia diviene ben presto un’indagine antropologica, atta a studiare i comportamenti della fauna turistica presente.

C’è una evidente inversione di tendenza rispetto ai parametri dell’acchiappo universalmente riconosciuto.

Qui il linguaggio del corpo appare predominante ed i corteggiamenti vengono compiuti sulla pista da ballo, tra un volteggio ed un provocante sfioramento.

I vari turisti di sesso maschile, scarsamente avvezzi a simili performances danzerine, sono irrimediabilmente messi ai margini da una fitta schiera di ragazzi locali che vagando tra i tavolini, trascinano sulla pista le donne occidentali vogliose di danzare.

Fortunatamente la nostra abitazione è a soli 50 metri di distanza, perché dopo tre mojito e due bucanero, il mio passo è un po’ incerto.

Aperto il portone di ingresso vengo colto da una visione mistica. Nel bel mezzo dell’atrio di ingresso, una Madonna a grandezza naturale, con tanto di aureola illuminata, mi accoglie benevola.

Guardo sbigottito mia moglie, la quale mi rassicura “E’ la statua che abbiamo visto questa mattina”

“Ah già” rispondo passandole accanto.

Svegliatomi di buonora, il mio accenno di sbornia è smaltito, così mi affretto a raggiungere Miriam, già intenta a consumare la colazione nel verde cortile su cui si affaccia la nostra stanza.

Guardandomi attorno do un’occhiata più approfondita all’architettura della casa che ci ospita. Si tratta di un vecchio palazzo coloniale ad un piano che durante il periodo post-rivoluzionario è stato diviso in più abitazioni. La cosa è resa evidente da un’alta palizzata in legno che divide in due il cortile in cui ci troviamo. L’intero palazzo è dipinto esternamente di un bel celeste pastello, mentre all’interno i muri sono tutti bianchi. Le finestre e le porte, invece, sono a contrasto, esternamente bianche ed internamente celesti. L’alternanza dei due colori dona una sensazione di freschezza che in questo clima non dispiace affatto.

Appena superato il portone di ingresso in legno, ci si ritrova nel “salotto buono”, sovrastato dalla ben nota statua della Vergine. Qui l’arredamento è antico e, probabilmente, originale. La vita quotidiana, però, si svolge negli ambienti successivi, la cucina, dove in ogni ora del giorno si alternano le donne di casa, ed una sorta di salottino retrostante il salone principale, regno incontrastato dei maschi di casa che, apparentemente nullafacenti, guardano la televisione mollemente distesi su un paio di divani sgangherati.

Consumata la solita ricca colazione, comunichiamo alla nostra ospite l’intenzione di cenare in casa con un po’ di pescado e, se riesce a trovarle, un paio di aragoste. Poi, uscendo, gettiamo un occhio allarmato a quello che sembra l’argomento principale della tv locale: l’arrivo del ciclone.

In effetti l’eventualità di beccare in pieno una tempesta tropicale, non ci alletta neanche un po’, soprattutto dopo aver visto le immagini della devastazione lasciata dal suo passaggio sulle coste dello Yucatan.

Chiediamo lumi al tizio allungato a petto nudo di fianco a noi. Questi ci “rassicura” descrivendo con dovizia di particolari i disastri procurati alla città dall’ultimo passaggio di un ciclone.

“Ma comunque non vi preoccupate, questo al massimo ci sfiora” conclude sfoggiando un largo sorriso.

Per nulla tranquillizzati, ci rechiamo nella nostra agenzia di fiducia. Abbiamo due incombenze da svolgere. Una piuttosto semplice: organizzare una gita nei dintorni della città per la giornata di oggi. L’altra, decisamente più complessa, prevede la prenotazione di un breve soggiorno di quattro giorni in una delle rinomate località di mare cubane.

Nel piccolo ufficio, l’impiegata è seduta dietro una vecchia scrivania, impegnata a parlare con un paio di turisti. Diverse altre persone attendono il loro turno sedute su una panca di legno addossata ad un muro laterale. Ci uniamo a loro e, per ingannare l’attesa, do un’occhiatina in giro. La stanza è arredata in modo spartano, oltre alla summenzionata scrivania, non c’è molto altro. Un paio di cartine ed alcuni vecchi poster pubblicitari appesi ai muri, un telefono pubblico appeso su una parete di fianco alla porta d’ingresso ed il consueto ventilatore a pale che gira sul soffitto spandendo aria calda.

L’attesa è lunga, anche perché la ragazza dietro la scrivania, che non sembra avere molta fretta, ogni cinque minuti si alza e, con passo lento e strascicato, si reca nella parte opposta della stanza per fare delle chiamate con il telefono a muro. Quello che avevo preso come un apparecchio pubblico, infatti, è l’unico telefono di tutto l’ufficio. Perché non sia stato sistemato di fianco alla scrivania (o la scrivania di fianco al telefono, scegliete voi) resta un mistero.

Qui è bene aprire una parentesi sugli uffici statali con i quali siamo finora venuti in contatto.

Ferma restando l’abituale gentilezza del personale, questo non brilla per efficienza lavorativa. Tutto viene svolto con grande calma e tempi per noi occidentali davvero inconcepibili.

L’imperturbabilità della gente cubana, frutto della totale mancanza di competizione e della assoluta consapevolezza che l’affannarsi dietro ad un problema non volgerà sicuramente le cose in meglio, temo sarà messa a dura prova una volta che il paese (e da quello che vedo, succederà molto presto) si troverà a doversi mutare in un’economia di mercato.

Quando finalmente giunge il nostro turno, veniamo subito a sapere che a causa dell’allarme ciclone, tutte le spiagge della costa caraibica, quella dove, per intenderci, avevamo intenzione di recarci, sono state chiuse come misura precauzionale. Comincia quindi l’ormai noto balletto scrivania-telefono, telefono-scrivania, e dopo alcune di queste giostre, la signorina ci informa che, sempre in conseguenza dell’allarme, tutte le strutture turistiche della costa orientale sono piene. Resterebbe da battere Varadero dove, a suo dire, qualcosa si potrebbe sicuramente trovare.

Siamo delusi, perché Varadero era l’unico posto che avevamo giurato di non visitare, ma se non altro, dovendo ripartire proprio da lì, ci risparmieremmo un ultimo giorno da passare interamente in pullman.

Vada quindi per Varadero che, per quanto “sputtanata”, qualche pregio, sono sicuro, dovrà nasconderlo.

Decidiamo quantomeno di scegliere un albergo che abbia un po’ di storia, quindi prenotiamo all’Hotel Cuatro Palmas, il cui corpo centrale è costituito dalla villa fatta costruire dal dittatore Fulgenzio Batista per le sue vacanze al mare. Un po’ misera come storia, ma ci accontentiamo.

Espletata questa pratica, ci dedichiamo alla gita di oggi. Vorremmo visitare la Valle de los Ingenios a pochi chilometri dalla città. Gli ingenios erano gli antichi zuccherifici che tanta parte hanno avuto nello sviluppo economico della zona. Oggi sono dei mirabili esempi di archeologia industriale e la valle che li ospita è stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio culturale dell’umanità.

Purtroppo oggi non è stato raggiunto il numero minimo per la partenza del pullmino, però, l’impiegata dalle mille risorse ci informa sottovoce che può trovarci un autista che ci farà fare lo stesso giro ad una modica cifra. La parte sottintesa è che l’autista poi passerà da lei a consegnarle la provvigione.

Con questo tipo di politica, non credo che il pullmino ufficiale faccia molte uscite, comunque accettiamo e nel giro di pochi minuti siamo in viaggio.

A metà strada il nostro guidatore, molto parco di chiacchiere ed informazioni, ci deposita presso il Mirador de la Loma del Puerto, una terrazza panoramica che domina tutta la valle offrendone una vista spettacolare. Poi, dopo una breve sosta, continua per la Manaca Iznaga, uno dei più importanti ingenios del XIX secolo, del quale sono rimasti la villa padronale, alcune baracche degli schiavi ed una incredibile torre alta una cinquantina di metri che svetta probabilmente su tutta la valle.

Il complesso è totalmente privo di qualsiasi indicazione od informazione sulla sua storia. Fortunatamente siamo freschi della visita al museo del rum dell’Havana e, anche con l’ausilio delle nostre guide, riusciamo a ricostruire il suo passato fatto di grandi ricchezze per i proprietari e di grande sofferenza per le centinaia di schiavi che vi lavoravano. Vagando per la tenuta, incontriamo un vecchio, probabilmente in attesa di turisti, intento a girare un antico macchinario per la spremitura della canna da zucchero. Il succo raccolto, il guarapo, ci viene offerto con l’aggiunta di succo di limone e di un goccio di rum. Ne viene fuori una bevanda torbida e dolcissima, ma comunque gradevole.

Terminato il giro, la mia passione per torri e campanili mi spingerebbe a tentare la scalata del colosso che si erge tentatore. Il caldo umido è però terribile e non credo di riuscire dall’impresa, quindi ci rimettiamo in macchina e facciamo rientro a Trinidad.

Così almeno crediamo, perché lungo la strada del ritorno, giunge implacabile la sosta presso una fabbrica di articoli in terracotta dove il nostro autista tenta in extremis di rifarsi della commissione che dovrà sborsare alla ragazza dell’agenzia.

Io e mia moglie giriamo annoiati per qualche minuto poi ripartiamo a mani vuote guidati dal taciturno autista ora anche rabbuiato.

Quando facciamo rientro in città, i nuvoloni che coprono il cielo non promettono nulla di buono. Ne approfittiamo per visitare un paio di interessanti musei e girare senza meta per le strade della città.

Le stupende case dipinte con infinite tonalità pastello, hanno i portoni aperti, come si usa da queste parti, ed infilandoci la testa dentro, si possono rubare scorci di un fastoso passato. Ampi saloni, soffitti affrescati e magnifici mobili antichi. Le grandi finestre inferriate, che si innalzano fin quasi al tetto, ospitano spesso anziane donne che osservano la strada rimanendo al fresco della propria abitazione. Uomini col sigaro in bocca oziano seduti sui gradini e da ogni dove giungono musiche ritmate.

Le strade sono tutte un brulicare di vita e maestose automobili americane si incrociano con carretti trainati da asini e cavalli.

In conformità con quanto osservato già all’Havana, tutti si muovono avanti ed indietro, ma nessuno sembra avere un granché da fare, se non tentare di venderti rum o sigari sottobanco.

Spesso incrociamo persone con incredibili torte in mano e la cosa ci incuriosisce. I dolci, infatti, non sono confezionati, ma sistemati su dei pezzi di cartone ritagliato alla bell’e meglio, senza nessuna protezione. Sembrano gigantesche meringhe abbellite dei più improbabili colori. Tralasciando il discorso igienico, c’è da considerare il grande caldo che sicuramente non giova alla loro conservazione. Difatti, molti dei cartoni, inumiditi dalla farcitura hanno i bordi pendenti, sintomo di un’imminente disfacimento della torta.

“Ma dove la comprano quella roba – dico – Non mi pare di aver visto pasticcerie in giro”

La risposta la trovo pochi isolati più in là, dove incontriamo un banchetto in mezzo alla strada, sul quale, esposte all’aria aperta, ci sono una decina di torte in bella vista ed una piccola folla intenta ad acquistarle da un lucido e flaccido indigeno a petto nudo.

Sperando che la nostra padrona di casa, nella cena di questa sera, non ci abbia voluto omaggiare di tale prelibatezza, continuiamo il nostro giro, finché un improvviso e violento acquazzone non ci costringe ad un rapido rientro a casa.

“Non è che sta arrivando il ciclone?!” Miriam chiede preoccupata al tizio già interpellato in mattinata, che ritroviamo allungato sul medesimo divano dal quale, presumibilmente, non si è mai alzato.

“No. Ha deviato, sta passando al largo dell’Isla de la Juventud” mi risponde con il solito sorriso.

Se non ricordo male l’Isla de la Juventud è a pochi chilometri al largo di Trinidad, il che non mi sembra proprio una buona notizia. Comunque ha smesso di piovere e la signora ci ha apparecchiato nel cortile interno.

I soliti stuzzichini ed un pargo fritto, fanno da preludio ad una gigantesca aragosta alla brace con riso e fagioli di contorno. Un vero pasto da re.

Fortunatamente della temuta torta neanche l’ombra, ma siamo subito costretti a rientrare in camera a causa della ripresa della pioggia.

Prima di andare a letto, facciamo due chiacchiere con la padrona di casa, la quale, al contrario della signora Carmen, sembra disposta a parlare solo del tempo atmosferico. Anche lei ci racconta i disastri dei passati cicloni, l’ultimo dei quali ha lasciato la città senza energia elettrica per un’intera settimana.

Vista la nostra preoccupazione, però, tiene a rassicurarci che a Cuba esiste un’efficiente sistema di prevenzione e, di solito, se il pericolo diventa reale, viene dato un allarme preventivo. Cosa che finora non è avvenuta.

Nonostante quel “di solito”, unica parte del discorso che mi rimane in mente, vado a dormire ostentando tranquillità nei confronti di mia moglie, al contrario piuttosto agitata.

Una notte di diluvio e terrificanti tuoni ci fa temere il peggio, ma la mattina il pericolo sembra scongiurato. Un pallido sole, infatti, comincia ad affiorare tra un mare di nuvole che vanno diradandosi.

“Allora oggi possiamo andare in spiaggia!” è il commento entusiasta di Miriam, che ha istantaneamente metabolizzato la preoccupazione di poche ore prima.

Non sono un grande estimatore della vita da bagnante e, con la prospettiva di tre giorni di solo mare a Varadero, la spiaggia oggi speravo di potermela risparmiare.

Dopo esserci preparati dei panini con i rimasugli dell’abbondante colazione, andiamo in cerca di un taxi. E’ ancora presto e la città è deserta. Le file davanti ai negozi per il ritiro con la libreta, sono però già lunghe. E’ il lato della disperazione che questa città più turistica e spensierata, ci avevano fatto quasi dimenticare.

Dal taxista ci facciamo portare nello stesso stabilimento di due giorni prima, ma al nostro arrivo, veniamo accolti da una brutta sorpresa (almeno per mia moglie). Il passaggio del ciclone ha lasciato come strascico un mare incredibilmente agitato. I cavalloni gonfi di schiuma sono così alti e la risacca così forte che è impossibile perfino rimanere in piedi a riva. E’ uno spettacolo inquietante e nel contempo di grande fascino.

La spiaggia è ovviamente meno affollata, ma davanti a noi ritroviamo la coppia di italiani del giorno prima.

Faccio finta di niente

La permanenza in spiaggia non è esaltante neanche per una fanatica come Miriam e ad ora di pranzo siamo già in strada a cercare un mezzo per fare ritorno in città, almeno questa è l’intenzione, ma è ancora presto per i tassisti che, come tutti qui, non si ammazzano di lavoro, e cominciano ad arrivare solo nel tardo pomeriggio, quando la gran parte delle persone abbandona abitualmente la spiaggia.

Mentre scrutiamo la strada deserta, veniamo raggiunti dagli “amici” italiani. Stavolta mi è impossibile far finta di nulla e sono costretto a scambiare due parole con loro.

Ovviamente, sono meno antipatici di quanto immaginassi. Vengono dal nord Italia e lei è alla sua decima visita a Cuba. Per quanti non avessero bene inteso, ho detto decima!

Ha di certo meno di trent’anni, quindi, facendo un rapido calcolo, da quando ha iniziato a viaggiare è presumibile che abbia visitato esclusivamente questo paese.

“Sono innamorata del mare di quest’isola” ci dice con occhi sognanti.

Vista la frequenza visitativa ho il sospetto che sia stata innamorata anche di qualche baldo giovane cubano, ma tengo il pensiero per me, anche perché il suo attuale compagno è piuttosto ben piazzato.

Anche loro soggiornano in una casa particular (che dalla descrizione sembra molto simile alla nostra prima sistemazione), la qual cosa non sembra soddisfi il suo ragazzo, all’apparenza avvezzo a posti ben più modaioli, ma costretto a questa vacanza dalla nuova ragazza Cuba-dipendente.

“Ci sono degli scarafaggi grandi come topi – ci dice con aria schifata – Se avessi la mia pistola potrei sparargli” (ha anche una pistola, trovo sempre più saggia la decisione di non contrariarlo).

“Ma la cosa che veramente non sopporto – insiste lui - è la gente del posto. Tutti cercano di fregarti non appena possono, e poi, non hanno voglia di fare niente. Ogni cosa gliela devi ripeter dieci volte…” e continua su questo tono manifestando la sua avversione per l’endemica indolenza della popolazione che appare come fumo negli occhi per un efficiente ed organizzato nordista come lui.

Quando finalmente riusciamo a scovare un’auto disposta a portarci in centro, siamo ormai tutti affamati.

“Vi porto in un posto irresistibile” ci dice lei con entusiasmo, mentre lui dietro le sue spalle accenna una smorfia di disgusto.

Il posto dove veniamo condotti è davvero particolare e, senza una precisa indicazione, sarebbe rimasto nascosto per sempre alla nostra vista, sepolto com’è in un vicoletto laterale.

Si tratta di un vero e proprio loculo aperto sulla strada, le cui pareti, immagino originariamente bianche, sono nere di fuliggine e sporco generico. Al suo interno un tizio in scarponcini da trekking (!) seduto mollemente su una sedia di metallo, con una lunga asta manovra un forno preistorico, tenuto insieme per benevola intercessione del Cristo che campeggia appeso ad un muro sopra di lui.

Un tavolino di metallo sul cui piano sono poggiati un barattolo di sale ed una scatola di salviette di carta, completa l’arredamento del locale.

“Ma cos’è?” mi viene da chiedere appena giungo nelle vicinanze.

“E’ una pizzeria!” risponde la giovane amica sorpresa della mia scarsa perspicacia.

Guardando meglio tra la folla che si accalca davanti al bugigattolo, vedo che il tizio in scarponcini da trekking (!), senza mai schiodarsi dalla sedia, manovra la sua asta per aprire e chiudere lo sportello del forno, mettere e togliere le teglie di pizzette, il tutto con un’abilità da giocoliere. Il resto delle operazioni è delegato agli acquirente che prelevano la pizza dalla teglia, la salano a proprio gusto e la pagano… in pesos cubani. Che noi non abbiamo.

“Offro io - interviene la ragazza intuendo la nostra difficoltà – Non vi preoccupate, non andrò fallita per due pizzette”

Queste, infatti, costano 5 pesos l’una (circa 20 centesimi di euro!) e, per inciso, sono buonissime, tanto da spingerci ad un bis che ci rende debitori in eterno di ben 80 centesimi con i nostri nuovi amici.

Le nostre strade, infatti, si dividono qui. Domattina dobbiamo partire presto e non abbiamo voglia di affiancarli nella loro notte brava.

Dopo una rapida doccia, ci dedichiamo alla visita del Museo de Arquitectura Colonial, l’ultimo rimasto da vedere, situato in uno splendido palazzo settecentesco, il quale, tra le altre cose interessanti, espone in una delle stanze da bagno che si affacciano nel patio interno, un’incredibile doccia-idromassaggio dell’800.

Il resto della giornata lo passiamo tra mercatini locali, alla ricerca di ultimi acquisti che andranno ad unirsi alla miriade di cianfrusaglie inutili e piccoli oggetti di artigianato già acquistati.

VARADERO

Il nostro viaggio verso Varadero, comincia di buon’ora in una stazione degli autobus già stracolma di gente. Piove e la sala d’aspetto è una specie di acquitrino maleodorante, ma, in virtù di una separazione consueta qui a Cuba, scopriamo essercene un’altra più confortevole per i turisti.

Abbiamo programmato di spezzare il percorso facendo una sosta a Santa Clara, cittadina storicamente importante per essere considerata la patria del Che (Guevara).

La giornata è grigia e frequenti scrosci di pioggia contribuiscono a renderla ancora più triste. Sarà per questo che le cittadine che ci scorrono davanti non manifestano alcun fascino

Il pullman è comodo, ma con il solito problemino dell’aria condizionata. Quando giungiamo a Santa Clara, veniamo accolti da un gigantesco ritratto del Che (Guevara) che da un muro della stazione, ci esorta con il suo celebre motto: “hasta la victoria siempre”.

Abbiamo qualche ora prima della prossima corriera per Varadero, quindi ci mettiamo subito in marcia verso il Memoriale del guerrigliero, non molto distante.

Si tratta di un mausoleo così grande che lo scorgiamo da lontano e, più ci avviciniamo, più diventa imponente.

Non si può dire che abbiano fatto le cose al risparmio per celebrare il ritorno a Cuba delle spoglie del Che (Guevara). Come sempre, però, l’architettura socialista del monumento, volta più ad impressionare per la maestosità che per estetica, lascia molto a desiderare.

Una serie di parallelepipedi in pietra bianca, coperti di bassorilievi e motti rivoluzionari, si ergono da un massiccio basamento. Uno di essi sorregge una gigantesca statua in bronzo del Che (Guevara), curiosamente raffigurato con un braccio ingessato.

Il mausoleo vero e proprio è situato in una specie di grotta, sulla cui parete numerose nicchie conservano le ossa del rivoluzionario e dei suoi compagni. Una fiamma eterna rende il luogo molto sacrale.

Il raggio di sole che aveva momentaneamente illuminato il nostro arrivo al Memoriale, ci abbandona sulla via del ritorno e, sotto un acquazzone, giungiamo in città trasportati da un carrettino trainato da un cavallo.

La pioggia ci consente solo la rapida visita di un centro che non sembra offrire nulla di eccezionale, così ci facciamo riportare alla stazione degli autobus, dove ci imbarchiamo per la traversata verso le spiagge del nord.

A Varadero giungiamo a sera. Siamo infreddoliti ed affamati ed abbiamo la spiacevole sorpresa di essere stati sistemati in una dependance dell’hotel, al di là della strada.

La buona notizia, invece, è che godremo della formula all-inclusive per tutta la nostra permanenza, fatta eccezione per le bevande alcoliche ai pasti… Non avvezzi ai villaggi turistici, ci riserviamo di approfondire questa formula sibillina. Ora vogliamo solo mangiare e ci affrettiamo verso la sala da pranzo.

Data l’ora tarda, il buffet posto tutt’attorno alla gigantesca sala è quasi esaurito, ma riusciamo comunque a recuperare qualcosa. Ci sono anche dei distributori di bevande varie e mi servo di abbondante acqua e bibite gassate.

Seduto al tavolo, mi guardo attorno ed il panorama è piuttosto sconfortante. Sembra di essere in una grande mensa aziendale, dispensatrice di cibo scadente e bevande annacquate. Come ho già detto, non avevo mai sperimentato prima d’ora la mitica formula “villaggio turistico” e l’approccio non è per nulla incoraggiante. Inoltre, il braccialetto di plastica che mi hanno costretto ad indossare in reception mi fa sentire un totale deficiente.

Anche Miriam è sconfortata, decidiamo quindi di annegare il tutto in una bella cerveza. Bloccato un cameriere, questi mi informa che la birra posso anche prendermela da me. Su un lato della stanza, infatti, c’è una macchina spillatrice dalla quale parecchie persone stanno riempiendo boccali e caraffe.

“Ma, come faccio poi per pagare? – chiedo sorpreso – Non vedo nessuna cassa”

Il cameriere mi guarda ancora più sorpreso, poi con un’aria di compatimento, mi risponde che il braccialetto che indosso non mi è stato fornito per bellezza personale, ma proprio per indicare il mio status di “cliente tutto-compreso” (e rimarca il “tutto”). Birra inclusa.

Sono un po’ confuso. Mi pareva di ricordare che la birra fosse un alcolico, ma evidentemente qui non viene considerato tale. E, detto fra noi, la cosa non mi sorprenderebbe, visto il largo uso che se ne fa.

E sia. Birra a volontà per tre giorni. Cosa potrei volere di più? Mi sento già meglio ed il mio umore continua ad innalzarsi quando, nel bar sulla spiaggia, dove io e Miriam ci rechiamo dopo cena, scopro che il mio braccialetto magico (che comincia a godere di sempre maggior considerazione) mi consente un consumo illimitato di mojito e pina colada (anch’essi evidentemente considerati analcolici dallo strano regolamento del posto).

Giusto per gradire, ne prendo quattro, due di un tipo, due dell’altro, e mi sistemo su una poltrona di vimini ad osservare felice gli ultimi rossori del tramonto.

E’ da poco sorto il sole quando Miriam mi trascina ad “aprire” la spiaggia. Dice che i lettini sono pochi e se non si arriva in tempo non se ne trova più nessuno libero.

Stravolto dal sonno, mi allungo sotto un ombrellone a riposare. Vengo svegliato un’ora dopo dalle urla di alcuni bambini. Miriam ha già fatto il primo bagno e mi decanta la fantastica temperatura dell’acqua, forse sperando che la segua.

Solo ora comincio a guardarmi attorno e lo scenario in cui mi trovo è ragguardevole. Una lunghissima spiaggia bianca è lambita da un mare trasparente come una piscina.

Dietro di me una fila di palme delimita il corpo centrale dell’hotel nel quale si distinguono chiaramente i tratti dell’antica villa originaria. Vista da qui, la tanto temuta Varadero sembra un posto niente male, ma mi riservo un giudizio finale dopo aver varcato le porte del nostro albergo.

Per tutta la mattina la mia unica occupazione è buttarmi in acqua e stendermi al sole. La spiaggia non è molto affollata e gli avventori sono esclusivamente i clienti occidentali dell’hotel. In mare invece, la presenza di locali è predominante. Faccio questa riflessione durante il mio primo ingresso in acqua e non ci metto molto a scoprire il perché dell’anomalia. L’accerchiamento è immediato. Soprattutto ragazze cercano di attacar bottone al fine di appiopparmi qualsiasi genere di intrattenimento, da cene in paladar a serate in discoteca a… non so cos’altro.

E’ evidente che la spiaggia sia loro interdetta, quindi hanno escogitato questo ingegnoso sistema di abbordaggio marino.

Verso ora di pranzo, faccio un giro per il vasto complesso alberghiero cercando di orientarmi. Riconosco il bar dove ho gustato i miei cocktail serali e scopro che ce ne sono altri due. Uno nella hall ed il secondo sotto il porticato che costeggia la spiaggia. Quest’ultimo sforna hamburger ed hot-dog in quantità industriale. Era quello che cercavo. Metto il mio braccialetto in bella vista sul bancone ed afferro due hot-dog e la solita birra gelata.

Per fortuna delle mie coronarie resterò in questo posto per soli tre giorni.

Miriam, che ora si è spostata in piscina, non asseconda le mie scorribande gastronomiche, quindi proseguo da solo la perlustrazione.

La clientela dell’hotel è composta perlopiù da due categorie ben distinte. Ci sono le famiglie con bimbi al seguito ed i “vitelloni”, in gruppi di due o tre elementi, di età indistinta e rigorosamente maschi. Questi ultimi li cominci a vedere solo verso ora di pranzo, quando, stravaccati sui lettini, riposano le stanche membra in attesa di un’altra nottata di caccia grossa. Mentre sono in fila al bar, ascolto la conversazione di due di loro, ovviamente italiani.

“Stanotte è andata buca – dice il più giovane, calzoncino aderente e canottiera che mettono in evidenza un fisico tutt’altro che prestante – Pensavo che la mulattina (usa proprio questo termine) ci stava, invece all’uscita mi ha dato buca. E sì che si è scolata mezzo bar … a spese mie”

“Questo posto è veramente di merda – gli fa eco l’altro, quaranta passati, biondo ossigenato e pancia prominente - Hanno tutte la puzza sotto il naso”

“E’ vero – nuovamente il suo amico - all’Havana era molto meglio …”

Mi fermo qui perché l’hot-dog è arrivato.

Tornando agli argomenti che più mi interessano, nel mio girovagare, scopro l’esistenza di altri due ristoranti. Oltre alla mensa già visitata la sera precedente, ci sono un grill informale adiacente alla spiaggia ed un locale più elegante, che ha il piccolo difetto di essere a pagamento. Prenoto entrambi per le sere successive, quindi torno soddisfatto da mia moglie.

Nel pomeriggio, prendiamo un cocotaxi e partiamo all’esplorazione del luogo che ci ospita.

Anni addietro mi era capitato di passare per Cancun in Messico e devo dire che Varadero gli assomiglia molto (il che non è certo un complimento).

Entrambe le località non sono altro che lunghissime strisce di sabbia, ricolme di alberghi, locali, ristoranti e quant’altro possa servire allo svago del turista, posti uno dietro l’altro, senza soluzione di continuità. Ma mentre a Cancun è tutto sfacciato e portato all’eccesso, qui l’atmosfera è un po’ più dimessa, quasi casereccia. Gli alberghi sono meno imponenti, i locali meno sfavillanti e la natura non è stata ancora violentata definitivamente.

Dopo un’interminabile sequenza di finti locali tipici chiediamo al nostro autista di portarci da qualche parte frequentata da gente del posto, ammesso che ve ne sia. Lui annuisce… e ci scarica davanti ad un centro commerciale. Il messaggio è ambiguo. E’ un posto che piace a loro o pensa che possa piacere a noi? La risposta arriva prontamente. All’interno sono tutti cubani.

La nostra guida ci informa che questo è il centro commerciale più grande di Cuba. Non è che per raggiungere questo primato si siano dovuti sforzare molto, ma quanto abbiamo davanti è davvero poca cosa. La novità è che oltre ai soliti negozi statali di prodotti locali, per la prima volta vediamo anche firme europee.

Nel suo squallore, però, rappresenta una specie di sguardo futuro su quanto accadrà in tempi più o meno brevi a quest’isola dopo la morte di Castro.

Usciamo immediatamente e decidiamo che di Varadero ne abbiamo abbastanza. Siamo ansiosi di rientrare al più presto nel nostro piccolo limbo dove non saremo certamente a Cuba, ma almeno non in questa specie di Disneyland per turisti pigri.

L’attesa per un mezzo che ci riporti in albergo è lunga ed inizia anche a piovere. Comincio quindi ad interessarmi ai continui richiami di un guidatore di carrozza a cavallo, che fino ad allora avevo fato finta di ignorare.

Dopo una rapida contrattazione, compiamo quest’ultimo atto folk-turistico in un’atmosfera surreale. La romantica carrozza, infatti, avanza sotto la pioggia su una specie di autostrada totalmente deserta, che fiancheggia il mare. Gli occupanti dei rari automezzi che incrociamo, ci salutano con grandi gesti e sonore risate (ho il fondato sospetto che siano indirizzate a noi).

Giunto in albergo, mi sembra quasi di essere tornato a casa. Ho bisogno di un mojito. Ci sediamo nel nostro bar sulla spiaggia ad attendere l’ora di cena davanti ad uno spettacolare tramonto rosso porpora.

Messe da parte le nostre velleità escursionistiche, ci dedichiamo interamente al relax più assoluto.

Ci sarebbe anche la possibilità di praticare qualche sport nautico, ma, detto fra noi, non ne ho assolutamente voglia.

Vivo in una città di mare, quindi ho imparato a gestire una giornata di riposo sulla spiaggia senza dovermi per forza cimentare con attività marine convenzionali.

E poi ci sono sempre i bar, vere fonti inesauribili di cibo insano e bevande annacquate.

La sera ci mettiamo “in ghingheri” per la nostra cena elegante e, mentre attendo che Miriam finisca di prepararsi in camera, mi siedo su uno sgabello nel bar della hall, approfittandone per dare un’occhiata a questa parte di “universo alberghiero” che mi mancava.

Seduta nei diversi salottini, c’è una varia umanità che spazia dalla famiglia con bambini urlanti al seguito, alla entreneuse russa in attesa di cinquantenne benestante, che guarda con aria schifata i due ragazzi davanti a lei che stanno cercando di attaccare discorso. Molto gettonate anche le signore di mezza età, strizzate in abitini sexy che, sedute al banco del bar, attendono speranzose l’arrivo di qualche baldo giovane.

Di cubani, a parte i camerieri, neanche l’ombra.

Dopo aver sorseggiato il peggior mojito della mia vita, torno a prendere mia moglie per portarla al ristorante.

Pur se, con le sue luci soffuse ed i camerieri in divisa, il locale vorrebbe darsi un tono, l’ambiente è, come sempre, eterogeneo. C’è chi ha preso alla lettera il termine “elegante” sfoggiando mise da gran galà, chi invece ha raccattato alla bell’e meglio un abbigliamento decoroso (rigidamente richiesto da un cartello apposto all’ingresso) per far provare alla moglie l’ebbrezza di un’aragosta a 40 euro.

A quest’atmosfera di finto lusso, preferisco di gran lunga il grill informale dove abbiamo cenato la sera precedente, rimpinzandoci di pesce alla griglia alla luce di un tramonto da favola.

Dopo cena, Miriam vorrebbe partecipare alla sfavillante serata afro-cubana, pubblicizzata da colorati poster affissi nell’hotel, così ci accomodiamo nella platea appositamente allestita.

Sarebbe ingeneroso, visti i grandi sforzi profusi da ballerini e cantanti, definire lo spettacolo penoso, ma gli sguardi catatonici dei presenti fanno ben intendere l’entusiasmo suscitato.

Mi bastano pochi quadretti dello show per convincermi a rifugiarmi nel mio bar preferito, comodamente adagiato sulla poltrona di vimini affacciata sul mare.

A quanto pare, anche Miriam la pensa come me, visto che le sue pina colada si vanno affiancando ai miei mojito.

Lo sciabordare delle onde fa da colonna sonora alla tiepida serata. E’ il nostro ultimo giorno in questo paradiso. Meno male.

Quando mi alzo, Miriam è già in spiaggia. Io, che non riesco ad abbandonare un posto senza accusare qualche tipo di malessere, mi sono beccato un raffreddore, quindi rinuncio volentieri all’ultimo bagno nel cristallino mare cubano.

Sono di umore contrastante. Sono lieto di partire, perché ne ho davvero abbastanza di Varadero, ma mi spiace di non poter proseguire il mio tentativo di scoprire l’anima di questa isola strana ed ammaliante.

Avrei scambiato volentieri i tre giorni di mare con una visita a Santiago, capitale del sud cubano, ma a suo modo, anche Varadero è stata istruttiva.

Prima di tagliarmi definitivamente il braccialetto dal polso, voglio sfruttarlo fino all’ultima goccia, quindi torno nella “mensa” dove avevo giurato di non mettere più piede e, sotto gli sguardi schifati di mia moglie, mi rimpinzo di ogni genere di schifezze sistemate nel buffet.

Soddisfatto, sono pronto per essere trasportato in aeroporto.

Nell’attesa del volo, inganniamo il tempo acquistando del cibo da portare in viaggio. Negli ultimi due giorni ci siamo trattenuti in albergo, dove non abbiamo avuto modo di spendere nulla, quindi, sono rimasti nelle nostre tasche diversi CUC, dei quali al nostro arrivo in Italia l’unica cosa che potremmo farne è un bellissimo falò.

Ci rendiamo subito conto di non essere gli unici ad avere questo problema, in quanto tutti gli esercizi del piccolo aeroporto sono presi d’assalto dai turisti presenti, nell’affannoso tentativo di consumare le ultime inservibili banconote.

L’ultimo regalino Fidel ce lo fa con una geniale “tassa d’uscita” di ben 25 CUC pro capite. Fortunatamente siamo stati preventivamente avvertiti dal personale dell’albergo, ma molti turisti attorno a noi si guardano tra loro sbigottiti dopo aver speso gli ultimi spiccioli in collanine e manufatti “made in Cina”.

EPILOGO

Rientrati a casa, la mia prima preoccupazione è di andare a far visita a Filippo. Ho un quesito da porgli che mi sta consumando il cervello fin dall’Havana.

“Toglimi una curiosità. Ma che mestiere fa Alejandro?” chiedo con indifferenza dopo aver relazionato il mio amico sul viaggio.

Questo mi guarda meravigliato, poi risponde.

“Alejandro fa disinfestazioni negli ospedali … Uccide le zanzare... Le rare volte che lo chiamano…”

di Luciano M. - pubblicato il
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