Semilla de cafeto

Il cubano è fatto così: prende in giro soprattutto se stesso.Si chiama vacilon: è una parola magica. Un invenzione di uomini veri per divertirsi della vita.Più la vita è crudele, più si cerca di vacilar. Saverio Tutino (Cicloneros) Il tiepido ...

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  • di Giovanni P.
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Il cubano è fatto così: prende in giro soprattutto se stesso.Si chiama vacilon: è una parola magica. Un invenzione di uomini veri per divertirsi della vita.Più la vita è crudele, più si cerca di vacilar.

Saverio Tutino (Cicloneros) Il tiepido aguacero cadeva sul nastro pulsante del Malecon purificandomi dalle scorie di tre settimane trascorse per le strade insonni dell'Avana. Quando accostai la Feroza per dare uno strattone alla cappotta ero già fradicio da capo ai piedi. Radio Progreso- la onda de l'alegria, mandava: "Estoy solo/grita mi alma en pena./Sè que haces falta, estoy solo en mi lecho desespero los goces de tu cuerpo anhelo...". Mi sembrava tutto molto strano, anche io mi sentivo strano e solo e pensavo: Cuba è fatta di questo e forse di quest'altro. Un tempo la rivoluzione aveva giustificato tutto, oggi era inevitabile che la controrivoluzione giustificasse le conseguenze della politica internazionale adottata nei confronti dell'isola:la chiusura degli zuccherifici, la mancanza di medicinali, l'ufficializzazione del dollaro, la prostituzione organizzata, il turismo selvaggio. Eppure il fascino e la dignità di certe scelte non era in discussione. Il gioco é sottile, troppo sottile, mi dicevo, incomprensibile per la maggior parte di noi. Ma che significava questa corsa verso l'utopia? E il ritorno alla piccola borghesia urbana poteva considerarsi una sconfitta? M'accorsi che stavo forzando i meccanismi della comprensione, niente di più sbagliato: per capire bisognava tenersi lontani dai deprimenti turisti del sesso, dagli alberghi di Varadero, bisognava parlare con persone di buona volontà che volessero, sapessero spiegarti. E a Cuba queste persone non mancano. Rischiavo di ripartire con una grande confusione in testa. Cerveceros e roneros, in cerca di una postazione per la sera, razzolavano pigramente fino a dove Calle Prado s'affaccia sul mare. La gente dell'Avana usciva dai patii dalle foglie giganti, rigurgidava dai condomini odorosi e dai sudici vicoli dei barrios, inforcava le biclette senza fanali, e vacillava per la città. Nessuno sembrava curarsi del "periodo speciale" imposto da "El", così oggi lo chiamano Castro, coloro che hanno timore di nominarlo. Uscivano, vacillavano, chiedevano passaggi alle auto, alle moto, e alle bici, accumulando sbornie e sommandole a quelle rimediate nei giorni che vanno dal carnevale alla festa nazionale per la presa della Moncada.. Sbornie vere, e quando dico sbornie intendo dire sbornie.

Tutto questo dovette sembrarmi una vera e propria attrazione, ma distante dalla soglia di dignità promessa. Intanto Radio Progreso continuava a sovrapporre mambo e chachacha alla ormai logora propaganda rivoluzionaria.

In questo scenario incontrai Jenny. Alle sei del pomeriggio mi sentivo distrutto. Quando la feci salire, all'acquazzone tropicale si era già sostituita una pioggerella piagnucolante che incoraggiava i ragazzi (rifugiatisi sotto i portici albicocca, blu elettrico, lilla e zafferano) ad uscire sulla esplanade fumante di vapori e guardare con patetica fiducia l'orizzonte di Miami illuminato dal sole. -Miami, paradiso o utopia? Sospirai al suo indirizzo per provocarla.

E poi aggiunsi altre cose il cui senso compiuto fece sorridere Jenny. Fu così che m'accorsi che parlava l'italiano meglio di quanto volesse far credere. La lasciai decidere dove saremmo andati a passare il paio di ore che mi separavano dalla mia ultima notte cubana. Scelse il bar della fortezza dalla cui sommità lo sguardo spaziava sulla città coloniale fino al Castillo del Morro. - Mojito - dissi al cameriere

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