Partenza il 21/3/2016 · Ritorno il 12/4/2016
Viaggiatori: 2 · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Colombia zaino in spalla

di pucci74 - pubblicato il

23 GIORNI IN COLOMBIA ZAINO IN SPALLA

Al sesto viaggio in America Latina decidiamo come destinazione la Colombia, dopo aver letto ripetutamente che non rappresenta una meta pericolosa per noi che viaggiamo zaino in spalla, programmando il viaggio accuratamente sulla carta, ma poi modificando mete e tempi in base a sensazioni e situazioni nate durante il viaggio.

La durata del viaggio è di 23 giorni, a cavallo fra marzo e aprile 2016.

Ovviamente atterriamo a Bogotà, di sera, con volo KLM molto economico, e fin da subito la città di rivela immensa. Noi pernottiamo in zona Candelaria, e la scelta appare subito azzeccata, essendo un quartiere tranquillo, con le principali attrazioni turistiche a portata.

Nell’unica giornata piena trascorsa nella capitale visitiamo il Museo dell’Oro, assolutamente fantastico, con innumerevoli reperti della civiltà precolombiana, mentre il Museo Botero è chiuso per turno settimanale. Da vedere anche le chiese di Santa Clara, San Francisco e la Catedral. Nel pomeriggio gita al Montserrato, dove è possibile andare in funicolare o funivia: noi optiamo per la prima all’andata e la seconda al ritorno. La pendenza del tragitto è pazzesca: si passa in poco tempo da 2.700 metri s.l.m. a 3.200 m.; dal monte si scorge la grandezza di Bogotà e, con cielo un po’ coperto patiamo pure un po’ di freddo, oltre un lieve fiatone per l’altitudine e la non ancora abitudine a questa.

In sostanza a Bogotà c’è un po’ di tutto: da negozi di lusso a barboni per la strada, ma la sensazione, di giorno, è quella di essere in una città tutto sommato sicura, anche per l’innumerevole presenza per la strada di forze dell’ordine ed esercito. Consiglio di cambiare la valuta all’aeroporto: conviene.

Da Bogotà, dopo ben 13 ore di bus, arriviamo a Popayan per le feste di Pasqua: il viaggio notturno tutto sommato è accettabile, con sedili comodi e schermi sugli schienali, tipo aereo. Dovendo attraversare non poche montagne, la velocità media è molto bassa, e la strada non poco tortuosa; oltretutto nella notte siamo stati bloccati su un passo per la troppa nebbia che limitava la vista a poche decine di metri. Ma nonostante un po’ di apprensione, arriviamo a Popayan, 1.500 m. s.l.m., la città bianca, splendida città coloniale, celebre per le processioni nella Settimana Santa.

Qui troviamo sistemazione solo in un ostello di mediocre livello, essendo periodo molto turistico. Nei tre giorni di soggiorno, assistiamo ad una processione pomeridiana di bimbi, e a due di adulti alla sera, con gruppi di portantini, in abiti tradizionali, che portano una quindicina di baldacchini con statue a rappresentare i momenti della passione di Cristo. L’atmosfera è incredibile: già due ore prima una folla di gente si sistema lungo il percorso della processione, mentre completano le processioni bande o gruppi di ogni sorta: esercito, aviazione, polizia, scuole, boy scout, bande musicali. Il rigoroso silenzio della folla lungo il percorso delle processioni, contrasta con il chiasso delle piazze principali, colmi di banchetti che vendono ogni tipo di alimento già preparato o cotto sul momento. Anche in questa occasione le feste religiose in America Latina non deludono… A Popayan visitiamo alcune chiese e un’incredibile mostra di orchidee.

Questi primi giorni in Colombia ci appaiono relativamente “facili”. Forse le nostre precedenti esperienze in questo continente ci agevolano, ma per ora qua la sicurezza non manca, la gente è cordiale, desiderosa di trasmettere tranquillità agli stranieri e di cancellare la fama di paese pericoloso e famoso soprattutto per il narcotraffico. Ma qua la situazione è completamente cambiata rispetto gli anni 90. Anche il cibo è gradevole, e vario. Incredibile la diversità di frutta che si trova: con meno di 1€ è possibile acquistarne un cestino: mango, banane, papaya, ananas o per noi meno conosciuti granadilla, maracuja o guanada…senza dimenticare i succhi: impagabili!

Ogni pasto (purtroppo per me…) è a base di carne, con possibilità di maiale, bue o pollo, ma così è praticamente in tutta l’America Latina, ed i costi sono contenuti. A pranzo spuntino improvvisato, ma a cena abbiamo sempre optato per un ristorante, dove nel tipico piatto unico, oltre la carne vengono serviti riso, avogado, yuca, banane fritte e insalata. Accompagnandoci sempre con birra, non siamo mai arrivati a spendere 10€ a testa. Una menzione la merita il patacones, che è un’enorme schiacciatina di platanos fritta: ne esce fuori una crosta grossa come un vassoio, da servire con salse, per accompagnare la portata principale.

Dopo Popayan cominciamo la risalita verso nord, arrivando a Calì, patria della salsa, ma la tappa non ci ha lasciato molto. La città è una metropoli di 3.000.000 di abitanti, con un caldo insopportabile; arrivandoci nel week end, troviamo tutti i siti che ci eravamo prefissati di visitare chiusi. Luogo piacevole appare la collina di Sant’Antonio, che alla sera si riempie di gente, nel parco dove di esibiscono artisti di strada; qui ceniamo anche in uno dei tanti locali presenti.

Tappa successiva Salento, dopo 5 ore di bus, delizioso paese immerso nella verdissima Zona Cafetera, regione collinare prevalentemente dedicata alla coltura del caffè. Rispetto le precedenti tappe l’ambientazione muta drasticamente: niente palazzi e traffico, cittadina a misura d’uomo, clima decisamente più umido e fresco, con temporale ogni pomeriggio. Arriviamo il giorno di Pasqua.

Nel giorno di Pasquetta giustamente non ci facciamo mancare una gita nel verde: nella piazza principale di Salento concordiamo il trasporto (circa mezz’ora) in jeep per la partenza all’escursione nella Valle de Cocora, celebre per le famose palme di cera, che possono raggiungere i 60 metri di altezza. Scesi dal fuoristrada, optiamo per noleggiare un cavallo che ci accorcia il giro previsto e, dopo un’ora in sella, iniziamo a scarpinare, camminando in totale per circa 4 ore. Saliamo lungo questa verdeggiante vallata, raggiungendo un sito denominato Rifugio dei Colibrì, dove è possibile osservare innumerevoli di questi curiosi uccelli. Raggiunto l’altitudine di 2.800m., cominciamo a scendere, verso la via del ritorno, e ci imbattiamo con le celebri palme, che si innalzano per decine di metri verso il cielo, creando un paesaggio unico. Esperienza faticosa, ma assolutamente da fare.

Il giorno dopo ci rilassiamo tutta la giornata alle terme di Santa Rosa de Cabal: essendo bassa stagione, ci sistemiamo a pochi km dalle terme con una spesa irrisoria, e i pochi frequentatori ci permettono di trascorrere una piacevolissima giornata in questo sito termale posto nel verde, ai piedi di una enorme e spettacolare cascata, alta 200 metri. Qui non ci facciamo mancare nulla, con bagni nelle piscine all’aperto con acqua di temperatura diversa, massaggio rilassante, e tanto riposo.

Il giorno dopo si arriva alla celebre città di Medellin: una graditissima sorpresa! La città è una tipica metropoli sudamericana di 3 milioni di abitanti, con un centro caoticissimo, colmo di negozi di tutti tipi, con innumerevoli banchetti ambulanti pronti a proporre qualsiasi cosa: frutta, cibo, vestiti, minuti telefonici ed altro…

Dopo una visita alle principali chiese del centro, facciamo capolino alle sculture di Botero in piazza. Da non perdere assolutamente il Parco Experia, dove passiamo mezza giornata incredibile, fra esperimenti interattivi a dimostrazioni di leggi fisiche, un acquario ed un rettilario, giochi di luce, di memoria, di riflessi e suoni. A pochi passi visitiamo anche Planetaria, museo di astronomia con guida compresa.

Decidiamo poi di cercare un po’ di tranquillità al Parque Arvì che, dopo una corsa in Metro e 45’ di funivia sopra i quartieri popolari (anche questa un’esperienza toccante), raggiungiamo, in mezzo al verde,e dove visitiamo il più bel mariposario mai visto. Qui assistiamo a tutte le fasi di vita di una farfalla, ottimamente spiegate dalla responsabile del centro: le foto si sprecano.

Alla sera Medellin è una città viva e tutto sommato sicura, dove in un paio di zone della città si concentrano numerosi locali dove si può mangiare, ballare o rilassarsi davanti a una birra.

Con volo interno supereconomico atterriamo a Santa Marta, nostra base per la zona caraibica. Nel minuscolo aeroporto scambiamo uno zaino con un altro passeggero, e dopo un divertente siparietto per recuperarlo, raggiungiamo la città in circa un’ora di bus: il caldo è asfissiante, e Santa Marta, a parte il centro storico, è una città poco piacevole, se non per cominciare a mangiare dell’ottimo pesce fresco.

Da qui, con un’ora di bus, raggiungiamo il celebre Parque Tayrona, dove la Cordillera raggiunge il mare, completamente inaccessibile ai mezzi di trasporto. Raggiunto l’entrata del parco paghiamo l’ingresso, e assistiamo ad un corso obbligatorio di come si deve soggiornare nel parco. Da qui ci incamminiamo con gli zaini con non poca fatica causa alte temperature, e dopo 2 ore di selva e approdi al mare, raggiungiamo Cabo San Juan: il sito è splendido, con ottime spiagge e mare cristallino; purtroppo i troppi turisti, soprattutto americani, non lo rendono proprio un paradiso perduto. Qui noleggiamo una tenda (unica soluzione oltre all’amaca) e passiamo tre giorni immersi nella natura, anche con lo spettacolo dell’alba dalla spiaggia. Certo qui la logistica richiede spirito di adattamento, dovendo fare coda per mangiare nell’unico ristorante presente, per andare in bagno o fare la doccia, ed a una certa ora la corrente creata da gruppi elettronici viene meno. Da consiliare un’escursione per fare snorkeling sulla barriera corallina: splendidi i pesci, anche di media dimensione, che si possono ammirare.

Stanchi, ma felici di questi tre giorni, torniamo a Santa Marta, da dove il giorno dopo intraprendiamo un lungo spostamento verso il posto più incredibile di quelli visitati, anche se da valutare a causa della sua difficile raggiungibilità: Punta Gallina, il punto più settentrionale di tutta l’America Latina. La giornata è la più faticosa di tutta la vacanza perché, non con poca fatica, raggiungiamo Cabo de la Vela, ultimo villaggio con luce prima del deserto. Ma per arrivarci usiamo bus, taxi e passaggio privato. Purtroppo il tragitto è allungato dalla neccesità di dover prelevare denaro, ma l’ultima banca si trova a Uribia, e per questo perdiamo circa tre ore. Arriviamo a Cabo con il buio e troviamo a fatica da dormire in una spartanissima capanna senza luce e acqua corrente, e da mangiare (ovviamente pesce fresco). Al mattino alle 5 partiamo e dopo tre ore di deserto con fuoristrada (con pausa a osservare un gruppo di fenicotteri) e 10’ minuti di lancia, arriviamo al nostro hospedaje: 4 case nel nulla. Durante il tragitto ogni tanto si intravedono alcune baracche dove poche famiglie vivono, ovviamente senza acqua e luce, e più di una volta gruppi di bimbi ci corrono incontro per chiederci qualcosa…la situazione è veramente surreale.

Nell’hospedaje gestito da una famiglia di indigeni ci sistemiamo in una cabana con bagno, e ci troviamo sopra un altopiano nei pressi del mare, con il nulla attorno se non distese di cactus e frammenti di conchiglie a terra. Dopo breve colazione saliamo su un altro fuoristrada dove iniziamo escursione di 5 ore con un paio di fermate a dei Mirador, alla volta di Punta Gallina. Arrivati, il luogo ci lascia assolutamente senza fiato: altissime dune di sabbia finissima nascondono il mare, a cui si gettano da un’altezza considerevole (difficile descrivere il posto…). Torniamo alla base, pranziamo con pesce, riposiamo, passeggiamo, ci laviamo con acqua riportata (qui non piove da 4 anni), cena con aragosta, e a dormire…

Il giorno dopo riusciamo a raggiungere, dopo 12 ore di viaggio, Cartagena, la più bella città coloniale della Colombia, e la più grossa fortificazione dell’America Latina. Ed in effetti il centro storico è veramente incantevole, ricco di palazzi coloniali; peccato per la marea di turisti presenti. Visitiamo chiese e Museo dell’Inquisizione (un po’ deludente), e qui tutto è molto più caro; troviamo una fortunata sistemazione in un palazzo coloniale in centro. Da qui andiamo in giornata alla piacevole Playa Blanca, mentre la spiaggia della città, playa Bocanera, non è granchè. Alla sera Cartagena si accende, con mille possibilità di divertirsi.

Da qui volo interno per Bogotà e volo internazionale per il ritorno a casa.

Quest’anno abbiamo capito e parlato meglio lo spagnolo, abbiamo conosciuto un sacco di piacevoli persone, colombiani e turisti, con cui abbiamo condiviso luoghi, escursioni, nottate, chiacchierate e un sacco di birre…

La Colombia è un paese ancora economico da visitare, e con un po’ di ricerca su internet si possono trovare, come è capitato a noi, di dormire in hotel a 4 stelle con una spesa irrisoria.

Il paese ci è apparso sicurissimo, anche per la costante ma discreta presenza di esercito o polizia: la voglia di riscattarsi da un passato non certo limpido è tanta. Come ci accade sempre in America Latina, la disponibilità è tanta nelle zone interne, un po’ meno nelle città caraibiche. Nel viaggio abbiamo conosciuto un giovane ragazzo arruolato nell’esercito che ci ha raccontato ancora quanto sia problematica la questione delle guerriglie antigovernative, da lui combattute anche recentemente, anche assistendo a perdite di suoi amici. Certo, il cammino verso il definitivo equilibrio sociale è ancora da concludersi, ma assolutamente consiglierei, prima di altri paesi latini, di programmare una vacanza fai da te in questo paese dai mille volti.

Maurizioliboa@libero.it

di pucci74 - pubblicato il