Partenza il 29/10/2016 · Ritorno il 2/11/2016
Viaggiatori: 1 · Spesa: Fino a 500 euro

Halloween a Parma e provincia

di cappellaccio - pubblicato il

Il ponte dei Santi è breve, inutile nascondercelo, meglio volare basso. Tanto vale accontentarsi di una terra vicina, rivalutando l’affetto distratto che uno ha per i luoghi della propria regione. Turismo a chilometri zero o quasi? Sì, grazie. È ora di finirla con lo strapotere dei posti lontani da casa come Plutone!

OPERAZIONE “CAMERA DELLA BADESSA”

Smonto dal treno a Parma nel tardo pomeriggio con bici al seguito. Per raggiungere il mio b&b attraverso il parco ducale, dove domattina ho in mente di effettuare un sopralluogo col velocipede. Subito dopo il check-in al Due Torri, pianto lì bagagli e burattini, e cerco di spicciarmi per dirigermi il più velocemente possibile verso la Camera della Badessa - che è sul punto di sbarrare le porte ai visitatori per l’intera durata delle feste -, cosa non semplice visto che la zona pedonale in centro è affollata da scoppiare e io non sono un Panzer. Capire in che modo inlucchettare la duepedali nei paraggi dell’ex Convento di S. Paolo è la mia seconda preoccupazione. Che bell’affare sarebbe se sparisse in men che non si dica ancor prima dell’inizio di questa vacanza in formato tascabile... Con mia sorpresa in biglietteria si offrono gentilmente di tenermela. Dentro ci si isola subito dal caos esterno. Il primo locale che desta ammirazione e induce ad abbozzare un sorriso di piacere è la camera dell’Araldi, affrescata da questo pittore nel 1514, la cui volta è sfondata da un finto oculo dal quale fanno capolino dei putti, che richiama alla memoria la Camera degli Sposi di Mantegna. Da questo ambiente a quello seguente sono trascorsi solo cinque anni, ma la differenza è indicibile. In effetti, dopo una prima occhiata laser al soffitto, la mia faccia mostra un’espressione estasiata, è da perderci ore con il naso in aria! L’impressione iniziale che si prova entrando è quella di trovarsi in uno spazio illusionistico. La decorazione è un’opera eccelsa del giovane Correggio, infatti l’artista si stabilisce in città proprio nel 1519, chiamato da Giovanna Piacenza, la madre superiora, che ha bisogno di lui perché le abbellisca la sala da pranzo, dove riceverà personaggi di riguardo. L’Allegri scatena tutta la sua fantasia abbattendo la chiusura del luogo e coprendo il soffitto con un pergolato di canne di bambù rivestito da un lussureggiante rampicante. Al culmine è scolpito lo stemma della priora e dalla chiave di volta si originano sedici costoloni che generano altrettanti spicchi simili a quelli della calotta di un ombrello, entro cui si aprono buchi ovali dai quali si affacciano bambini nudi che si trastullano spensierati, giocando fra di loro e con levrieri o cuccioli di altri cani – a volte legandogli le fauci - e con armi come archi e frecce. C’è n’è uno, in particolare, che soffiando in un corno obbliga il suo compagno, assordato, a tapparsi le orecchie. Va da sé che i loro movimenti rallegrano e dinamizzano l’intera veduta. Le “stecche dell’ombrella” poggiano su finti capitelli ornati con teste d’ariete dal sorriso festoso, tra le quali sono tesi drappi sottilissimi che sostengono brocche, piatti e vasellame. E poi, bah, non credo ai miei occhi: in virtù di una sapiente alchimia il pennello di Correggio ha trasformato l’aristocratica Giovanna nella battagliera Diana, ritratta col suo carro sulla cappa del camino. Ma qual è la cifra interpretativa di questo ciclo ideato con il contributo della stessa committente, raffinata umanista, e probabilmente anche quello di qualche erudito del suo entourage? Si tratta di una vera e propria politica dell’immagine, che serve a trasmettere un messaggio preciso: come la vergine dea cacciatrice, la massima responsabile di questo monastero si dice pronta a fronteggiare con cocciutaggine rivali e calunniatori. Inoltre chi era al corrente dei segreti cui si faceva riferimento era in grado di leggervi chiari rimandi alla lotta della badessa per la propria indipendenza contro le ingerenze papali e vescovili. I rischi erano il ripristino della regola della clausura e la durata limitata dell’incarico di badessa. La scomparsa di Giovanna Piacenza segnò la definitiva segregazione sia delle monache, sia del capolavoro del Correggio, lasciato nel dimenticatoio per due lunghi secoli, fino alla sensazionale riscoperta del pittore Raffaello Mengs nel 1774.

Una volta uscita dalla Camera della Badessa mi guardo attorno con aria smarrita, sotto sotto mi stupisco di sentir parlare italiano. Rumino un’evidenza: la vicinanza o la lontananza sono solo grandi illusioni, l’ignoto può spalancarsi a ogni passo, tutto dipende dalla nostra disponibilità alla conoscenza, alla fuga senza limiti verso un mondo che ci è estraneo.

E cosa c’è di più estraneo e spaesante di un posto divorato dai vapori grigi della nebbia dove per di più si aggirano dei tizi travestiti da maghi e c’è una ringhiante ragazza alata, ricoperta solo di dipinti di bodyart, che percepisce su di sé il peso di cento occhi curiosi? Così mi appare Piazza Ghiaia, animata da artisti sui trampoli in occasione della ricorrenza di Halloween. Passo a gincana fra i food trucks decorati con sagome di pipistrelli, di fantasmi e di zucche e finisco per bermi una spremuta di melagrana e mangiarmi delle castagne legnose e mal cotte che mi ingolfano lo stomaco.

I CASTELLI DELLA BASSA: SAN SECONDO, FONTANELLATO E NOCETO

Anche l’alba del 31 ottobre porta con sé un malinconico presagio d’autunno: la cortina di nebbia che si è insinuata lungo le vie nel corso della notte minaccia di ricoprire la piatta campagna parmense per l’intera giornata come un tabarro di lana infeltrita. In alto il disco rosso e minuscolo del sole lotta per farsi largo nella foschia mattutina e io sono di nuovo nel viale principale del parco ducale, fiancheggiato da quinte di alberi, che si conclude con una peschiera scavata per un allestimento scenico creato per festeggiare un matrimonio. Nel bel mezzo della peschiera si erge una fontana che sembra una torta nuziale a tre piani, proveniente dalla Reggia di Colorno. La presenza umana a quest’ora è rarefatta; in compenso dall’aria infoschita balzano improvvisamente fuori candide statue e gruppi scultorei che mettono soggezione, e io me li raffiguro come personaggi di una storia misteriosa: chissà se sono persone tramutate in sculture di sale? Rasento il Palazzo del Giardino davanti al quale si trovano quattro divinità agresti: Pomona e Vertumno sulla destra, Trittolemo e Pale sulla sinistra.

All’epoca di Maria Luigia il giardino da Eden privato ed esclusivo, teatro di svaghi e feste cortigiane si trasforma in uno spazio pubblico e assume un aspetto più naturalistico, con cespugli in disordine ed alberi ad alto fusto dalle esuberanti fronde secondo il gusto “all’inglese”, e diventa più o meno il parco che si vede ancora oggi.

Frattanto la bicicletta, con andatura felpata, è partita di propria volontà e mi ha traghettato sull’altra sponda del torrente Parma, un corso d’acqua da quattro soldi che attraversa la città. Quindi mi ha indotto a costeggiare Viale Europa seguendo la segnaletica verticale Bicitalia 16. La strada è piuttosto bruttina, ma quando sono a cavalcioni della mia bici sento già nelle narici l’odore dell’avventura. Arrivata di fronte al Dado Hotel giro a sinistra. Percorro strade secondarie con poche auto, ma essendoci una nebbia compatta come una saponetta non so bene dove sono: nel paese di Vattelapesca. Ad un certo punto abbandono Bicitalia 16 e mi lascio guidare dalle freccine di Verdenatura verso Viarolo, nei dintorni del quale, all’incrocio di via Cremonese (SP10), la attraverso guardinga proseguendo dritta su via Comazzano. Dopo poche pedalate imbocco una ciclabile, quella del Taro, un fiumiciattolo che gorgoglia nei campi correndo tra due argini piuttosto alti e posso scatenarmi sui pedali, mantenendo il fiume sulla sinistra, anche se è quasi impossibile scorgerlo dato che è sbranato da una nebbia fitta e sporca. Comprendo che se continuo a navigare ancora per un pezzo in questa umidità c’è caso che cominci a germogliare, perciò faccio una volata finale che mi porta a San Secondo Parmense dove intravvedo il castello, sepolto dentro a un banco di bassa bruma. Proprietà della famiglia Rossi di cui era la residenza ufficiale, il maniero fu costruito intorno alla metà del Quattrocento da Pier Maria e modificato dai suoi successori, che gli conferirono l’aspetto di un palazzo signorile. Entro con una piccola mandria di turisti per la visita guidata delle undici. La decorazione è talmente ricca e fantasiosa che chiunque ne rimane affascinato, però la guida va di fretta e turbiniamo da una stanza all’altra, spulciando dettagli curiosi dalle immagini dei soffitti: per esempio nel riquadro centrale della volta della Sala di Latona si vedono i contadini di Licia trasformati in rane.

Gli affreschi sono quasi esclusivamente degli ultimi decenni del Cinquecento e sono di un manipolo di pittori tardomanieristi come il Baglioni e il Samacchini e, come avrò modo di scoprire in seguito, l’ornamentazione rivela forti affinità con quella dei castelli di Torrechiara e Sala Baganza. In alcune stanze la tematica è davvero inusuale, rara: vi si trova l’illustrazione di varie favole di Esopo o le scene ispirate al romanzo di Apuleio L’asino d’oro. A questo punto si pensa di essere già satolli di bellezza, ma poco prima di uscire dal castello si rimane allocchiti di fronte a un’impresa decorativa di enorme risalto, quella del Salone dei Fasti Rossiani. È un ambiente colossale creato per glorificare le gesta dei Rossi, che sono dipinte sulle pareti e si concludono trionfalmente nella volta, con una scena particolarmente fastosa: tra due figure alate che simboleggiano la Vittoria e la Fama è rappresentato il conferimento a Pietro Maria III del collare dell’Ordine di San Michele da parte del re di Francia.

Fuori la nebbia, come una spugna, ha assorbito i colori e non vale neanche la pena di provare a scattare una foto. Riparto per Fontanellato lungo la SP44 e di nuovo riconosco il simbolo indicatore di direzione di Verdenatura e lo seguo, tuttavia sospetto che questo porti a Soragna e quindi vado dove mi portano i pedali, cioè alla Rocca Sanvitale e mi concedo un picnic sul bordo del fossato. All’idea di ammirare la sala di Diana e Atteone, parente stretta della Camera della Badessa di Correggio, dipinta dal Parmigianino ho già l’argento vivo addosso! Ne ho sentito molto parlare, infatti la forza attrattiva che sprigiona è innegabile: Diana è immersa in una vasca naturale in una grotta e si mette a spruzzare con l’acqua Atteone, che sta lì a spiarla in modo inverecondo e non è per nulla disgustato dalla visione di quel gran pezzo di femmina. Ma come per incanto viene tramutato in cervo ed ha un milione di ragioni per fuggire: è in ambasce e resta incerto se tornare a casa o correre verso la selva, così viene avvistato dai suoi stessi cani e sbranato. Ecco cosa ci si guadagna a sbirciare di nascosto il corpo nudo di una dea senza il suo permesso.

Al termine della visita mi sento nervosa, ho bisogno risalire in bicicletta e tagliare la corda: mi preme di rientrare a Parma prima del calar della sera. Poco oltre Fontanellato però c’è un problema con la traccia GPS che ho scaricato da Internet: la strada che un tempo era percorribile ora è un cul de sac, un guardrail mi blocca il passaggio, comunque costeggiandolo riesco lo stesso ad andare dall’altra parte. Pedalo in pianura fino a raggiungere la via Emilia, che attraverso per imboccare una piacevole sterrata di due chilometri abbondanti. Dopo il sottopasso della linea ferroviaria ritrovo l’asfalto e vado avanti su questa strada secondaria fino a Noceto. In centro, grazie al fatto che la nebbia ha cominciato a sfilacciarsi, posso fotografare il castello, che però non si visita. Pedalando su via Vittorio Veneto e poi su via Felice Cavallotti esco dal paese. Poi fiancheggio l’Autostrada della Cisa e infine Via Consortile, un lungo rettilineo bordeggiato da un canale, mi conduce rapidamente a Vicofertile. Proseguo sempre dritto su via Martiri della Liberazione fino a raggiungere le porte di Parma.

SALA BAGANZA E I BOSCHI DI CARREGA

Il tempo continua a fare lo stramaledetto e la nebbia è ancora il mio pane quotidiano. Oggi inizialmente costeggio il torrente Baganza fino a Sala Baganza. Da Parma seguo la segnaletica dell’itinerario Bicitalia n. 16, sebbene in direzione opposta rispetto a ieri. Qua e là esistono delle sezioni di una vera e propria ciclabile inghiaiata, su cui gli pneumatici talvolta sbandano e la bici si apre faticosamente un varco nella solitudine della campagna che annega nel grigio. Qualche tratto è bello e isolato, in riva al torrente, però è sempre troppo breve. Giungo alla meta con 40 minuti di anticipo sull’orario di apertura del museo, ma non posso certo affermare d’aver demolito record di percorrenza. La mousse al cocco che consumo sui gradini del monumento ai caduti della piazza di Sala Baganza ha un gusto sopraffino perché ha il sapore della libertà, invece la rocca è una delusione: il motivo è che 7 sale sono state chiuse e mai riaperte dopo il terremoto del 2008: probabilmente occorre un pozzo di quattrini per restaurarle.

Chiedo in giro come fare ad andare al Parco Regionale dei Boschi di Carrega. È vicinissimo. Per la MTB la ciclovia è tabellata e su sede protetta, ma per la bici da strada no. Lungo il sentiero corro su un morbido letto di foglie cadute. I freni, in discesa, sanguinano, poi “spingo a fondo l’acceleratore” in salita, ma è uno sperpero di energie, le ruote rimangono invischiate nel fango, ci sono un sacco di radici ed essendo da sola ho un certo timore. Adagio Biagio! Se scivolo sono fregata. Arrivo per caso al Casino dei Boschi, complesso monumentale progettato a fine Settecento, che attualmente ha un aspetto decadente e con il pepe al culo lascio la pista per la MTB e batto in ritirata fino a Parma. Qui mi resta il tempo per vistare i due edifici religiosi più celebri: il Battistero e il Duomo a cui fa da contorno l’ingresso al Museo Diocesano, ospitato nel seminterrato del Palazzo Vescovile. La Cattedrale è come un donnone giunonico che occupa quasi tutta la piazza: è una stupenda testimonianza del romanico padano, la cui facciata a capanna è animata da tre ordini di loggette. All’interno la cupola mostra un altro capolavoro del Correggio, l’Assunzione della Vergine: la Madonna, in un vorticoso spazio inondato di luce sale al cielo sospinta da una frenetica schiera di angeli. Il battistero, i cui lavori di costruzione furono diretti dall’architetto e scultore Antèlami, è a pianta ottagonale. Il fonte battesimale dal 1216 fino al 1920 fu utilizzato da migliaia di parmigiani che ricevettero il primo sacramento, benché fino al 1350 venisse usato solo due volte all’anno, esclusivamente nelle veglie di Pasqua e di Pentecoste. Famose sono le sculture dei mesi attribuite sempre all’Antèlami, un ciclo incompleto, in cui vengono raffigurati i lavori dei campi.

CODA: LA VOLADORA E IL CASTELLO DI TORRECHIARA

Imbocco la ciclabile del Lungoparma verso sud e la percorro finché termina. Chiedo ad alcuni ciclisti. Nessuno ha mai sentito parlare della Voladora. Più avanti mi affianco a un gruppetto di appassionati delle due ruote: s’alza una voce. La ciclovia inizia nella golena del torrente Parma, all’altezza delle casse di espansione, però è da evitare, ci sono sassoni grossi come uova di struzzo, me la sconsiglia. Ma io non demordo. A destra imbocco via Montebello (Ufficio postale), costeggio vari canali e sono in via Fornello a Basilicanova, dove compare il primo segnale della benedetta Voladora. Chiamarlo itinerario cicloturistico è pretenzioso. È una cosa per MTB, che a Basilicanova è un single track su un arginello in aperta campagna, ma con le opportune cautele si può fare anche con la city bike. Non sempre è ben segnalata agli incroci, tuttavia in generale si riesce a non perdersi. Fino a Mamiano vale veramente la pena di percorrere questa serie di carrarecce ricucite assieme. È bellissima soprattutto la strada dei mulini, ma dopo peggiora per via di un tratto trafficato. Riesco ad arrivare praticamente quasi a Langhirano servendomi della Voladora. Qui attraverso il ponte sulla Parma e torno indietro stavolta lungo la SP65, parecchio trafficata, con il torrente alla mia destra, fino a Torrechiara.

Il castello è imponente, solido, tutto torri e torrette, costruito sulla sommità di un colle. Stavolta dentro non c’è nessuna guida che avanzi per le sale come un metronomo, sicché posso godermi in santa pace la Camera d’oro, che riporta a galla una delicata storia d’amore vecchia di oltre cinque secoli, quella tra Pier Maria Rossi e Bianca Pellegrini da Como, che il condottiero conosce alla corte di Milano. Si tratta di una delle vicende più stupefacenti di tutto il Rinascimento visto che lei è sposata con l’anziano Melchiorre d’Arluno e lui è ammogliato con Antonia Torelli, che abita nella rocca di San Secondo. Sorprende non tanto che se la intendano fra loro, ma che questa relazione sconveniente sia esibita e costituisca il tema centrale della preziosa decorazione della stanza nuziale. In effetti a scagionarli è Cupido, unico colpevole, che li ha colpiti con i dardi che hanno il potere di accendere l’amore, e non resta che arrendersi al sentimento, come si vede in una prima lunetta. Poi Pier Maria, inginocchiato, porge a Bianca la sua spada, in una sorta di cerimonia di investitura; invece nella scena successiva è la dama a incoronare l’amante con l’alloro, e infine i due stanno alla pari, ciascuno entro una nicchia. Nelle vele Bianca, che per uno scherzo del destino ha il volto annerito e bruciacchiato, è raffigurata in veste di pellegrina -con allusione al suo cognome-, allorché intraprende un viaggio attraverso i possedimenti dell’amato. La osservo spostarsi in girotondo tra i borghi e i castelli del feudo rossiano, dislocati in pianura e in collina, e allora rimango in apnea mentre l’eccitazione mi gorgoglia inarrestabile dentro: Eureka! Esiste un cordone ombelicale fatto di strada percorsa che lega Bianca a me! Siamo due viandanti che si incontrano per miracolo in un angolo remoto, annidato fuori dal tempo. E se sono venuta qui, in queste lande da nutrie, forse era solo per conoscere Bianca.

Il riposo in branda è al B&B Due torri, Borgo Pietrantonio Bernabei n.37 tel. 3397163922. Stanza molto silenziosa, con riscaldamento, letto comodo. Cucinino con microonde per prepararsi la colazione. Il centro è raggiungibile a piedi.

Halloween in p.zza Ghiaia www.gazzettadiparma.it/gallery/gallery-special/387631/la-festa-di-halloween-in-ghiaia.html#1 dalle 18.00 alle 23.00. Per informazioni tel. 0521 313300

Dove scovare le tracce GPX dei percorsi in bicicletta: n. 1 http://gianolinibike.it/node/3919

N. 2 http://gianolinibike.it/node/4510; per la ciclovia dei Boschi di Carrega http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/parchi-natura2000/fruizione/ciclovie/i-10-itinerari-ciclabili/ciclovia-boschi-di-carrega

N. 3 Voladora www.ilgrandegiromtb.it/ples1.html

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