Inverno ai Caraibi

Ovvero, come sfuggire al grigiore invernale con Adriatica e scoprire pezzi di mondo dove il tempo scorre lento
Patrizio Roversi, 22 Feb 2012
inverno ai caraibi
L’inverno può essere il periodo ideale per godersi vacanze fuori stagione. Una meta ideale, ad esempio, sono i Caraibi. I voli non costano molto, e soprattutto non sono troppo lunghi o impegnativi. Il fuso orario non è eccessivo: si può anche pensare ad una vacanza breve, di una settimana o poco più. Ai Caraibi all’inizio dell’inverno c’è un clima ideale. E soprattutto può essere l’occasione di una vacanza in barca: nelle feste di Natale le tante barche anche italiane che vanno a svernare oltre-oceano sono spesso piene, ma nei mesi successivi si trova posto a prezzi bassi.

I Caraibi non sono la Polinesia, non sono il paradiso terrestre (ammesso che lo siano le isole del Pacifico), ma è innegabile che abbiano un loro fascino: solo a sentirne parlare ci sembra di sentire la musica di Matilda di Harry Belafonte! Però dire Caraibi non vuol dire niente: ci sono 1.600 chilometri di isole, popolate da gente molto diversa, che parla lingue diverse e ha avuto magari una storia diversa.

Noi ai Caraibi ci siamo stati due volte: la prima una quindicina di anni fa, la seconda più recentemente, durante la prima vera tappa del nostro Giro del Mondo in barca, quando dopo la traversata siamo arrivati ad Antigua. Nel nostro itinerario abbiamo toccato le Grenadine, dove troviamo appunto Grenada (l’isola delle spezie), Moustique (l’isola dei vip), Tobago Key (l’isola dei rasta), Santa Lucia (l’isola del vulcano) e da ultima, Martinica (l’isola del rhum).

MARTINICA

È verde, con la canna da zucchero, le palme e le banane. La canna da zucchero era la ricchezza dell’isola, poi è entrata in crisi e sono arrivate le banane. La banana in fondo è un’erba gigante, col suo frutto meraviglioso. A proposito di giganti: ai Caraibi sono giganteschi anche i grilli, che di notte fanno un baccano assordante. Tornando alle banane: ogni fiore dà il suo frutto, insacchettato dentro il cellophane per salvarlo dagli attacchi degli insetti. Poi le spruzzano col funghicida e marchiano le banane una per una. Le banane piccole sono le più buone, ma da noi non arrivano, perché sono difficili da conservare e trasportare. Arrivano (attraverso il mercato equosolidale) solo quelle dall’Ecuador, ma questa è un’altra storia. Fatto sta che, ogniqualvolta mangiamo una banana, dovremmo pensare a Martinica, alla sua bellezza e soprattutto al lavoro enorme che c’è, dietro a questo frutto meraviglioso e buonissimo. Non si sa dove venga: gli Indios dicevano che è un dono di Dio, e ancora sostengono che Eva ha mangiato la banana, non la mela. Ma lasciamo perdere ogni interpretazione psico-tendenziosa… Martinica, comunque, è meravigliosa per questo: è verde, di un verde che sfuma nell’azzurro del Mar delle Antille. E qua e là si aprono addirittura verdissimi pascoli, con tanto di mucche: sembra Bretagna. Qui il clima è perfetto, siamo esattamente sulla rotta degli alisei. Il primo turista è stato Cristoforo Colombo, che nel suo quarto viaggio ha sconfitto i terribili Caribi, che a loro volta avevano sottomesso i pacifici indios autoctoni. Martinica è l’isola di Giuseppina Bonaparte, e qui si può visitare la sua casa-museo, dove una veggente nera le aveva predetto che sarebbe diventata imperatrice: lei infatti aveva il fascino della creola. Anche se la Rivoluzione francese aveva abolito la schiavitù si vocifera che lei tenesse ancora schiavi nelle sue piantagioni. L’isola non è solo bella: qui la terra è particolarmente fertile grazie al vulcano. L’Isola è stata oggetto di conquiste e riconquiste da parte di Francesi e Inglesi, comunque si parla francese.

Qui io-Syusy ho incontrato Fideline, che ha fatto l’infermiera ma che aveva un nonno, morto a 105 anni, che era un vero sciamano africano. Conosceva tutte le erbe (simili a quelle africane) e le ha insegnato un sacco di rimedi che lei mette a frutto con un approccio anche medico (non a caso era infermiera). Fideline però, che ora ha 85 anni, fa questo come servizio disinteressato alla gente, perché ha preso dall’etica africana, che dice che chi elabora i prodotti è importante, ma è Dio che guarisce. E questo Dio previdente ha creato le piante per il benessere dell’uomo, per curare i mali. Fideline dice che non bisogna eccedere con la chimica, ma seguire la natura: e a vederla – a 85 anni guida la macchina – c’è da crederle. A me ha dato l’aloe (da lei lavorata) per il mal di stomaco. Ormai questi prodotti li trovi in farmacia, ma è giusto sapere da dove viene questa esperienza: la moderna farmacopea “naturale” ha preso e attinto a piene mani da questi saperi, a volte saccheggiandoli e pretendendo di “brevettarli”. Questa medicina ha un senso “spirituale”, quindi va approcciata con consapevolezza: per esempio capire che la biodiversità delle piante è un bene che va salvaguardato perché è preziosa anche per le cure. Dopo che ho conosciuto le proprietà dell’aloe, mi sono per forza sensibilizzata in questo senso.

Io-Patrizio invece a Martinica ho seguito l’itinerario del rhum: in pratica, ho fatto il giro (turistico-etilico) di alcune distillerie storiche, dove ti mostrano la storia del rhum, i metodi di produzione e soprattutto ti fanno bere. Il rhum è un distillato di canna, che si chiamava tafià, ed era una specie di birra per “tenere su” gli schiavi. Ricordo poco delle spiegazioni che mi hanno dato, tra un bicchiere e l’altro: mi pare che il rhum vero e proprio l’abbia inventato un prete nell’Ottocento, e la parola vuol dire “gran casino”. Una delle attrazioni di Martinica è la città di Saint Pierre, detta la Pompei dei Caraibi. Nel 1904 il vulcano Pelee ha eruttato, distruggendo tutto. Ci sonostati 3 mila morti. Si è salvato soltanto un galeotto, Cyparis, grazie allo spessore delle mura della prigione. Il lato orribile della tragedia è che – in realtà – si è trattato di un cataclisma ampiamente annunciato: si sarebbe dovuto far evacuare la città, ma visto che l’indomani ci sarebbero state le elezioni, per ragioni di opportunità politica non si è fatto nulla. Storia vecchia, ma sempre attuale. Le rovine sono emozionanti, senza contare il Museo. Martinica è, inoltre, uno dei porti d’attracco dove le barche a vela fanno tappa lungo la rotta del giro del mondo, dopo aver attraversato l’Atlantico: qui, la prima volta che ci siamo stati, abbiamo incontrato i primi velisti, e c’è venuta la voglia di fare altrettanto. Naturalmente ci sono stati a suo tempo navigatori e pirati-corsari-bucanieri, perché è un luogo strategico per la navigazione: questo è il punto d’arrivo degli alisei, qui siamo nelle Isole Sopravento. Non a caso qui ci sono imprese multinazionali che cercano ancora, seriamente, tesori.

GRENADA

È la più meridionale (a parte Trinidad & Tobago) e forse la più “africana” delle Isole dei Caraibi. Siamo sbarcati a Grenada sulle tracce del Pirata Dubuc, un rinnegato francese passato agli Inglesi, famoso nelle Grenadine per avere dato un passaggio ad un prete che portava con sé dall’Indocina tre piantine di noce moscata. Da queste piantine a Grenada si è sviluppata la coltura delle spezie, tanto da far la fortuna dell’Isola. La noce moscata, fino allora, si doveva importare, con dazi pesantissimi e divieti severissimi che ne impedivano la diffusione. A Grenada io-Syusy ho davvero incontrato la discendente del Pirata Dubuc, che ora produce rhum aromatizzato alla noce moscata, il più buono che io abbia mai assaggiato! Ne ho portato una bottiglia a Bologna (non erano ancora i tempi dei liquidi proibiti in aereo!) che ha riscosso un enorme successo tra le mie amiche: mi venivano sempre a trovare (chissà perché?). Tanto per cambiare, anche l’isola di Grenada è bellissima: gli alberi che si sfregano fra loro, essendo tutti alberi di spezie, diffondono un profumo meraviglioso. Dopo aver conosciuto “la piratessa” mi sono spaparanzata sulla spiaggia, dove – come tutte le turiste che si rispettino – mi son fatta fare le treccine rasta. Poi ho conosciuto un sacco di gente simpatica: sono finita in una bettola a giocare a domino. Poi ho conosciuto Veronica, una ragazza che mi ha ospitato in casa sua, con grande simpatia e semplicità: serena nella sua dignitosissima povertà. Mi ricordo le stoviglie che usava, ricavate dall’albero del pane o da zucche svuotate e seccate. Mi ha mostrato altre piante utili: la pianta dello spazzolino da denti o l’albero delle scope! Le Grenadine sono isole povere: nonostante il turismo, moltissimi sono costretti a emigrare.

BEQUIA

È l’isola più lontana, molto più a nord di Grenada, subito sotto a Saint Vincent. Noi ci siamo arrivati in barca, prendendo un passaggio col catamarano di Tony, uno skipper cubano che poi abbiamo incontrato in Italia, al timone di un magnifico Southern Wind (una delle barche più belle che ci siano, ma anche questa è un’altra storia). Bequia è un’isola verdissima (con alberi di legno pregiato), tanto verde che ci vennero a stare gli Scozzesi (a volte si vestono col loro gonnellino, e sembra di essere davvero in Scozia). Qui è ancora permesso pescare le balene. A Port Elizabeth abbiamo conosciuto Olivier, 77 anni, che è il più vecchio ramponiere, erede di Queequeg, il ramponiere del Capitano Achab di Moby Dick. La sua casa è un museo dedicato alla caccia alla balena. Questa tradizione, da queste parti, ha 128 anni di storia. La sua ultima caccia alla balena risaliva a 6 anni prima che lo conoscessimo: aveva arpionato la balena che a sua volta aveva portato sott’acqua la sua barchetta di 6 metri Qui le balene vengono a figliare, quindi in sé la notizia che siano cacciate non è una buona notizia. Ma va, comunque, precisato che questa caccia alla balena innanzitutto è limitata a una balena all’anno, e poi avviene in modo tradizionale, con la barchetta e l’arpione: speriamo solo che non arrivino i Giapponesi a cacciare le balene con metodi industriali. Comunque intervistare Olivier è stato un privilegio unico nel suo genere, e ci ha fatto capire che qualunque pratica, anche la caccia alla balena, se praticata secondo regole precise e con metodi “umani” (nel senso di artigianali, alla pari), se fa parte di una tradizione vera e sentita, è a suo modo rispettabile. Per compensare tutto questo, comunque, a Bequia c’è poi il Santuario della Tartaruga di Fratel King: non è un gattaro, ma un tartarugaro. Lui le tartarughe le salva, le cura e poi le rimette in mare. Bequia è stata una delle tappe più belle dei Caraibi.

MUSTIQUE

Merita di essere vista e visitata, ma probabilmente è l’Isola responsabile della cattiva immagine dei Caraibi, nel senso che – pur essendo bellissima – non risulta “simpatica” a nessuno. È, infatti, un’isola assolutamente “privata”: ci si arriva solo in barca o con una linea di piccoli aerei, perlopiù aero-taxi privati anche loro, che fanno la spola portandoci i famosi Vip che qui hanno le villone da americani. Ci sono guide che ti portano in giro, su macchinette a volte elettriche, e che fanno finta di proteggere la privacy degli illustri ospiti. Ma poi ti sussurrano che qui abita Mick Jagger e là pare che ci sia David Bowie. È un po’ anacronistica: sembra un enorme campo da golf, con l’erbetta verde dappertutto. Da bravi turisti siamo andati a vedere (da fuori) i locali famosi, dove appunto le celebrità vanno stare o a bere l’aperitivo: la Cotton House o il Bazil Bar. Ma l’unica cosa che ha impressionato me-Syusy è stata la montagna di conchiglie e di gusci di aragoste, nel retro del ristorante: è da allora che – per protesta – non mangio più aragoste. A un certo punto, però, abbiamo lasciato perdere i campi-da-golf e siamo andati nei campi-da-colf, cioè siamo andati a visitare il villaggetto dove abitano i camerieri, i cuochi e i giardinieri dei Vip. E qui, finalmente, c’era gente normale, con casette normali. Ci siamo fatti due chiacchiere, e siamo ripartiti.

TOBAGO KEY

Il catamarano di Tony entra nella barriera di Tobago Key quasi surfando. È la prima volta che navighiamo su un catamarano, e in effetti è una meraviglia. Va veloce anche con poco vento, è spazioso e facile da timonare: il fiocco “scarrella” da solo (cioè alla virata cambia di mura automaticamente, cioè cambia parte… insomma, ci siamo capiti). Io-Patrizio, però, scopro che su un catamarano (che ha appunto due scafi) soffro il mal di mare due volte: ogni onda, infatti, se presa di traverso o al mascone di prua (cioè obliqua davanti) o al giardinetto (cioè da dietro), provoca un doppio sommovimento che, solo a pensarci, mi viene mal di testa. Io-Syusy vengo subito abbordata da due “pirati” che vendono bracciali di tartaruga: orrore, se sono veri non li voglio, ma se sono falsi non li voglio lo stesso. La barriera corallina e i fondali di Tobago Key sono tra i più belli del mondo: coralli, madrepore e poi tanti pesci, persino tartarughe e uno squalo (piccolo). Io-Syusy a terra conosco Adriana, italiana, che vive qui e fa la massaggiatrice. Chiacchieriamo. Mi racconta com’è stare qui, con Sidney, il suo fidanzato di colore, caraibico doc, che prima stava con una tedesca e vendeva magliette ai turisti con un barchino. Adesso hanno una guest-house. La sera vado a ballare, coi rasta. La musica è magnifica, suonata percuotendo bidoni, come ho visto fare da un gruppo di Trinidad & Tobago. Poi si balla il limbo, passando sotto a un ostacolo: sembra davvero l’Africa, riscoperta dai pronipoti degli schiavi portati qui dalle navi negriere.

SANTA LUCIA

Si parla inglese, con la guida a sinistra, ma francesi e inglesi, anche qui, se le sono date di santa ragione per il possesso dell’isola, che è passata dagli uni agli altri 14 volte! Il risultato è che qui parlano alla fine tre lingue (inglese, ma anche spagnolo e francese). Santa Lucia è grande, ha 120 mila abitanti, soprattutto di origine africana. Gli ex-vulcani dell’Isola hanno lasciato delle solfatare, che si trovano soprattutto a Soufriere, dove di notte si fa il bagno (almeno lo fanno i locali). Anche qui clima perfetto: non a caso molti europei vogliono venirci ad abitare, anche perché il modo di fare “caraibico” è molto facile e accattivante. Ma da turisti fate attenzione: ad esempio, non è facile riprendere o fotografare la gente, che è piuttosto suscettibile. Infatti, gli è rimasto un po’ di sangue dei Caribi nelle vene. Comunque, in un posto così bello anche noi, a suo tempo, ci siamo chiesti: come si fa a venire ad abitarci? Qui abbiamo conosciuto Gloria che, ad esempio, ha aperto un maneggio: si va al galoppo sulla spiaggia, si fa il bagno coi cavalli. Sembra un idillio, ma lei mette in guardia: guai qui a fare il colonialista, solo se non ti dai tante arie puoi sperare di essere accettato. Ma ai Caraibi si può davvero cambiare vita? Secondo gli italiani che abbiamo incontrato pare di no: a noi occidentali, se non fai nulla su un’isola, subito l’isola stessa ti diventa stretta. Racconta Gloria: “La gente mi chiede, mandami un fax con le istruzioni per aprire un’attività, ma in realtà non è facile. Un sacco di gente se n’è dovuta andare con le pive nel sacco, dopo aver perso soldi”. Le abbiamo chiesto: “Ma cosa ne pensi se qui apriamo una gelateria?”. Lei ci gela subito: “Siete arrivati tardi: l’ha già aperta una mia amica.” Qui abbiamo incontrato i Rasta. Abbiamo incontrato Alan, con sette figli: si sente africano, vuol tornare in Africa. Aveva in casa un quadro con il Negus che sconfigge Mussolini. Si lamenta che i cattolici, che sono al potere, non li lasciano essere africani. Loro sarebbero vegetariani, dovrebbero essere sempre sinceri, non bere e non praticare l’omosessualità. Però fumano erba, e questo procura loro molti guai: lui non può portare i dreadlocks (capelli rasta), perché lo arrestano spesso e ogni volta gli tagliano i capelli. Questo primo contatto col mondo rasta ci sarebbe poi servito molto per incontrare la comunità Rastafari in Etiopia (ma anche questa è un’altra storia, solo che le storie di viaggio si incrociano tutte).

SANTO DOMINGO

Siamo andati a Bocacica, la famosissima spiaggia, con i vucumprà che già allora erano uguali a quelli di Cesenatico. Davanti a dipinti Haitiani, fatti in serie, trovo turisti romani, che si vantano di fare scambio coi locali. Magari danno un Calvin Klein falso, in cambio di statue di legno. Salvo poi scoprire che la statua è una di quelle che si fanno a Bali. Quindi gli imbroglioni sono stati imbrogliati. Tra l’altro, si credono dei gran conquistatori e si vantano di scroccare baci a tutte le donne che incontrano (che peraltro sono a disposizione). Ne incontriamo tanti di gruppi di uomini così sulla spiaggia, a caccia della loro avventura caraibica: hanno lasciato le mogli e le fidanzate a casa, sono degli abituè (alcuni era la quinta volta che venivano). Raccontato da loro il turismo sessuale, più che una tragedia, sembra una commedia-all’italiana. Io-Syusy i due nuovi amici romani li chiamo i Due Centurioni… Si credevano cacciatori, in realtà erano cacciati. Però, grazie alle lore relazioni locali, mi portano ad assaggiare un specialità dell’isola: un liquido ricavato dalle piante della jungla, che serve naturalmente – dicono – anche a rafforzare le qualità del maschio: il mamaguan. Io l’ho assaggiato: più che altro è rhum, magari con dentro delle erbe. Vicino alla spiaggia c’è un albero sradicato dall’ultimo ciclone: una visione apocalittica. Lì abita l’artista haitiano che riproduce i quadri che vengono venduti sulla spiaggia. In realtà, è un vero artista, con una sua produzione personale, ha fatto mostre anche all’estero. Mi dice che la pittura Haitiana è molto importante e considerata, ma per campare deve fare cose standardizzate per i turisti. Mi fa impressione l’albero sradicato: gli chiedo se lui era lì, mentre passava il ciclone. Sì, ha fermato in casa tutto quello che poteva essere portato via, poi ha spalancato le finestre, perché il ciclone deve passare attraverso la casa. E poi lui è rimasto a vedere. Una esperienza straordinaria. Lui, però, ragiona da artista, perché tutti gli altri, invece, mi hanno detto che prima di un ciclone bisogna andare al supermercato ad acquistare acqua e altri prodotti, poi chiudersi in casa e aspettare che arrivi. E quando arriva chiudersi nel bagno o nell’armadio…

TAINOS E HAITIANI

A Santo Domingo passiamo per il quartiere degli immigrati Haitiani, emarginati e spinti fin qui dalla miseria del Paese più povero del mondo (e, allora, il cataclisma doveva ancora colpire). Visitiamo un mercato. Le strade sono di terra, fangosa, le baracche e le bancarelle sono “africane”, ma l’atmosfera è rilassata: ci avevano detto che poteva essere pericoloso, invece ci sentiamo a nostro agio.

Io-Patrizio incontro qui in città, a Santo Domingo – mentre stiamo visitando la casa-museo di Cristoforo Colombo e poi ancora il mausoleo-piramide di Cristoforo Colombo – alcuni amici italiani che mi ero fatto nel breve tragitto sulla nave da crociera, e ci portano in giro di notte per locali, a ballare e a bere. Tra l’altro uno dei locali è ricavato dentro a delle grotte, anticamente abitate dal Popolo Tainos.

Io-Syusy mi scandalizzo: una discoteca nel posto sacro ai Tainos, il Popolo pacifico, la civiltà precolombiana che non conosceva né il furto né la violenza! Amavano stare sulle amache e furono costretti a lavorare, videro le loro donne violentate, furono sterminati. Sono queste le grandi imprese dei conquistatori… Il giorno dopo si va in giro per l’isola: gita lungo il corso del fiume Chavon, dove hanno girato Apocalypse now. Poi ad Altos del Chavon, dove un miliardario ha ricostruito una sorta di città dell’arte, rifacendo atmosfere rinascimentali italiane: una specie di Disneyland caraibica, dove si sono esibiti artisti di grosso calibro, che ospita artisti da tutto il mondo: quando i turisti giapponesi o americani la vedono dicono che è meglio dell’Italia originale… Poi siamo stati anche ospiti di un villaggio turistico a Punta Cana: buon cibo, piscine, spettacoli serali che riprendono a modo loro il folclore locale, cucinato in una (gradevole) salsa turistica. Poi, di passaggio, Santo Domingo ci regala una vera Fiera di Paese, con la festa e le giostrine: nonostante la chiesona enorme e bruttissima, in cemento, l’atmosfera è magnifica, con gente vera.

I CARAIBI ADESSO

I Caraibi non sono finiti qui, naturalmente. Durante altri viaggi abbiamo toccato appunto anche Antigua (l’Isola di Nelson), Guadalupa (l’Isola-farfalla), le Virgin Islands (le Isole ricche davvero) e poi naturalmente Haiti (l’Africa trascinata fin qui, con tutte le sue enormi contraddizioni) e Cuba (il posto più bello del mondo?). Il bello dei Caraibi è la diversità: ogni Isola ha, come dicevamo, la sua storia coloniale, le sue tradizioni, la sua atmosfera. La gente, quindi, è sempre diversa. C’è un pregiudizio, una sorta di leggenda metropolitana secondo la quale le Isole dove si parla spagnolo sono le più accoglienti, da un punto di vista umano. Poi vengono le isole francesi e quindi quelle in cui si parla inglese, dove è più facile trovare gente più spigolosa nei confronti del turista. Naturalmente sono valutazioni che lasciano il tempo che trovano: ogni generalizzazione ha i suoi limiti, e dipende poi dai singoli incontri. Comunque, approfittatene ora: il bello dei Caraibi, da un punto di vista del clima, è adesso. Esattamente il contrario dei nostri mesi più freddi e tristi…