Inverno ai Caraibi

Ovvero, come sfuggire al grigiore invernale con Adriatica e scoprire pezzi di mondo dove il tempo scorre lento

 

L'inverno può essere il periodo ideale per godersi vacanze fuori stagione. Una meta ideale, ad esempio, sono i Caraibi. I voli non costano molto, e soprattutto non sono troppo lunghi o impegnativi. Il fuso orario non è eccessivo: si può anche pensare ad una vacanza breve, di una settimana o poco più. Ai Caraibi all'inizio dell'inverno c’è un clima ideale. E soprattutto può essere l’occasione di una vacanza in barca: nelle feste di Natale le tante barche anche italiane che vanno a svernare oltre-oceano sono spesso piene, ma nei mesi successivi si trova posto a prezzi bassi.

I Caraibi non sono la Polinesia, non sono il paradiso terrestre (ammesso che lo siano le isole del Pacifico), ma è innegabile che abbiano un loro fascino: solo a sentirne parlare ci sembra di sentire la musica di Matilda di Harry Belafonte! Però dire Caraibi non vuol dire niente: ci sono 1.600 chilometri di isole, popolate da gente molto diversa, che parla lingue diverse e ha avuto magari una storia diversa.

Noi ai Caraibi ci siamo stati due volte: la prima una quindicina di anni fa, la seconda più recentemente, durante la prima vera tappa del nostro Giro del Mondo in barca, quando dopo la traversata siamo arrivati ad Antigua. Nel nostro itinerario abbiamo toccato le Grenadine, dove troviamo appunto Grenada (l’isola delle spezie), Moustique (l’isola dei vip), Tobago Key (l’isola dei rasta), Santa Lucia (l’isola del vulcano) e da ultima, Martinica (l’isola del rhum).

MARTINICA

È verde, con la canna da zucchero, le palme e le banane. La canna da zucchero era la ricchezza dell’isola, poi è entrata in crisi e sono arrivate le banane. La banana in fondo è un’erba gigante, col suo frutto meraviglioso. A proposito di giganti: ai Caraibi sono giganteschi anche i grilli, che di notte fanno un baccano assordante. Tornando alle banane: ogni fiore dà il suo frutto, insacchettato dentro il cellophane per salvarlo dagli attacchi degli insetti. Poi le spruzzano col funghicida e marchiano le banane una per una. Le banane piccole sono le più buone, ma da noi non arrivano, perché sono difficili da conservare e trasportare. Arrivano (attraverso il mercato equosolidale) solo quelle dall’Ecuador, ma questa è un’altra storia. Fatto sta che, ogniqualvolta mangiamo una banana, dovremmo pensare a Martinica, alla sua bellezza e soprattutto al lavoro enorme che c’è, dietro a questo frutto meraviglioso e buonissimo. Non si sa dove venga: gli Indios dicevano che è un dono di Dio, e ancora sostengono che Eva ha mangiato la banana, non la mela. Ma lasciamo perdere ogni interpretazione psico-tendenziosa... Martinica, comunque, è meravigliosa per questo: è verde, di un verde che sfuma nell’azzurro del Mar delle Antille. E qua e là si aprono addirittura verdissimi pascoli, con tanto di mucche: sembra Bretagna. Qui il clima è perfetto, siamo esattamente sulla rotta degli alisei. Il primo turista è stato Cristoforo Colombo, che nel suo quarto viaggio ha sconfitto i terribili Caribi, che a loro volta avevano sottomesso i pacifici indios autoctoni. Martinica è l’isola di Giuseppina Bonaparte, e qui si può visitare la sua casa-museo, dove una veggente nera le aveva predetto che sarebbe diventata imperatrice: lei infatti aveva il fascino della creola. Anche se la Rivoluzione francese aveva abolito la schiavitù si vocifera che lei tenesse ancora schiavi nelle sue piantagioni. L’isola non è solo bella: qui la terra è particolarmente fertile grazie al vulcano. L’Isola è stata oggetto di conquiste e riconquiste da parte di Francesi e Inglesi, comunque si parla francese.

Qui io-Syusy ho incontrato Fideline, che ha fatto l’infermiera ma che aveva un nonno, morto a 105 anni, che era un vero sciamano africano. Conosceva tutte le erbe (simili a quelle africane) e le ha insegnato un sacco di rimedi che lei mette a frutto con un approccio anche medico (non a caso era infermiera). Fideline però, che ora ha 85 anni, fa questo come servizio disinteressato alla gente, perché ha preso dall’etica africana, che dice che chi elabora i prodotti è importante, ma è Dio che guarisce. E questo Dio previdente ha creato le piante per il benessere dell’uomo, per curare i mali. Fideline dice che non bisogna eccedere con la chimica, ma seguire la natura: e a vederla – a 85 anni guida la macchina – c’è da crederle. A me ha dato l’aloe (da lei lavorata) per il mal di stomaco. Ormai questi prodotti li trovi in farmacia, ma è giusto sapere da dove viene questa esperienza: la moderna farmacopea “naturale” ha preso e attinto a piene mani da questi saperi, a volte saccheggiandoli e pretendendo di “brevettarli”. Questa medicina ha un senso “spirituale”, quindi va approcciata con consapevolezza: per esempio capire che la biodiversità delle piante è un bene che va salvaguardato perché è preziosa anche per le cure. Dopo che ho conosciuto le proprietà dell’aloe, mi sono per forza sensibilizzata in questo senso.

Io-Patrizio invece a Martinica ho seguito l’itinerario del rhum: in pratica, ho fatto il giro (turistico-etilico) di alcune distillerie storiche, dove ti mostrano la storia del rhum, i metodi di produzione e soprattutto ti fanno bere. Il rhum è un distillato di canna, che si chiamava tafià, ed era una specie di birra per “tenere su” gli schiavi. Ricordo poco delle spiegazioni che mi hanno dato, tra un bicchiere e l’altro: mi pare che il rhum vero e proprio l’abbia inventato un prete nell’Ottocento, e la parola vuol dire “gran casino”. Una delle attrazioni di Martinica è la città di Saint Pierre, detta la Pompei dei Caraibi. Nel 1904 il vulcano Pelee ha eruttato, distruggendo tutto. Ci sonostati 3 mila morti. Si è salvato soltanto un galeotto, Cyparis, grazie allo spessore delle mura della prigione. Il lato orribile della tragedia è che – in realtà – si è trattato di un cataclisma ampiamente annunciato: si sarebbe dovuto far evacuare la città, ma visto che l’indomani ci sarebbero state le elezioni, per ragioni di opportunità politica non si è fatto nulla. Storia vecchia, ma sempre attuale. Le rovine sono emozionanti, senza contare il Museo. Martinica è, inoltre, uno dei porti d’attracco dove le barche a vela fanno tappa lungo la rotta del giro del mondo, dopo aver attraversato l’Atlantico: qui, la prima volta che ci siamo stati, abbiamo incontrato i primi velisti, e c’è venuta la voglia di fare altrettanto. Naturalmente ci sono stati a suo tempo navigatori e pirati-corsari-bucanieri, perché è un luogo strategico per la navigazione: questo è il punto d’arrivo degli alisei, qui siamo nelle Isole Sopravento. Non a caso qui ci sono imprese multinazionali che cercano ancora, seriamente, tesori

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