Cameroun: Baka e Koma

Viaggio trek fra i Pigmei della foresta del bacino del Congo ed i Koma dei Monti Alantica.

Diario letto 7813 volte

  • di mononeurone
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro

Arriviamo alla mattina che è seduto su di un tronco fuori dalla capanna. Se ne sta seduto li un po’ conversando con chi gli capita a tiro ed un po’ coccolando i bambini, rigorosamente senza spostarsi. A pranzo una signora, credo non fosse la moglie, gli prepara il pranzo che consuma senza alzarsi dal tronco. Dopo pranzo, , urka, si alza per andare nella capanna a fare, giustamente, un riposino. A metà pomeriggio rispunta per, indovinate un po’, risedersi sul tronco dove soggiornerà fino a sera quando gli arriva una più sostanziosa cena preparata da un manipolo di sciure che degusterà naturalmente senza muoversi. Passerà il dopocena aderente al tronco ed assisterà divertito alla festa sempre dalla stessa postazione fino ad una cert’ora quando, presumo spossato da cotanta attività si ritirerà nei propri appartamenti per un meritato riposo. Naturalmente non lo abbiamo salutato perchè alla partenza alla mattina non si era ancora alzato. E’ verso sera che si anima il villaggio, con il ritorno di tutti quelli in giro a “far spese”, scopriamo che il gruppo conta circa una ventina di individui. Frutta, igname, foglie e piante vengono scaricati davanti alle capanne, taglia, trita e sminuzza, si cucina direttamente a terra sulla legna, evvai un po’ di movimento! Ci facciamo anche noi un bel spezzatino di pollo gentilmente preparato dal cuoco che ci ha inviato Mama Rose, che ringrazio calorosamente, il pollo è stato meno contento, confesso. Dopo cena, in nostro onore o, mi pare più come scusa per fare baldoria, improvvisano una festa con due tamburi, canti e danze. Anche qui è significativa la semplicità del ballo, niente coreografie complicate. Si dispongono su due file, una di fronte all’altra ed uno alla volta attraversano lo spazio chiamando qualcuno nell’altra fila che attraversa a sua volta chiamando un altro e così via. Semplicità è la parola d’ordine. Naturalmente partecipiamo suscitando grande ilarità. Ad una cert’ora non ce la facciamo più ed andiamo a letto portandoci via i frontalini, uniche luci e questi continuano nel buio più completo come nulla fosse, tanto per dire. La mattina dopo ritorniamo a Somalomo, nel presente con la sensazione di aver vissuto un esperienza onirica. E’ due giorni che siamo in giro e puzziamo già mica male, la maglietta ha già un colore indefinibile ed i tafani hanno banchettato allegramente con il nostro sangue lasciandoci pruriginosi ricordi.

Nota fotografica.

Mi aveva avvertito il scior Vittorio dell’agenzia che non era facile fotografare i Pigmei. Aveva ragione. Se qualcuno va, spero che questo possa servire a fare foto migliori delle mie. Primo, non c’è luce, solo nel tardo pomeriggio con i raggi radenti filtra del sole fra i rami illuminando un po’ di più ma creando grandi contrasti. Indispensabile un piccolo flash, con tutti i problemi annessi, io detesto anche la luce artificiale figuriamoci il flash che non so usare. Ci si può portare un cavalletto, trasportarlo non è un problema usarlo nemmeno. Però.....i Baka sono pacifici e decisamente gentili, se ne stanno li a farsi fotografare senza mostrare il minimo disturbo e spesso sono pure immobili, non mi ci vedo però a montargli un cavalletto in faccia. Non potendo usare il tele, personalmente ho avuto difficoltà a riprenderli da vicino, nel senso che alla terza fleshata negli occhi mi sono un po’ vergognato. Sono pochi, sempre quelli, stargli addosso è un accanimento, primo il rispetto. Rubare foto è difficile, sia per la luce sia perché non fanno molte attività, anzi fan proprio niente a meno che non li si fotografi nella capanna durante il riposino pomeridiano. Il riflesso verde/azzurrognolo è decisamente marcato, appena arrivato ho pensato: questo è un posto da bianco e nero. Se qualcuno si porta una analogica caricata a Tmax può fare grandi foto. Altro consiglio, grande scorta batterie, mezzo Cameroun è senza corrente elettrica, e qui in particolare non caricate da nessuna parte. Dulcis in fundo l’umidità che appanna mirino e ottiche. Assolutamente fotografare in Raw, permette di salvare molte foto e, senno di poi, usare tempi più veloci per schiarire dopo.

Dopo i saluti di rito da Mama Rose si riprende la strada per tornare a YAOUNDE’. Abbiamo tempo anche per il tour della città che, se possibile, è meglio evitare, non è che offra grandi highlights, anzi diciamolo pure è proprio bruttina e caotica, anche il mercato è piuttosto anonimo, però è una città dignitosa, senza slums o scorci particolarmente degradati come si trovano in altre parti d’Africa. Mi segnalano decisamente interessante il Musée d'Art Cameroonais del Monastero Benedettino, non lo visitiamo ma riportio il sentito dire. Ci facciamo però una mangiata di pesce d’acqua dolce che ha il suo perchè!!! E via al treno. Prima cosa che balza all’occhio è la stazione blindata , il treno qui è una cosa seria. Quasi come andare in aereoporto. Avevamo lasciato i passaporti all’andata per la prenotazione, li ridiamo ora per il biglietto, pare una cosa parecchio complicata, non avendoli presi personalmente non posso definire bene, ma anche la nostra guida ha avuto difficoltà con la burocrazia e ci è parso decisamente sollevato quando li ha avuti in mano. Finalmente siamo in stazione ed il treno tanto agognato è, pensate un po’, un treno. All’interno fa un caldo allucinante, il ventilatore non funziona, il climatizzatore tanto meno, dopo un litigio durato a lungo riesco per lo meno ad aprire il finestrino, anche l’afa esterna sembra entrare come brezza mattutina. Anna decede direttamente sul lettino optando per l’animazione sospesa, la rivedrò (funzionante) solo il mattino dopo. Partenza puntuale, siamo in Camerun mica fra i pendolari delle FFSS. Diciamo che dormo poco, il treno ha degli scossoni inverosimili, parte e si ferma decine di volte ed ogni volta sembra che gli diano uno strappo netto e che qualche pezzo si sia staccato rotolando via. Salta pure e mi chiedo come possa saltare un treno. A volte mi affaccio al finestrino durante le soste e siamo nel buio totale. Comunque in sole 15 ore siamo a Ngaunderé, più o meno nel centro del paese. Qui facciamo conoscenza con Chipa, nostra guida per il giro fra i Koma, all’inizio personaggio di poche parole e piuttosto spiccio. Infatti saliamo sul pick up e partiamo al volo per il nord, sono circa le 11 di mattina. Ci fermiamo per un veloce pranzo ed abbandonata la strada principale percorriamo uno sterrato. Passiamo qualche villaggio fra cui il principale della zona: Poli, dove teoricamente dovremmo fermarci a pernottare in guest house. Invece lo vedo passare dai finestrini mentre sbavo alla scritta coca cola ice. Arriviamo col buio tritati come prezzemolo nel mitico villaggio chiamato Wangay che, vi assicuro, è molto, ma molto sperduto.

WANGAY è un polveroso villaggio di casupole dove l’energia elettrica è un miraggio, l’acqua corrente un sogno, la gente cordiale e non c’è assolutamente nulla. A dire il vero qualcosa c’è: un generatore di corrente, cavoli! Io li vendo! Me l’aveva assicurato Chipa che c’era, voglio caricare le batterie il più possibile. Me ne vado al buio fra una serie di cortili e ti trovo un generatore cinese d’età media 22 anni ed una televisione. Cacchio! Il cinema! Infatti mezzo villaggio si riunisce ad applaudire le gesta in dvd di Eto’o fino a che non finisce la benzina poi tutti a letto. Noi più morti che vivi, ma con una batteria carica, ci ritiriamo nella tenda montata nel cortile di una specie di caravanserraglio,acqua per lavarsi una chimera, il bagno è un buco per terra, una sgnappa non siamo riusciti a comprarla ma fa un po’ meno caldo, la cena ottima, insomma , a parte la sgnappa, va tutto bene

  • 7813 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social