Cameroun: Baka e Koma

Viaggio trek fra i Pigmei della foresta del bacino del Congo ed i Koma dei Monti Alantica.

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  • di mononeurone
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro

Sinceramente è difficile scrivere riguardo questo viaggio, non ci sono descrizioni di paesaggi incantevoli come in Namibia e nemmeno incontri emozionanti durante “game drive” ma se dovessi definire quale fra i molti paesi afrikani visitati sia il più “afrikano”, nell’accezione più pura del termine, sicuramente citerei il Camerun fra i primi tre. Non esiste praticamente nel paese una presenza occidentale visibile, non si incontrano quasi uomini bianchi esclusi pochi sparuti turisti e qualche missionario. Quello che si porta a casa dal Camerun non è quindi una eclatante emozione forte ma fugace: Ho visto i leoni!!!, ma una suggestione che sedimenta nei giorni, settimane seguenti, impalpabile, indefinibile, affascinante come l’Africa, non quella oleografico turistica dei depliant “la vera Afrika”, ma un Afrika reale che cerca di restare se stessa, ma vorrebbe entrare nel 2000, piena di contraddizioni, ignorante e saggia, affascinante come non mai.

Avevo visto su internet, per caso, la possibilità di visitare le popolazioni Baka, i famosi Pigmei della foresta equatoriale. Altra ricerca internet e trovo che si trovano fra Camerun e Congo. Già mi incuriosiva da un po’ il Camerun, da quando Milla segnò il famoso gol ad Higuita, paese misconosciuto dal quale non provengono molte notizie e tanto meno se ne hanno da visitatori. Si prova ad andare. Non facile, le comunicazioni con le agenzie locali sono complicate e sopratutto mi sparano cifre senza senso, il nolo 4wd in loco è una chimera, il tempo scarso, ero quasi propenso ad abbandonare la meta che trovo un agenzia italiana che propone la destinazione, li contatto ed in breve mi formulano una proposta che mi ispira, una volta tanto faccio il “pacco” e si parte. A differenza degli altri miei report, essendo questo un viaggio nato all’ultimo e, organizzato da professionisti (per una volta), non sarò prodigo di dettagli utili ma tenterò una sorta di diario resoconto.

Volo Air Maroc via Casablanca a Yaoundè con arrivo appena prima dell’alba, tempo una colazione e siamo già in viaggio con autista e guida verso la foresta. Prima per una buona strada asfaltata e poi per una pista accidentata ma non particolarmente brutta per gli standard africani, raggiungiamo in quasi una giornata di viaggio la località di Somalomo, attraversando i centri più grandi di Ayos e Messamena. La strada è praticamente aperta nella giungla, ai lati l’unico paesaggio sono piante e arbusti colorati di rosso a causa della polvere che sia alza dalla strada, ci imbattiamo in grandi camion che portano enormi tronchi di mogano, prova che anche qui il disboscamento è una pessima realtà. Lungo la pista si incontrano i primi insediamenti di Pigmei “sedentarizzati” ed altre etnie con le caratteristiche capanne a graticcio.

SOMALOMO: Piccolo sonnacchioso agglomerato di case senza corrente elettrica in mezzo alla foresta e porta d’ingresso alla riserva du Dja, zona protetta. Non c’è nulla a parte lo spartano ma confortevole ostello di Mama Rose, bella sciura che se la tira un po’ e che ci cucina il primo ottimo pollo da corsa, qui pernottiamo. Fa caldo e l’umidità si aggira sul 95%, stima misurata dal livello di sudore.Per entrare nella riserva bisogna registrarsi ad un fatiscente visitor center, pagare un tassa d’ingresso ed una per la macchina fotografica o la telecamera. Trovare i Pigmei senza una guida è praticamente impossibile.

RESERVE DU DJA: Ci avviamo a piedi di buon ora con la guida Baka, la nostra guida portatori e masserizie, e la Peppa ma chi siamo? e dopo aver litigato con il ranger riguardo la tassa sulla fotocamera in breve siamo al fiume omonimo che attraversiamo in piroga. Camminiamo ancora un po’ lungo una pista carrabile (forse anni prima) fino a prendere un sentiero nella macchia. Qui si chiude un mondo e se ne apre un altro, sparisce la luce del sole, spariscono i punti noti e ci si trova chiusi sotto una cappa di arbusti, piante dal ciclopico all’infimo, foglie, felci, parassiti dei parassiti dei parassiti dell’albero originario che chissà cos’era. Ne ho viste di foreste ma una cosa del genere mai, un mondo verde/azzurrognolo e umido che letteralmente ti ingloba.

In teoria nella riserva ci sono elefanti, scimmie, leopardi ecc. Ma a parte qualche primate che si intravede volteggiare nell’alto dei fusti è praticamente impossibile vedere alcunché a meno di non sbatterci contro, elefanti compresi.

Il trek è in realtà una passeggiata anche se l'umidità è decisamente pesante ed in un'oretta e mezza scarsa sbuchiamo in una specie di radura e, come di incanto, fatto dello stesso materiale di cui è fatta la foresta, dello stesso colore, troviamo il villaggio Baka ed il popolo omonimo, anch'esso indistinguibile dall'ambiente circostante.

I BAKA: Il villaggio è formato da una decina di capanne fatte di rami e foglie, qualche grosso ramo che funge da sgabello, resti di fuochi, qualche pentola. Premetto che il gruppo a cui facciamo visita è già, uso un termine che detesto ma non ne trovo uno migliore, “contaminato”. Sono già abituati a scambiare con altri, vivono vicino alla, si fa per dire “civiltà” e probabilmente hanno già “subito” dei turisti visitatori, infatti per il campo ci sono resti di scatolette di latta e qualche bidone di plastica. Ulteriormente all’interno della foresta, che si estende fino al Congo vivono gruppi di Pigmei che evitano ancora qualsiasi contatto esterno cercando di resistere alla deforestazione e sopratutto ai missionari. Piantiamo la tenda in un anfratto e ci guardiamo attorno. C’è poca gente al momento, qualche anziano, una signora, dei bambini, due o tre uomini. Sfatiamo subito la credenza che i Pigmei siano dei nani, sono morfologicamente più piccoli rispetto ai negroidi, con il naso schiacciato, ma non così piccoli, però molto robusti e tonici. Non conoscono allevamento o agricoltura, sono cacciatori/raccoglitori, non scherzavo quando dicevo di aver fatto un salto nella preistoria, ed assolutamente simbiotici con la foresta. Abituati ad avere un tetto odiano il sole e lo evitano il più possibile. Passiamo la giornata con loro. Non accade nulla, parte della tribù, le donne naturalmente, sono in cerca di cibo nel folto, il resto del gruppo svolge l’attività che pare sia la principale, riposare. Qualcuno si sdraia nelle capanne e qualcuno è seduto. La foresta dà tutto, cibo, acqua, vestiti, tetto, protezione e, vedremo poi, medicine e cure, ovvio quindi che la vita corra lenta e rilassata e non ci sia nessuno stimolo per una qualsiasi ricerca. Qui il tempo non ha significato, il concetto stesso non esiste, quasi non esiste nemmeno la notte, infatti essi si muovono al buio, senza nessuna luce, come se fosse giorno, non si pongono il problema, e non solo quello, non se pongono proprio a prescindere. Per prima cosa ci presentano il capo tribù, un signore magro sorridente, a cui diamo i doni precedentemente comprati, dei machete, sale, sapone, che apprezza molto e ci ringrazia. Passiamo un po’ di tempo nell’osservazione delle non attività della tribù e poi partiamo con due giovani per un giro nella foresta. Ci mostrano la loro conoscenza totale della foresta, l’uso che fanno di ogni pianta per curarsi, malaria compresa, vestirsi, nutrirsi, in un attimo costruiscono corde, ceste, ingegnose trappole per piccoli mammiferi. Non vivono nella foresta, sono foresta. In breve perdiamo l’orientamento, è un vero e proprio labirinto che non dà nessun riferimento, gentilmente ci riportano indietro. La cosa che colpisce e resta di loro è la sensazione di tranquilla serenità che li pervade, che emanano, non hanno nulla e non gli serve nulla, penso alla quantità di mai più senza che ho a casa, allo stress, all’A4 ora di punta. Passiamo quindi una giornata a stretto contatto, giocando con i piccoli, sorridendoci vicendevolmente, per loro è come se fossimo nati li, due piante pure noi, nessun disturbo e pochissimo interesse, Anna si adatta perfettamente alla situazione e passa mezzo pomeriggio a dormire. Il pomeriggio è spezzato però da un fatto eclatante, due vecchietti vanno a tagliare un albero a machetate per fare legna. Non raccolgono rametti ma tagliano un paio d’alberi di buona dimensione che si caricano tranquillamente in spalla, robusti i nonnetti! La giornata dell’omino con le foglie sul capo. Da annotare

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