Partenza il 18/7/2008 · Ritorno il 10/8/2008
Viaggiatori: in gruppo · Spesa: Da 500 a 1000 euro

Foz do Iguaçu: non solo cascate, però anche

di Valev - pubblicato il

Parto da sola, via Parigi, mentre il gruppetto di don Massimo passa per Madrid. Il ritrovo dovrebbe essere a S. Paolo, ma la compagnia aerea con cui viaggio ha imbarcato i miei bagagli direttamente per Iguaçu, invece vengono scaricati a S. Paolo. Attenzione: pare che in questo scalo facciano capolinea tutti i bagagli e che si debba comunque andarli a recuperare per poi proseguire! Così ho perso una giornata, anche se poi ho fatto un giretto in taxi per la città. Avevo appena letto il libro di Zelia Gattai “Anarchici, grazie a Dio” e volevo vedere l’avenida Paulista e le altre strade descritte ai primi del ‘900. Delusione.

Arrivo a Foz nel pomeriggio e l’aereo sorvola lentamente la foresta, i fiumi e le cascate. Al terminal trovo don Massimo, che è già sistemato e tutto frizzante: per lui il sudamerica è una boccata d’ossigeno. Conosco anche gli altri componenti del gruppetto: giovani, simpatici, parecchio diversi dai soliti noiosi palestrati che vanno a divertirsi a Rio. Abitiamo in una piccola foresteria della fondazione Nosso Lar (Il nostro focolare), che accoglie in case-famiglia bambini e ragazzi abbandonati, con situazioni difficili o provenienti dalle favelas. Da sottolineare che Foz è la città con la percentuale più alta di giovani morti “sparati” di tutto il Brasile! Veramente tutta questa violenza io non l’ho vista e andavo in giro tranquillamente da sola. Soprattutto all’imbrunire, facevo due passi nel quartiere, con strade larghe e alberate, villette col prato e il barbecue ma porte blindate e cancelletti alle finestre! Aria invernale mite, poca gente in giro e luci basse: una nostalgia terribile dell’Italia anni ’60! L’unica bottega, come da noi allora , vendeva di tutto, perfino le gomme da masticare Chiclets. Così ho imparato perchè a Bologna si sono sempre chiamate così, era la marca che distribuivano i soldati americani dopo la guerra.

E’ sabato sera e la direttrice della fondazione, Ivania, la grande Ivania, ci invita per cena nella sua fattoria: la casa è di legno con grandi porte sul prato. Eucalipti altissimi, gridi strani di uccelli, calore familiare, anche una morbida cahipiriña, che dolcemente ci riempie di sonno.

Il giorno dopo ritorniamo e don Massimo dice messa in un tavolino di fronte al sole al tramonto. Siamo tutti seduti su panchine e sedie in mezzo al prato. Bisogna stare attenti perchè nel calice del vino tenta di tuffarsi ogni sorta di insetti. La messa è mista in italiano e portoghese, ma ognuno dice liberamente e liberamente capisce. Nei giorni successivi visitiamo le varie case-famiglia. Proprio accanto a noi, al di là della strada, c’è quella dove vengono accolti i bambini più piccoli appena ritrovati o tolti ai genitori, in attesa di una sistemazione più stabile. Così andiamo spesso a dare una mano alle dade. O credo, dal loro punto di vista, a far confusione. Ognuno di noi, in poco tempo si affeziona ad un particolare bambino. Il primo che mi danno da intrattenere è bello, biondo, occhi azzurri slavati, di sei sette mesi. Sembra un nordico, ma ha un nome che non gli si addice proprio: C..N. Così per scherzo lo chiamo Federico. In un angolo c’è un box e dentro un bambino che non parla, non cammina, si dondola in continuazione. Non si sa che età abbia: l’hanno trovato in fondo ad un buco nel terreno vicino ad una casa, con una ciotola per il cibo. j. Ha invece una faccia da indio: scurissimo di occhi e capelli, naso aquilino, uno sguardo intenso da vecchio, sempre attento come ad un pericolo.

Ha le gambe atrofizzate e non si regge in piedi, però si sposta in orizzontale, facendo leva sulle braccia. Dopo un pò mi accorgo che gli piace la musica e gli compro una chitarra che produce vari motivetti. Allora esce dall’autismo e se la mette vicino all’orecchio ascoltando senza fine. Un’altra cosa che lo diverte molto è graffiarmi la faccia e tirarmi i capelli. “Ohi, ohi”, faccio io e lui ride senza ritegno. “Questa scema”, penserà. Piove molto e spesso, in certi momenti diluvia ma riusciamo ugualmente a fare qualche gita. La prima è in Paraguay, a Ciudad del Este, subito dopo il confine. Vi sconsiglio vivamente di andare. Sembra un enorme centro commerciale povero e sgarrupato. Poichè il cambio è molto favorevole, intere famiglie brasiliane e argentine si precipitano a comprare di tutto. Li vedi faticare lungo il ponte sul Paranà, trascinando e spingendo frigoriferi, lavatrici, borsoni pieni di cianfrusaglie. Spesso abbiamo a pranzo o a cena qualcuno e cerchiamo di riprodurre, con quello che troviamo, piatti della cucina italiana: la pasta soprattutto è molto apprezzata. Compro anche un preparato per couscous (a Foz c’è una grossa comunità mussulmana) e mi ritrovo...Una polenta, da condire con ceci e melanzane. Beh, è piaciuta.

Viene J. Che è uscito da Nosso Lar per limiti di età. Ha diciannove anni, una bella intelligenza, una storia assurda alle spalle e una brava ragazza che lo tiene “in regola”.

Viene padre G., prete di favela, italiano, legato alla grande speranza di riscatto degli anni ’70, ora forse deluso. Ma vivace e combattivo. Viene padre V.; rilassato sul divano, occhi verdi, con un italiano un pò legnoso ci parla del sindaco di Itaipù, la città della grande diga, che è stato ucciso perchè tentava di eliminare la corruzione. Ci racconta di un grosso paese dell’interno fondato qualche decennio fa col fantastico nome di Messales, e immaginiamo una sorta di Macondo cattolico.

Un pomeriggio andiamo a Madre Terra. E’ una immensa fattoria che dà lavoro ai ragazzi più grandi usciti da Nosso Lar. Grandi coltivazioni di manioca e canna da zucchero, vecchie ville coloniali, laghi, canneti e cavalli. E’ finanziata dalla Fondazione Ore 11, che porta avanti ottime iniziative in Brasile (magari guardate il sito). Ad accompagnarci è Neldo, un tipo buono e magro, di incredibile gentilezza, antenati tedeschi. Conduce i più temerari, fra cui la sottoscritta, che ansima e suda, alla riva dell’Iguaçu. Si cammina in un sentiero dentro la foresta, molto umido e pieno di zanzare, farfalle e moscerini...Stupendo. A metà c’è una capanna fatta con assi di legno sconnessi, chiusa da un surreale lucchetto. Ci abita una famiglia di pescatori che ora è andata in città. Al di là del fiume c’è l’Argentina, rappresentata da una villa decadente che si intravede in mezzo agli alberi.

Al ritorno, ci fermiamo al lago. Neldo butta un pò di pastura e si sente immediatamente un fragore di fauci. Con una canna ed un amo improvvisati, subito tira fuori dei pesci gialli e tondi. Enormi lune che subito ributtiamo.

E’ piovuto per diversi giorni, ma il sabato, quando andiamo a vedere le cascate di Iguaçu, c’è un’aria limpida e un sole caldo. I punti di osservazione sono due: uno in Brasile e l’altro in Argentina, perchè il confine le attraversa. Sempre guidati dal simpatico Marcelo, passiamo la frontiera e arriviamo al grande parco che le circonda, ben tenuto, senza le abominevoli costruzioni che fanno da sfondo alle cascate del Niagara. C’è un brutto Sheraton, ma anche un vecchio albergo in disuso e mezzo coperto di rampicanti. Molto meglio.

La pioggia ha gonfiato le cascate e una enorme massa d’acqua si precipita di sotto. L’isola di Saint Martin e altri percorsi sono chiusi.

Percorriamo il sentiero principale, che ci offre la panoramica di tutti i “salti”. Rombo continuo, sciabolate di arcobaleni e i larghi voli degli urubù, che aspettano i pesci sfracellati nella parte bassa. Dal Salto Dos Hermanas al Salto Bossetti camminiamo in mezzo ad una pioggerella fine, gocce vaporizzate che si diffondono nell’aria. Ad un certo punto si incontra una lapide dedicata ad un certo cavaliere Alvar Cabeza de Vaca (che nome!), nobile spagnolo che nel 1541, cercando una via di comunicazione con il Rio de la Plata, scoprì le cascate. Io, più che la gloria, ho immaginato la fatica, l’umidità, i disagi, le zanzare e la lontananza. E ad un certo punto, questo regalo gratuito, questa improvvisa meraviglia! Poi prendiamo il trenino che attraversa la foresta pluviale. Scendiamo e percorriamo a piedi un ponte lungo più di un chilometro che attraversa tutto l’Iguaçu. La cosa incredibile è che il fiume sembra tranquillo e niente fa immaginare che a qualche decina di metri c’è una delle cose più incredibili che io abbia visto al mondo: la Garganta del Diablo. In un fragore indescrivibile, un immenso e violento flusso d’acqua cade in un fondo che non si vede, offuscato da una nuvola lattigginosa. Gli occhi si chiudono per il biancore abbacinante, ma non possono distogliersi da questa voragine, un vero inferno liquido. Ti trovi in contatto col mistero del mondo.

Domenica è proprio festa: andiamo alla messa nella chiesa della favela. Siamo un pò in ritardo e don Massimo si infila lesto l’abito e la stola e concelebra con il parroco, un argentino coi tratti da indio, ed un povero prete congolese che è capitato lì da qualche tempo e sarà ben felice, più tardi, di parlare francese con noi. Ci sono una quantità di famiglie, bambini chiaramente poveri, puliti ed educati, e gente, come dire, di un altro livello spirituale rispetto a quella che si vede, in generale, nelle chiese italiane. Funziona un proiettore per lucidi e così tutti leggono e cantano. Dopo la messa una suora ci racconta della sua vita nella favela e delle ragazzine che frequentano la parrocchia e rimangono incinte a 14 anni.

Stasera partiamo per l’Argentina.

Non so, non riesco a staccarmi dal ricordo una certa malinconia, diversa dalla immagine del Brasile musica e carnevale. In mezzo, però la risata un pò roca di Ivania e i suoi discorsi fantasiosi in portoghese-spagnolo-italiano mentre scuote la testa.

di Valev - pubblicato il
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