La guerra dietro la porta. Ex Yugoslavia 1996

Sabato 17 agosto 1996 Oggi ha l’aria di essere un giorno particolare. Questa mattina sono in giro per le strade di Fiume. Mi aggiro così, un po’ a caso, ma la cittadina non mi sembra granchè, quindi decido di partire. ...

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  • di agnese
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Fino a 500 euro

Sabato 17 agosto 1996 Oggi ha l’aria di essere un giorno particolare.

Questa mattina sono in giro per le strade di Fiume. Mi aggiro così, un po’ a caso, ma la cittadina non mi sembra granchè, quindi decido di partire. Del resto quella fuga solitaria da Roma per sottrarsi agli obblighi del Ferragosto con amici o parenti era all’insegna della più totale libertà di movimento.

Se non fosse per qualche scorcio di panorama costiero la fila di automobili che si snoda lentissima sarebbe insopportabile. Certo non mi aspettavo che anche in questi luoghi, subito dopo una guerra che ha fatto sentire il suo pesante alito di morte a così breve distanza, la gente avesse voglia di immolare ore di vita preziosa al rito del fine settimana estivo. Un lungo serpente di veicoli, la gran parte utilitarie, ma abbastanza nuove.

All’altezza di Senj decido di piegare verso l’interno. Dopo pochi chilometri vedo alcune case con buchi di granata sulla facciata. C’è pochissima gente in giro e quasi nessuna macchina in circolazione. Almeno si cammina! Il numero delle persone sembra inferiore al numero delle abitazioni: saranno tutti in casa oppure...? Ad un incrocio accosto per consultare la carta. Un poliziotto si avvicina insospettito; non ha il cappello, il volto è depresso e rassegnato, due macchie di sudore colorano la camicia sotto le ascelle. In un rigurgito di baldanza militare gonfia il petto nel farle una domanda in slavo. Non capisco e rispondo “Plitvicka jezera”, il posto dove sono diretta. Aggiungo “national park” in inglese per assumere meglio l’aria della turista. Il poliziotto mi indica con la mano la direzione e torna alla sua espressione rassegnata, ora per giunta commiserevole verso quella donna pazza che viaggia da sola sulle strade deserte dell’interno della Croazia.

Il mistero delle persone mancanti e dell’espressione del poliziotto si rivela lungo la strada. Le case non hanno più i vetri, moltissime non hanno più il tetto, i buchi sulle facciate si alternano alle ampie bruciature nere. Nessuna casa si è salvata, neanche quelle distanti dalla strada, sparse sulla collina: meticolosa volontà di distruzione.

Mi fermo davanti ad un altarino ortodosso traboccante di fiori rinsecchiti e di rossi moccoli da cimitero allineati a terra. Scendo dalla macchina ma non mi allontano, la lascio in moto e con lo sportello aperto. L’unica automobile in transito rallenta e suona il clacson più volte; dentro ci sono due uomini. Li controllo con la coda dell’occhio ma non riparto subito per non mostrarmi spaventata. Restano a guardarmi ancora qualche secondo e proseguono dopo avermi gridato qualcosa; saranno stanchi di violenza.

Una ulteriore deviazione dentro il bosco di Plitvicka per la strada più breve: la carta dice che e’ asfaltata. Infatti è asfaltata ed incredibilmente in buone condizioni, anche se stretta. Giusto la larghezza di un carro armato. E’ cosparsa di erba, foglie e rametti secchi, mi tocca rallentare per permettere la fuga degli uccellini, segno evidente che non passa nessuno da giorni, forse da mesi. La rivincita della natura sull’uomo.

Zaluznica, Vrhovine, Babin-Potok sono tre villaggi fantasma. Babin-Potok ha una bella strada lastricata di sanpietrini. Scendo di nuovo dalla macchina e cautamente entro in qualche casa; gli infissi sono distrutti in tutte le case. All’interno vetri rotti e stracci dappertutto, armadi staccati dai muri, cammino sulle macerie.

In un saloncino a piano terra c’è una tavola apparecchiata, con bicchieri e bottiglia ancora intatti, le pentole rovesciate in terra, un calendario appeso alla parete: 1995. Capisco ora il significato dell’espressione “non c’era anima viva”. Infatti non ci sono persone in carne ed ossa ma si avvertono le ombre degli abitanti di quella casa: sono seduti a quella tavola, stanno raccogliendo quella pentola

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