In Africa occidentale, tra mercati e voudoun

Visto che diari dal Benin e dal Togo non è che abbondino, ecco un estratto del viaggio dell'estate scorsa tra Togo e Benin. Kpalimé (Togo), 12 agosto La pioggia, torrenziale, continua a battere senza sosta, ormai da più di un’ora, ...

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  • di Pierpaolo Cautela
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro

Visto che diari dal Benin e dal Togo non è che abbondino, ecco un estratto del viaggio dell'estate scorsa tra Togo e Benin.

Kpalimé (Togo), 12 agosto

La pioggia, torrenziale, continua a battere senza sosta, ormai da più di un’ora, sul tetto di lamiera ondulata che protegge i sei tavolini dell’unico spazio comune, all’aperto, dell’albergo. Il fracasso è infernale, con la lamiera che amplifica a dismisura il battere continuo e violento delle gocce di pioggia. Aspettiamo che smetta, per raggiungere le nostre stanze, che si trovano in un bungalow sul retro della costruzione principale. Desi e Kossi, la “guida” e l’autista, sono accasciati a pochi metri da noi ad un tavolo, mentre Silvia, sempre più a disagio in un paese che sembra non riuscire a capire, tenta di attirare la mia attenzione distratta sulle lamentele del giorno. Lamentele che riguardano il pranzo; che, come al solito, è stato a base di ananas. Infatti, in questi primi giorni, un po’ per obiettiva difficoltà a trovare soluzioni soddisfacenti, un po’ per pigrizia, un po’ perché qui gli ananas non hanno nulla a che vedere con i frutti callosi che si trovano nei nostri supermercati, abbiamo di fatto iniziato una dieta a base di questi frutti succosi, che hanno la buccia di un bel colore giallo ocra e che, maturi, sono talmente dolci che fanno venire il sospetto che siano stati cosparsi di zucchero da qualche mano spiritosa.

Effettivamente, oggi i nostri ananas quotidiani li abbiamo consumati sul retro di una baracca nel mercato di Kpalimé, tra il fumo dei fuochi accesi sotto le pentole delle salse ed il rumore delle donne che, ritmicamente, pestavano l’igname in grandi contenitori concavi di legno fino a farlo diventare quella pasta omogenea - il fufu - simile ad una polenta, che rappresenta il piatto base dell’alimentazione nelle zone rurali del centro del paese.

E’ un peccato che Silvia non riesca a sottrarsi alla sua costante condizione di chiusura emotiva, perché, pranzo a parte, la giornata è stata splendida. Il piccolo centro in cui abbiamo passato la notte è adagiato su una serie di colline dall’andamento dolce di un mare appena mosso dal vento, a circa 130 chilometri a nord-ovest della capitale. La strada ben asfaltata che ci ha portati fin qui ha attraversato i palmeti e le lagune costiere, poi i campi di verdure, cereali e legumi dell’entroterra, punteggiati da qualche raro baobab, fino ad arrivare alle piantagioni di cacao, caffè e banane che delimitano le foreste che contornano Kpalimé.

Il verde, intenso, è ovunque; nemmeno la luce bianca del cielo carico di pioggia riesce ad attenuarlo. Anche adesso mi basta alzare appena lo sguardo dalle pagine bianche per trovare quel muro verde che, per chilometri e chilometri, circonda i pochi centri abitati di questa regione. Un muro che sembra essere composto da tante tonalità di verde quante sono le piante del creato. Un muro che nemmeno le pesanti ed evidenti mutilazioni, inflitte dai tagli continui dell’uomo, sembrano poter scalfire. Banani, palme, piante di cacao, piante di caffè si inseguono, si mescolano, si intrecciano ovunque. Per non dire, poi, degli alberi giganteschi, il cui nome per lo più ci è sconosciuto, che sembrano ridicolizzare, con le loro dimensioni, qualsiasi altra forma di vita. O delle piccole, ma invadenti, felci color smeraldo. O di quelle piantine tappezzanti, che qui chiamano mimose - e che, a ben vedere, sono probabilmente della stessa famiglia dei nostri alberi omonimi - che hanno l’aspetto di felci in miniatura e le cui foglie, al solo tocco di una mano, si ritraggono e si chiudono. Tutto sembra eccessivo. Ed il cielo, saturo di nuvole basse, che si annodano e si spezzano, incuneandosi tra le colline, non fa che aumentare la magia dei luoghi, come sospesi in una dimensione spazio-temporale tutta loro

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