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Bruxelles: istruzioni per l'uso

di lorecoll - pubblicato il

La prima volta che capitai a Bruxelles fu circa sei anni fa, a causa di una riunione di lavoro a cui partecipai insieme ad un mio collega piu’ anziano. E devo dire che fu un’esperienza piuttosto particolare: l’impressione non affatto fu delle migliori! Ricordo che quella volta riuscimmo a comprare all’ultimo minuto due biglietti, su due aerei diversi che sarebbero partiti a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro: il mio collega, ben piu’ furbo e navigato di me, si cucco’ il biglietto Alitalia (ed insieme a quello anche i punti Millemiglia, come avrei imparato di li’ a breve) mentre io mi dovetti accontentare di un modesto biglietto Sabena.

Ricordo che all’aeroporto di Fiumicino arrivammo insieme e chiacchierammo un po’ poi, quando chiamarono il suo volo, il mio collega mi diede qualche sommaria istruzione sul terminale dell’aeroporto dove ci saremmo dovuti incontrare di li’ ad un paio d’ore. Mentre lui iniziava ad allontanarsi fui improvvisamente ed inspiegabilmente folgorata dal pensiero di mio padre che mi diceva “quando vai ad un matrimonio ricordati sempre di portare con partecipazione ed indirizzo del ristorante!” e quindi lo richiamai subito indietro per farmi scribacchiare al volo nome ed indirizzo dell’hotel dove avremmo dovuto trascorrere la notte.

Sabena ... Acronimo di “Such A Bed Experience Never Again”? (mai piu’ una cosi’ brutta esperienza). Non mi stupisce affatto che con un nome e, soprattutto, un’organizzazione del genere la compagnia sia fallita di li’ a poco tempo... Ignara di tutto quel giorno mi misi tranquillamente ad aspettare al gate: il volo fu chiamato all’ora prevista e mi misi in fila con gli altri passeggeri per l’imbarco, previsto verso le 16.00 ma che tardava e tardava senza che ci venisse fornita alcuna spiegazione. Dopo oltre mezz’ora dalla presunta ora di partenza del volo, tra hostess giovanissime e chiaramente in preda al panico - circondate com’erano dai passeggeri incazzati come bisce - emerse la seguente confortante notizia: il volo era stato cancellato e saremmo stati tutti imbarcati sul volo successivo delle ore 19.00. “Se c’e’ posto”, aggiunse con un filo di voce una delle malcapitate hostess. Inutile dire che corsi subito a fare la carta di imbarco per il nuovo volo che fu subito stracarico e che infine parti’ verso le ore 20.30... Come Dio volle ed ad ora ormai tarda arrivai all’aeroporto di Bruxelles, chiaramente deserto e senza il mio collega che, stufo di aspettarmi, se ne era andato in citta’ da ore.

Ricordo che in preda ad incertezza e nervosismo vagavo per quell’aeroporto asettico e vuoto senza trovare un cristo a cui poter chiedere qualche informazione su come raggiungere la citta’. Mendicai una cartina di Bruxelles presso l’unico stand ancora aperto, un noleggio di auto, e quasi per miracolo riuscii a scovare ed a prendere il trenino per Bruxelles, sul quale mi studiai il percorso per raggiungere l’hotel: in una mano la provvidenziale cartina dell’autonoleggio, nell’altro il biglietto dell’hotel. Era notte fonda ed il treno filo’ via veloce nel buio, di fronte ad insegne in fiammingo di cui non capii un acca. Della citta’ li’ per li’ non riuscii a vedere un bel nulla, passando direttamente dal trenino agli squallidissimi corridoi della metro, dove stazionavano solo piccoli branchi di vagabondi ed ubriaconi che certo non miglioravano l’atmosfera e non aiutavano a sentirmi a mio agio.

Raggiunto finalmente l’alberghetto in zona Madou – un vero canile che non consiglio a nessuno - vi trovai di fronte il mio collega che, fresco, riposato e ben satollo, mi aspettava in strada. Grandi saluti, racconti, spiegazioni, risate e maledizioni all’indirizzo della Sabena, nonche’ congratulazioni per la scampata avventura. Peccato solo che fosse molto tardi, ogni esercizio commerciale nei dintorni era chiuso, tanto che non riuscii ne’ a mangiare ne’ a telefonare a casa per avvisarli di essere ancora in vita su questa terra.

Il collega mi diede la chiave della stanza verso cui mi trascinai sfinita, facendomi varie rampe di scale. Ma la giornata non era ancora finita: la stramaledetta chiave non apriva. Dovetti buttare giu’ dal letto la padrona del canile che, scalza ed in camicia da notte, mi fece insegno’ come aprire la porta della baracca. E poi via, finalmente giu’ a dormire il sonno dei giusti, in una stanza che ricordo a malapena: spartana, grigia e con una vecchissima tappezzeria stinta che veniva via a strisce. E con vista su alcuni palazzoni scuri, affumicati e spelacchiati, senza un filo di verde, come avrei visto poi.

Il mio approccio con Bruxelles non fu dunque dei migliori, come si puo’ chiaramente capire. E la mattina dopo, la visione di Rue de La Loi, rivestita dai palazzoni in vetrocemento delle istituzioni comunitarie, uno dei massimo obbrobri dell’architettura moderna, non mi conforto’ molto. Eppure... Da quella volta tornai a Bruxelles sempre piu’ spesso, sempre per motivi di lavoro: di solito non avevo molto tempo per andare in giro ma riuscivo comunque ad approfittare di pause, week-end e conclusioni anticipate delle riunioni per andare a curiosare in giro. Andai a visitare la Grand Place che col suo municipio pinnacolare ed i palazzi barocco-gotici ricorda tanto i palazzi delle fiabe nordiche. Andai a vedere l’Atomium ed il suo parco, in una fredda mattina di febbraio, e lo trovai deludente ma molto piu’ monumentale di come me lo ero immaginato. Andai a visitare il museo di arte moderna, gioendo alla visione dei quadri originali di Magritte e ridendo di alcune ridicole opere di arte contemporanea ospitate al piano piu’ basso (una traversina ferroviaria di legno, due sacchetti di iuta dipinti di giallo, uno specchio ricoperto di gusci di cozze, una fila di luci al neon ingiallite e cosi’ via). Andai a passeggiare nel parco del palazzo reale, stupendomi di trovarlo tanto verde ed ordinato e pieno di orientali che correvano e facevano ginnastica. Andai perfino nelle cripte sotto Anderlecth a visitare la mostra “Il corpo umano”, dove sezioni di corpi umani trattati con procedimenti piu’ o meno misteriosi venivano esposte all’indifferenza di branchi di studenti svogliati che mangiavano pizza e patatine sulle teche di vetro piene di orrori, sbadigliando come cammelli (“tutto il mondo e’ paese!” mi dissi, ripetendo un vecchio adagio delle mie parti).

Insomma, piano piano mi avvicinai a Bruxelles cercando di vincere la mia diffidenza iniziale. E tra una passeggiata, un waffeln caldo ed una birra ci riuscii abbastanza presto.

Un bel giorno uscendo dal Justus Lipsius – il blocco di granito rosa che ospita il Consiglio europeo e che tanto spesso viene mostrato sui tiggi italiani – mi imbattei in una mia amica greca, Alexandra, conosciuta un paio di anni prima durante una missione in Finlandia e che da poco tempo si era trasferita a Bruxelles con marito e figlio. Lei inizio’ a magnificarmi la vita a Bruxelles, il lavoro nelle istituzioni comunitarie, le tante possibilita’ di carriera, i divertimenti, l’ambiente multiculturale. Mi disse che l’unica incognita poteva essere il tempo grigio ma che ci si faceva presto il callo. Li’ per li’ non mi convinse del tutto ma, come si usa dire in questi casi, mi mise la pulce all’orecchio. Ad ogni modo ci tenemmo in contatto ed avemmo ancora modo di incontrarci e di parlare un po’, sia a Bruxelles che durante un’altra missione in Danimarca. Intanto il tempo, come e’ solito fare, passo’: mia figlia Altea nacque e crebbe, Franco smise il suo lavoro per diventare casalingo, i miei orizzonti si ampliarono ed il piccolo mondo del mio ambiente di lavoro italiano iniziava ad andarmi un po’ stretto. Presi cosi’ a partecipare a vari concorsi internazionali in giro per il mondo, tanto che un paio di grosse istituzioni arrivarono a convocarmi per un’intervista.

Per farla breve un bel giorno di giugno Alexandra, proprio lei, fece circolare la descrizione di un posto temporaneo disponibile presso una grossa istituzione comunitaria a Bruxelles, la stessa presso cui lavorava lei. La cosa mi tentava, e tentava pure Franco che una volta tanto non mi fece problemi: quindi, senza farmi troppe illusioni, preparai una ennesima montagna di cartacce e le spedii. Inaspettatamente in settembre fui convocata per un’intervista che – mi fecero capire subito – era andata OK. Ancora piu’ inaspettatamente vinsi! Nel giro di poche settimane caricai baracca e burattini e mi trasferii a vivere con la famiglia a Bruxelles, in un bell’appartamentino vecchio stile dopo un movimentato approdo in un ostello della gioventu’ che gia’ ho avuto modo di raccontare su TPC.

All’inizio ci sentivamo un po’ spaesati: la lingua, la lontananza di amici e famiglie, la necessita’ di creare da capo nuove abitudini, le differenze climatiche ci facevano sentire piccoli piccoli e ci facevano camminare quasi in punta di piedi. La burocrazia certe volte ci schiacciava. L’integrazione, comunque e’ arrivata nel giro di poco tempo. Bruxelles e’ una citta’facile da vivere e la presenza di una numerosa comunita’ italiana facilita non poco le cose. Dopo un anno e due mesi di vita belga, che ci hanno permesso di visitare ed apprezzare buona parte del Paese (grande poco piu’ del Piemonte, in fondo), devo ammettere che siamo tutti molto felici della nostra scelta. Abbiamo visitato Bruges, citta’ anche troppo turistica ma graziosa come una bomboniera; Namur, il suo lungofiume tranquillo e la cittadella fortificata e molto panoramica; Liegi, caotica e un po’ grigia ma con tanti angoli e bar caratteristici; Mons, il suo municipio e la celebre scimmietta di ferro che farebbe avverare i desideri; Anversa, la sua immensa cattedrale ed il grande porto fluviale: il mare del Nord, ed ancora, ancora,ancora. Abbiamo sfruttato l’ottima rete di treni e la posizione centrale della citta’ per raggiungere e visitare altri Paesi europei. Parchi, musei, mostre, fiere, esibizioni, piscine, spettacoli, monumenti, feste e mercati non fanno altro che rallegrare i nostri week-end. E, per finire, l’ambiente estremamente multietnico, una gradevole Babele che ci consente di essere in contatto con gente di ogni parte del mondo.

Ed infine abbiamo anche imparato a tollerare ed a ridere delle tante piccole stranezze che differenziano Bruxelles dalla madre patria. Ci siamo abituati alla perenne spada di Damocle dell’immondizia, la cui raccolta e’ differenziata ed avviene due sole volte a settimana, lasciando molta porcheria sui marciapiedi gia cosi’ tanto funestati dalle innumerevoli merde di cane da aver meritato l’appellativo di “crottoir” (bellissimo ibrido tra “trottoir”, marciapiede, e “crotte”, cacca). Al padrone di casa, gentile ma ottuso e che per un semplice scrupolo cambio’ la serratura del portone mentre noi eravamo in ferie, lasciandoci varie ore sul marciapiede di cui sopra. Abbiamo fatto il callo ai tanti poliziotti, al tempo stesso cattivi e ridicoli, che controllano tutto e tutti di continuo ma che di solito se ne stanno ben alla larga dai quartieri piu’ difficili: all’invasione dei nord africani, solitamente cordiali ed ordinati ma troppo spesso rumorosi, sfacciati, arroganti; ai bagni senza bide’, con lavandini microscopici, spesso divisi in due minuscoli bugigattoli; alle donne che girano con giubbotti imbottiti e sandali senza calze in pieno inverno: ai ristornati cinesi, insolitamente casi rispetto all’Italia... Un po’ di tolleranza, qualche sorriso e via: ecco le uniche istruzioni che sono necessarie per vivere bene, a Bruxelles come in ogni altra parte del mondo.

Alexandra, grazie per la tua dritta che ci consente di vivere questa bella esperienza, in una citta’ dove checche’ se ne dica, i pregi sono molto piu’ dei difetti. Tanto che io e la mia famiglia ci chiediamo con sgomento come faremo a riabituarci alla vita in Italia, quando dovremo tornare al paesello nel bel mezzo del nulla, al lavoro nel gran bordello di Roma, alla gente inaffidabile, agli scioperi continui, allo stipendio lillipuziano... Lorenza, 11.02.2004

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