Rohingya, un popolo senza identità

Un Reportage che racconta un incredibile viaggio al confine tra Bangladesh e Birmania. Vissuto e raccontato da ambedue i lati. Storia e diritti umani...

 

Cox’s Bazar, 20 Giugno 2008

“C’era una volta un re, di fede buddista, che governava sulla provincia di Sittwe nel nord del regno Arakan” inizia così un’antica leggenda che riporta a cinque secoli fa “quando la sua terra venne invasa da un popolo barbarico ”. Il re si recò dunque dal suo amico musulmano, sovrano di Chittagong, regno ai confini del Bengala, in cerca di aiuto. “Prestami un esercito ti prego, così che possa riconquistare il mio trono” – La richiesta fu accolta e il re di Sittwe sconfisse gli invasori riprendendo il potere sulla sua terra. Colmo di riconoscenza egli propose ai sodati venutigli in salvo di rimanergli al fianco, in sua protezione, ed in cambio avrebbe dato loro un terreno ciascuno. L’esercito accettò ed è così che apparve la prima presenza musulmana in territorio Arakan, oggi uno dei sette stati che compongono l’attuale Unione del Myanmar.

La realtà, sicuramente meno romantica, scaraventa l’intera vicenda in epoca più recente, precisamente in era coloniale britannica quando gli inglesi controllavano quella parte d’Asia che comprendeva gli odierni Pakistan, India, Bangladesh e Myanmar (allora Birmania). In quegli anni furono abbattuti i confini, migrazioni e deportazioni caratterizzarono un’epoca di massicci spostamenti e le decine di etnie differenti vennero forzatamente riunite sotto il nome di un’unica dominatrice, la corona inglese. Etnie differenti che da tempi immemorabili si sono combattute, si sono alleate, si sono ignorate, creando un complesso intreccio di stati, feudi e regni suddivisi in tribù, clan e famiglie. Un intreccio non ponderato quando, a metà del novecento, le colonie europee hanno tracciato le nuove mappe, fatte di nuovi confini, segnati da squadre e righelli anziché da attente analisi sulle complicate interconnessioni tra i vari popoli. Ad un tratto chi era di qua avrebbe dovuto trovarsi di là e chi di là perseguitato dagli abitanti di qua. I Rohingya sono tra quelli che si son trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato ed ora, a distanza di mezzo secolo, si vedono ancora come un popolo senza terra, vittima sia di quelli di qua che di quelli di là.

Rohingya è un termine che indica un’etnia relativamente nuova: figli di quei soldati venuti a salvare il re buddista nella leggenda o, più semplicemente, il prodotto di piccoli spostamenti al di là di confini che prima non esistevano. Un nome dato ad un popolo che si vede importunato nel paese in cui è nato e malvoluto dal paese da cui discende, geograficamente parlando afflitto in Myanmar, sgradito in Bangladesh. Una comunità musulmana che abita in un paese buddista e che, oggi, conta oltre 30.000 rifugiati costretti ad abitare in campi profughi eretti nel versante bengalese del confine. Un popolo obbligato a nascondersi da entrambe le parti, a non poter far valere alcun diritto, da quello di sposarsi a quello di spostarsi.

Il mio incontro con essi è avvenuto da entrambi i lati del confine. Ho visitato prima la loro comunità a Sittwe, in Myanmar, poi ho preso una serie di aerei, treni ed autobus che mi hanno portato in Bangladesh, nella zona di Cox’s Bazar, dove oggi i Rohingya vivono da refugees, profughi. La differenza tra gli stili di vita di quelli incastrati di qua e quelli scappati di là è quasi impercettibile: umiliati, martoriati e torturati da un lato; sovraffollati, impotenti, inutili dall’altro. Nella ex Birmania un giovane volontario musulmano, ingaggiato come guida, ci mostrava, a bordo di un ciclo taxi, vaste distese di terreni, ora disabitati ed incolti, usurpati negli anni dai militari del governo ai contadini “calà”. “Ci chiamano calà, vuol dire immigrato, colui venuto di recente, ci chiamano così con disdegno”- poco più avanti passiamo dinnanzi ad una bella moschea di pietra bianca - “vedi questa moschea? Fu costruita quasi duecento anni fa, come fanno a dire che siamo venuti di recente?”. Quei terreni furono strappati con la violenza e poi abbandonati; perfino i cimiteri gli furono sottratti e ora le sepolture devono avvenire in piccoli riquadri di terra, circostanti alle moschee, sovraffollati di tombe e cadaveri.

La nostra giovane guida racconta delle torture fisiche subite dai soldati governativi e di quelle psicologiche inflitte dagli Arakaneese, gli abitanti “originari” e buddisti dello stato Arakan.

“Se andiamo all’ospedale dobbiamo pagare di più, se andiamo a scuola dobbiamo pagare di più. Ed a proposito di scuola” - aggiunge - “ a noi non è concesso studiare l’inglese né laurearci in medicina ed ingegneria”. Il governo proibisce loro diplomi che potrebbero portare a mestieri altolocati. “Questa è anche la nostra terra, e noi chiediamo solo di vivere in pace”. Questa frase, pronunciata quasi con sottomissione, è la frase che avrei, poco più avanti, sentito e risentito uscire dalle bocche e dai cuori di centinaia di altre persone, uomini e donne. “Chiediamo solo di vivere in pace”.

A soli cento chilometri a nord di Sittwe, un tratto di strada però inaccessibile per un occidentale, scorre la linea di confine tra Myanmar e Bangladesh. Una linea di speranza ma che in realtà divide semplicemente la padella dalla brace. Un confine che offre poco, anzi pochissimo, in cui tutti coloro che lo hanno varcato hanno trovato ulteriore povertà e cattiveria, miseria ed ingiustizia. Moltissimi di questi sono stati catturati dagli invisibili artigli ed inghiottiti nelle viscere di TAL

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