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Bali: alla scoperta del sud est asiatico

A Bali ci sono stato a cavallo tra il 2003 e il 2004, purtroppo mi tocca dire a metà fra l’attentato del 2002 e quello del 2005. Eppure a Bali io ci tornerei domani, e non mi sfiora nemmeno il problema della sicurezza. Perché se c’è un popolo pacifico e dolcemente rassicurante sono i Balinesi. Per esorcizzare la paura bisogna capire, e per capire basta ripassare un attimo la storia, per mettere a fuoco quali sono i reali termini del problema. In breve: gli Olandesi arrivano a Bali, all’inizio dell’800 e i Balinesi li affrontano a mani nude, in uno scontro rituale (Puputan) che doveva rappresentare l’estremo sacrificio simbolico contro l’ingiustizia del Colonialismo: si sono praticamente suicidati in 4.000. Tanto per capire il carattere fiero ma pacifico di questa civiltà antichissima. Poi arriva la seconda guerra mondiale, Bali è occupata dai Giapponesi e quando questi se ne vanno i Balinesi ci riprovano a ricacciare gli Olandesi (che nel frattempo erano tornati), ma sono ancora una volta massacrati. Capisco che a questo punto gli Olandesi non fossero benvisti, ma questo porta i Balinesi, nel 1956, a rinunciare al protettorato olandese e ad entrare a far parte dell’Indonesia. Ma non è una convivenza facile: nel 1965 le squadracce della morte indonesiane ammazzano decine di migliaia di Balinesi, accusati di essere “comunisti”. E, all’interno dell’Indonesia sempre più mussulmana, non aiuta il fatto che a Bali il 92% della popolazione sia induista. A tutt’oggi a Bali si fa fatica ad accettare le regole (religiose, sociali, sessuali) dettate dall’Indonesia. Bali, con il suo sviluppo turistico, con la sua massima apertura economica e soprattutto culturale, rappresenta una anomalia nella zona. Per questo è stata tormentata da attentati che nulla hanno a che fare con la natura (e gli interessi) dei suoi abitanti. Il primo contatto con Bali è Kuta, località che sta a Bali come Rimini sta ai borghi dell’Umbria. In pratica, c’entra poco: è molto turistica. Anche se già a Kuta si intravede un po’ di Bali (per esempio la ritualità religiosa, che li porta a offrire sacrifici ad ogni gesto quotidiano), il mio consiglio è quello di andarsene da Kuta al più presto, salendo verso Ubud e oltre, per poi tornarci alla fine, quando – dopo aver vista la vera Bali – si potranno apprezzare anche le tante cose interessanti che questo centro turistico offre. Il mio compagno di viaggio è stato il musicista Andrea Centazzo. Con lui ho scoperto le tradizioni musicali-culturali-teatrali meravigliose di quest’isola, ho partecipato a feste e celebrazioni religiose. A Bali ho incontrato intellettuali che negli anni ’70, dopo aver letto il libro Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud, sono venuti qui a studiare le danze Legong e non si sono più mossi: questo è uno dei luoghi a più alta densità cultural-antropologica del mondo. Con Centazzo ho visto le orchestre del Gamelan, composte dagli strumenti tradizionali. Ma ho visto le risaie, i mercati e soprattutto le attività del meraviglioso artigianato artistico balinese: la lavorazione del legno, delle stoffe (qui è nato il batik), della pietra e dell’argento. Tornato a Kuta, appunto, ho incontrato molti artisti, stilisti e designer italiani, che qui si sono inseriti facendo costruire linee di moda o mobili. Bali è un viaggio sfaccettato, profondo e meraviglioso.

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