Partenza il 19/7/2013 · Ritorno il 18/8/2013
Viaggiatori: 4 · Spesa: Oltre 3000 euro

Western Australia: dalla Coral Coast ai deserti del Pilbara

di Au_forever - pubblicato il

Siamo in quattro: Irene e Stefano con i nostri figli Maria (15 anni) e Francesco (13 anni), tutti affetti da questa straordinaria malattia del viaggiatore che ci spinge sempre a guardare lontano. Abbiamo già fatto alcuni viaggi insieme, sempre un po’ improntati alla ricerca di luoghi ed ambienti naturali di grande fascino, profondamente diversi dal posto in cui viviamo (un piccolo paese di montagna a circa 60 km da Torino). Muoversi in quattro costa molto ma la malattia è inesorabile ed è bastato il racconto di un amico per far partire di nuovo il sogno, che sempre precede il viaggio vero e proprio. Dunque quest’anno abbiamo deciso di guardare a sud-ovest: Western Australia. Sarebbe il quarto viaggio in Australia (il secondo per i ragazzi) ma parliamo di un continente sconfinato, con tutti i climi possibili (montagne innevate, foreste, deserto, mari tropicali) perciò abbiamo appena iniziato a conoscerlo un po’! Da quanto abbiamo saputo il Western Australia, soprattutto per la zona a nord di Perth fino al confine con il Northern Territory, sembra essere un luogo selvaggio e di rara bellezza, ancora poco battuto specie dai turisti stranieri. Dopo aver visitato molti dei luoghi più conosciuti di questo straordinario continente, questa volta cerchiamo un viaggio “slow speed”, in una zona piuttosto circoscritta, alla scoperta di luoghi di cui sappiamo poco o nulla e spostandoci prevalentemente con autovetture in modo da avere il tempo necessario per incontrare e conoscere un po’ di più le persone che vivono in questi luoghi remoti. Non nascondiamo anche un secondo fine: cercare di capire meglio come funzionino le opportunità e le regole per venire a vivere in questo paese, un piccolo Eldorado rispetto all’Italia in ginocchio o all’acciaccata Europa; un’opportunità attraente che i nostri figli, nel giro di qualche anno, potrebbero valutare seriamente per costruire il loro futuro.

Dopo aver valutato diverse zone ed itinerari optiamo per la penisola di Exmouth (1200 km a nord di Perth, sulla Coral Coast) ed il Karijini National Park, nella regione interna del Pilbara. Siamo in inverno ma, trovandosi nella zona equatoriale, offrono entrambi un clima eccellente. La zona di Exmouth è ricca di parchi marini molto selvaggi e con una barriera corallina molto particolare (l’unica presente in Australia, oltre alla Grande Barriera della costa Est). Il parco del Karijini, invece, presenta un clima semidesertico e panorami caratterizzati da profondi canyon sul fondo dei quali scorrono corsi d’acqua con numerose pozze e laghi, circondati da una vegetazione sorprendente, nei quali rinfrescarsi. Inutile aggiungere che gli animali selvatici la fanno da padrone a si avvistano con una facilità per noi sconcertante. Sulla via del ritorno vogliamo prenderci ancora del tempo per rilassarci e fare delle belle immersioni alle isole Perhentian, piccolo arcipelago sulla costa nord orientale delle Malesia. Quello che segue è il racconto di ciò che abbiamo trovato…

19 – 20 luglio: volo di andata

Per questo viaggio, visto che vorremo fare una sosta al ritorno in Malesia, abbiamo cercato una combinazione con scalo a Kuala Lumpur. La combinazione dal costo più basso che riusciamo a trovare è Turkish Airlines da Malpensa a Kuala Lumpur via Istanbul (650 eur) e poi Kuala Lumpur - Perth con Air Asia (250 eur). Air Asia è un’ottima low cost, con aerei moderni (Airbus 330) e ben mantenuti, personale cordiale e preparato; ovviamente a bordo è tutto a pagamento, come tutte le low cost. Attenzione a fare anche il check in on line per non pagare una piccola sovrattassa, mentre le sovrattasse per eccedenza peso (oltre i 20 kg e fino a 25 costano poco. Attenzione: sia a Istanbul che a Kuala Lumpur dovrete cambiare aeroporto quindi occhio a non scegliere combinazioni di voli con coincidenze troppo strette.

21 luglio: Perth/Freemantle

Arriviamo a Perth alle 5.30 del mattino dopo aver dormito abbastanza in aereo. Alloggiamo all’hotel Criterion, in 560 Hay str. E’ un hotel un po’ d’antan ma con camere confortevoli (anche per quattro persone, dunque ottimo per chi viaggia con figli), con personale gentile e situato in comoda posizione centrale (circa 170 AUD, dollari australiani, a notte per una quadrupla). Affrontiamo di petto stanchezza e fuso orario e prendiamo un treno per Freemantle dalla Central Underground Station (mezz’ora, 4.5 AUD). La domenica c’è il Freemantle Market che sembra interessante. Arriviamo a Freemantle alle 8. La cittadina è deserta ma facciamo sosta per colazione a “Il Cibo”, sulla sinistra 200m dopo essere usciti dalla stazione. E’ un’ottima caffetteria ed offre diverse torte squisite per la colazione, un locale molto carino. Dopo colazione visitiamo, come prima cosa, la prigione di Freemantle, chiusa dal 1991. Un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. Poi ci dirigiamo alla Wreck Gallery (ingresso ad offerta libera) ove si trovano i resti di numerosi relitti naufragati sulle coste del WA, a cominciare dal famoso Batavia (vascello olandese del 1639). Ci dà preziose indicazioni per trovare il posto un signore sui 65 anni che, saputo che arriviamo dall’Italia, si ferma a chiacchierare volentieri. Ci parla del suo viaggio in Italia che lo ha portato, tra l’altro, ad Assisi ed a Ventimiglia ! (Simpaticissimo). Infine andiamo al famoso Market ove per pranzo si può mangiare un po’ di tutto nelle numerose bancarelle di street food (bratwurst, piadine turche, mexican, thai, crêpes, panetterie varie) e poi una marea di banchetti di frutta, verdura (anche organic e km 0) ed artigianato. Tornando alla stazione scopriamo un negozio di soli didgeridoo, il noto strumento aborigeno dalle tipiche sonorità. Entriamo ed un ragazzo un po’ alternativo (con sangue aborigeno nelle vene, nonostante la pelle chiara) sta suonando e ci accoglie molto gentilmente. Usciamo dopo aver chiacchierato un po’ con lui (un altro colpito dal fatto che arriviamo dall’Italia) ma ormai siamo stregati: fatti pochi metri torniamo indietro e ci portiamo a casa un magnifico esemplare di strumento, dopo aver chiesto il suo consiglio. I didgeridoo sono strumenti a fiato ricavati nel legno d’eucalipto e più grandi sono, più bassa è la tonalità e più sono “relax” da suonare (come ci spiega il giovane) ma dobbiamo limitarci ad uno da 165 AUD, senza pitture varie (un po’ troppo colorate e turistiche) ma in legno grezzo d’eucalipto: uno strumento evidentemente fatto per essere suonato più che per essere riposto su di uno scaffale. Torniamo a Perth per rilassarci un po’ in hotel e poi prendiamo un taxi per cenare da Sizzler. E’ una nota catena di ristoranti presenti un po’ in tutta l’Australia. Ci erano molto piaciuti nei nostri viaggi precedenti perciò non possiamo mancare l’appuntamento anche questa volta.. Tutto il personale è gentilissimo ed il giovane alla cassa è curiosissimo di sapere da dove veniamo. Anche lui, sentito che arriviamo dall’Italia, è entusiasta. Dopo l’ottima cena, alle 21 e siamo già a letto!

22 luglio: Perth

Oggi abbiamo un’intera giornata da trascorrere a Perth. Iniziamo bene concedendoci una bella colazione nella London Court, una viuzza in stile vecchia Londra che parte dalla mall di Hay Street che è stata creata da un cercatore d’oro di Perth nativo di Londra ed evidentemente in sofferenza da nostalgia. Il London Court Cafè è piccolo e carino, il personale gentilissimo ci porta ottimi cappuccini e muffin ai mirtilli o alle mandorle. Apriamo una parentesi sui costi della vita in Australia. Rispetto al nostro ultimo viaggio (nel 2007) troviamo tutto decisamente più caro. A cominciare dalla colazione: 8 AUD circa per un cappuccino ed un muffin (per la verità un muffin gigantesco). E’ vero che da noi in Italia il costo contenuto delle colazioni al bar è un po’ anomalo rispetto al resto del mondo, ma anche per tutto il resto l’Australia sembra piuttosto cara. Ieri sera abbiamo cenato nel sempre ottimo Sizzler, ove per un main dish di carne o pesce, con la mitica Salad Bar all you can eat inclusa (un grande buffet con un po’ di tutto, dalla pasta al dessert), si spendono 35-40 AUD. Gli hotel in centro costano mediamente sui 250-270 AUD per una camera da 4 (il nostro è un eccezione sui 170 AUD). Per la notte di rientro il 5 agosto, dato che nel nostro hotel non c’era più posto, abbiamo trovato un piccolo residence un po’ basic, sempre in centro città, a 190 AUD. Ma la cosa sorprendente è che gli australiani frequentano numerosi i locali e fanno colazione al bar apparentemente tutti i giorni, così come cena al ristorante, famiglie comprese. L’unica conclusione logica è che semplicemente…siano più ricchi di noi. Per contro Perth ha un sistema di trasporti con parecchie linee del centro gratuite (identificate da vari colori: giallo, blu, rosso e verde). Sono comodissime e con corse molto frequenti ma terminano verso le 19 mentre le linee a pagamento (identificate da numeri e con biglietto acquistabile a bordo) vanno avanti fino a mezzanotte. Partiamo per una breve visita all’ufficio immigrazione ove purtroppo non c’è uno sportello per una chiacchierata face to face come speravamo e poi proseguiamo per il Kings Park. Questo giardino è un polmone verde grande ed ottimamente manutenuto, con numerosissime piante autoctone e tantissimi uccelli dai versi stranissimi. Piccolo incidente con una vecchia australiana inacidita ed omofoba. Mentre ci scattavamo la consueta ed innocua foto ricordo con bandiera NO TAV e skyline sullo sfondo, veniamo aggrediti dalla vecchia che ci intima di riporre la bandiera accusandoci con tono molto aggressivo di non avere alcun diritto di portarla con noi in Australia. Il tutto a suon di “what’s NO TAV?” ma senza lasciarci spiegare…come a sottolineare che pur non sapendo minimamente di cosa si tratti comunque non ci vuole lì. Peccato: è proprio vero che nel bene o nel male non si può far di tutta l’erba un fascio quando si parla di popoli mentre ignoranza ed intolleranza si annidano un po’ ovunque. Per fortuna siamo consolati dalle numerose e continue dimostrazioni di curiosità ed interesse che gli altri australiani manifestano quando sanno che veniamo dall’Italia, compresa la cassiera del ristorante/tavola calda messicana ove ci recheremo per cena.

Nel pomeriggio facciamo un giro al Perth Cultural Centre, gratuito e ricco di sale che illustrano la flora e la fauna australiana ma anche la storia di questo giovane paese. Tra tutte spicca la grande sala dedicata alle popolazioni aborigene. Un tema non facile da trattare per gli australiani dato che fino addirittura a metà anni ‘90 restavano colpevolmente da compiere passi fondamentali per porre rimedio al genocidio e furto perpetrato ai danni degli aborigeni e delle loro terre. Come dopo esser stati al Centro Visitatori di Uluru, nel 2007, ci rendiamo conto che sono stati fatti importanti passi avanti anche solo notando la delicatezza con cui si cerca di esporre quanto avvenuto senza violare nuovamente le credenze e le tradizioni aborigene che, ad esempio, vietano di mostrare l’immagine o citare il nome di una persona che non c’è più per qualche anno a partire dalla data della morte. Vedremo negli anni a venire quanto gli australiani saranno capaci di fare per rimediare al gravissimo danno fatto. La sera giro e cena a Northbridge, quartiere universitario pieno di ostelli e localini notturni, vivacissimo e sempre a walking distance dal centro di Perth. La tavola calda messicana (Guzman y Gomez) ci offre ottimi nachos e quesedillas a costi contenuti (circa 10 AUD a testa) che rimettono un po’in sesto le nostre finanze.

23 luglio: Partenza per Exmouth

Oggi ci attende un volo Qantas per Exmouth, inizio del nostro viaggio verso destinazioni mai viste prima. Dato che l’aereo parte alle 11.30, ci alziamo presto per poterci gustare un’altra colazione al London Court Café. Anche oggi ci accolgono con gentilezza squisita “ Come state? Siamo davvero lieti di avervi di nuovo qui”. Ci stupisce sempre un po’ constatare anche come la caffetteria in Australia, così lontani da casa, sia buonissima e con nulla da invidiare ai migliori caffè e cappuccini in Italia. Tra l’altro quasi tutti i bar australiani hanno ormai adottato la lingua italiana per ogni specialità a base di caffè, come a sottolineare la tipicità del prodotto e la sua indiscutibile origine. Incredibile come le cose vadano diversamente a pochi chilometri da casa, per esempio in Francia anche nei primi paesi oltre la frontiera, ove è difficilissimo trovare un caffè ed affini fatto alla maniera italiana. Il percorso per l’aeroporto richiede circa mezz’ora dal centro di Perth, anche in orario di punta. All’imbarco spediamo come bagaglio imbarcato il nostro magnifico didgeridoo acquistato a Freemantle. E’ proprio difficile resistere alla tentazione di spacchettarlo e mettersi a suonare già qui! Attenzione perché per i Qantas domestic flights è permesso un solo bagaglio imbarcato a testa ed il didgeridoo, non potendo viaggiare come bagaglio a mano, conta come bagaglio imbarcato. Per fortuna siamo in 4 con tre sole valigie perciò no extra cost (che si sarebbero comunque aggirati intorno ai 30-40 AUD). In poco più di due ore di volo arriviamo ad Exmouth. E’ un paese nato nel 1967 di circa 2000 abitanti, un vero avamposto in questa penisola remota del WA. Il bus service prenotato dall’Italia ci porta direttamente da Darnae, della Ningaloo Campervan Hire da cui abbiamo prenotato il nostro piccolo campervan con cui girare la penisola (115 AUD al giorno, unlimited km). Darnae ci attende nella sua graziosa casetta presso la quale gestisce (probabilmente come seconda attività) questo micro noleggio camper (abbiamo visto solo il nostro in giro). E’ gentilissima e ci accoglie nel migliore dei modi, parlando un inglese veeeery easy. Il campervan è un quattro posti (in realtà due adulti e due bimbi, infatti i nostri ragazzi devono rannicchiarsi per bene per dormire) un po’ stile Westfalia camperizzato: è bello anche se un po’ datato ma lasciando da lei alcuni bagagli contiamo di farcela. Facciamo una puntata all’ufficio informazioni turistiche (ben organizzato ed in grado di offrire preziosi consigli nonché di prenotare direttamente presso le varie strutture ed i tour guidati) e poi al supermarket per fare un po’ di spesa prima di raggiungere il nostro campeggio. Qui costa tutto piuttosto caro, dato che siamo nell’unico centro abitato nel raggio di 150 km. Dobbiamo fare molta attenzione ad acquistare tutto ciò che è in offerta per non farci spennare. Con 60 AUD compriamo appena l’occorrente per una pasta e le colazioni dei prossimi giorni. Si sta facendo tardi e dobbiamo partire un po’ di fretta: da queste parti non è prudente viaggiare dopo le 17 per l’alto rischio di investire un canguro! Il nostro camping (NIngaloo Lighthouse Caravan Park, a 18 km da Exmouth) è molto particolare e davvero bello: situato in una posizione magnifica ove la penisola volge ad ovest, proprio sotto al faro che si trova all’ingresso del Cape Range National Park. E’ pienissimo: per fortuna abbiamo prenotato, nonostante ci avessero assicurato che non ci sarebbero stati problemi perché saremmo stati proprio alla fine delle vacanze scolastiche. Qui è pieno di giovani sportivi che vengono a fare surf, snorkelling e giri in barca per avvistare squali balena (pare sia il posto più frequentato da questi immensi ed innocui pesci), mante e dugonghi…o da nonni danarosi che arrivano qui per pescare o semplicemente svernare godendosi il clima mite.

24 luglio: prima giornata nel Ningaloo Marine Park

Ci alziamo con una brutta sorpresa: piove e fa piuttosto freddo ! Ma come, qui nel deserto? Vabbè, ne approfittiamo per tornare a Exmouth e pianificare i prossimi giorni. I tour per lo squalo balena sono fuori portata (1200 AUD in 4 !) ma troviamo un interessante giro, da Coral Bay, di mezza giornata per andare alla ricerca delle mante. Decidiamo per quello anche perché abbiamo capito che l’unico modo di andare sul bordo esterno della barriera, piuttosto lontana dalla riva e battuta da onde paurose, è quello di affidarsi ad una barca ed ad una guida locale. All’ufficio del turismo prenotiamo anche le notti rimanenti in campeggio (circa 60 AUD a notte in 4 con il campervan) e l’ultima notte quando saremo di ritorno dal Parco del Karijini con l’auto (optiamo per una cabin per 4 in campeggio, 135 AUD). Dopo pranzo partiamo per una prima sortita nel Cape Range National Park, porzione settentrionale del Ningaloo Marine Park, fatto di coste coralline ed un interno roccioso ricco di gole e piccoli canyon. E’ famoso per la facilità con la quale si avvistano molti animali tipici australiani liberi nel loro habitat. Appena varcato l’ingresso del parco ecco i primi avvistamenti: nel bush vediamo degli emù e dei canguri che pascolano placidamente. Scendiamo dall’auto e li avviciniamo con cautela per non spaventarli: bellissimi! Un panorama da Tex Willer fatto salvo per questi animali stranissimi. Facciamo un altro stop a Mangrove Bay ove, con una breve passeggiata, si raggiunge un capanno per l’avvistamento di uccelli affacciato su di uno stagno salmastro a pochi metri dal mare, circondato da mangrovie. Dopo una puntata al centro visite del parco per raccogliere informazioni utili allo snorkelling, rientriamo per cena al campeggio: stasera sfruttiamo il barbeque del camping e ci cuciniamo hamburger e wurstel alla griglia.

25 luglio: snorkelling al Ningaloo Marine Park

Le previsioni meteo c’hanno azzeccato: oggi fa bello perciò decidiamo di fare le prime sortite di snorkelling. Non sappiamo bene cosa ci attenda ed il primo posto ove andiamo è Oysters Stacks consigliataci da un giovane australiano incrociato ieri sulla spiaggia. Un po’ dappertutto qui bisogna fare molta attenzione alle correnti: anche se si sta nuotando nella laguna creata dalla barriera (che è a 2-300 m dalla riva con onde altissime che vi si infrangono contro) si creano correnti molto potenti. Il posto è selvaggio, con dune di sabbia subito dietro la spiaggia ed un ingresso in acqua roccioso. A causa del mare un po’ mosso dobbiamo spostarci ed entrare in acqua da un altro tratto della spiaggia. Inoltre una signora australiana ci consiglia di fare proprio così anche per non dover contrastare la corrente. L’acqua è alla stessa temperatura del mar ligure in estate, dunque più che accettabile nonostante siamo in inverno (per lo snorkelling è sufficiente un mutino leggero da 2.5mm). La visibilità è un po’ scarsa ma il giro è veramente divertente perché facciamo tutto il passaggio in drift trasportati dalla corrente senza usare le pinne! Sul fondo sabbioso vi sono numerosi blocchi di corallo con grandi stelle marine blu, nuvole di pesci colorati; avvistiamo un piccolo trigone ed alcuni pesci molto grandi simili ai dentici. Pranziamo e poi ci spostiamo in un altro punto interessante per lo snorkelling: Turquoise Bay. Ci attende una spiaggia magnifica, a forma di cuneo con sabbia finissima e dune erbose alle spalle. Acqua cristallina con facile accesso ai massi corallini, temperatura mite e cielo azzurrissimo: bellissimo, anche se piuttosto frequentato. Anche in questo caso numerosi cartelli mettono in guardia sulle forti correnti. In pratica meglio farsi a piedi un bel pezzo sul lato sinistro della spiaggia per poi buttarsi in acqua e fare snorkelling ancora una volta in drift trasportati dalla corrente verso il cuneo della spiaggia ed uscire prima di esso. In corrispondenza del cuneo, infatti, la corrente è veramente fortissima, un vero e proprio fiume in piena, che ti spinge via con forza: impossibile opporvisi nuotando e si fatica persino a resistere stando in piedi dove si tocca!. La visibilità in acqua non è buona a causa del fondo sabbioso ma l’ambiente è davvero meraviglioso. Volendo si può ripetere lo snorkelling sull’altro ramo della spiaggia con tecnica analoga ma ne vale meno la pena. Attenzione al sole che non perdona, anche se non lo si avverte grazie alla fresca brezza marina. Asciugati i mutini e le pinne ripartiamo per rientrare verso il Lighthouse. Durante il percorso ancora una volta avvistiamo degli emù che razzolano tra gli arbusti, oltre a qualche aquila dal petto bianco e numerosi falchi che volteggiano vicino alla strada. Arrivati alla cima del capo saliamo al faro nella luce del tramonto per godere del panorama mozzafiato e fare qualche foto.

Facciamo un primo bilancio di questo posto: è un po’ come ci aspettavamo, forse una delle frontiere turistiche dell’Australia, quasi ad uso esclusivo degli australiani (siamo tra i pochissimi stranieri in giro). Si inizia al mattino presto e si cena prestissimo per andare a dormire quando fa buio (a queste latitudini alle 19 è già buio pesto). E’ un luogo spartano e fuori rotta, costoso, non facile da girare: meglio puntare altrove al primo viaggio in Australia! Anche lo snorkelling su questa barriera è tra i più complicati che abbiamo mai fatto, un po’ impegnativo da affrontare da soli se non si ha un minimo di esperienza alle spalle ma…è un posto unico! Ci sentiamo dei privilegiati ad esser qui, tra questa gente autentica, lontani dai riflettori dei posti più noti di questo continente. Richiede impegno e spirito di adattamento ma ci ripaga con panorami ed emozioni meravigliose. Questa sera, dopo una doccia per ristorarci ed eliminare il sale in eccesso (anche se l’acqua delle docce, provenendo da dissalatori, resta sempre un po’ salata), lasciamo le padelle in camper e ci concediamo un fish and chips al bar del camping (solo il giovedì, sabato e domenica: gli australiani lavorano…ma il giusto, senza strafare!). Ci stupisce un po’ vedere i giovani che cucinavano, una volta serviti gli ultimi clienti, sedersi a tavola e prima di mangiare raccogliersi per un momento di preghiera. Ci viene il dubbio che siano giovani mormoni, le cui chiese abbiamo visto numerose da queste parti (come in tutti i luoghi un po’ di frontiera).

26 luglio: terza giornata al Cape Range Park

Anche oggi le previsioni sono attendibili: al mattino ci alziamo con il sole ma nuvolette all’orizzonte fanno capire che non durerà. E’ attesa pioggia nel pomeriggio. Ci dirigiamo ancora verso il parco e ci spingiamo a sud fino a Mandu Mandu Gorge per fare l’omonimo percorso a piedi. Dopo un breve sterrato facile arriviamo al parcheggio e ci avviamo per la nostra passeggiata sotto un cielo coperto senza speranza. Il giro è segnalato come di media difficoltà e di un paio d’ore tra andata e ritorno. Un percorso ad anello si snoda dapprima all’interno della gola, direttamente nel letto secco del fiume. Inizia una pioggerella leggera che non ci darà tregua fino al ritorno al camper. Si cammina tra pareti verticali di roccia rossa, molto suggestive e con il letto ghiaioso del fiume invaso da arbusti di ogni tipo, molti dei quali fioriti. Sulle pareti a picco è facile avvistare animali tipici: falchi e rapaci diversi, wallaby accucciati negli anfratti rocciosi, pappagalli dalla testa rossa e cacatoa bianchi. Ad un tratto il sentiero risale la pendice sinistra raggiungendo il margine superiore sinistro della gola e invertendo la rotta per rientrare al parcheggio. Camminiamo in alto, con una bella vista del canyon e dalla pianura sottostante, percorrendo un ripido sentiero su rocce calcaree rosse e molto ruvide. Tra esse è facile vedere parecchi fossili di foglie e primitive conchiglie tridacne il che ci fa supporre che le rocce che vediamo, in un’altra era, fossero una grande barriera corallina, proprio come quella che ora possiamo ammirare davanti alla costa. Arriviamo al camper bagnati fradici ma soddisfatti. Dopo aver pranzato (praticamente in mutande), dato che ormai siamo molto a sud nel parco, decidiamo di raggiungere l’ultimo punto toccato dalla strada asfaltata, Yardie Creek. Prima facciamo sosta alla spiaggia di Pilgramunna: molto bella, isolata e adatta allo snorkelling. Giunti a Yardie Creek facciamo una sosta per dare un’occhiata ad un altro percorso che parte da qui e percorre il bordo sinistro del fiume e la sua gola ripidissima. Sembra molto affascinante e ci riproponiamo di venirlo a fare il giorno seguente. Sulla via del rientro, a bordo strada, avvistiamo numerosi canguri che per fortuna fanno dietrofront e tornano nel bush. Giunti ad Exmouth facciamo un po’ di spesa, ci concediamo un tè con cookie anche per riprenderci dalla giornata decisamente umida, e ci sistemiamo per la notte in un nuovo campeggio, l’Aspen Exmouth Cape Holiday Park (Aspen Parks). E’ più caro del precedente (69AUD a notte per il posto camper con corrente ed acqua) ma lussuoso, con bagni impeccabili ed una cucina attrezzatissima a disposizione degli ospiti.

27 luglio: Ultima giornata al Cape Range National Park

Oggi il tempo è splendido e partiamo per l’ultima giornata nel parco di Cape Range. Ci dirigiamo subito a Lakeside una spiaggia che si raggiunge con breve sterrato a partire dal centro visitatori del parco. Il parcheggino è quasi pieno mentre, inutile dirlo, il campground adiacente è full. Purtroppo, a differenza del Canada e dei parchi intorno ad Allice Springs, questa volta non ci è stato possibile dormire qualche notte nel parco negli spartani e suggestivi campground, un’esperienza che ci aveva conquistato. Erano sempre tutti al completo. Questi siti, pur essendo numerosi nel Cape Range, offrono pochi posti (6-7 ciascuno) e sono richiestissimi dagli australiani che nel loro amare il camping wild ci ricordano molto i canadesi. Può sembrare una limitazione ma certamente fa bene al parco. Dobbiamo dire che le condizioni di questi posti, pur essendo molto frequentati da campeggiatori, sono eccellenti. La natura è preservata in maniera mirabile e letteralmente non si trova una cartaccia (o una cicca) per terra da nessuna parte, segno evidente che gli utenti stessi del parco, prima ancora dei rangers, ci credono e si impegnano attivamente a mantenere l’ambiente intatto. Bravi. A pochi metri dal parcheggio del camper due canguri tranquillissimi ci guardano e posano per qualche foto e filmato.

Ci prepariamo per un giro di snorkelling. Il tratto interessante è delimitato da due boe al largo. Ci si butta in corrispondenza della seconda e ci si lascia portare dalla corrente fino alla prima per poi riguadagnare la spiaggia. Abbastanza al largo, sul fondo sabbioso della laguna, troviamo numerosi blocchi di corallo popolati da tantissima vita. Pesci di barriera coloratissimi, grossi tonni pinna gialla, schoolfish di pesci gialli, box-fish, pesci ago, un bel trigone grigio sul fondo il tutto su bei coralli a cavolfiore o ad ombrello. Molto bello e con una corrente, per una volta, accettabile. Ci tratteniamo in acqua molto a lungo tant’è che tornati a riva siamo stanchi e decidiamo di glissare sulla seconda uscita di snorkelling che avevamo programmato. Fatto pranzo ci dirigiamo all’estremo sud del parco per dare di nuovo un’occhiata a Yardie Creek. Lungo la strada, dopo aver avvistato numerosi canguri e rapaci in caccia, un incontro prezioso: sul ciglio della strada sta avanzando un echidna ! Accostiamo immediatamente per guardarcelo con calma e per evitare che qualche auto dopo di noi possa investirlo. E’ un adulto piuttosto grosso ma, anche se ci manteniamo a qualche metro di distanza per fotografarlo, non si fida e si richiude immediatamente: dagli aculei sbuca solo la punta del suo buffo muso a trombetta. Siamo indecisi se lasciarlo lì dov’è o spostarlo dall’altra parte della strada per paura che lo investano. Alla fine non lo tocchiamo per non sottoporlo a stress che, come per tutti i selvatici, potrebbe essere eccessivo per l’animale. E’ in un tratto rettilineo, è giorno ed il suo colore scuro lo fa ben risaltare sull’asfalto chiaro. Inoltre si muove lentamente: gli automobilisti lo vedranno e lo eviteranno facilmente. Lui ci lascia allontanare di una cinquantina di metri dopodiché riprende fiducia, si riapre e trotterella tranquillo rientrando nel bush ove è certamente più al sicuro che in strada. Ripartiamo più tranquilli. Giunti a Yardie Creek percorriamo a piedi il percorso segnalato lungo il lato destro orografico della gola. La luce del pomeriggio è caldissima ed il panorama incantevole, con il fiume placido che si insinua tra le rocce rosse verticali ove nidificano numerosissimi cacatoa e falchi pescatori. Alla fine del sentiero, seduti sul bordo a strapiombo della gola, scorgiamo anche due wallabi piazzati su minuscole cenge della parete del canyon. Un posto da camosci! Rientriamo al camper felici ed entusiasti. E’ un po’ tardi e ripartiamo da Yardie Creek verso le 16. Dobbiamo percorrere i 70 km che ci separano dall’estremità settentrionale del parco per rientrare a Exmouth. Sappiamo che il rischio di animali in strada sta aumentando e procediamo a velocità moderata. I bambini sono sui sedili davanti a fare da piccole vedette per eventuali canguri a bordo strada., che qui sono molto numerosi. Ma ad un tratto l’imprevisto: dal lato posteriore destro del camper, assolutamente invisibile, un grosso canguro rosso ci salta davanti !!! Inchiodiamo disperatamente e, grazie al fatto che stavamo andando a non più di 60-70 km/h riusciamo a rallentare a sufficienza da colpirlo leggermente con il muso del camper. Il canguro cade a bordo strada ma si rialza all’istante e fugge via saltando a più non posso e senza danni apparenti. Che spavento !!! I bimbi sono traumatizzati, Maria piange disperata ma l’animale è salvo e non è rimasto ferito. Anche il camper non ha nulla e ripartiamo con i nervi a fior di pelle. Procediamo ancora più piano ed il viaggio di rientro è un piccolo calvario. Avvistiamo continuamente canguri a bordo strada che, per fortuna, non accennano ad attraversare. Arriviamo senza ulteriori scossoni al campeggio. Per oggi ci è andata bene!

28 luglio: Trasferimento a Coral Bay

Questa mattina facciamo una puntata nell’area commerciale di Exmouth per dare un’ occhiata alla e-mail (difficile trovare posti con accesso wi-fi in Exmouth, noi ci siamo trovati bene al Ningaloo Whaleshark n swim, 4 AUD per mezz’ora: un giovane al bancone ci ha trattati benissimo dandoci parecchie dritte per i giorni seguenti). Dopo facciamo un po’ di spesa per i prossimi tre giorni al supermercato locale e poi partenza per Coral Bay, ove abbiamo prenotato per il giorno seguente un’uscita in barca per tentare di vedere le mante. Coral Bay è circa a 160 km a sud di Exmouth e con il campervan impieghiamo circa due ore. Il panorama cambia di nuovo: deserto reso verde dalla stagione invernale, una successione di ampi saliscendi con distese a perdita d’occhio di grossi termitai color ocra, cielo e spazi senza confini. Per fortuna la strada è abbastanza frequentata e ci sentiamo rassicurati dal fatto che spesso i conducenti degli altri veicoli ci salutano mentre ci incrociamo: è una sorta di solidarietà tra autisti tutta australiana. Ci si rende conto che quando capita di trovarsi a centinaia di chilometri dal più vicino centro abitato, in caso di guasto del mezzo, si può contare solo sull’aiuto degli altri per cavarsela. Arriviamo a Coral Bay verso le 14. Una sola strada conduce a questo piccolo paesino affacciato su di una baia incantevole. Un ampio golfo protegge un lungo tratto di spiaggia bianchissima dalle correnti sempre forti da queste parti, il fondale è dolcemente digradante, l’ideale per chi vuole godersi un bagno nelle acque cristalline dell’oceano indiano. Facciamo una puntata al centro che domani ci porterà in barca e ci registriamo al campeggio che ci ospiterà per le prossime due notti (Bay View Caravan Park, 50 AUD a notte per il posto camper con acqua e corrente elettrica), uno dei soli due camping presenti a Coral Bay. Raccolte due dritte per lo snorkelling, tiriamo fuori mutini, maschera e pinne e scarpiniamo un po’ verso sud su questa spiaggia abbastanza popolata (se confrontata con quelle del Cape Range Park) ma veramente magnifica. Raggiungiamo l’ingresso in acqua che ci hanno consigliato. Una boa segnala un punto in cui il reef si avvicina alla riva e dirigiamo verso di essa. Presto sul fondo sabbioso iniziamo a scorgere diverse formazioni coralline tra cui numerosi coralli a foglia davvero bellissimi. La corrente non è molto forte e ci trascina dolcemente verso il punto in cui avevamo posteggiato il camper. Nuotiamo in circa 4 metri d’acqua e sotto di noi scorgiamo presto grossi tonni, box-fish ed una bella tartaruga che per nulla turbata continua a nuotare placida. La seguiamo a distanza per un po’ e poi nuotiamo nuovamente verso la riva ma prima di uscire il mare ci regala un ultimo incontro divertente: un piccolo pesce napoleone che si aggira in pochi metri d’acqua. Usciamo contenti: questo posto è proprio un gioiellino e vale certamente la pena spendervi qualche giorno. Prima di cena usciamo a fare due passi e ci godiamo un tramonto magnifico su questa baia straordinaria. Dopo cena, mentre ritiriamo il bucato dalla lavatrice del campeggio, arriva una nonnetta ad attaccare bottone chiedendoci se siamo italiani. E’ molto gentile e curiosa; arriva da Melbourne ove è presente il più cospicuo gruppo di origini italiane di tutta l’Australia. Quando sa che siamo di Torino commenta con un inaspettato: “Oh, siete della parte d’Italia più sofisticata”. Ci racconta di essere stata quattro volte in Italia (curioso, proprio quanti sono stati i nostri viaggi in Australia!) e vivendo a Melbourne in mezzo a tanti italiani, nel nostro paese si è sempre trovata un po’ a casa. Racconta, in particolare, la sua impressione quando, arrivando da un viaggio in Austria e Svizzera, è entrata in Italia a Domodossola. Entrando in un ristorante per la cena ha letteralmente tirato il fiato dicendo: “Ora mi sento meglio, siamo a casa!”. Ammette di aver accusato un po’ il rigore e la freddezza dei nostri vicini un po’ più a nord… Domani la tanto attesa uscita in cerca delle mante.

29 luglio: Il giorno della manta

Alle 9 appuntamento nel negozio di Ningaloo Marine Interactions equipaggiati per lo snorkelling. Questo diving operator organizza delle mezze giornate di snorkelling, appositamente studiate per la ricerca ed il nuoto con le mante, ad un costo abbordabile (circa 500 AUD per una famiglia di 4 persone) pranzo e bevande incluse a bordo.

Siamo un gruppetto di una dozzina di persone in tutto e ci trasferiscono con un piccolo bus al porto, poco lontano dalla baia di Coral Bay. La nostra barca è dotata di ogni comfort ed a bordo ci accolgono il nostro skipper, una biologa marina e la sua aiutante che ci faranno da guida per mezza giornata sul reef. Sono previsti tre tuffi per lo snorkelling in punti diversi sempre all’interno dell’ampissima laguna di Coral Bay ma piuttosto vicini al bordo esterno. Al primo tuffo ci troviamo in circa 10 m d’acqua su una zona di coralli bellissimi e dopo poco avvistiamo una tartaruga. Scavalcata la prima zona corallina arriviamo sulla verticale di una zona sabbiosa adiacente e scorgiamo subito un bello squalo di barriera, incontro sempre emozionante anche se sappiamo bene che si tratta di una specie del tutto innocua. Risaliti in barca ripartiamo alla volta del secondo sito ove cercheremo di incontrare le mante. Arriviamo dopo circa mezz’ora in un punto non lontanissimo dalla riva e con meno corallo. Lo skipper gira e rigira perlustrando i dintorni finché ne avvista una. Ci hanno adeguatamente istruiti su come avvicinarle per non farle spaventare e non disturbarle eccessivamente. Entriamo in acqua, in un primo gruppo di sei, scivolando dolcemente per non fare un sonoro splash! Poco dopo la nostra guida in acqua solleva il pugno. E’ il segnale: una manta è accanto a lei. La raggiungiamo e subito la vediamo anche noi: è enorme! Con i suoi quattro metri di “apertura alare” è una creatura grande e maestosa. Vola letteralmente pochi metri sotto di noi senza dar segno di alcuna preoccupazione per la nostra presenza. D’altronde le basterebbero un paio di colpi d’ala più vigorosi per balzare lontano di un centinaio di metri lasciandoci al palo. Come da istruzioni la seguiamo posizionandoci dietro ed a fianco di lei, mai di fronte, per non spaventarla. Così nuotiamo al suo fianco molto a lungo ammirando le forme e l’eleganza di questo animale marino unico. Davvero emozionante. Dopo un po’ usciamo per lasciar spazio al secondo gruppo ma il desiderio di rivederla è forte ed allora ci concedono un secondo giro, insieme all’altro gruppo. Rientriamo e condividiamo con lei questo mare meraviglioso ancora per un po’ finché non la vediamo inabissarsi verso profondità maggiori, fuori dalla nostra portata. Prima di rientrare, facciamo pranzo godendoci il sole sul ponte superiore. Chiacchieriamo con due signori di Canberra che ci chiedono un sacco di cose su Torino e sull’Italia (dove sono già stati) e ci danno qualche dritta sul parco del Karijini, da cui sono appena tornati, che sarà la nostra prossima meta. Ma c’è ancora tempo per un tuffo in una terza zona ove l’acqua è più bassa. Girovaghiamo a lungo sui bei coralli di questa area, avvistando miriadi di pesci ed un’altra tartaruga, poi ripartiamo verso il porto per rientrare. Durante il ritorno un delfino salta al nostro fianco mentre, poco dopo, avvistiamo un lungo branco di calamari che nuotano in formazione. Una giornata indimenticabile, che corona uno dei sogni che ci avevano portato qui. Vale davvero la pena venire sin quaggiù e le promesse circa l’abbondanza di questi splendidi animali marini, nonché l’emozione di nuotare con loro, è stata pienamente mantenuta.

30 luglio: Giornata di relax e preparativi

Lasciamo in mattinata la deliziosa Coral Bay ancora emozionati per il grandioso incontri in mare di ieri. Se si viene da queste parti questa è una tappa che non si può saltare, tour in mare compreso. Arriviamo ad Exmouth per pranzo e dopo esserci concessi un altro squisito caffè (con dolce annesso) all’ottimo Ningaloo Health Organic Café torniamo in campeggio per qualche ora di relax. Lasciati i ragazzi a godersi la bella piscina torniamo nella zona commerciale per fare lo spesone per il resto del viaggio. Domani infatti partiremo per la parte che dovrebbe essere la più avventurosa: tour nella regione desertica del Pilbara ed in particolare nel Karijini National Park!

31 luglio: Warlu way, viaggio nel Pilbara fino a Tom Price

Inizia oggi la seconda parte del viaggio in Western Australia. Una volta giunti qui, abbiamo scoperto che il nostro itinerario dei prossimi giorni coincide con la prima parte di una rotta chiamata Warlu Way, che dalla Coral Coast porta sino a Broome passando per la regione interna del Pilbara con un ampio giro all’interno del Parco Karijini. Warlu è la creatura divina primordiale che, secondo le credenze degli aborigeni di queste zone (i popoli Banyjima, Kurrama e Innawonga), ha creato questi luoghi. Per raggiungere il Karijini da Exmouth occorre un viaggio di oltre 600 km verso sud est. Restituiamo il Campervan e ritiriamo alle 8 del mattino l’auto 4WD che useremo per raggiungere il parco e muoverci al suo interno. L’auto Europcar, affittata tramite il portale Discover Australia perché offriva un prezzo migliore rispetto al portale della compagina, è molto bella (Nissan X1-Trail 4WD, 135 AUD al giorno con assicurazione a zero franchigia Super Peace of Mind) e dopo dieci giorni di campervan ci sembra una Ferrari. Caricati i bagagli e le provviste partiamo verso le 9.30 verso Tom Price, cittadina all’ingresso del parco ove siamo diretti. Un appunto sulle distanze percorribili in auto in Australia, per lo meno in zone remote come questa: le strade asfaltate australiane sono in ottime condizioni e piuttosto ampie per cui si potrebbe viaggiare veloci (il limite massimo è comunque di 110 km/h). Apparentemente un tratto di 600 km da percorrere in un giorno di viaggio potrebbe sembrare cosa da poco. In realtà bisogna considerare le pesanti limitazioni di orario dovute al grande pericolo di impatto con animali selvatici (tipicamente canguri o dingo). Infatti viaggiare prima delle 8 – 8.30 oppure dopo le 16-16.30, durante l’inverno australe, è davvero un rischio molto grande. Ci si ritrova a ridurre la velocità moltissimo viaggiando con gli occhi sgranati e fissi sui bordi della strada, con i nervi a fior di pelle. Pertanto va considerato un orario utile per viaggi in auto tra le 9 e le 16. Facendo due conti ci rendiamo subito conto che i 600 km che ci separano da Tom Price sono un po’ al limite. Dopo circa un centinaio di chilometri da Exmouth svoltiamo verso Giralia Station poi imbocchiamo la NW Highway, dirigendoci a nord verso Nanutarra, primo punto in cui potremo fare carburante (circa 270 km da Exmouth, mica come in Italia ove abbiamo un distributore al chilometro!). La stazione di servizio è qualcosa di veramente australiano: in mezzo al nulla, con diversi road train (i lunghissimi autotreni con tre o quattro rimorchi) posteggiati, cabins per dormire (indispensabili per gli automobilisti che hanno sbagliato i conti sui tempi di percorrenza), magnifici e grandi rapaci a che volteggiano in cielo e camionisti o automobilisti dell’outback che mangiano patatine o bevono una birra prima di ripartire. Fatto il pieno ci rimettiamo in marcia ed il paesaggio intorno a noi diventa davvero suggestivo. Attraversiamo piccole catene montuose con cime estremamente levigate dal vento, ampie valli o zone collinari in un deserto rosso-bruno ma che in questa stagione ci appare verde e pieno di fiori di ogni colore: un arcobaleni di colori caldi e morbidi. Il panorama è quanto mai vario e muta nel giro di pochi chilometri, mai monotono. Dopo pochi chilometri svoltiamo ad est in direzione di Paraburdoo. Lungo la strada spesso vediamo deviazioni, magari chiuse da cancelli che indicano chiaramente una proprietà privata o una fattoria, con indicazioni di posti a 60 – 100 Km di pista sterrata ! Il viaggio è davvero lungo ma finalmente, verso le 16.30 raggiungiamo la nostra meta. Tom Price ci sorprende. Trattandosi di una cittadina nata a fine anni ’60 in seguito all’individuazione di un grosso filone minerario (ferro) pensavamo di trovare un posto scarno e polveroso. Invece è davvero carina, posta a 700 m di quota dunque con un ottimo clima. Una vera e propria oasi piena di alberi, palme ed aiuole verdi. Tutto creato, naturalmente, per ospitare i minatori che lavorano a questa enorme miniera a pochi chilometri dalla città (coltivata dalla società Rio Tinto che fino ad un paio di anni fa gestiva anche le miniere di talco della val Chisone, a due passi da casa nostra!). Ovunque si vedono girare fuoristrada della miniera con minatori in giacca catarifrangente e scarponacci rossi di polvere del deserto ma l’impressione che ne abbiamo è positiva. Vi sono molti impianti sportivi (notiamo perfino una scuola di danza), cinema, spettacoli musicali; all’ufficio informazioni turistiche (legato al vicino parco che raggiungeremo domani) sono gentilissimi e preparati, è pieno di giovani e bambini. Insomma, il fiume di denaro generato dall’estrazione del ferro perlomeno garantisce ai minatori ed alle loro famiglie, che devono vivere in un luogo tanto remoto, una buona qualità di vita in un posto carino. Da sottolineare che da quando siamo arrivati in Western Australia, a differenza di altre regioni di questo paese, per la prima volta vediamo alcuni aborigeni proprio qui a Tom Price. Lungo la strada, poco prima della cittadina, avevamo già notato indicazioni per comunità dai nomi strani. Ora ci rendiamo conto che probabilmente si trattavano proprio di comunità aborigene. Per una volta, a differenza di altre città australiane, gli aborigeni ci sembrano ben integrati e si muovono in città assolutamente “alla pari” con i bianchi. Dormiremo al Tom Price Tourist Park poco fuori città, in direzione della miniera. Un posto molto particolare, popolato da turisti e minatori. Qui, come e forse più che nel resto del WA, i prezzi sono davvero alti. Abbiamo scelto la “soluzione backpackers” (ma dal prezzo di un 3 stelle italiano: 180 $ a notte in 4!): delle cabin ricavate da containers sistemate sotto una grande tettoia. Detto così sembra una un po’ squallida ma in questo posto, con i minatori che dormono nelle cabin a fianco e questo panorama speciale, superato l’impatto iniziale, le troviamo divertenti: certamente un’esperienza originale. La proprietaria del campeggio, però, ci dà la dritta giusta per la cena in città: Windawarri Lodge. Si tratta del ristorante di un grosso residence che ospita principalmente minatori e le loro famiglie. Il posto è davvero carino e propone a 25 AUD a testa (i bambini pagano 1$ ad anno di età !) una soluzione all you can eat: un buffet ricchissimo con verdure cotte e crude di ogni tipo, carni, riso e piatti orientali, dessert e caffetteria e tutto a volontà. Si può bere anche una birra a costi ridottissimi. Veramente ottimo.

1 agosto: Karijini

Partiamo di buon’ora da Tom Price e dopo pochi chilometri imbocchiamo la Karijini Drive. La nostra meta è il centro visitatori del parco, raggiungibile in circa un’ora e mezza di auto su strada asfaltata da Tom Price. Abbiamo letto impressioni molto positive su questo centro e siamo curiosi, vista anche l’ottima impressione che ci aveva fatto il centro analogo di Uluru (Ayers Rock). La costruzione è modernissima, tutta in ferro (certamente il materiale più comune ed a buon mercato da queste parti). Il colore del metallo grezzo ed ossidato si intona perfettamente con le tonalità della natura in cui è collocato. Entriamo e subito notiamo le stesse incredibili architetture tipiche della cultura aborigena: pareti sempre curve che si piegano dolcemente conducendoti da un ambiente all’altro senza seguire una pianta regolare. Il percorso guidato racconta la storia di questo posto, ove si cammina sulle rocce più antiche del nostro pianeta: 3.5 miliardi di anni, cioè rocce sulle quali si sono evolute le prime forme di vita sul nostro pianeta. Il colore dominante rosso bruno di queste rocce è dovuto all’abbondanza di ferro che l’ossigeno prodotto dai cianobatteri e dalle alghe, prime forme di vita apparse sulla Terra, ha ossidato fortemente creando i fantastici colori che ora possiamo ammirare. Valli, gole rocciose, corsi d’acqua e pozze incassate in fondo a canyon strettissimi sono stati scavati nella Terra ancora fluida ed incandescente da Warlu, il Dio serpente che ancora oggi si crede riposi qui. La storia delle genti del Karijini è antichissima, nulla a che vedere con i pochi secoli che segnano l’avvento degli europei in questo continente. Nel Karijini, però, sembra che dalla seconda metà del Novecento interessi coloniali e rispetto dei popolo nativi e dei loro luoghi abbiamo trovato un equilibrio ragionevole. Il parco è a gestione mista aborigena-bianca, così come l’Eco Retreat (il campeggio ove andremo questa sera). Curiose e significative sono le foto in bianco e nero dei primi rangers del parco, quattro aborigeni e tre bianchi ma tutti con la stessa uniforme kaki. Persino le foto che mostrano le fasi principali della trattativa tra aborigeni e società per lo sfruttamento delle vicine miniere parlano di accordi più che di scontri o imposizioni. Vale certamente la pena iniziare l’avventura nel Karijini da questo centro. Ci rimettiamo in moto alla volta della vicina Dales Gorge. Vi sono due punti di accesso, entrambi raggiungibili con strada asfaltata e con comuni auto 2WD, una all’inizio e l’altro alla fine della gola. Scegliamo il primo perché da accesso anche a due fantastiche pozze. La prima, raggiunta con facile discesa su sentiero a gradini, è Fortescue Fall. E’ una cascata lunga e sottile, poco inclinata, che scendendo su gradini di roccia genera una bella ed ampia pozza d’acqua limpida. Ottimo posto per fare il bagno e prendere il sole. Dalla prima pozza un sentiero risale la cascata sulla sinistra orografica ed in circa 15 min porta alla Ferns Pool. L’avevamo già vista in decine di foto ma appena la raggiungiamo restiamo incantati. Uno specchio d’acqua verde smeraldo, circondato da felci ed una vegetazione lussureggiante, è generato da una larga cascatella alta pochi metri che scende da rocce strapiombanti che creano una piccola grotta dietro l’acqua. La tentazione è troppo forte. Ci buttiamo da un accesso facilitato, seguendo le indicazioni di non tuffarsi e scivolare in acqua facendo il minimo rumore, per non disturbare le creature ( e gli spiriti) che vivono qui. Poche bracciate in questa acqua fresca e piacevole e raggiungiamo la cascata. Ci issiamo sulle rocce ed in breve siamo dietro il muro d’acqua della cascata. Bellissimo! Sembra di essere in un vecchio film di Tarzan con Johnny Weistmuller! Rientriamo eccitatissimi alla Fortescue Fall e decidiamo di proseguire il percorso (segni gialli) che percorre la Dales Gorge nel suo fondale. Il percorso non è banale ma neanche difficile (alla peggio si rischia di bagnarsi un po’ i piedi ma la giornata è calda e limpida e non sarebbe un problema) e si snoda in un paesaggio davvero surreale: in alto pareti verticali rosse ed aride, sul fondo, ove ci muoviamo, fitta vegetazione di arbusti ed eucalipti che crescono ai bordi del corso d’acqua generato dalle cascate. In circa un paio d’ore (pausa per il pranzo compresa) siamo al fondo ove ci attende un’altra pozza magnifica: Circular Pool. Si trova al termine della gola, circondata da alte e rosse pareti verticali tappezzate da macchie di giallo intenso laddove la limonite affiora in superficie. Un contrasto fortissimo. E tra le acque della pozza cammina tranquillo addirittura un airone. E’ davvero incredibile vedere qui, in mezzo a questo deserto roccioso, quest’oasi fresca e piena di vita che prospera grazie alla protezione offerta da questa stretta gola. Risaliamo attraverso un percorso ripido (con una piccola scaletta in ferro da superare) ma che in breve ci riporta sul bordo esterno ed in circa mezz’ora siamo all’auto. Ripartiamo diretti verso il posto in cui dormiremo, il Karijini Eco Retreat. E’ un campeggio con posti tenda e per campervan ma anche con alcune tende permanenti a disposizione degli ospiti. E’ splendidamente integrato nell’ambiente di questo semideserto, con le tende distanti l’una dall’altra e piazzate tra gli eucalipti. Il personale è tutto giovane, gentile e molto accogliente, una caratteristica che ci pare più marcata qui, tra la gente del Pilbara che non sulla Coral Coast. La nostra tenda è ampia ed attrezzata con letti, lenzuola e coperte. Ci prepariamo per la notte che, essendo in una zona desertica, sarà freddissima. Mettiamo sui letti nostri e dei ragazzi tutte le coperte che abbiamo. Questa struttura è davvero particolare. Attentissimi a dare il minimo impatto ambientale, necessariamente ci costringe a rinunciare ad alcune comodità. Di primo acchito può apparire un po’ troppo spartano, specie se pensiamo che ci è costato come un 4 stelle in Italia, ma in WA è un po’ così dappertutto! Ma niente paura: in breve ci si adatta e si rivela una bella ed utile esperienza. Ci fa capire che viviamo davvero con molte cose superflue, cui possiamo serenamente rinunciare, persino in vacanza: ci pare un compromesso più che ragionevole : non dimentichiamo che in ballo c’è la salvezza dell’ecosistema di questo pianeta! Per cena andiamo al ristorante del campeggio: costosetto ma buono e scegliendo con oculatezza tra il menù si può sopravvivere. Solo…bisogna vestirsi molto bene perché essendo tendato anche questo all’imbrunire fa freschino! Rientriamo in tenda per la notte sotto un cielo stellato straordinario: niente luci in giro e umidità sotto il 30% fanno emergere stelle mai viste ed una Via Lattea impressionante.

2 agosto: Karijini 2

Questa notte è stata dura: forse non ricordavamo bene il freddo del deserto ma nonostante le numerose coperte (il camp park te ne dà a volontà) ci siamo svegliati verso le tre per il freddo e non c’è stato verso di riscaldarsi. Ad un certo punto, sentendo che anche Francesco era sveglio ed aveva freddo, l’ho fatto entrare nel letto con me ed allora tutto è andato a meraviglia: meglio di una termocoperta! Comunque appena sorge il sole tutto cambia: il paesaggio si tinge di giallo ed un dolce tepore avvolge tutto. Facciamo colazione con le nostre provviste sulla veranda della nostra tenda. Adesso che ci rendiamo conto delle distanze e delle condizioni delle strade capiamo che forse sarebbe meglio passare l’ultima notte a Tom Price anziché qui. In questo modo partiremmo per il lungo viaggio di ritorno verso Exmouth con parecchio vantaggio senza nulla togliere all’ultimo giorno nel parco. Non era facile capirlo dall’Italia ma in effetti tutte le zone del parco sarebbero accessibili da Tom Price in non più di un’ora e mezza o due al massimo. Un’altra informazione fondamentale, che dall’Italia non eravamo riusciti ad avere, è che tutte le strade sterrate del parco sono state recentemente rimesse a posto e sono ampie e facilmente percorribili con un auto comune non 4WD (beninteso in questa stagione!). E’ da valutare, dunque, quale sia la soluzione logistica migliore o più economica per muoversi nel parco. Ne abbiamo viste di tutti i colori: camper normali, auto con roulotte (forse la formula vincente, magari con auto 4WD per non avere rogne con l’assicurazione dell’autonoleggio e roulotte da lasciare all’Ecoretreat), auto 4WD con tenda apribile sul tetto, coraggiosi con auto e tenda classica a terra, tour guidati con autobus 4WD…). Ma l’emozione e l’incanto di qualche notte all’Ecoretreat sono imperdibili. Cambiamo i nostri piani per l’ultima notte: torneremo al Tom Price Tourist Park, nella cabin tra i minatori. Il personale gentilissimo dell’Ecoretreat non ci fa alcun problema per la cancellazione e possiamo finalmente partire per una nuova giornata nel deserto. La meta di oggi è Hamersley Gorge. E’ la più lontana e si raggiunge con 80km di sterrato (sempre ottimo) in direzione a nord ovest. Giunti sul posto ci dirigiamo immediatamente verso le pozze d’acqua naturali, raggiungibili in pochi minuti scendendo nella gola. Ancora un posto molto bello ed un acqua irresistibile. Ci tuffiamo nella prima pozza, la più grande, ma il nostro obiettivo è una pozza piccolissima sovrastante e dalla quale l’acqua cade nella principale. Attraversata a nuoto la prima, risaliamo le rocce e ci caliamo in questa specie di grottino parzialmente riempito d’acqua. Le forme tondeggianti delle pareti ci aiutano e scivoliamo facilmente in questa piccola vasca di roccia naturale creatasi nei secoli. Fantastico. Usciamo contenti e dopo pranzo vorremmo proseguire lungo il percorso che la mappa segnala come più lungo e difficile. Purtroppo, a differenza degli altri siti principali del parco, la segnaletica è praticamente assente e dopo un po’ di girovagare alla ricerca del sentiero rinunciamo. Peccato.

Rientriamo arrivando all’Ecoretreat verso le 15. C’è tempo per vedere la vicinissima Joffree Gorge. Dalla nostra tenda, infatti, con dieci minuti a piedi lungo un facile sentiero si raggiunge il primo lookout su questa gola dai colori rosso cupi. Il panorama ci dà la carica e decidiamo di tentare anche la discesa nella gola, classificata come Classe 5 nella scala escursionistica australiana (che va da 1 a 5, con un livello 6 per i percorsi in cui è richiesta proprietà della tecnica d’arrampicata). La discesa è lungo la parte più debole della parete, altrimenti sempre verticale o strapiombante. In pratica si scende con alcuni passaggi di facile arrampicata (II) lungo questi fantastici lastroni di roccia ferrosa, ricchissimi di tacche nette e fessure affilate. Cosa non sarebbe poter arrampicare sulle pareti brune di queste gole ! Al fondo si trova un laghetto ed un torrentello che si insinua in un punto in cui la gola è larga solo un paio di metri. Superata la strettoia si accede ad un grandissimo anfiteatro naturale con in fondo un’alta cascata ad alimentare il corso d’acqua. Un ambiente grandioso racchiuso da pareti in ferro bruno incredibili ! Sicuramente uno dei posti più impressionanti che abbiamo visto nel parco. La discesa un po’ avventurosa è certamente ripagata. La sera, l’ultima qui all’Ecoretreat, ci concediamo un’ottima cena al ristorante attiguo alla reception. Ottimo pesce Barramundi accompagnato da buon Cabernet Shiraz del Western Australia. A cena, vicino a noi, c’è un tavolo allegro e gioviale cui siedono bianchi ed aborigeni, amici alla pari. Anche dopo cena una signora australiana bianca si sofferma a salutare con grande affetto una signora aborigena che lavora in cucina. Sembrano ottime amiche, assolutamente a loro agio. Con le poche informazioni che abbiamo è difficile farsi un opinione su quale sia la situazione attuale circa l’apartheid qui in Australia, ma noi lo interpretiamo come un altro segno che dei passi avanti nel rapporto tra bianchi ed aborigeni sono stati fatti, perlomeno in questa regione del Pilbara, così genuina e schietta.

3 agosto: Karijini 3

Partendo preparati, con l’impossibile addosso e le borse d’acqua calda gentilmente fornite dalla reception del campeggio, questa notte è andata meglio e facciamo colazione nel dehor della nostra tenda alla luce dei primi caldi raggi di sole. Ormai abbiamo adattato i nostri orari mediterranei, fatti per tirar tardi la sera, ai ritmi naturali di questi luoghi: cena presto e sveglia all’alba per godere al massimo delle ore diurne. Facciamo il checkout alla reception dell’Ecoretreat salutando il personale gentilissimo di questo posto davvero particolare e partiamo per l’ultima giornata di esplorazione del Karijini. Destinazione Oxer Lookout e le sue gole. Giunti a destinazione, a pochi minuti dal parcheggio, si raggiunge una balconata a picco su questo punto incredibile ove quattro diverse gole rocciose si congiungono. Lo spettacolo è magnifico. Vorremmo ora proseguire calandoci nella vicinissima Handrail Gorge fino a raggiungere l’omonima pozza per una altro bagno in questi luoghi selvaggi. Il percorso è un altro classe 5 perciò siamo preparati ad una discesa usando mani e piedi e stando attenti a non scivolare. Purtroppo dopo pochi minuti arriviamo ad un punto in cui, forse a causa dell’abbondanza d’acqua in questa stagione, bisognerebbe fare un lungo guado con acqua che arriva alle ascelle. Un po’ complicato con zaini macchina foto e tutto il resto da tenere all’asciutto. Decidiamo di rinunciare, con grande disappunto dei ragazzi, ripiegando per il più facile percorso a piedi che risale, fino al bordo esterno, il lato più facile della gola. Giunti all’auto facciamo pranzo nei tavoli ombreggiati dell’area di sosta e poi pensiamo al da farsi. Qui ci sarebbe ancora la mitica discesa nella Kermit Pool, un percorso valutato classe 6, piuttosto impegnativo, che avevamo deciso dall’inizio di non fare per evitare di rovinarci il resto della vacanza nel caso qualcuno si fosse fatto male. Dopotutto abbiamo già fatto il pieno degli ambienti unici che le gole del Karijini offrono grazie alla conformazione unica delle loro rocce ferrose stratificate. In più abbiamo “messo nel sacco” anche un percorso di classe 5 (che non poteva mancare a dei montanari come noi) e almeno l’onore dei nostri climbers in erba è salvo. Per il pomeriggio, invece, torneremo da dove tutto è cominciato: un ultimo bagno nella magica Ferns pool. Ci dirigiamo verso la Dales Gorge facendo una piccola deviazione per Knox Gorge: dal lookout la gola rosso cupo è ancora una volta uno spettacolo affascinante e fuori dal comune.

Non potevamo lasciare questi luoghi senza che anche Irene, che due giorni fa era dovuta restare all’asciutto, potesse godersi questa meraviglia. In circa un’ora torniamo alla Ferns Pool e ci rituffiamo nelle sue acque verde intenso per raggiungere la grotta dietro la cascata tra le felci: emozionante, romantico, e molto toccante. Salutiamo lo straordinario Karijini park e rientriamo a Tom Price per la notte.

4 agosto: Rientro ad Exmouth

La mattina partiamo presto per arrivare ad Exmouth in circa sette ore di viaggio, inclusa una sosta per il pranzo. Poco oltre metà percorso, iniziamo ad avvistare le caratteristiche mucche marroni che pascolano libere e placide in questa regione semidesertica ma che in questo periodo dell’anno è ricca di erba e fiori di ogni colore. La strada asfaltata è ampia e perfetta (per un paio di chilometri è addirittura adibita a pista d’emergenza per aerei!) e ci permette di filare a 110 km/h ma…bisogna sempre prestare la massima attenzione. Infatti le mucche spesso attraversano la strada trotterellando a breve distanza l’una dall’altra ed persino un emù, ad un tratto, si avvicina a bordo strada dal bush ed abbassando il collo in modo buffissimo corre per attraversare. Dunque: moderare la velocità e fare sempre attenzione agli animali! Giungiamo finalmente ad Exmouth. Dopo questi gironi nel Pilbara ci fa un impressione del tutto diversa: un po’ ci pare di tornare in una vera città un po’ di tornare “ a casa”. Questa notte alloggeremo di nuovo all’Aspen Exmouth Cape Holiday Park ma, questa volta, in una Ensuite Cabin (155 AUD a notte). La casetta è molto carina e può tranquillamente ospitare una famiglia fino a sei presone, con cucina ben attrezzata e bagno privato. Dopo il campervan e le tende…un vero lusso. Breve giro per gli ultimi acquisti ad Exmouth e poi tappa al Ristorante Pinocchio. Ebbene sí, avendo esaurito le scorte, questa sera ci concederemo una pizza take-away. Appena entrati notiamo subito che il locale è molto carino ed arredato con gusto. La proprietaria, dopo qualche scambio di battute in inglese mi guarda e mi apostrofa con un: “Ma sei italiano ?”. Il locale è di proprietà di una coppia lombarda quarantenne che lo gestisce dal 2006. Lei è molto simpatica, parla un italiano ancora perfetto e chiacchiera volentieri con noi, dato che è ancora presto ed il locale è deserto. Ne approfittiamo subito per farle una marea di domande su questa loro scelta di trasferirsi qui. Ci racconta che è stato quasi per caso. Gestivano già un ristorante vicino a Milano e venuti qui per un viaggio di piacere hanno incontrato il precedente proprietario che stava per mettere in vendita il locale. Da lì è nato tutto. Trasferirsi qui e diventare cittadini australiani, ammette che non è stato semplice. Le leggi locali stanno diventando sempre più restrittive ma ora sono australiani a tutti gli effetti e ci conferma con grande entusiasmo che non si è mai pentita della scelta fatta per lei ed i suoi figli! Ci racconta che negli ultimi tempi vede sempre più italiani venire in Australia per viverci, anche se spesso appaiono un po’ disperati perché arrivano qui completamente impreparati. Certamente un elemento in più, per i nostri ragazzi, da considerare nelle prossime scelte scolastiche che faranno se vorranno cercare un posto migliore dell’Italia in cui vivere. Mi colpisce che, prenotate le nostre pizze per le 19.30, ci saluti in italiano ma con un “Allora vi vedo alle sette e mezza?!”: un inglesismo che ha già fatto suo dopo così pochi anni. Comunque le pizze si riveleranno buonissime: nulla da invidiare a quelle che mangiamo in Italia…ma dalla parte opposta del mondo! Insomma, se capitate ad Exmouth e venite colti da una botta di nostalgia, raccomandiamo caldamente questo ristorantino: un po’ per la disponibilità e la simpatia dei proprietari, un po’ per l’ottima cucina.

5 agosto: Bye bye Exmouth

Oggi ci attende il volo per Perth. Dobbiamo lasciare il Pilbara, Exmouth e la Coral Coast con il suo clima fantastico. Siamo un po’ malinconici e pranziamo al Ningaloo Health Organic Coffee cercando di raggranellare le ultime sensazioni ed emozioni di questo posto speciale. Non possiamo non fantasticare sul se, quando, come e perché torneremo qui. Magari a far visita a Maria e Francesco che ne avranno fatto la loro nuova casa?! See ya Exmouth!

6 agosto: Kuala Lumpur

Arriviamo a Kuala Lumpur con un volo Air Asia ancora una volta impeccabile. E’ mezzogiorno ma siamo un po’ bolliti perché abbiamo fatto l’ennesima levataccia per partire presto da Perth. Il terminal LCC di Kuala Lumpur, ove fanno base i voli della low cost asiatica, è una bolgia. Il caos e l’affollamento frenetico ci intimoriscono un po’, una sensazione già provata tanti anni fa alla Puraya station di questa immensa metropoli. Ma la capitale malese è così, basta adattarvisi. Questa volta per l’accommodation in città abbiamo puntato in alto. L’hotel che ci attende per la notte è il Maya Hotel Kuala Lumpur, 5 stelle (un livello cui non accediamo mai nei nostri viaggi). Nel nostro viaggio precedente in Malesia eravamo rimasti scottati a Kuala Lumpur alloggiando in un hotel 3 stelle che si era rivelato un po’…fatiscente. Perciò abbiamo ricalibrato verso l’alto le nostre richieste e scovato una buona offerta su Internet tramite il portale Lonely Planet per questo hotel al top. Il taxi ci scodella ai piedi di un grattacielo centralissimo a due passi dalle Petronas Tower. Siamo increduli: è un posto veramente bellissimo. Le nostre bocche spalancate per l’incredulità ci fanno assomigliare un po’ a Totò e Peppino a Milano ma ormai siamo qui e contiamo proprio di goderci questa atipica parentesi nel lusso. In un’ampia hall in stile moderno, ci fanno accomodare e mentre sbrighiamo le faccende del check-in ci rifilano subito un bicchierino di un drink analcolico dai sentori d’agrumi. Come diceva Paul Newman in “ Intrigo a Stoccolma”: “…Duca, qui si mette bene !...”. Abbiamo prenotato due doppie adiacenti, dato che l’hotel non dispone di camere con quattro letti. Le stanze sono splendide: parquet industriale lucido a terra, arredamento moderno nero e lenzuola bianchissime, bagno dalle pareti trasparenti con vasca e doccia quadriposto dotato di ogni gadget possibile, parete esterna a tutto vetro con una vista mozzafiato sulle Petronas e sul centro di Kuala Lumpur. Come chiedere di più? E tutto al costo di 79 euro a notte per una camera doppia (senza colazione). Cifre che per questo livello si possono spuntare solo qui. Decidiamo di goderci il primo pomeriggio in camera (i ragazzi giocano a Sean Connery e Catherine Zeta Jones che programmano il furto del secolo alle torri nel film “Entrapment”). Usciamo solo verso le 17.30 per fare due passi in città e cenare in un ristorante consigliato dalla nostra Lonely Planet un po’ datata. Forse troppo datata: il taxi ci porta all’indirizzo del presunto ristorante ma non troviamo nulla. Pazienza. Ci facciamo una lunga passeggiata nella zona cinese adiacente, piena di ristoranti di strada, poi torniamo sulla strada principale su cui si affacciano numerosi bar e ristorantini di stampo moderno ed internazionale. Ci attendono dieci giorni sulle isole di full immersion nella cucina asiatica perciò ci concediamo un’ultima cena messicana, ottima ed a cifre più che ragionevoli. Torniamo per la notte nel nostro hotel da sogno: domattina ci attende il breve volo per Kotha Barhu e poi le isole Perhentian.

7 - 17 agosto: Perhentian

Eccoci all’ultima parte del nostro viaggio: trascorreremo dieci giorni nel mare malese per rilassarci un po’ prima del rientro e soprattutto per fare delle belle immersioni. La nostra meta sono le Pulau Perhentian, due isolette davanti alla costa nord orientale della Malesia. Il volo Air Asia ci porta in meno di un’ora da Kuala Lumpur a Kota Barhu, l’aeroporto più vicino a Kuala Besut, porto dal quale ci si imbarca per le isole. Usciti dall’aeroporto piccolo contrattempo: il trasporto che avevamo prenotato per andare all’imbarco per le isole non si trova. Qualche telefonata e dopo circa un’ora e mezza tutto risolto: un mini van ci carica con tutti i nostri voluminosi bagagli e ci porta in un’oretta al porto. Calma (o “easy” come dicono i malesi): niente di grave, d’altronde siamo in vacanza e non nella folle frenesia del quotidiano italiano! Al nostro arrivo a Perhentian Besar, l’isola più tranquilla e meno fracassona delle due, ci accorgiamo poco a poco che qualcosa è cambiato: è sempre un piccolo paradiso tropicale ma quanta gente! Forse non è più quell’angolino segreto, frequentato soprattutto da malesi e gente di Singapore, che avevamo scoperto nel 2007. In realtà scopriremo poi che l’8 agosto è un’importante festa nazionale malese ed un sacco di gente ne approfitta per spostarsi e fare alcuni giorni di vacanza. In effetti le cose andranno meglio dal 10 -12 agosto in poi. Pertanto, se proprio ci si deve venire ad agosto ( la bella stagione da queste parti va da marzo ad ottobre) meglio puntare sulla seconda quindicina del mese. Sull’isola vi sono diverse possibilità per alloggiare (assolutamente da prenotare con largo anticipo dall’Italia!), in vari piccoli resort/alberghetti a gestione malese (niente posti da tour operator di grido): dal più modesto (doppie a 90-110 RM) a quelli più curati (fino a 200 RM per una doppia). Comunque va ricordato che si tratta di accomodations decorose ma pur sempre di stampo malese: d’altronde con il clima fantastico di questi luoghi non c’è bisogno di chissà che comfort per star bene. Noi abbiamo optato per il Coral View (circa 60 euro a notte per una quadrupla con bagno, posto sulla spiaggia principale dell’isola poco prima del PIR (più gettonato dagli italiani forse perché un po’ più stile villaggio turistico) ma vi sono parecchie altre possibilità sulla stessa spiaggia o su altre spiagge dell’isola raggiungibili con i taxi boat locali in pochi minuti. Questa volta, a causa del tutto esaurito al momento della prenotazione, finiamo dapprima in due doppie adiacenti poste in alto nella foresta. E’ sicuramente più tranquillo e silenzioso delle casette sulla spiaggia ma è difficile godersi gli spazi esterni (tutte le casette del Coral hanno una piccola verandina esterna) a causa di qualche zanzara un po’ fastidiosa (cosa che non accade a ridosso del mare). Ci precipitiamo subito al ristorante dell’albergo per rinfrescarci con uno dei loro squisiti succhi di frutta fresca al lime, mango o ananas. Mentre ci godiamo la vista magnifica della barriera corallina, seduti ai tavoli lungo la spiaggia, la natura lussureggiante di queste isole si manifesta subito: su di un albero a pochi metri da noi un enorme scoiattolo volante sta pigramente aggrappato a godersi l’ombra, proprio come noi. In breve le giornate sull’isola prendono un ritmo segnato dal mare e dalle nostre attività subacquee. I nostri ragazzi iniziano il loro corso PADI Advanced al Turtle Bay Diving Centre (secondo noi il migliore dell’isola per gentilezza e professionalità del personale) mentre noi ci adattiamo subito agli orari di queste latitudini: sveglia presto, poco dopo l’alba ed a nanna dopo il tramonto. Anche la subacquea ci coinvolge piacevolmente e senza stress: due immersioni al giorno, la prima alle 8.30 e la seconda alle 12.30. Il mare è caldissimo (acqua a 30 gradi), le immersioni varie e facili, la barriera colorata e ricca di vita, anche se la visibilità non è sempre delle migliori. Insomma, belle immersioni con dive master e subacquei simpatici che arrivano da ogni parte del mondo, vegetazione rigogliosa, splendidi animali esotici in ogni dove (varani, volpi volanti, scimmie arboricole, aquile pescatrici ecc.) sabbia bianca e finissima, mare limpido e caldo, sole e relax. Un piccolo paradiso. A completare il quadro la sera ci si concediamo ottime cene asiatiche. Si può scegliere uno dei vari ristoranti della spiaggia principale o quelli più distanti da raggiungere con barchette locali. Alla fine eleggiamo a master chef le gentili e pittoresche signore del The Reef, posto vicino al nostro albergo, che in un ambiente molto semplice offrono una cucina malese varia e buonissima, con un ottimo rapporto qualità/prezzo.

Alcuni dettagli segnano una certa evoluzione di queste isolette rispetto a sei anni fa: ormai la maggior parte dei ristorantini della spiaggia principale non servono più alcolici (unica eccezione sulla main beach proprio il The Reef), non capiamo bene se per questioni religiose (la Malesia è pur sempre uno stato musulmano, per quanto soft) o se per un cambio delle politiche governative sulle licenze per la vendita di alcool. I prezzi sono naturalmente aumentati anche se restano ancora bassi: in quattro spendevamo circa 60 euro al giorno per la colazione a buffet, pranzo leggero ed una buona cena, oltre che diversi succhi di frutta fresca (squisiti!) durante il giorno.

Alla fine dei dieci giorni è con una grande nostalgia che dobbiamo lasciare questa piccola Mompracem del ventunesimo secolo. Ci mancheranno i ragazzi del diving (Becky, Ben e Sun, l’istruttrice malese che ha fatto diventare i nostri ragazzi veri subacquei) e gli altri sub che ci hanno accompagnato sott’acqua, le signore del The Reef e le loro cene succulente, il personale del Coral, sempre gentile e disponibile, i giocatori locali di beach volley, che ci ricordano, nell’aspetto il mitico Tremal Naik. Ma soprattutto i ritmi, la luce i suoni e le atmosfere salgariane delle Perhentian.

di Au_forever - pubblicato il