Viaggio ai confini del mondo: Falkland, South Georgia, Orcadi, South Shetland e Antartide

Diario di un viaggio meraviglioso ai confini del mondo: Terra del Fuoco, Falkland, South Georgia, Orcadi, SouthShetland e Antartide

  • di balzax
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

Il viaggio

Si parte il 22 dicembre da Ushuaia, estremo sud dell’Argentina: un viaggio di 19 giorni ai confini del mondo per visitare gli arcipelaghi più importanti che affiorano tra la Terra del Fuoco, ultima propaggine meridionale delle Americhe, e la calotta antartica. Raggiungeremo le Falkland, la South Georgia, le Orcadi, le South Shetland e l’Antartide.

La nave è la Plancius, costruita in Olanda nel 1976 su commissione della Royal Dutch Navy. Inizialmente si chiamava “Ms. Tydeman” e veniva usata per ricerche oceanografiche. Nel 2004 fu rinforzata, convertita in rompighiaccio e completamente ricostruita all’interno in modo da potere ospitare turisti per crociere in Artide e Antartide. Dopo la ristrutturazione fu rinominata in Plancius in omaggio all’astronomo e cartografo fiammingo Petrus Plancius.

La nave è lunga 89 metri e larga 14.5. Stazza 3175 tons. Ha una velocità di crociera di 10-12 nodi. Può ospitare 116 passeggeri in 53 cabine. Su questo viaggio siamo in 113, più una quarantina di membri dell’equipaggio.

Sulla nave ci sono 10 zodiac da usare per le escursioni in mare durante il viaggio.

Il viaggio è durato 19 giorni, dal 22 dicembre 2018 al 9 gennaio 2019.

Ushuaia

Ushuaia, “fin del mundo”. Più in giù di questa città della Patagonia argentina, la più meridionale del mondo, c’è il mitico Capo Horn, poi il passaggio di Drake e finalmente l’Antartide.

Comincia qui il viaggio della vita, quello che da anni avevo in mente di fare ma che ho sempre rimandato. L’anagrafe ha imposto una decisione: ora o mai più. L’eccitazione è a livelli altissimi, così come altissime sono la curiosità e l’aspettativa che mi porto dentro, il tutto corredato da un senso di inquietudine per tutto quello che potrà succedere. Come preparazione al viaggio ho letto libri, visto documentari, rispolverato vecchi CD, ma quando sei qui chissà perché ti prende un senso di incertezza di fronte ai misteri, alle condizioni estreme, ai rischi del viaggio che stai per affrontare.

Come da suggerimenti della compagnia organizzatrice, arrivo a Ushuaia un giorno e mezzo prima della partenza della crociera, per tamponare eventuali problemi (ritardi, scioperi aerei, smarrimento del bagaglio). Fortunatamente è filato tutto liscio.

Siamo vicini a Natale, ma di segnali natalizi a Ushuaia proprio non se ne vedono, salvo qualche raro albero con luminarie e palloncini nelle vetrine. Poca gente per la strada, chissà dove sono i circa 60.000 fueghini. I giardini della città invece sono pieni di lupini colorati e di grandi papaveri dai colori sgargianti, che risaltano ancora di più perché c’è il sole e non fa affatto freddo. Due ragazzi approfittano del sole per provare passi di tango sul lungomare. In centro girano i bus azzurri a due piani che offrono il city tour. Lo stesso tour viene proposto anche dai veicoli a forma di vagoncino del treno carcerario, con tanto di bigliettai in tuta a strisce gialle e azzurre da galeotto a ricordare che per lungo tempo questa è stata una lontana colonia penale.

Con l’autista che è venuto a prendermi all’aeroporto concordo una visita al Parque Nacional Tierra del Fuego, lungo la Ruta 3 che in sostanza è l’estremo prolungamento della mitica Ruta 40 che attraversa l’Argentina da Nord a Sud. A Bahia Lapataia la strada finisce e un grande cartello attesta inequivocabilmente che “aquì finaliza la carretera màs sureña del mundo”. Nell’ufficio postale del parco, ovviamente “Oficina Postal del Fin del Mundo” è doveroso farsi timbrare il passaporto, da mostrare poi con orgoglio a conoscenti e amici.

Alla sera cena a base di “ceviche de puta madre” (pesce del giorno marinato con lime e peperoncino) al piccolo ristorante Volver sul lungomare, probabilmente il migliore di Ushuaia per il pesce. Ho rinunciato alla centolla, il famoso granchio dalle 8 chele, che è in via di estinzione. Ormai lo pescano sempre più lontano perché lungo le insenature della costa non ce n’è più.

Arriva il 22 dicembre, giorno della partenza che è fissata per le 4 del pomeriggio. E’ una bella giornata, c’è il sole e poco vento. Dopo avere depositato i bagagli al collect point di Oceanwide sul lungomare, c’è tempo per fare l’escursione di 4 ore sul Canal Beagle, il lungo braccio di mare che unisce l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico separando la Terra del Fuoco dalla terraferma. Se avete tempo, non perdetelo questo tour di 4 ore sul Canal Beagle. Il piccolo cabinato Kars lambisce le isolette e gli scogli sparsi nel canale (Isla de los Pajaros, Isla de los Lobos, Isla Despard), arrivando quasi a toccarli. Da non più di 3 metri di distanza si vedono otarie, cormorani imperiali e i rock shags, cormorani dagli occhi rossi meno comuni dei precedenti. La colonia più numerosa staziona attorno al grande faro bianco e rosso sull’isola L’éclaireurs. Le coppie appollaiate sulla scogliera sono migliaia e migliaia. Le nere acque del canale devono essere ricchissime di pesce, per nutrire tutti questi uccelli e i pinnipedi che oziano sulle rocce. Facciamo un approdo sull’isola Bridges per una passeggiata tra i licheni e gli arbusti e per ammirare il panorama delle coste dal mare, sia sul lato argentino che su quello cileno.

22 dicembre: si parte!

Al molo riconosco subito la Plancius, che conosco già per un precedente viaggio alle Svalbard. La rassicurante sagoma blu della nave infonde tranquillità e sicurezza e scaccia via un po’ dell’apprensione che sento dentro.

Stanno caricando viveri e carburante. Ma alle 3 e mezza, al momento di iniziare il check-in, raffiche di blizzard a 90 all’ora scendono giù dalle montagne di Ushuaia, a ricordarci che ci troviamo in zone estreme del mondo dove le condizioni metereologiche possono cambiare drasticamente nel giro di pochi minuti. Per un’ora il molo è flagellato da un vento tipo bora di Trieste, costringendo noi viaggiatori in attesa a ripararci dietro i piloni lungo il molo. Poi, all’improvviso, il vento cala e torna il sole. Niente male come premessa.

Finalmente può iniziare il check-in. A bordo hanno già caricato i bagagli e nella cabina c’è anche il parka giallo antivento che avevo prenotato via internet. Controllo con entusiasmo quella che sarà una nuova casa per i prossimi 19 giorni. Il mio compagno di cabina è Zheng Xia, cinese di Shanghai, giovane studente di economia alla Columbia University di New York. Come tutti i cinesi, si è scelto un nome occidentale e si fa chiamare John.

Alle 5 e mezza siamo convocati al Lounge Bar da Lynn Woodworth, il nostro Expedition Leader. Si è presentata, ci ha accolto a bordo, poi ci ha mostrato un importante video con le informazioni di sicurezza su cosa fare in caso di emergenza in mare. Ci fanno sentire il segnale di allarme, sette brevi suoni seguiti da uno più lungo e intenso, poi ci mostrano le pilotine di salvataggio, scialuppe arancione da 60 posti che ovviamente ci si augura di non dovere usare mai. Safety briefing e safety drill, gli incontri obbligatori sulla sicurezza, devono essere tenuti prima che raggiungiamo il mare aperto. Poi cocktail di benvenuto con il capitano Artur Iakovlev, marinaio russo esperto di navigazione nell’Artide e nell’Antartide, presentazione dello staff e cena

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