Nel Sahara con i Tuareg

L'Algeria richiama alla memoria, specie dei meno giovani, eventi tragici di guerra, di massacri, di caccia all'uomo... In comune con tutti i paesi che si sono liberati dal giogo del colonizzatore europeo. Ora quel tempo è passato ed i turisti ...

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  • di epinephelus
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: fino a 6
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

L'Algeria richiama alla memoria, specie dei meno giovani, eventi tragici di guerra, di massacri, di caccia all'uomo... In comune con tutti i paesi che si sono liberati dal giogo del colonizzatore europeo. Ora quel tempo è passato ed i turisti hanno incominciato, più o meno lentamente, a trovare interesse per quelle aree nordafricane così vicine a noi. Ma non si tratta di turismo facile, tipo Sharm o Luxor. Già arrivare a Tamaranset, nel Sahara algerino, richiede ore ed ore di viaggio, lunghe soste all'aeroporto di Algeri, numerosi controlli del visto e del passaporto, in breve, molta pazienza. Quindi è la determinazione del viaggiatore a necessitare, anche perché dormire in tenda, praticamente sulla sabbia, alimentarsi di verdura e scatolette, lavarsi con l'acqua di una bottiglia di plastica richiede uno spirito d'adattamento non comune. Ma la ricompensa è straordinariamente piacevole. Già quelle distese infinite, mai eguali l'una all'altra, il silenzio che regna su tutte, il cielo notturno, splendente, solcato da una via lattea che erano anni che non vedevo così luminosa, la luna piena che sorge dietro le dune (...La luna sulla duna! Recita il mio tuareg in una cantilena che ripeterà ad ogni ospite italiano) che cancella qualche miliardo di stelle ma permette col suo splendore di osservare ogni dettaglio di quanto ti circonda.

Ma andiamo con ordine, delineando il percorso di questa avventura, una delle tante che è possibile intraprendere in partenza da una delle due cittadine: la già citata Tamaranset e Djanet, distante dalla prima circa settecento km, il circa è dovuto all'incertezza della pista scelta dalla guida, e dalla inattendibilità dei contachilometri dei mezzi, solitamente vetusti.

I voli Algeri – Tamaranset hanno orari notturni con arrivo nelle prime ore del giorno successivo, s'intende... Inshallah! Se il viaggio è costituito da un “pacchetto” l'hotel sarà scelto dal fornitore del servizio e difficilmente avrà standard europeo, ma tanto la stanchezza sarà tale che la breve notte passerà in un sonno profondo, probabilmente interrotto dal canto del muezzin. I fuoristrada, rigorosamente Toyota stagionati (i nostri, del 1983 e 1995, palesemente indistruttibili), aspettano nel cortile dell'hotel e mentre il cuoco va a far spesa – per una settimana – noi passeggiamo nel suk, resistendo alla tentazione di acquistare souvenirs, peraltro esageratamente costosi, ancor prima d'iniziare il viaggio. Nelle due auto stiviamo bagagli, vettovaglie, taniche acqua e carburante – quanto serve per una settimana in solitudine, fuori dalla pista battuta – e con i due autisti ed il giovane cuisinier Mo'med, partiamo lasciandoci alle spalle questa cittadina, capoluogo dell'Hoggar, situata su un altopiano a 1400 m. Senza dilungarmi sulle caratteristiche orografiche del nostro percorso, accenno solo al fatto che l'altitudine non sarà mai inferiore ai mille metri e raggiungerà anche i 2800, proprio al termine della prima tappa: la vetta dell'Assekrem. Com'è facile immaginare, da questa quota lo sguardo spazia su valli e cime vulcaniche dell'Atakor. Spettacolo superbo, impreziosito dal tramontare del sole, dal leggero rimbombo del vento nelle orecchie, unico suono in questo silenzio assoluto.

Ed il silenzio sarà uno dei compagni di viaggio più apprezzabili, un compagno che sempre più raramente percepiamo e quasi mai per ben due settimane filate.

In verità, il silenzio della notte sarà lacerato più volte dal grido non del muezzin ormai lontano, bensì di un gatto, rigorosamente nero, che già aveva mostrato le sue capacità canore prima del tramonto e pure ci aveva stupito per il suo urlo, nient'affatto felino. Un veggente avrebbe potuto dire che nell'animale s'era reincarnato lo spirito di Pére de Foucauld che sulla vetta dell'Assekrem aveva eletto il suo eremo, nel lontano 1911 e v'era stato ucciso dalla fucilata di uno dei soliti fanatici – la storia ne è piena – che vedono nell'uomo buono e colto il diverso, il nemico da uccidere. Su questa vetta, una vetta scoscesa ed aspra, crudele, tra rocce, sole, vento, tutti elementi che riconciliano l'uomo alla vita e lo spingono verso il Creatore, quel nobile alsaziano fattosi prete, dopo una carriera d'ufficiale in un fortino francese, aveva costruito un rifugio di pietra in cui viveva pregando e studiando le tradizioni dei tuareg, finché... Quello sparo

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Commenti
  1. menelik
    , 20/9/2011 14:34
    La storia dell’Hoggar è a scala geologica, e legata ad essa è quella infinitamente più breve del Père de Foucauld.
    Charles Eugène de Foucauld fu soldato francese in Algeria nel 1858. Dall’esercito comunque si dimise appena possibile, per poter viaggiare e seguire la sua vocazione religiosa che lo portò a diventare un Trappista e a trasferirsi in Palestina. Nel 1901 fu nominato sacerdote e tornò in Algeria per raggiungere Tam, con le difficoltà che si possono immaginare, cinque anni dopo. Grazie alle sue conoscenze mediche, anche se superficiali, fu presto considerato un marabutto, un sant’uomo, dai touaregh che lo rispettavano. Morì nel 1916 durante una rivolta antifrancese. a Tamanrasset nel fortino che lui stesso fece costruire.
    Per mano dei touaregh ? Per mano di sicari francesi ?
    Nessuno può saperlo perchè la sua figura fu ambigua, collocata ora come punta di diamante della penetrazione francese nel grande Sud, ora come unica difesa di un popolo destinato all’estinzione totale. Nessuno può dire se dalla battaglia di Tit del 1902, nella quale furono sbaragliati i touaregh Kel Hoggar, la loro sottomissione avvenne grazie anche ai servigi di De Foucauld o nonostante la sua difesa di questo popolo.TANTO PER ESSERE PRECISI!!!

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