Un vicino da scoprire

L’Albania, pur così vicina all’Italia, è conosciuta dal grande pubblico solo attraverso luoghi comuni: per decenni è stata una delle nazioni più inaccessibili al mondo, per poi crearsi un’immagine di scafisti e criminali. Oggi i tempi sono cambiati e un ...

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  • di mapko64
    pubblicato il
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: Uno
    Spesa: Da 500 a 1000 euro

L’Albania, pur così vicina all’Italia, è conosciuta dal grande pubblico solo attraverso luoghi comuni: per decenni è stata una delle nazioni più inaccessibili al mondo, per poi crearsi un’immagine di scafisti e criminali. Oggi i tempi sono cambiati e un viaggio in Albania rappresenta una vera scoperta.

La capitale, Tirana, pur priva di grandi monumenti, è piacevole. Non mancano marciapiedi pieni di buche ma in centro le strade sono pulite, allietate da spazi verdi; quando saranno terminati i lavori in corso, il suo aspetto migliorerà ancora, anche se nuovi grattacieli incomberanno sulle basse costruzioni. Solo venti anni fa in città c’era ancora la statua di Stalin; oggi insieme a Lenin è confinato dietro la galleria d’arte. I “relitti del comunismo” sono uno degli spunti più curiosi di un viaggio in Albania: a Tirana la Piramide in vetro e cemento di Enver Hoxa, dittatore e padrone del paese per quaranta anni, cade a pezzi; migliaia di bunker in cemento armato sono sparsi ovunque, troppo costosi da rimuovere.

Berat e Gjirokastra sono considerati nel novero dei paesi più belli al mondo. A Gjirokastra le case hanno l’aspetto duro di fortezze in pietra mentre a Berat, allietate da innumerevoli finestre, indulgono nelle linee aggraziate. Il sito archeologico di Butrint unisce l’interesse monumentale a una collocazione incantevole. La natura, infine, rappresenta un'altra attrattiva dell’Albania: le montagne e la meravigliosa costa ionica mantengono un carattere selvaggio, al contrario della costa adriatica devastata dall’opera dell’uomo.

Viaggiare in modo indipendente in Albania è semplice e divertente. La rete di bus è capillare, consentendo di raggiungere ogni paese, mentre per le gite ci si può affidare ai taxi. La popolazione è molto ospitale; degni eredi degli antichi greci, gli albanesi considerano gli ospiti sacri tanto che nelle case tradizionali la camera loro destinata era la più lussuosa. Solo nella Riviera l’avvento del turismo ha spinto taluni a mettere in primo piano il business, cercando di spennare i ricchi occidentali. Nel mio giro di una dozzina di giorni attraverso il paese sono stato al centro e al sud, tralasciando le selvagge regioni settentrionali, dove i montanari seguono ancora la legge tradizionale codificata nel Canun. Non mi resta quindi che riprendere l’esplorazione in un prossimo viaggio alla scoperta dei “misteriosi” Balcani.

Ed ora il diario di viaggio.

Martedì 29 giugno: Roma – Tirana

In serata un volo di poco più di un’ora mi porta da Roma a Tirana. Ad attendermi c’è il tassista inviato dalla pensione, un signore che guida con grande prudenza. Si chiama Socrates, come il calciatore brasiliano – dico io – come il filosofo greco – ribatte lui! La “Pension Andrea”, priva d’insegna, è l’abitazione della signora Gina che affitta le due camere al primo piano.

Mercoledì 30 giugno: Tirana

Faccio colazione con la simpatica padrona di casa; parla discretamente inglese perché tutta la sua famiglia da molti anni è emigrata negli Stati Uniti. Giornata dedicata alla visita di Tirana. A due passi dalla pensione, un grazioso ponticello ottomano in pietra privato del fiume, il ponte dei conciatori, ormai è accerchiato dalla città moderna. Viale George Bush testimonia il desiderio dei piccoli di gratificare la superpotenza del XXI secolo. Dietro i piacevoli giardini sorge l’edificio del Parlamento; davanti sventola la bandiera albanese, rossa con un’aquila nera a due teste. Il busto di Fan Noli, patriarca ortodosso e primo ministro albanese negli anni venti del novecento, è accerchiato dai lavori in corso. Proseguendo nella passeggiata raggiungo il ristorante Sarajet, uno dei migliori esempi di architettura ottomana a Tirana. Ne approfitto per una consumazione ai tavolini nel giardino. L’edificio risale al settecento; la sala al primo piano ha un bel soffitto di legno intagliato.

Piazza Skandeberg è il cuore della città. Al centro sorge la statua equestre dell’eroe albanese, a me familiare perché vi ritrovo le forme dell’analogo monumento in piazza Albania a Roma. Da bambino mi chiedevo sempre chi fosse quel misterioso personaggio dal nome difficile. La vasta piazza è un cantiere per i lavori in corso; gli edifici che la circondano testimoniano la “breve” storia di Tirana, diventata capitale solo nel novecento. La moschea di Ethem Bey riporta ai tempi della dominazione ottomana, i ministeri risalgono all’occupazione italiana mentre il teatro dell’Opera e il museo di Storia Nazionale sono stati costruiti durante il regime comunista. La moschea di Ethem Bey è l’unico edificio con un reale valore artistico. Si tratta di una piccola costruzione circondata da un loggiato affrescato. Le insolite raffigurazioni di monumenti si ripetono anche all’interno, nella sala della preghiera. L’ambiente, chiuso dalla cupola, è tutto coperto di affreschi su sfondo bianco, tra i quali spicca una moschea con quattro minareti e sette cupole a cipolla. Un lato è occupato dalla galleria di legno, destinata alle donne; il minbar di legno lucido ha l’aspetto antico. Di fianco alla moschea, la Torre dell’Orologio fa da contraltare al minareto. Nella piazza, l’edificio che ospita il Teatro dell’Opera ricorda l’architettura fascista dell’EUR a Roma; diverse targhe di società italiane, insieme alla sede di “Forza Italia”, testimoniano che i tempi non sono poi così cambiati e l’influenza dell’affarismo italiano è di nuovo pesante. Le impalcature davanti alla facciata del Museo di Storia Naturale nascondono il grande mosaico, “fulgido esempio della retorica comunista”. Nella piazza sorgeva una grande statua di Enver Hoxa, ma è stata abbattuta dai manifestanti nel 1991, senza l’aiuto di potenze straniere come in altre nazioni. Oggi rimane il grande podio, sul quale è stato collocato un cartello con i numeri delle vittime del comunismo. Lo spiazzo è sfruttato dai ragazzini per sfrecciare su piccoli kart.

Tornando verso Viale George Bush, raggiungo una piazza, dove sorgono la statua del partigiano ignoto, altro esempio di realismo socialista, e la Tyrbe di Kapllan Pasha. La tomba del santo è un padiglione ad archi costruito nell’ottocento, ma presto vi sorgerà sopra un moderno grattacielo! Da piazza Skandeberg parte Viale dei Martiri della Nazione, il corso cittadino sul quale si allineano gli edifici governativi. L’Hotel Dajti ai tempi del regime comunista era destinato a ospitare i pochi stranieri autorizzati a entrare nel paese; oggi l’edificio abbandonato cade a pezzi. Sull’altro lato della strada, il Parku Rinia costituisce un piacevole spazio verde apprezzato da gente di tutte le età e allietato da una grande fontana. Al centro sorge il Taiwan, un edificio dall’aspetto di un ragno che ospita un ristorante e un bar.

Il fiume di Tirana, il Lana, sembra un piccolo canale confinato tra gli argini. Subito dopo raggiungo uno dei “relitti più ingombranti” dell’era comunista, la Piramide in vetro e cemento che Hoxa, novello faraone, si fece costruire dal genero. Oggi è chiusa e cade a pezzi; due ragazzi si divertono a scalarla. Poco oltre si erge l’impressionante mole del palazzo che ospitava il comitato centrale del partito. Una deviazione mi porta alla casa di Enver Hoxa, nel quartiere Blloku. Oggi davanti sventola la bandiera americana della scuola di lingua mentre, tutto intorno, i tavolini dei caffè sono affollati di giovani. Il dittatore si rivolterà nella tomba ma è la giusta nemesi per un quartiere un tempo inaccessibile al pubblico e destinato solo all’elite comunista.

Viale dei Martiri termina nel grande spazio vuoto di piazza Madre Teresa. A fianco dell’Università una piccola statua di Madre Teresa di Calcutta ricorda l’albanese più famosa al mondo, nata in realtà in Macedonia. Su un lato sorge il museo archeologico; la sua visita può tranquillamente essere omessa poiché i reperti più interessanti si trovano al museo nazionale.

Una lunga passeggiata mi porta in periferia, in cima alla collina che ospita il cimitero dei martiri, vegliato dalla gigantesca statua della Madre Albania. All’una il sole picchia spietato e l’ultima scalinata, incocciata al sole, mi ricorda quella della “Corazzata Potëmkin”. La madre Albania in pietra bianca volge lo sguardo su Tirana alzando un braccio con il quale solleva una stella mentre le vesti sono spinte indietro dal vento. Queste icone sembravano un’esigenza irrinunciabile per i regimi comunisti e si ritrovano in molti paesi: Armenia, Georgia, Lettonia. Un tempo ai piedi della statua era sepolto Enver Hoxa ma la sua tomba è stata rimossa e sostituita da un memoriale delle vittime del comunismo. Rimangono invece le tombe dei partigiani, ma solo quelli di “fede comunista”, caduti combattendo contro fascisti e nazisti durante la seconda guerra mondiale. Dal piazzale si domina tutta la città, con la cornice dei monti Dajti velati dalla foschia. Tirana appare anonima ma rallegrata dai colori vivaci di molti suoi edifici.

Per tornare in centro prendo un bus. Raggiungo piazza Skandeberg per visitare il museo di storia nazionale; dovrebbe coprire tutte le vicende dell’Albania, fino ai nostri giorni, ma la sezione dedicata al regime comunista è chiusa (in vista di una sua riorganizzazione?). L’esposizione è molto interessante con alcuni splendidi pezzi, come la Dea di Butrint (una delicatissima testa di Apollo) e la Bella Donna di Durazzo, il più antico mosaico rinvenuto in Albania. La visita mi consente di scoprire le radici antiche del popolo albanese, discendenti degli illiri. Con l’arrivo degli slavi nella penisola balcanica, gli albanesi rimasero i loro unici eredi (almeno così sostengono!). La sezione dedicata al Rinascimento Albanese, il movimento che si sviluppò tra ottocento e novecento per l’indipendenza, illustra la complessa storia del periodo. Oltre al giogo turco gli albanesi dovettero fronteggiare il tentativo di spartizione tra serbi e greci. Nessuno li gradiva poiché sono un’anomalia, una popolazione musulmana nei Balcani (come in Bosnia). Nel 1912 l’indipendenza fu proclamata da Ismail Qemali. Gli altri paesi balcanici si opposero e volevano che gli albanesi di fede islamica o cattolica si convertissero all’ortodossia. Dopo la prima guerra mondiale emerse la figura di Zogu che si proclamò re. Seguirono l’occupazione italiana e le vicende della lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.

Lungo Via dei Martiri raggiungo la Galleria d’Arte Nazionale. Per la nostra sensibilità occidentale, le opere più interessanti sono quelle del realismo socialista. I quadri ritraggono lavoratori e lavoratrici, soldati, aviatori, atleti. Un operaio in piedi sopra un’impalcatura sventola una bandiera rossa; la scritta “dittatura del proletariato” campeggia dietro l’altoforno di un’acciaieria. I colori sono accesi, le opere piacevoli, una sorta di fumettoni. Oggi fanno sorridere ma le vicende di un quadro ricordano la cruda realtà di un tempo. Un gruppo di partigiani è ritratto di notte con una donna che tiene in mano un fiore mentre un vecchio suona. Inspiegabilmente l’opera fu ritenuta pessimista e l’autore arrestato nel 1974. Solo venti anni fa a Tirana c’era ancora la statua di Stalin. Oggi insieme a Lenin e, altre figure della retorica comunista, è confinato dietro la galleria.

Giovedì 1 luglio: Tirana – Pogradec – Ohrid

Davanti allo stadio alle cinque e mezzo del mattino non c’è anima viva ma subito sono individuato da un furgon fermo nei paraggi, diretto a Pogradec e Korca. Per una ventina di minuti facciamo una serie di giri dell’isolato ma poi, raccolta un’altra manciata di passeggeri, siamo pronti per partire. Il minibus, un Ford Transit dotato di aria condizionata, ha otto posti tutti forniti di cintura di sicurezza; è in buone condizioni come anche la strada. Prima percorriamo una verde vallata densamente popolata, poi iniziamo a salire tra montagne boscose. Arrivati in cima, si prosegue alti con un bel panorama su una vallata da un lato e interminabili file di monti in controluce dall’altro. La discesa verso una piana impestata dai fumi delle ciminiere è piena di tornanti. Alle sette, superata Elbasan, proseguiamo lungo il corso di un fiume; il paesaggio è deturpato dall’opera dell’uomo. Facciamo una breve sosta per la colazione. Alle otto, dopo una salita, appare la vasta distesa azzurra del lago di Ohrid. La strada prosegue costeggiando la riva; la densità dei mini bunker è aumentata, forse per l’avvicinarsi del confine macedone. Finalmente giungiamo a destinazione a Progadec, nell’angolo sud-ovest del lago.

Per raggiungere il confine macedone prendo un taxi che in realtà è un furgon. La dogana albanese è fatiscente mentre quella macedone appare in condizioni migliori. E’ sempre emozionante attraversare un confine a piedi, allietato questa volta dalla bella vista sul lago. Dal confine un bus porta fino a Ohrid ma un “tassista non ufficiale” mi offre una corsa alla stessa tariffa. Percorriamo la sponda macedone del lago, tra bei paesaggi boscosi e piacevoli paesini rivieraschi.

L’albergo “Vila Sofija” si trova a due passi da Santa Sofia; preso possesso della stanza inizio la visita di Ohrid proprio da questa chiesa. L’interno a tre navate con volte a botte e absidi presenta magnifici affreschi, ben conservati grazie al fatto che i turchi li coprirono d’intonaco! I più antichi risalgono all’XI secolo. La facciata ha un aspetto insolito, con due ordini di arcate separate da finestrelle cieche e torrette laterali; l’effetto decorativo è ottenuto disponendo i mattoni in vari modi, intervallati da pietre.

Addentrandomi tra le stradine di Ohrid, raggiungo la chiesetta di Sv. Bogorodica Bolnicka; nel secondo ambiente spicca la bella iconostasi di legno intarsiato mentre al posto della cupola si trova un’isolita volta a botte trasversale. Dal molo posso godere una panoramica della cittadina: le case dai tetti di tegole risalgono le pendici della collina, sorvegliata dalla fortezza sulla quale sventola la bandiera macedone (sole e raggi gialli su sfondo rosso). Nei giardini davanti al porticciolo si erge la statua di San Clemente di Ohrid, che regge in mano un modellino della città, con tanto di fortezza e casette dai tetti spioventi. La strada pedonale dedicata allo shopping è affollata di turisti. Al termine mi siedo all’ombra di un platano centenario insieme agli uomini che chiacchierano al fresco. Sull’altro lato della piazza un minareto ricorda la passata dominazione turca e la vicina Albania. Tra le tante chiese di Ohrid è la testimonianza di una convivenza pacifica. Mentre pranzo in un ristorante ascolto la gente salutarsi con “dobre dan”; è bastato cambiare sponda del lago per immergersi nel mondo slavo!

Ripresa la passeggiata, visito un laboratorio per la produzione della carta. Il proprietario mi spiega che utilizza un’antica tecnica cinese. Una vasca è riempita con un liquido biancastro nel quale sono sciolti vari tipi di legno e grano; con un colino rettangolare si passa l’acqua preparando il foglio che poi deve asciugare una quindicina di minuti e trascorrere svariate ore sotto una pressa. Il laboratorio ha anche una pressa per stampare con la tecnica di Gutenberg: si dispongono le lettere metalliche formando il testo della pagina, poi si passa l’inchiostro e quindi si posa il foglio che viene impresso. Per una pagina ci vuole più di un’ora di lavoro

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Commenti
  1. dritangremi
    , 4/3/2011 17:26
    qualcuno e andato per sistemare i <a href="http://www.dentistiinalbania.com/" title="denti albania">denti in albania</a> ?

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