Tuono bianco

Alaska: Il posto giusto per diventare un orso

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  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Oltre 3000 euro

“The best feeling: returning to civilization”. Delle oscenità che infiorettano i cessi degli uomini, questa, letta a Katmai, è la più memorabile. E il coro di “Hell yes”, “I agree” e “True that” che circonda il graffito è smentito dall’anno e mezzo d’anticipo necessario per prenotare il lodge del parco in luglio. I salmoni, dopo qualche avventuroso anno nell’oceano tra i 40 e i 60 gradi di latitudine, in quel mese tornano nel torrente natìo e gli orsi di Katmai, che ne sono ghiotti, si congregano a Brooks Falls, una graziosa cascatella, regalando ai fotografi l’emblematica immagine del plantigrado appollaiato sulla roccia, in bocca al quale il salmone salta dritto dritto. Occorre pazienza e, come in uno stadio di calcio, un coro di disappunto della platea segue ogni tentativo infruttuoso. Uno spettacolo noioso? Al contrario, l’attrazione è tale che un pomeriggio intero su quella passerella non mi aveva ancora saziato. Oltre a suscitare tenerezza per la goffaggine e per la corporatura da supercoccolone, l’orso ci rimanda come nessun altro la nostra perduta animalità e la chiarezza d’intenti dell’istinto, obliterato proprio da quella “civilization” alla quale i viaggiatori di Katmai festeggiano il ritorno.

Cent’anni fa, altri viaggiatori – botanici, geologi e perfino un prete esploratore – organizzavano qui spedizioni estive per studiare gli esiti della più violenta eruzione vulcanica del ventesimo secolo, causata da Novarupta nel 1912. Quella che venne battezzata “la valle delle diecimila fumarole” rimase attiva per decenni e presenta ora i segni di quell’epocale catastrofe: strati di cenere alti metri e metri, chiazzati dai metalli contenuti nei fumi e pittorescamente erosi dai corsi d’acqua. Già negli anni ’60 era facile andare a vedere gli animali dei territori selvaggi, e in tutta comodità, magari in treno. Da quando si cominciò a scrivere sull’Alaska, non si contano le storie sulla sua magnificenza panoramica, sul suo clima severo e sulle imprese al limite del possibile che offre. Le sue montagne invitano alla scalata, cresta dopo cresta, e i suoi simboli: gli esquimesi, le pellicce, il pesce e l’oro, sono essi stessi patrimonio dell’umanità.

Siamo sulla “cintura di fuoco” dell’oceano Pacifico: non solo il tempo qui è perennemente instabile, ma neanche sulla solidità della terra si può fare affidamento – ne sanno qualcosa gli abitanti di Valdez. Annunciata dal ghiacciaio Worthington che scende quasi fino alla strada e superato il sipario del banco di nebbia che ha preso residenza a Thompson Pass, la discesa verso Valdez è piacevole e gagliarda come una sinfonia di Beethoven. Le pareti di roccia che ne disegnano i tornanti si fronteggiano quasi verticali a Keystone Canyon, in una gara tra la cascata del Velo da Sposa a sinistra e la cascata della Coda di Cavallo a destra. Il conto alla rovescia delle indicazioni miliari s’azzera a Old Valdez, spazzata via da un violentissimo terremoto durato cinque interminabili minuti e dal conseguente maremoto. In quel tremendo venerdì santo del 1964 alcuni pensarono fosse arrivata la fine del mondo, mentre la gente scompariva senza lasciar traccia, inghiottita dalla terra o dal mare. Il ricordo ancora porta le lacrime agli occhi dei sopravvissuti, intervistati in un video dell’interessante museo cittadino. Valdez venne ricostruita quattro miglia più a ovest secondo un perfetto feng-shui: aperta al mare, le montagne alle spalle e un fiume a fianco. Ma sono le casette ordinate – ciascuna nel proprio fazzoletto di verde e fiori –, lo spazio vitale di cui ciascuno gode, gli accoglienti locali e il buonumore della gente che ne fa una delle più piacevoli cittadine costiere. La sera ci si ferma alla pescheria sul lungomare, dove la presa del giorno viene tagliata e pulita. I fotografi si allineano lungo un rio, richiamati dagli schiamazzi dei gabbiani, e scoprono il dramma dei salmoni, che si agitano disperati in pochi centimetri d’acqua, tra i cadaveri dei compagni, ormai banchetto degli uccelli

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