I gatti della maestra

<p class='sottotitolo'>di Claudio</p> <div class='tabtestogrande'>Un dito ad allargare appena una fessura tra le strisce della veneziana. Uno squarcio, un sottilissimo varco, ma sufficiente a fare entrare un pezzetto di mondo nella stanza affondata nella semioscurità. Una lama di sole si ...

Un dito ad allargare appena una fessura tra le strisce della veneziana. Uno squarcio, un sottilissimo varco, ma sufficiente a fare entrare un pezzetto di mondo nella stanza affondata nella semioscurità. Una lama di sole si impadronì della breccia a illuminare il pavimento di legno asciugato dal tempo dove chiara apparve l’impronta del suo piede sinistro nudo. Impronte di piedi nudi, tracce indistinte del passato illuminate ogni tanto dai fari del caso su palcoscenici improvvisati. Migliaia di piccole particelle di polvere seguivano i passi di una danza incomprensibile. Eccitate.

Un colpo. Una porta si chiuse dall’altra parte del fiume di asfalto. La scena di un film già visto centinaia di volte. Il vecchio signor Carli uscì di casa. Il signor Carli era una di quelle persone che nascono già vecchie, probabilmente già vedovo prima di diventarlo, e che aveva perso il suo futuro tra i bottoni, le chiusure automatiche e le giarrettiere della sua merceria. Solo il passato gli era rimasto. E brandelli di presente. Era fermo davanti alla porta, la schiena alla strada. Mise una mano in tasca. Ne trasse un piccolo portamonete che usava anche per custodire la chiave di casa. La prese, la infilò nella toppa e chiuse con tre giri, quelli consentiti dalla serratura. Sfilò la chiave e la ripose con attenzione al suo posto. Fece scivolare il portamonete nuovamente nella tasca. Con la mano destra afferrò la maniglia e diede due violenti strattoni.

Rassicurato, abbottonò la giacca, prese il bastone che fino a quel momento era rimasto agganciato al braccio sinistro e si girò verso la strada. Percorse i pochi passi che lo dividevano dal marciapiede e lì si fermò. Guardò a destra e poi a sinistra, giù verso il porto. Due bambini gli passarono davanti sghignazzando per qualcosa che loro soltanto conoscevano. I loro passi erano ritmati dai rimbalzi ossessivi del pallone con cui uno dei due giocherellava. Il vecchio signor Carli li lasciò passare e poi si avviò verso destra. Incrociò la signora Benelli, si fermò e la salutò, accennando un inchino, toccandosi appena il cappello con la mano sinistra. La signora Benelli rispose bofonchiando al saluto, schiacciata dal peso delle sporte che le occupavano le mani e dall’afa. Il signor Carli percorse quasi tutta la fessura nella veneziana ed entrò nel negozio di alimentari del signor Modesto.

La signora Benelli intanto si era fermata dall’altra parte della fessura, nella povera ombra che il glicine della maestra Nencini proiettava sul marciapiede. Posò le sporte a terra. Il calore di quella giornata di agosto stava sciogliendo il grasso che da sempre si portava addosso. Rivoli di sudore stavano tracimando dai capelli tinti di rosso. Prese un fazzoletto di carta dalla borsetta e si asciugò il volto. Prese un altro fazzoletto. Guardò verso il porto e poi dall’altra parte. Si asciugò le ascelle e la profonda spaccatura tra i seni. Guardò nuovamente verso il porto e poi dall’altra parte. Gettò i fazzoletti ai piedi del glicine, prese le sporte da terra ed uscì dall’orizzonte della veneziana.

Una mosca ronzò nella stanza, protetta dalla penombra. Tolse il dito dalla fessura. La lama di luce, tagliata, si disperse nel nulla, la danza delle particelle di polvere cessò. Andò in cucina per prendere lo scacciamosche. Odiava le mosche. Pensò improvvisamente che i suoi piedi nudi, leggermente sudati, stavano lasciando impronte che mai sarebbero state illuminate. Sarebbero rimaste per sempre su quel pavimento. Fino alla fine dei giorni. Quantomeno fino a che la casa sarebbe stata distrutta. Invisibili agli occhi. “E al cuore?” pensò. Ma anche quel pensiero, così come era venuto, presto svaporò, via, verso chissà quale stella.

Non rimane nulla di noi. Rimangono solo le maschere che indossiamo, un giorno dopo l’altro. Appese a qualche muro.

La calura liquefaceva l’aria rendendola irrespirabile. Piccole gocce di sudore si rincorrevano sulla sua pelle verso il traguardo delle mutande che, fastidiosamente inzuppate, si infilavano tra le natiche. Le tolse.

Sotto i piedi sentì con piacere il fresco del pavimento di gres della cucina. Aprì il frigorifero. Prese il cartoccio di succo di frutta. Arancia. Bevve avidamente e lo ripose. Chiuse il frigo mentre una piccola goccia di succo scelse la libertà. Si staccò dalla sua bocca e lasciò sul pavimento l’impronta di sé e tante piccole immagini appese tutto intorno.

Tornò in soggiorno con lo scacciamosche e compì la sua opera. Un’altra impronta del passato sul pavimento.

Pensò quanto fosse curioso quel nome: avrebbe dovuto essere “schiacciamosche”. Non scacciamosche. Ma fu solo per un attimo. Il pensiero cadde a terra assieme allo scacciamosche e rotolò, perdendosi, in qualche angolo buio di quel presente già diventato passato.

Tornò il dito ad allargare appena una fessura tra le strisce della veneziana. Tornò la lama di sole a illuminare il pavimento e l’impronta del suo piede sinistro nudo. Tornò la danza delle piccole particelle di polvere.

Erano apparsi i primi gatti dall’altra parte della strada. Gironzolavano attorno al glicine, dissimulando con abilità lo scopo che li attirava da quella parte della città. Uno strofinò il fianco destro al pilastro che reggeva il glicine e la cancellata. Fece un giro su sé stesso. Strofinò il fianco sinistro e poi varcò quel confine passando tra le sbarre della cancellata. Semplicemente. Si fermò a leccarsi una zampa con fare indifferente. Probabilmente era il segnale convenuto. Decine di altri gatti apparvero nella strada e si diressero al cortile della maestra.

Una porta si aprì, cigolando. Probabilmente manifestando in quel modo la noia di quei gesti ripetuti. Decine di code dritte.

La maestra uscì, tenendo una pentola tra le mani. Tutto sapeva di vecchio, la pentola, le mani, la maestra. Malferma per l’artrosi e per i troppi ricordi che traboccavano dalla sua mente e si stratificavano sulle spalle, incurvandole.

Attraverso la fessura nella veneziana entravano nel suo soggiorno i miagolii e le fusa, la voce malsicura che ripeteva ossessivamente lo stesso richiamo, il rumore di piedi strascicati. Tutto uguale. Ogni giorno. E domani si replica. Si chiedeva se gli attori sanno quando è arrivato il giorno dell’ultimo spettacolo. Sicuramente lo sospettano.

Un dito allargò appena una fessura tra le strisce della veneziana. Fuori era buio e l’aria era fresca. Finalmente. Guardò oltre il glicine, dall’altra parte della strada. La finestra del suo soggiorno era buia, la veneziana abbassata. Si tirò indietro, mise il coltello nel sacchetto di nailon che aveva con sé. Si tolse il lungo impermeabile, trasparente e leggero, ricordo di una visita alle cascate del Niagara e cacciò anche quello nel sacchetto con il coltello e uscì.

Si affrettò ad attraversare il piccolo giardino mentre il suo sguardo perlustrava l’orizzonte e il terreno. Evitò, aggirandole, le ciotole dei gatti. I gatti.

In strada si tolse i guanti e li mise con il resto.

L’aria della sera era piacevole.

Entrò in casa. Si tolse le scarpe e le ripose dopo aver controllato che non fossero sporche di sangue. Con piacere sentì nuovamente il pavimento sotto i suoi piedi nudi.

Andò in cucina. Tolse il coltello dal sacchetto e lo posò nel lavandino. Appallottolò il sacchetto con l’impermeabile e i guanti e lo chiuse in un altro sacchetto. Appallottolò anche questo e lo mise accuratamente nel sacchetto dell’immondizia. Più tardi l’avrebbe gettato. Lavò con attenzione il coltello e lo ripose con le altre posate nel cassetto. Lavò con attenzione il lavandino. Due volte.

Andò in bagno, si spogliò e gettò i vestiti nel cesto della biancheria sporca. L’acqua fredda della doccia scivolava sulla sua pelle portandosi via il caldo e il sudore di quella giornata d’agosto. Fregò a lungo la sua pelle fino a farla arrossare. Non voleva che restassero tracce di quel recente passato. Per un attimo pensò allo sguardo stupito della maestra, quel rantolo leggero, prima di morire. Non urla e disperazione. Forse lo sapeva che il sipario stava per calare. E la sensazione strana, quando il coltello penetrò leggero tra le costole, senza trovare ostacolo alcuno. Quasi che la strada fosse già tracciata. L’ultimo sospiro. Come un palloncino che si sgonfia.

Un brivido improvviso interruppe il corso dei suoi pensieri. Aveva freddo ora. La sua pelle si accapponò inturgidendo il suo seno e i capezzoli. Spade puntate nel cielo.

Dal giorno successivo avrebbe portato lei il cibo ai gatti. Non aveva niente da fare. Almeno fino all’inizio della scuola.

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