Abbiamo scelto la settimana giusta per vivere l’aurora boreale in Islanda: il nostro viaggio in van di 7 giorni nell’isola dei vulcani

Un consiglio secco: se volete visitare l’Islanda, scegliete l’estate. Ma se il vostro sogno è vedere l’aurora boreale, dovrete necessariamente affrontare l’inverno, o almeno una delle stagioni di transizione. In questo caso, però, è importante prestare attenzione ad alcuni aspetti. Noi abbiamo scelto di partire durante il periodo di Pasqua, così da approfittare dei giorni festivi e aumentare le possibilità di realizzare il desiderio di assistere allo spettacolo dell’aurora boreale. Il periodo migliore per osservarla va dalla fine di settembre alla fine di marzo o ai primi giorni di aprile, quando le notti sono più lunghe e buie. In particolare, in prossimità degli equinozi d’autunno e di primavera, si registrano spesso picchi di attività solare.
Durante la nostra settimana, siamo riusciti a vederla in un paio di occasioni. Le condizioni meteorologiche che ci hanno accolto e accompagnato durante il viaggio, tuttavia, non hanno reso l’impresa affatto semplice.
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Diario di viaggio in Islanda
Giorno 0 – Partenza da Milano
Partiamo con un volo Wizz Air da Milano Malpensa alle 16:00, prenotato circa due mesi prima al costo di 400 euro a persona. Dopo tre ore e mezza atterriamo all’aeroporto internazionale di Keflavík, situato all’estremità occidentale della penisola di Reykjanes: una lingua di terra a sud-ovest di Reykjavík, riconosciuta come geoparco UNESCO per la sua intensa attività geotermica e vulcanica e per gli ampi campi di lava.
Una volta arrivati, proviamo a cambiare del denaro presso l’ufficio cambio dell’aeroporto, ma il tasso applicato si rivela molto sfavorevole, con una commissione di circa 70 euro. Optiamo quindi per un prelievo al bancomat, sempre in aeroporto: il cambio è leggermente migliore, ma la commissione ammonta comunque a circa 40 euro. A posteriori, ci rendiamo conto che non sarebbe stato necessario avere contanti, perché in Islanda le carte di credito sono accettate praticamente ovunque.
Per questo viaggio abbiamo scelto di spostarci esclusivamente in van, prenotando alcuni mesi prima tramite la compagnia Rent.is. Online è possibile trovare numerose società di noleggio. Le istruzioni ricevute al momento della prenotazione indicavano di attendere un loro incaricato davanti al cartello delle informazioni nell’area arrivi; servizio ogni 25 minuti. Dopo una breve attesa, arriva un addetto con il cartello Rent.is. e siccome siamo numerosi clienti, chiede che ad accompagnarlo sia soltanto la persona che a cui nome è stata effettuata la prenotazione.
Dopo un tragitto di cinque minuti raggiungiamo la sede della compagnia, dove mi viene consegnato il furgone: un Renault Trafic con cambio automatico e pneumatici non 4×4 (primo errore). Il mezzo corrisponde a quello prenotato e comprende le coperte, asciugamani ed inverter richiesti in fase di conferma. L’addetto mi illustra tutte le dotazioni e verifica con me che non ci siano problemi evidenti. Poi torno in aeroporto a prendere Giulia e nel frattempo, già inizia a nevicare.
Poiché il giorno successivo prevediamo di esplorare la penisola di Snæfellsnes, per la prima notte scegliamo il Reykjavík Eco Campsite, prenotato un paio di giorni prima al costo di 51 euro, senza elettricità. Raggiungiamo il campeggio guidando con prudenza e prendiamo posto in una delle piazzole. Decidiamo di trascorrere la prima notte senza collegarci alla corrente. Il van dispone infatti di una seconda batteria interna che alimenta il sistema di riscaldamento e che, in teoria, dovrebbe durare tutta la notte, purché il livello del carburante sia sufficiente: stando a quanto detto dal personale di Rent.is, serbatoio pieno almeno per tre quarti.
Giorno 1 – Snaefellsness Peninsula
La prima notte è trascorsa senza particolari difficoltà. Nonostante il freddo intenso all’esterno, l’interno del van è rimasto adeguatamente riscaldato e i sacchi a pelo, forniti con il mezzo, hanno garantito un riposo confortevole. Al mattino, aprendo le tendine, ci appare un ampio manto bianco. Ma quanto a nevicato stanotte? Riusciremo ad uscire dalla piazzola? Fortunatamente si, senza problemi.
Le previsioni meteorologiche per la giornata non sono per nulla favorevoli: vento, pioggia e neve. La nostra destinazione, la penisola di Snæfellsnes, dista circa due ore di viaggio. Abbandonato il camping e prima di imboccare verso nord la celebre Ring Road, ossia la Route 1, scegliamo di fare rifornimento di provviste presso un supermercato Krónan della zona, una delle principali catene islandesi insieme a Bónus, riconoscibile dal logo con il maialino.
Dopo aver percorso diversi chilometri verso nord, ci fermiamo brevemente a Borgarnes, attratti dalla chiesa di Borgarneskirkja, situata in posizione rialzata rispetto al centro abitato e caratterizzata da un’ampia vista panoramica su un paesaggio dominato da ghiaccio, acqua e neve.
Riprendiamo quindi il viaggio, imboccando la Route 54 in direzione della penisola. Individuiamo diverse destinazioni, ma alcune tappe emergono spontaneamente lungo il percorso. La prima è Ytri Tunga, una spiaggia di sabbia nera dove, in condizioni meteorologiche più miti, è possibile osservare le foche grigie riposare sugli scogli. Al nostro arrivo, tuttavia, inizia a nevicare, rendendo improbabile l’avvistamento degli animali.
Poco dopo arriviamo all’iconica Búðakirkja, una piccola chiesa nota per il rivestimento nero, in netto contrasto con la porta e le finestre bianche. L’edificio risalta nel paesaggio circostante, caratterizzato da campi di lava e colline ricoperti di neve e sferzate dal vento. Sarebbe interessante percorrere i sentieri che attraversano i campi di lava e conducono verso la costa, ma il programma della giornata e le condizioni meteorologiche instabili ci inducono a proseguire.
Continuiamo lungo la Route 574 fino ad Arnarstapi, dove parcheggiamo e raggiungiamo a piedi Gatklettur, una suggestiva formazione rocciosa ad arco, per poi proseguire verso l’Arnarstapi Cliffs Viewpoint. Le scogliere costiere sono imponenti e frastagliate. Colonie di uccelli marini posano sulle rocce volando via e ritornando tra l’infrangersi di un’onda e poi di un’altra. Lo scorcio panoramico è drammatico ed i colori freddi come l’aria che soffia senza incontrare veri ostacoli.
Per ripararci dal freddo e rifocillarci, attraversiamo la strada ed entriamo al Samkomuhúsið Arnarstapa, dove abbiamo consumato una zuppa islandese a base di agnello e verdure.
Proseguiamo sulla 574 girando attorno allo Snæfellsjökull e ci fermiamo al Saxhóll Crater, un cratere vulcanico tendenzialmente facile e veloce da scalare se non fosse per il vento fortissimo che si abbatte su di noi durante la scalata. Impressionante, Giulia deve abbassarsi a terra per non volare via ed io devo riporre tutti i miei attrezzi fotografici nello zainetto e pensare esclusivamente a rimanere in piedi. Completiamo comunque la scalata, scattiamo qualche foto e scendiamo prestando molta attenzione.
La prossima sosta si rivela più tranquilla. Vicino a Olafsvik, una deviazione lungo una strada sterrata conduce a Svöðufoss. Dal parcheggio, una passerella in legno e metallo porta alla cascata, alta 32 metri e circondata da colonne di basalto. L’acqua proviene dallo scioglimento dei ghiacci dello Snæfellsjökull e confluisce infine nell’Oceano Atlantico.
Dopo aver attraversato la tetra Olafsvik, da dove durante l’estate partono escursioni per l’avvistamento delle balene, raggiungiamo l’ultima meta della giornata: Kirkjufell e Kirkjufellsfoss. La prima è l’iconica montagna dalla caratteristica forma a campanile, divenuta celebre anche per la presenza in alcune scene di *Game of Thrones*; la seconda è la cascata che completa il celebre paesaggio. Entrambe suggestive anche ricoperte di neve, sebbene probabilmente il contesto estivo ne valorizzi ulteriormente l’aspetto.
Essendo ormai tardo pomeriggio e dopo aver verificato quali camping fossero aperti in zona, scegliamo di tornare al Reykjavík Eco Campsite. Sulla Route 54, non lontano da Kirkjufell, percorriamo il ponte sul Kolgrafarfjörður, una struttura che, vista dall’alto, ricorda l’impugnatura di una spada e che sarebbe particolarmente interessante da fotografare con un drone.
Dopo circa due ore di viaggio siamo di nuovo a Reykjavík. Prima di raggiungere il camping, ci fermiamo da Domino’s per mangiare una pizza di qualità modesta. Rientrati poi nel camping, ora familiare, occupiamo una piazzola prenotata lungo il tragitto, questa volta con elettricità inclusa, al costo di 65 euro. Anche stasera attendiamo per un po’ la comparsa dell’aurora boreale ma il tentativo è vano: il cielo, infatti, è ancora troppo nuvoloso e perturbato. Per osservarla sono necessarie condizioni relativamente serene e una copertura nuvolosa ridotta.
Giorno 2 – Reykjavik e la prima aurora
Le previsioni meteo per oggi ed il resto della settimana ci portano a rivedere un po’ tutti i nostri piani e a ristrutturare l’itinerario che avevamo in mente. Anticipiamo ad oggi, che piove e nevica, la visita di Reykjavik con l’obiettivo di avviarci lungo la ring road nel pomeriggio quando il tempo dovrebbe un po’ migliorare.
Ce la prendiamo comoda, godendoci la colazione nel camping all’interno della sala comune molto carina ed attrezzata.
Dopodiché’, raggiungiamo il centro in furgone passando davanti al Sun Voyager, una struttura in acciaio raffigurante una barca vichinga, e all’Harpa Concert Hall, senza fermarci. Continuiamo fino alla Cattedrale di Cristo Re, o Landakotskirkja, che visitiamo in pochi minuti mentre la pioggia si trasforma in neve rendendo ancora più candido il piccolo giardino della chiesa, già interamente bianco e ghiacciato.
Parcheggiamo poi vicino a un supermercato Krónan a due passi da Skólavörðustígur Rainbow Street, la via principale del centro di Reykjavik che percorriamo ammirando le colorate case di latta degli islandesi, fino alla Hallgrímskirkja, famosa cattedrale riconoscibile per il campanile dalla forma inconfondibile ed alto 73 metri. Con stupore osserviamo la concentrazione di turisti, forse addirittura superiore ai residenti locali.
Ripercorrendo a ritroso Rainbow Street, ci concediamo una cioccolata calda ed un pezzo di torta al Cafe’ Babalu, dai colori vivaci all’esterno e calda atmosfera al suo interno, compriamo qualche souvenir di rito e torniamo al furgone. Ci sarebbero svariati musei da visitare ma optiamo per non rimanere a Reykjavik anche il pomeriggio ed iniziare a dirigerci verso sud-est e approfittare dei prossimi due giorni di presunto sole per visitare le bellezze naturali lungo la ring road. Prima però, prendiamo un po’ di viveri al Kronan.
Uscendo da Reykjavík, cerchiamo una farmacia per Giulia, ma incredibilmente sono tutte chiuse. Percorriamo la Ring Road senza una meta precisa per la notte e con la neve che seppur più lieve non smette di cadere.
Superiamo Selfoss, papabile meta per la notte, con camping aperti segnalati su Parka e Rent.is. perché ancora presto e preferisco quindi proseguire verso Hvolsvöllur, altra zona che dove dovremmo riuscire a trovare un rifugio. Lungo il tragitto, noto un curioso scuolabus americano adibito a bar sul ciglio della strada. Decido di fermarmi a bere un caffè mentre Giulia è troppo ko per scendere e mi aspetta.
Arrivati a Hvolsvöllur, scegliamo l’Hellisholar Camping Ground, che offre anche hotel e bungalow. Paghiamo 65 euro, elettricità inclusa, e sistemiamo il van vicino ai bagni: poco romantico, ma molto comodo. Sono solo le 15, siamo i primi ospiti. Mentre Giulia riposa, approfitto di una schiarita per fare una passeggiata nel camping ground.
Ceniamo al ristorante del campeggio, dove assaggio la carne di balena, più un’attrazione turistica che un piatto tipico. Il locale è gestito da colombiani, cosa che ci spinge a chiederci perché persone provenienti da Paesi caldi scelgano di vivere in un luogo tanto freddo.
Finita la cena, torniamo al van con quella prudente speranza di vedere l’aurora boreale, nutrita da un cielo finalmente abbastanza sereno. Facciamo la spola un po’ dentro e un po’ fuori dal van perché fa sempre dannatamente freddo finché verso le 22:30 iniziamo a notare qualche colorazione strana del cielo e…. ci siamo! Eccola l’aurora boreale che si manifesta quasi all’improvviso muovendosi e cambiando forma senza chiedere spiegazioni. Traffico ed impreco con i settings del telefono, della macchina fotografica e della action cam perché non riesco a fotografarla come vorrei. Per fortuna Giulia col suo iPhone è più pronta di me ad immortalarla. Poi mettiamo via tutto, e ci godiamo lo spettacolo al buio e al freddo della notte islandese.
Giorno 3 – Da Seljalandsfoss a Vik
Ci svegliamo scoprendo che durante la notte è caduta altra neve. Facciamo colazione nel van e partiamo verso nuovi orizzonti. Percorriamo una strada non battuta, nel senso che siamo i primi della giornata a percorrerla solcando il soffice strato sottile di neve fresca. Approfittiamo della solitudine per scattarci qualche selfie con il nostro van nel bel mezzo della stradina innevata.
La prima meta della giornata è Seljalandsfoss, insieme alla vicina Gljufrabui. Arriviamo intorno alle 9:30; il parcheggio è già abbastanza affollato, ma non quanto lo sarà al momento della nostra partenza. Paghiamo 1.000 corone islandesi alla cassa automatica e iniziamo il percorso verso Seljalandsfoss, un’imponente cascata alta 60 metri, visibile già dal parcheggio. Il sentiero che conduce dietro la cascata è chiuso, quindi percorriamo tutto il percorso che costeggia le rocce fino a Gljufrabui, uno stretto canyon dentro al quale si rivela una cascata nascosta indimenticabile che sembra precipitare dal cielo in una piccola piscina naturale. Lo spettacolo è notevole.
Lasciamo il parcheggio e, prima di tornare sulla Ring Road, facciamo una leggera deviazione, a circa cinque minuti di distanza, infatti, giace il DC-3 Airplane Wreck, relitto di un aereo americano di colore grigio e arancione che smise di funzionare e fu abbandonato qui nel 1969. Riprendiamo la Route 1, la Ring Road, in direzione della tappa successiva, Skogafoss. Prima, però, effettuiamo un’altra breve deviazione lungo la strada secondaria 246, che conduce a Irarfoss, una cascata meno conosciuta e meno frequentata. Non è imponente come altre cascate, ma si trova lungo il percorso e merita una sosta.
Le due mete successive sono Skogafoss e Kvernufoss, situate a breve distanza l’una dall’altra. Raggiungiamo innanzitutto Skogafoss, un’imponente cascata lambita da un piccolo arcobaleno nel punto in cui l’acqua precipita. La visita comprende anche la salita di una irta scalinata metallica, dalla quale è possibile osservare la cascata dall’alto. Da questo punto inizia inoltre un itinerario escursionistico di diversi chilometri, che condurrebbe alla scoperta di altre cascate e cascatelle. Percorriamo solo il primo tratto, poiché il sentiero appare più adatto alla stagione estiva; quindi, torniamo al van e prepariamo un piatto di pasta utilizzando il nostro efficiente fornello a gas. Con la pancia piena, raggiungiamo il parcheggio da cui parte il sentiero per l’altra cascata: Kvernufoss. Il percorso è semplice e poco impegnativo, e conduce rapidamente alla cascata, che può essere osservata anche da dentro. Tutto bellissimo, anche qui.
La tappa successiva è Vik, con la spiaggia nera di Reynisfjara. Il sole riesce ancora a farsi vedere; le temperature rimangono basse, ma almeno non piove e non nevica. Lungo la strada possiamo ammirare splendidi scorci del ghiacciaio Mýrdalsjökull. Raggiungiamo la spiaggia nera, affollata di turisti. Alcuni si avvicinano alle onde nonostante la loro forza e imprevedibilità, caratteristiche per cui Reynisfjara è particolarmente nota. La spiaggia è suggestiva, con le rocce scure parzialmente ricoperte di neve e le onde selvagge, che creano una scenografia naturale di grande impatto. Ripartiamo e, dopo pochi minuti, arriviamo a Vik. Saliamo alla chiesa che domina l’abitato, poiché desidero scattare una fotografia panoramica dal cimitero situato poco più in alto. Lo raggiungiamo a piedi e da lì ammiriamo una splendida vista sulla cittadina, sulla piccola chiesa e sui faraglioni rocciosi oltre i quali si trova Reynisfjara stessa.
L’ultima tappa della giornata è Gigjagja, una caratteristica grotta la cui forma ricorda il volto di Yoda, il personaggio di *Star Wars*. La grotta si trova su un’ampia spiaggia completamente innevata. Non incontriamo altri visitatori e possiamo così lasciare le nostre impronte nella neve, tra le montagne e il mare, in un paesaggio che sembra appartenere a un altro pianeta.
Proseguiamo on the road e raggiungiamo il Tjaldstæðið Kirkjubær II, cottages and camping, dove pernottiamo al costo di 41 euro, con elettricità inclusa. Non avevamo prenotato, ma non è stato necessario: troviamo facilmente una piazzola e ci sistemiamo. In seguito, raggiungiamo a piedi il vicino Systrakaffi Restaurant, dove, dopo una breve attesa, troviamo posto per cenare.
Tornati al van, ci prepariamo per la notte. Il cielo è sereno e sembra offrire condizioni favorevoli per osservare l’aurora boreale. Le previsioni si rivelano corrette: anche questa sera l’aurora appare, luminosa e danzante, magnifica.
Giorno 4 – Da Svartifoss a Jokulsarlon
Ci svegliamo soddisfatti dopo lo spettacolo a cui abbiamo assistito, mentre intorno a noi van e camper iniziano lentamente a rimettersi in movimento. Dopo la consueta colazione nella nostra piccola e accogliente dimora, ci prepariamo ad affrontare un’altra giornata intensa: proseguiremo verso est lungo la Ring Road, senza una destinazione finale ancora definita.
Lasciato il campeggio, ci mettiamo in viaggio. Dopo circa un’ora, compare davanti a noi il Vatnajökull, il ghiacciaio più esteso d’Islanda e il secondo più grande d’Europa. Raggiungiamo Skaftafell, la prima tappa della giornata, dove paghiamo il parcheggio, come di consueto, al costo di 1.110 corone.
A Skaftafell si trova anche il campo base da cui partono le spedizioni per l’esplorazione del ghiacciaio, equipaggiate con ramponi, piccozze e tutta l’attrezzatura necessaria. Decidiamo, tuttavia, di rimandare questa esperienza e imbocchiamo il sentiero che conduce a Svartifoss. Dopo circa trenta minuti di cammino in salita, su un percorso non particolarmente impegnativo, raggiungiamo la cascata. La sua caratteristica principale è costituita dalle colonne di basalto alle sue spalle, che delineano uno scenario di notevole interesse paesaggistico.
Il sentiero prosegue oltre, ma noi decidiamo di tornare al punto di partenza. Attraversiamo il campeggio in direzione opposta e imbocchiamo un altro percorso, questa volta pianeggiante, verso lo Skaftafellsjokull, una delle lingue del grande ghiacciaio. Non è possibile avvicinarsi troppo al ghiacciaio: il sentiero termina e proseguire oltre è sconsigliato. La camminata merita comunque di essere fatta. Se avessimo avuto più tempo, avremmo potuto seguire anche le indicazioni che, dal sentiero per Svartifoss, conducevano in una direzione diversa da quella scelta per raggiungere la cascata. In seguito, ho capito che quel percorso portava, dopo alcune ore, a un altro punto panoramico sul ghiacciaio: una visuale laterale, anziché frontale, ma più vicina al ghiaccio.
Ripercorriamo il sentiero con il sole, timido ma ancora presente, che ci scalda abbastanza. Tornati al punto di partenza, prima di andare al parcheggio, entriamo nel bar-ristorante per mangiare qualcosa. Siamo fortunati: arriviamo appena prima di un autobus pieno di turisti, che subito dopo forma una lunga coda alla cassa.
Ripartiamo verso una destinazione vicina: il parcheggio, gratuito, da cui parte il sentiero per Svinafellsjokull, una lingua del ghiacciaio. Il percorso è semplice e conduce a un lago che riflette le cime innevate in lontananza. Proseguendo fino al punto panoramico, il ghiacciaio appare in tutta la sua imponenza e possiamo avvicinarci molto: uno spettacolo mozzafiato.
Torniamo al van e ripartiamo verso est lungo la Ring Road. Dopo poco facciamo una breve sosta per visitare la Hofs Church, una piccola chiesa con il tetto in torba che sembra uscita dalla Contea degli hobbit. Poiché non è visitabile all’interno, ci fermiamo solo il tempo necessario per scattare qualche fotografia, poi riprendiamo il viaggio verso un’altra lingua del Vatnajökull: Fjallsjökull. Parcheggiamo al costo di 1.000 corone e percorriamo il sentiero fangoso che conduce alla laguna davanti al ghiacciaio, completamente ghiacciata, naturalmente. Alcuni temerari camminano sulla superficie gelata, incuranti del pericolo, per avvicinarsi alla parete. Noi preferiamo limitarci a fotografarla da lontano: la vista è comunque splendida.
Ultima tappa della giornata: Jökulsárlón e Diamond Beach, che si trovano praticamente nello stesso luogo. Jökulsárlón è una laguna piena di iceberg che comunica con l’oceano; la Diamond Beach, invece, è la spiaggia adiacente, chiamata così per i grandi blocchi di ghiaccio che uscendo dalla laguna talvolta si depositano a riva o vicino ad essa, brillando come diamanti.
Ci sono diversi parcheggi. Noi scegliamo quello sulla destra, subito dopo il ponte, e paghiamo 1.197 corone. Per prima cosa camminiamo sulla spiaggia, osservando gli splendidi frammenti di ghiaccio e i visitatori intenti a scattare fotografie improbabili. Poi torniamo verso la laguna, cercando di avvistare qualche foca che ogni tanto fa capolino tra un iceberg e l’altro. È un luogo straordinario e assolutamente imperdibile.
Sono circa le 18 e iniziamo a valutare il da farsi: proseguire verso est, magari fino alla cittadina portuale di Höfn per mangiare degli scampi, oppure invertire la rotta e cominciare il viaggio di ritorno. Dopo aver considerato i campeggi ancora aperti e altri aspetti pratici, optiamo per la seconda possibilità e torniamo al camping della notte precedente, Tjaldstæðið Kirkjubær II. Troviamo facilmente posto e paghiamo 41 euro, elettricità inclusa.
Ceniamo di nuovo al Systrakaffi Restaurant, questa volta arrivando prima per evitare l’ora di punta: una scelta azzeccata. Dopo cena, ci concediamo una doccia rigenerante. Anche stasera, attendiamo l’aurora boreale che decide purtroppo di non mostrarsi.
Giorno 5 – Fjadragrjutur, Geysir e Gullfoss
Dopo la consueta colazione nel van, ripartiamo verso ovest. Prima, però, facciamo una sosta vicino al campeggio per ammirare Stjórnarfoss, una cascata situata a pochi passi dalla strada: una fermata comoda e veloce.
Anche la destinazione successiva è poco distante. Arriviamo di buon’ora a Fjaðrárgljúfur, uno spettacolare canyon diventato particolarmente famoso negli ultimi anni grazie a Instagram. La sua popolarità è certamente meritata. Sebbene l’estate sia probabilmente la stagione migliore per apprezzarne pienamente i colori e la maestosità, anche in questo periodo il panorama è straordinario. Un sentiero costellato di punti panoramici accompagna i visitatori alla scoperta del canyon, offrendo scorci sempre più suggestivi. Anche questa è una tappa imperdibile.
On the road again. Arriviamo al parcheggio da cui parte la lunga strada verso il Solheimasandur Plane Wreck, il relitto di un altro piccolo aereo militare americano precipitato sul desolato terreno islandese nel 1973. Dopo aver pagato 750 corone per il parcheggio, noto una signora affaticata che sta tornando dal suo hiking e le chiedo a che ora sia partita: circa tre ore prima, per un percorso di andata e ritorno lungo 9 km. Sicuramente fattibile, ma molto più impegnativo e lungo di quanto immaginassimo per visitare un rottame.
Mentre valutiamo se rinunciare, ecco il colpo di scena: arriva una navetta. Scopriamo così che un bus collega regolarmente il parcheggio al relitto. Il biglietto costa circa 20 euro a persona, una cifra decisamente alta, ma decidiamo di lasciarci rapinare e saliamo a bordo. In pochi minuti arriviamo sul posto e capisco subito che abbiamo fatto bene a non camminare: la strada è completamente dritta, circondata da un paesaggio bianco e uniforme che sembra non finire mai.
Dopo circa mezz’ora riprendiamo la navetta per il rientro. Una volta raggiunto il parcheggio, prepariamo un piatto di pasta con il fornello a gas prima di ripartire. Poco dopo, ci fermiamo per una pausa caffè alla Faxi Bakery, un’interessante caffetteria e pasticceria. All’esterno è inoltre possibile visitare una breve esposizione fotografica dedicata al ghiacciaio Eyjafjallajökull. È interessante sapere che il ghiacciaio ricopre il vulcano Eyjafjoll, responsabile dell’eruzione del 2010 che causò notevoli disagi al traffico aereo europeo per quasi un mese.
Proseguiamo verso Geysir, l’area geotermica situata lungo il cosiddetto Golden Circle, caratterizzata dalla presenza di sorgenti termali e geyser attivi. Dopo aver parcheggiato al costo di 1.086 corone, ci addentriamo nel parco, ricco di sorgenti di acqua bollente. Superato il Little Geyser, raggiungiamo lo Strokkur Geyser, la principale attrazione dell’area, che erutta a intervalli regolari di circa otto minuti. Uno spettacolo unico che lascia abbastanza senza parole. Successivamente, percorriamo il sentiero che conduce alla sommità della montagna, dove una terrazza panoramica offre una vista dall’alto sul parco geotermico. Da questa posizione è possibile osservare l’eruzione del geyser da una prospettiva diversa.
Lasciamo la zona geotermica per raggiungere il campeggio individuato per la notte. Tuttavia, viste le previsioni meteo avverse per il giorno successivo, decidiamo di anticipare la visita a Gullfoss, anche se il pomeriggio è ormai inoltrato. Arriviamo rapidamente al parcheggio della cascata più famosa e imponente d’Islanda, che si trova a pochi minuti d’auto da Geysir. Con nostra sorpresa, non troviamo alcun punto in cui pagare. Ci incamminiamo verso la cascata mentre il vento rende il freddo ancora più intenso: tenere le mani fuori dai guanti è quasi insopportabile.
Gullfoss è spettacolare e davvero imponente. La visitiamo rapidamente, ma senza tralasciare nessuno dei punti panoramici, anche se il freddo ci costringe ad affrettarci. Per dimensioni, bellezza ed imponenza, può essere paragonata a cascate come Niagara e Iguazú.
Dopo esserci rifugiati nel van, torniamo verso Geysir, superiamo la zona e poco dopo raggiungiamo l’ Úthlíð Camping ground (38 euro, con elettricità). Prendiamo posto nell’area campeggio aperta durante l’inverno, trascorriamo la serata cucinando a bordo e aspettiamo l’aurora, che anche questa sera decide di non mostrarsi.
Giorno 6 – Þingvellir e sopravvivenza
Una delle applicazioni e dei siti web più utili da consultare durante un viaggio in Islanda, soprattutto quando si percorre il Paese in auto, è umferdin.is. Lo abbiamo controllato per tutta la durata del viaggio, così da monitorare le condizioni delle strade. Il giorno precedente avevamo notato un’allerta meteo piuttosto seria per oggi: erano previsti venti estremi e si sconsigliava di mettersi alla guida. Insomma, una situazione tutt’altro che ideale.
La notte è stata pessima. Il vento faceva sbattere continuamente e rumorosamente lo sportello della presa elettrica, impedendomi quasi del tutto di dormire. Al risveglio temo di trovare fuori un vento impetuoso. Invece, appena apro lo sportello, scopro che soffia soltanto una brezza leggera, almeno in apparenza non preoccupante. Siamo comunque pensierosi, considerati gli avvisi del giorno precedente, ma le condizioni meteorologiche non sembrano molto diverse da quelle dei giorni passati. Così ci mettiamo in viaggio, diretti al Thingvellir National Park, con l’intenzione di proseguire poi verso Reykjavík.
Percorriamo la strada 37 fino all’uscita per la 365, che si collega alla 36, diretta verso il parco nazionale. Poco dopo aver imboccato la 36, ci rendiamo conto di aver commesso un’imprudenza, anche se non comprendiamo ancora la gravità della situazione: ne prenderemo piena consapevolezza solo in seguito. Il vento soffia perpendicolarmente dalla montagna e spazza la strada, sollevando la neve che si accumula sull’asfalto. In alcuni tratti le raffiche sono così violente da ridurre drasticamente la visibilità. Procediamo quindi molto lentamente, con estrema cautela e una certa preoccupazione, finché raggiungiamo il parcheggio P3 di Thingvellir, dove paghiamo 1.000 corone e sono già presenti alcune automobili. A quanto pare, non siamo gli unici a essere arrivati fin lì, forse per imprudenza o incoscienza.
Quando scendiamo dal veicolo, dobbiamo tenere ferme le portiere per evitare che il vento le danneggi. Ci copriamo bene e imbocchiamo il sentiero che attraversa la faglia. L’area è particolarmente importante perché qui si incontrano le placche tettoniche nordamericana ed euroasiatica. In estate, a Silfra, è possibile immergersi nel lago e osservare la faglia sommersa. Proseguiamo lungo il percorso, che si snoda tra le rocce e fa sembrare il vento meno intenso. Si tratta, però, soltanto di un’impressione, perché la zona è parzialmente riparata dalle rocce. Continuiamo fino alla cascata di Öxaráfoss, completamente ghiacciata, poi torniamo indietro. Siamo indecisi se completare l’itinerario ad anello fino alla Þingvallakirkja, ma alla fine rinunciamo e rientriamo al furgone. Il vento è potentissimo e, mentre salgo, rischia quasi di strapparmi la portiera di mano.
A quel punto iniziano circa due ore di grande apprensione. Riprendiamo la strada in direzione di Reykjavík, ma le condizioni si rivelano subito estreme: raffiche di vento molto intense scendono dalla montagna senza incontrare ostacoli e spazzano completamente la strada di neve. Dopo pochi chilometri incontriamo una pattuglia del soccorso stradale islandese, che ci informa della gravità della situazione e ci avverte che proseguire sarebbe a nostro rischio e pericolo. Di fronte all’evidenza, chiediamo indicazioni sul da farsi e seguiamo gli agenti, insieme a un’altra automobile di turisti nella nostra stessa situazione, fino a un campeggio situato poco distante, ma in direzione opposta. Invertiamo quindi la marcia e procediamo con molta cautela. Durante il tragitto si unisce al gruppo un’ulteriore automobile. Poco dopo, la polizia ci indica di proseguire autonomamente fino al campeggio più vicino e di attendere lì nuove istruzioni da parte di altre pattuglie. Nel frattempo, gli agenti tornano a recuperare i turisti rimasti a Þingvellir, da dove provenivamo.
Arriviamo al campeggio, naturalmente chiuso, ma relativamente protetto dalla furia del vento. Dopo pochi minuti, sopraggiunge un altro mezzo della polizia islandese. Notiamo che le due automobili che viaggiavano con noi, dopo aver parlato con gli agenti, ripartono. Siamo incerti sul da farsi: potremmo rimanere nel van, parcheggiati in una zona abbastanza riparata, sebbene con tutte le strutture chiuse, oppure seguire gli altri veicoli. Decidiamo di proseguire: gravissimo errore, grandissima cazzata.
Dopo alcuni chilometri in condizioni accettabili, infatti, ci troviamo nuovamente in un tratto esposto a raffiche violentissime. Le automobili davanti a noi procedono a passo d’uomo, mentre il van perde completamente aderenza nella parte posteriore. Per diverse volte riesco a mantenerlo miracolosamente all’interno della carreggiata. La situazione è estremamente preoccupante: Giulia prega e anch’io cerco di mantenere la calma. A un certo punto, l’automobile in testa alla piccola carovana si ferma e non riparte. Inizio a suonare il clacson, temendo che il vento possa spostare il van anche con il freno a mano inserito. Scendere dal veicolo non sembra sicuro. Probabilmente il conducente davanti a noi non riesce più a distinguere la strada e non sa come procedere. Decido quindi di contattare il soccorso stradale, spiegando la situazione e indicando la nostra posizione. Temo che, prima o poi, il van possa uscire dalla carreggiata e che sia necessario un intervento di recupero. Cerco di fornire tutte le informazioni mantenendo la calma. Dopo circa venti minuti, anche se il tempo sembra molto più lungo, i due veicoli davanti a noi ripartono lentamente. Li seguiamo e, come speravo, raggiungiamo poco dopo il bivio tra la strada 365 e la strada 36. Contavo sul fatto che, arrivando sulla 36, ci saremmo allontanati dalla zona più esposta alle raffiche. La situazione, infatti, migliora sensibilmente, anche se la paura appena vissuta mi induce a guidare con estrema prudenza. Infine, arriviamo a un punto in cui incontriamo un’altra pattuglia della polizia, impegnata a liberare un’area innevata e a far transitare i veicoli uno alla volta nell’unica direzione percorribile: verso sud.
Superata la parte più difficile, ancora visibilmente scossi, arriviamo finalmente a Selfoss. Appena entrati in paese, mi fermo presso un distributore di carburante per riprendermi. È stata un’esperienza davvero spaventosa.
Decidiamo di fermarci e cercare riparo a Selfoss. La giornata, oltre al vento micidiale, è anche piovosa. Rimarremo qui per la notte e ci sposteremo domani verso l’aeroporto sperando in una situazione più clemente. Prima di cercare un posto per dormire, ci facciamo un piatto di pasta in un parcheggio. L’esperienza appena vissuta mi ha scosso. Decidiamo di passare l’ultima notte in un bungalow all’interno del Camping Selfoss, lo prenotiamo sul momento credo su booking.com per circa 110 euro. Compriamo al supermercato il necessario per cenare in bungalow e qualcosa per domani che sarà l’ultima giornata, poi a letto. Con un tetto di legno sulla testa. Stasera ci voleva.
Giorno 7 – Blue Lagoon e ritorno
Appena svegli, controlliamo il meteo e la situazione stradale per assicurarci che l’emergenza sia rientrata. Alcune strade sono ancora chiuse o parzialmente percorribili, ma fortunatamente non quelle che conducono alla Blue Lagoon, vicino all’aeroporto. Il tempo è variabile, con pioggia, schiarite e vento, oggi apparentemente meno intenso.
Facciamo colazione e partiamo verso la costa, lasciandoci Selfoss alle spalle. Percorriamo la strada costiera con una certa apprensione a ogni folata e attraversiamo alcuni momenti di forte temporale. Fino all’ultimo, l’Islanda continua a mostrarci il suo lato più impetuoso.
La strada ci porta nella penisola di Reykjanes e, arrivati a Grindavik, Giulia riesce a convincermi a fare una deviazione. Io vorrei soltanto raggiungere la laguna, restituire il furgone e lasciare l’isola: evidentemente, non mi sono ancora del tutto ripreso. Seguiamo comunque una strada rocciosa fuori dal paese, fino a una piccola penisola dove si trova il Hrafn Sveinbjarnarson III Ship Wreck, il relitto di una nave arenata in modo definitivo in quel luogo remoto. Non posso fare a meno di pensare a ciò che sarebbe potuto accadere a noi il giorno precedente: anche noi avremmo potuto rimanere bloccati, come le navi e gli aerei incontrati durante il viaggio.
Scattiamo una foto, leggiamo il cartello informativo e ripartiamo. Attraversiamo campi di lava coperti di neve e arriviamo finalmente alla Blue Lagoon, intorno alle 11:30. Ora posso rilassarmi. Acquistiamo i biglietti online prima di entrare e trascorriamo il resto del pomeriggio immersi nell’acqua. Il contrasto tra il calore della laguna e il freddo esterno è spettacolare, soprattutto con il vento e la pioggia leggera. Il biglietto standard include anche una maschera per il viso e una bevanda.
Non vorremmo più uscire, ma si avvicina l’ora di andare in aeroporto: il volo parte alle 19. Verso le 15:30 lasciamo quindi la laguna e consumiamo un ultimo pasto nel furgone. Poi facciamo il pieno di carburante e riconsegniamo il mezzo al deposito di Rent.is: grazie di tutto, grazie per non esserti arenato e per aver assecondato le mie “dolci” manovre. Abbi cura di te.
Salutiamo questa terra con sentimenti contrastanti. L’Islanda è ricca di meraviglie naturali, ma rivela anche una natura spesso inospitale e difficile da attraversare. È stato un road trip che valeva la pena fare, capace di regalarci sorprese positive e momenti più complicati.
Islanda, non so se ci rivedremo. Ma, se accadrà, sarà sicuramente in estate.
Riepilogo spese
- Trasporti: € 2.150 (noleggio van € 1.050, carburante € 250, aereo € 850)
- Alloggi (Camping, Bungalow): € 415
- Parcheggi attrazioni: € 115
- Spese in loco varie: € 900

