In moto fino alle porte dell’Ucraina: 5.000 km tra i passi dei Carpazi e l’enclave russa della Transnistria

Un viaggio su due ruote lungo 5.000 km, spinti dal desiderio di esplorare l’Europa orientale e spingerci fino ai confini dell’Ucraina. Insieme a mia moglie Paola, siamo saliti in sella alla nostra moto per attraversare la Romania, percorrere le strade più alte dei Carpazi, addentrarci nella Repubblica di Moldova e varcare persino i blindatissimi checkpoint della Transnistria, una regione separatista filorussa rimasta ferma al tempo dell’URSS. Tra pioggia battente, passi mozzafiato, monasteri secolari ed incontri non sempre facili, questo è il racconto giorno per giorno della nostra indimenticabile avventura.
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Diario di viaggio in Romania, Moldova e Transnistria
L’autostrada A4 scivola sotto la nostra moto. Siamo di ritorno da un viaggio di 5.000 km che ci ha spinti fino alle porte dell’Ucraina. Chiacchierando nei caschi, io e Paola stiamo ripercorrendo mentalmente le due settimane appena passate. Abbiamo percorso strade e visto posti magnifici. A volte ci siamo inzuppati o annoiati e siamo stanchi, ma alla fine siamo molto soddisfatti. Ma c’è un ma: siamo sempre tornati da ogni viaggio con un bagaglio umano oltre che turistico. Stavolta è diverso. Ci sono mancate la cordialità, l’empatia, la curiosità della gente. Abbiamo incontrato tante persone mai ostili, ma fredde e distaccate. Noi sorridiamo sempre a tutti, ma i pochi sorrisi che siamo riusciti a strappare sono le rare eccezioni ad una triste regola.
È primavera. Ormai è tempo di pensare alle vacanze estive. Quando? Dopo ferragosto. Quanto? Due settimane. Come? In moto, ovviamente. Dove? Ecco, questo è il dilemma. Facciamo girare il mappamondo e le mete cominciano a scorrere nelle nostre menti. Alla fine scegliamo la Romania, per la sua storia, le sue leggende e le sue strade, vero Nirvana motociclistico. Ma visto che ci siamo, perché non spingerci anche in Moldova? Ok, ma cos’è questa Transnistria? Nemmeno ne sapevamo l’esistenza. Leggiamo che è “una regione separatista filorussa della Moldova al confine con l‘Ucraina”. Le cose si fanno ancora più curiose. Ma non vi anticipiamo nulla.
Giorno 1: la partenza sotto la pioggia verso Udine
Si parte. Una pioggia battente, a volte torrenziale, ci accompagna fino alle porte di Udine. Prendere acqua in moto per 450 km e sei ore è un bell’inizio; in più è stata così tanta e forte da penetrare anche nelle valigie rigide laterali. Temendo che di pioggia ne prenderemo ancora, ci muniamo di grosse e robuste sacche di plastica per avvolgere le borse interne della moto. Funzioneranno?
Giorno 2: attraverso la Slovenia e la Croazia fino a Pécs
Innocui nuvoloni bianchi in breve si trasformano in un cupo e tetro cielo da cui comincia a cadere una montagna di pioggia, anche peggio di ieri. E così sarà per oltre 300 km. Mentre attraversiamo la Slovenia, la moto a tratti sembra un piccolo motoscafo. Peccato, perché la strada sarebbe molto bella. Entrati in Croazia, peggiora anche il manto stradale. Tra villaggi, colline e campi coltivati, ci fermiamo per una pausa a circa 180 km dalla nostra meta odierna, approfittando del sole da poco apparso miracolosamente tra le nuvole. Riposiamo gambe e schiena e facciamo asciugare un po’ i completi antiacqua che stanno facendo gli straordinari. E poi è Ungheria. L’asfalto e le buche peggiorano, ma almeno ha smesso di piovere. Misteriosamente la E661 croata si trasforma nella statale 6 ungherese, subito indicata come autostrada con tanto di sistemi automatici di rilevamento della vignetta. Preoccupati di essere ormai dei fuorilegge, veniamo tranquillizzati da un benzinaio che ci informa che la statale è a pagamento per tutti i veicoli tranne che per le moto. Meno male.
Dopo otto ore e mezza e 500 km tondi tondi arriviamo a Pécs. Di norma prenotiamo gli alloggi nelle zone centrali delle città così da poterci muovere senza dover riprendere la moto o usare taxi o mezzi pubblici. In più, camminare fa bene e scioglie la rigidità di ore di guida. Così, presa la camera, ci avviamo a piedi nel centro storico, molto animato e giovane, vagando tra la grande Piazza Széchenyi Ter, la cinquecentesca Moschea Pasha Gazi Kasim con la mezzaluna e la croce sulla cupola, la Cattedrale medioevale dei Santi Pietro e Paolo riconoscibile dalle quattro alte torri e la Király utca, una delle vie principali del centro, su cui si affacciano edifici imponenti come il Teatro Nazionale.
Giorno 3: l’ingresso in Romania e le meraviglie di Alba Iulia
La giornata parte con un bel sole. Anche oggi ci aspettano oltre 500 km. L’uscita dall’Ungheria è lungo le curve di belle ma scassate strade, tra campi sconfinati di girasoli che saranno una compagnia fissa per tutto il viaggio. Ci rendiamo conto che, se vogliamo arrivare ad un orario decente alla tappa serale, dobbiamo alzare obbligatoriamente la media. Durante una sosta facciamo al volo la vignetta autostradale ungherese e ci infiliamo in una vera ma noiosissima autostrada per gli ultimi km magiari ed i primi in Romania. Quando finalmente raggiungiamo le prime pendici dei Carpazi, il percorso si anima di curve e saliscendi. Lasciata l’autostrada, ci godiamo gli ultimi 40 km su una strada secondaria tra piccoli villaggi che sbuca inaspettatamente tra i palazzi ed i giardini di Alba Iulia.
Alle 18:00, dopo otto ore di guida, spegniamo la moto nel cortile dell’albergo. Siamo proprio presso la Cetatea Alba Carolina, fortezza a pianta stellare a sette punte con bastioni e porte monumentali, costruita nel XVIII secolo per difendere la città dai Turchi. Al suo interno si trova la trecentesca Catedrala Romano-Catolică o Cattedrale di San Michele, la più antica della Romania con un’altissima torre campanaria, mentre all’esterno l’ortodossa Catedrala Încoronării del XX secolo, simbolo della storia e dell’unità nazionale romena. La città è molto vivace e ariosa, con cinema all’aperto, chioschi con street food e tanti locali dove facciamo conoscenza della prima specialità della cucina romena, il Sarmale, involtini bolliti di foglie di cavolo in salamoia avvolte attorno a carne macinata, riso e cipolla soffritta, serviti con l’immancabile panna acida.
Giorno 4: in moto sulla Transalpina fino a Râmnicu Vâlcea
Oggi percorreremo da nord a sud la DN67C, conosciuta come Transalpina o Strada dei Re, uno dei due iconici percorsi motociclistici dei Carpazi romeni considerati i più spettacolari d’Europa. Boschi di slanciati abeti, pini e faggi incorniciano centinaia di curve mentre, tra resort per amanti della montagna e fiabeschi laghetti, gradatamente si sale al Pasul Urdele a 2.145 metri di quota, facendone la strada più alta della Romania. La vegetazione in breve scompare lasciando spazio a sconfinati panorami. La temperatura è fresca ed il cielo quasi sempre sereno. Iniziata la discesa su vertiginosi tornanti, ad un bivio incontriamo un piccolo mercato di prodotti alimentari locali che ci permette una sosta e di assaggiare il Brânză Afumată, formaggio tradizionale affumicato accompagnato da ottimo pane casereccio.
A Novaci seguiamo dapprima una bella strada tra piccoli villaggi dove la vita scorre lenta come i carri trainati dai cavalli, per poi arrivare a Râmnicu Vâlcea che appare all’improvviso dietro una curva con viali multicorsia, palazzi ed incroci. La città si trova lungo la valle del fiume Olt, area nota per le sorgenti termali ed i numerosi monasteri cristiano-ortodossi che vanno dal XIV al XVIII secolo. Oggi i km sono stati solo 240 ma abbiamo ancora addosso i lunghi trasferimenti dei giorni scorsi, quindi preferiamo restare in zona albergo e cenare in un pub con tanto di insegna ed arredamento irlandese che di romeno non ha proprio nulla. E nemmeno la Guinness.
Giorno 5: i tornanti della Transfăgărășan ed il fascino di Brașov
Dopo la Transalpina è tempo di affrontare la DN7C, più nota come Transfăgărășan o in romeno Nebunia lui Ceaușescu (la follia di Ceaușescu) dal nome del dittatore che, con enormi costi umani ed economici, la fece realizzare negli anni ’70 per permettere alle sue truppe di attraversare rapidamente i Carpazi in caso di invasione sovietica. Come la parallela Transalpina, anche questa strada collega le regioni dell’Oltenia e della Transilvania. La percorreremo da sud a nord, cercando di evitare la pioggia che minaccia di rendere tutto meno sicuro e spettacolare.
Raggiunta Curtea de Argeș su una trafficata statale, iniziamo i 150 km della Transfăgărășan tra foreste, alte vette, vallate, riserve naturali, gallerie, viadotti, tornanti, dighe e laghi, tra i quali il grande lago Vidraru le cui acque azzurre interrompono lo scenario verde della foresta. Oltre a goderci le curve, abbiamo la speranza di poter vedere un orso, illusione che resterà vana. Seguiamo la sponda orientale del lago lungo una tortuosa strada. L’asfalto è pessimo, sconnesso e pieno di buche, interrotto spesso da lavori di manutenzione che peggiorano tutto e creano code. Anche qui la vegetazione sparisce come d’incanto salendo in quota e la strada si attorciglia su ripidi tornanti fino ad arrivare ai 2.042 metri del Pasul Bâlea con uno scenografico lago glaciale ed un tunnel stradale di 887 metri, il più lungo del Paese. Sul passo si concentrano rifugi, chalet e centinaia di veicoli e moto che si contendono un posto dove fermarsi, creando un ingorgo incredibile. La vista che si gode dall’alto è davvero spettacolare. La strada sottostante crea un arabesco sul panorama che si distende all’infinito incorniciato dalle montagne. La concentrazione di visitatori è davvero troppa e riusciamo solo ad accostarci lungo la strada per un minuto e qualche foto prendendo brutte parole da quelli che passano.
Scesi a Cârțișoara su un bel percorso tutto curve, proseguiamo più diretti fino a Brașov, almeno noi in moto dato che i lavori della nuova asfaltatura creano km di coda per auto e autocarri. Siamo in piena Transilvania, regione ricca di borghi, chiese fortificate e castelli, tra cui il più celebre è quello di Dracula. Ma questo già lo sapevate. I villaggi tradizionali che si attraversano hanno conservato l’architettura, le proporzioni e le dimensioni medioevali, con basse case sistematicamente allineate lungo le strade. Brașov, che è annunciata dalla pacchiana scritta in stile hollywoodiano sulla collina che la domina, è comunque una città affascinante e merita del tempo. L’albergo, proprio all’interno di un edificio storico, è vicino alla grande Piața Sfatului o Piazza del Consiglio, dove si concentrano alcune delle bellezze della città tra cui il Palazzo del Consiglio, la Casa Negustorilor o dei Mercanti, la Biserica Sfântul Nicolae o Chiesa ortodossa della Donazione e la Strada Republicii, via pedonale piena di negozi, bar e ristoranti. Poco distanti si trovano la Biserica Neagră, la gotica Chiesa Nera cattolica del XIV secolo dedicata alla Vergine ed annerita dal grande incendio del 1689 che devastò gran parte della città, e la cinquecentesca Poarta Ecaterinei o Porta Caterina con quattro piccole torrette agli angoli della torre principale, l’unica rimasta in piedi tra le antiche porte. Staremo a Brașov due notti e dedicheremo la giornata di domani ad un giro di circa 150 km tra castelli e paesaggi da cartolina.
Giorno 6: l’incanto del Castello di Peleș ed i borghi della Transilvania
Stanotte ha piovuto parecchio e stamattina il cielo ancora minaccioso si aprirà più tardi. Dopo una cinquantina di km arriviamo a Sinaia. L’ottocentesco Castello di Peleș si staglia tra la vegetazione su un’altura, illuminato dal sole. Prima della partenza ci siamo procurati i biglietti d’ingresso così da saltare la coda, ma in realtà la coda c’è e mica poca. Ma vale la pena aspettare: senza dubbio è il più bello di Romania ed uno dei più belli d’Europa. È stata la residenza estiva dei primi regnanti romeni, il re Carol I e la regina Elisabetta, all’avanguardia per i tempi con riscaldamento centrale ad aria calda, elettricità, un montacarichi ed un cinema. La visita degli interni, splendidamente arredati e decorati, dura circa quaranta minuti.
Ripresa la moto risaliamo verso Brașov, prendendo la deviazione verso il famoso Castelul Bran, il Castello di Dracula. Ci facciamo bastare uno sguardo dalla strada, vista l’orda di turisti che prendono d’assalto i banchetti di souvenir e le attrazioni da luna park. Avevamo già deciso di non visitarlo preferendo quello di Sinaia, più realistico e meno costruito intorno ad un mito ed un libro horror. Questo castello, eretto nel XIII secolo per proteggere la Transilvania dagli invasori, nel 1920 divenne una residenza reale. Il suo aspetto gotico, le torri, gli interni cupi ed i sotterranei hanno alimentato la leggenda che lo avvolge, ma di fatto il castello descritto nel romanzo di Bram Stoker non existe e la vera residenza di Vlad III, l’ispiratore di Dracula, non è qui in Transilvania ma a Târgoviște, un’ottantina di km più a sud nella regione della Valacchia.
Proseguiamo il giro lasciando le strade principali e inoltrandoci tra i villaggi di Peștera e Măgura. Strade strette e tortuose attraversano piccoli gruppi di case in uno scenario bucolico con dolci colline, verdi prati, greggi di pecore, tradizionali case in legno, trattori e carretti. Affrontiamo anche una decina di km di un viscido sterrato nella boscaglia con tornanti in discesa, prima di arrivare alla fortezza di Râșnov, una città-rifugio risalente al XIII secolo con una poderosa cinta muraria, purtroppo chiusa per lavori di restauro. Rientrati a Brașov abbiamo tempo per giracchiare ancora e cercare un buon locale dove continuare a gustare l’ottima cucina locale. In serata sulla città si riversa un violento nubifragio che allaga le strade trasformandole in fiumi color cioccolato ed il rientro a piedi in albergo è alquanto bagnato.
Giorno 7: oltre i Carpazi verso la storicità di Iași
Il diluvio di ieri sera ha lasciato strade infangate ed aria fresca. Oggi ci attendono 300 km di avvicinamento alla Moldova. Una bella strada ci porta a scavallare nuovamente i Carpazi verso la regione della Moldavia romena salendo al Pasul Oituz, un valico a 866 metri di quota. Sul passo si trova un monumento che ricorda le battaglie della Prima Guerra Mondiale qui combattute tra romeni ed austro-ungarici e tedeschi. La strada si distende fino a Bacău e poi si trasforma in una specie di superstrada con gli ultimi 70 km ancora bagnati da una fastidiosa pioggia.
Arriviamo a Iași, la seconda città più grande del Paese dopo Bucarest e capitale della Romania tra il 1916 ed il 1918. Anche questo albergo è proprio in centro, così in breve raggiungiamo il Bulevardul Ștefan cel Mare și Sfânt (viale Stefano il Grande e Santo, uno dei più importanti sovrani moldavi), sfiliamo l’ortodossa Catedrala Mitropolitană del XIX secolo dedicata a Santa Parascheva patrona della regione, la Biserica Trei Ierarhi (Chiesa dei Tre Gerarchi) del XVII secolo con le facciate esterne finemente intagliate ed arriviamo al Palatul Culturii (Palazzo della Cultura) dei primi del ‘900, con quasi 300 stanze che occupano 35 mila metri quadrati ed una torre dell’orologio dal diametro di oltre 3 metri con 12 quadranti recanti i 12 segni zodiacali. Stavolta, alla faccia della cucina tradizionale, ceniamo in camera con sushi preso in un centro commerciale.
Giorno 8: l’ingresso in Moldova e la scoperta di Chișinău
Al risveglio finalmente cielo terso. Guidiamo per una quarantina di km tra colline ricoperte da sconfinati campi di girasoli e mais. Lungo la strada che attraversa piccoli villaggi, la gente vende i propri prodotti dell’orto. Ed ecco la frontiera di Sculeni tra Romania e Repubblica di Moldova. Fortunatamente non c’è coda di veicoli, al contrario delle pessimistiche previsioni di internet. Avevamo letto anche di un sistema congiunto Romania–Moldova per i controlli doganali che avrebbe garantito maggiore rapidità, ma è una bella balla. Ognuno si fa il suo. Comunque in breve passiamo quelli romeni e approcciamo quelli moldavi. In circa tre quarti d’ora superiamo la frontiera ed entriamo in Moldova. I 100 km che ci separano da Chișinău, la capitale, sono dapprima sconnessi, ma poi migliorano e la strada diventa scorrevole. Subito appaiono cartelli e scritte Moldova Europeana 2030 con bandiere dell’Europa e della Moldova appese ai lampioni, ad evidenziare la voglia di questo Paese di diventare parte della grande famiglia europea. Radi villaggi, piccoli centri urbani ed i primi vigneti ci accompagnano nella grande Chișinău.
E adesso un po’ di storia: la Moldova faceva parte della regione chiamata Bessarabia. Dopo la Prima Guerra Mondiale e la dissoluzione dell’Impero Russo, si unì alla Romania. Nel 1940 fu occupata ed annessa all’URSS. Nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, la Moldova divenne indipendente. Lezione finita.
A Chișinău di cose da vedere ce ne sono tante. Alle 13:00 siamo già in camera ed in breve siamo pronti per visitarla. Pur trovandoci in un’ottima zona della città, le sue dimensioni non lasciano dubbi: dovremo spostarci anche in taxi. A pochi passi troviamo la Catedrala Nașterea Domnului (Cattedrale della Natività), la principale chiesa ortodossa di Chișinău con un’alta torre campanaria circondata da un parco-giardino. Poco oltre c’è il Bulevardul Ștefan cel Mare, l’arteria principale di quasi 4 km che attraversa il cuore della città. L’ottocentesco Arcul de Triumf (Arco di Trionfo), con un enorme orologio che si illumina di sera, si affaccia sulla grande Piazza dell’Adunata Nazionale di fronte al Palazzo del Governo. Muovendoci poi in taxi andiamo al bianco Palazzo Presidenziale, una grande torre moderna in cemento e vetro che fronteggia il Parlamento, e all’Eternitate Memorial Complex, un monumento con cinque enormi fucili rossi stilizzati che formano una piramide alta 25 metri con una fiamma eterna che arde al centro, a ricordo dei caduti in guerra.
Ai margini della capitale si trovano due giganteschi edifici di cemento triangolari alti 70 metri, veri e propri alveari residenziali che si aprono ai lati del Bulevardul Dacia formando la Porțile Orașului (la Porta di Chișinău). E a proposito di edifici strani, come non andare a vedere due simboli dell’architettura post-modernista russa degli anni ’80? Il Circul de Stat del 1981, l’edificio da circo più bello e capiente di tutta l’URSS oggi in stato d’abbandono, e l’incredibile Romaniță, il Palazzo Camomilla costruito nel 1978, uno strano condominio cilindrico che visto da sotto fa paura e non si capisce come possa restare ancora in piedi.
Scambiando quattro chiacchiere col tassista (a tal proposito Google Traduttore è davvero utile) scopriamo che i moldavi sono equamente divisi linguisticamente tra romeno e russo e politicamente tra pro e contro l’ingresso in Europa. La capitale offre anche ampie aree verdi come il parco Grădina Publică, dove si trovano statue dei personaggi importanti della storia, compresa quella del grande principe Stefano, ed il Valea Morilor con un vasto lago artificiale, percorsi panoramici, aree attrezzate per sport all’aperto, chioschetti ed una statua di Lenin, un busto di Marx ed uno di Georgi Dimitrov, leader della Bulgaria comunista del secondo dopoguerra, sovrastati dallo stemma della Repubblica Socialista Sovietica Moldava con tanto di stella a cinque punte, falce e martello. Il tour di Chișinău finisce con la Piața Centrală, il mercato coperto con bancarelle di ogni genere alimentare come latticini e carne, frutta e verdura profumatissime, miele ed olio di girasole artigianali, sottaceti, erbe selvatiche essiccate e mescolate, ma anche giocattoli, abbigliamento ed oggetti per la casa. Ceniamo in un organizzatissimo locale, così organizzato che ci fanno pagare il conto senza aver finito di mangiare e ci invitano cortesemente ad andarcene perché alle 22:00 chiude. Sulle strade di Chișinău, tra tutto il possibile ed immaginabile parco auto moderno tedesco, circolano più Porsche Cayenne e Macan che in qualsiasi città italiana. E non esageriamo.
Giorno 9: viaggio nel tempo nell’enclave filorussa della Transnistria
Preparando questo viaggio, aveavamo letto che tra la Moldova orientale e l’Ucraina si trova un territorio non riconosciuto dalla comunità internazionale. È la Transnistria, come la chiamiamo noi, o Repubblica Moldava di Pridniestrovie, come si fanno chiamare loro. E qui serve un’altra lezione di storia: è un’enclave russa non riportata sulle mappe, grande più o meno come il nostro Molise. Il suo nome significa “al di là del fiume Nistro” (o Dniestr), il fiume più importante della Moldova, dato che si distende lungo la sua sponda sinistra. Prima del 1990 faceva parte della Repubblica Socialista Sovietica Moldava, ma allo scioglimento dell’URSS si dichiarò indipendente. Nel 1991 la Moldova divenne a sua volta indipendente e la annesse, scatenando nel 1992 una vera e propria guerra che, seppur breve, provocò 700 vittime e finì con la vittoria dei separatisti grazie agli aiuti militare ed economico russo.
Ma torniamo a noi. Abbiamo deciso di passare due notti a Chișinău e tentare di entrare in Transnistria in giornata. Dico tentare perché sembra non sia così scontato. Vedremo. È una splendida giornata di sole. Uscire da Chișinău è facile, almeno finché non si imbocca la M5-E58, che dovrebbe essere una specie di autostrada ma in realtà sembra un tôle ondulée asfaltato. Un’ottantina di km dopo, all’altezza di un ponte sul Dniestr presso Gura Bîcului, ecco il checkpoint militare che segnala l’ingresso in Transnistria. Dato che di vero confine e vera dogana non si può parlare e non ci sono cartelli che lo annunciano, per chi non capisse ci sono due baracche con soldati armati in mimetica, un bel carro armato a bordo strada ed un altro seminascosto. Meglio fermarsi. C’è solo un’auto moldava davanti a noi. I controlli ai passaporti e ai documenti della moto sono cortesi ed abbastanza veloci: un piccolo interrogatorio su da dove veniamo, dove stiamo andando, il motivo della visita e per quanto tempo ci fermeremo, con successivo pagamento di 5 euro per il relativo permesso di ingresso e circolazione temporanee da conservare e mostrare ad ogni successivo controllo.
Benvenuti in Transnistria. Da lì in poi scordatevi di leggere qualcosa che non sia scritto in cirillico; cartelli stradali, insegne o altro. Avendo scaricato il russo tra le lingue di Google Traduttore capiamo che i primi due cartelli dicono “Grazie per le strade pulite” e “Dubăsari 57 km, Chișinău 88 km e Odessa 105 km”. Il panorama non cambia rispetto alla Moldova: campi, colline, vecchie fermate dell’autobus mosaicate e qualche casa allineata lungo la strada che rimane scassata. Dopo 15 km eccoci a Tiraspol, la capitale, che appare come una cattedrale nel deserto. Col navigatore preimpostato (Google Maps ha smesso di funzionare da un po’) arriviamo direttamente nel cuore della città, il grande Viale 25 Oktyabrya (25 Ottobre), l’asse principale lungo cui si trova il Palazzo del Soviet Supremo, ovvero governo e parlamento in un’unica istituzione che amministra lo Stato come ai tempi dell’URSS. Lasciata la moto sotto un’imponente statua di Lenin, attraversiamo il viale. È tutto così strano. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, in un’epoca nostalgica di un Paese in cui si stava meglio quando si stava peggio, tra gente che non vuole dimenticare la propria identità ed adattarsi ad una occidentalizzazione che non fa parte del suo DNA. Se scomparissero dalle strade le moderne auto tedesche ed asiatiche e vedessimo passare solo Trabant, UAZ, Moskvitch e Lada, crederemmo davvero di aver oltrepassato un portale spazio-temporale. Un carro armato russo T34 della Seconda Guerra Mondiale, con la scritta in cirillico Per la Patria sulla torretta, svetta su un massiccio basamento a protezione del Memoriale della Gloria dedicato ai caduti transnistriani delle varie guerre, compresi quelli del disastro di Chernobyl.
Mentre poi ci avviamo a piedi verso Suvorov Square, la vicina grande piazza, veniamo fermati da un militare che in inglese ci chiede e fotografa tutti i nostri documenti, riconoscendoci come quelli della moto. Credo fossimo gli unici europei in tutta Tiraspol arrivati lì con un proprio mezzo. Presso la piazza dove sventolano bandiere transnistriane e russe, si trovano la statua equestre di Suvorov, il generale russo che fondò Tiraspol, l’Ekaterininskij Park (Parco Caterina) ed il grande mercato coperto. Dovete sapere una cosa: qui tutto è rigorosamente antioccidentale. Nient’altro che russo, nel suo pieno significato. Oltre alle scritte in cirillico, tutti parlano solo russo, non c’è roaming per i cellulari, i circuiti di bancomat e carte di credito estere non funzionano e non viene accettata valuta europea. Ma la gente, almeno quei pochi con cui abbiamo avuto contatti, è cortese anche se non capisce una parola di quello che diciamo e noi non capiamo un accidente di quello che dicono. Si va a gesti. Ma niente sorrisi: sorridere sembra troppo capitalista, tranne per un uomo mezzo ubriaco incontrato al mercato che ci ha abbracciati e ci ha parlato per dieci minuti in russo.
In un piccolo sportello di cambio convertiamo qualche euro in rubli transnistriani, la valuta locale che oltreconfine è buona solo come souvenir. Dotati di soldi da spendere, comperiamo al mercato due pezzi di Plăcintă, una sfoglia salata ripiegata ed imbottita con verdure, carne e panna acida, cotta in padella o al forno, ed una bevanda che pensavamo fosse tipo limonata ma in realtà era discutibile. Ci sediamo all’ombra a fare merenda su una panchina del parco osservando il passaggio delle donne che arrivano dal mercato piegate dal peso di pesanti sacchetti pieni di generi alimentari. Purtroppo viene poi l’ora di riprendere la moto e lasciare Tiraspol, e ci dispiace. Abbiamo deciso di rientrare a Chișinău facendo una strada diversa da quella dell’andata, sperando sia un po’ meno rovinata. Ci dirigiamo quindi verso Bender (o Tighina, come si legge sulla cartina) per una rapida visita alla cinquecentesca Fortezza ottomana, un imponente sistema difensivo con bastioni, torri e porte, perfettamente restaurata e modernizzata da un parco giochi ed un hotel. Si trova proprio prima del checkpoint militare di confine, ben più frequentato e strutturato di quello di stamattina. Spesi gli ultimi rubli in benzina nel distributore della terra di nessuno tra i due Paesi, rieccoci in breve a Chișinău sulla scorrevole e liscia R2. Per cena scegliamo un caratteristico locale dove gustiamo la Ciorbă, la tipica zuppa romena, saporita e ricca di verdure, carne di pollo, manzo o polpette e resa acidula da limone, aceto o panna acida. Per secondo trota alla griglia accompagnata da Mămăligă, densa polenta gialla fatta con grossolana farina di mais. Oggi abbiamo fatto i 180 km più curiosi di tutto il viaggio.
Giorno 10: il rientro in Romania e la pioggia verso Voroneț
Si torna in Romania. Il cielo è coperto ma si schiarisce presto e la temperatura è gradevole mentre guidiamo a ritroso sulla stessa scorrevole strada che ci aveva portati a Chișinău. Al confine di Sculeni c’è coda. I controlli moldavi in uscita sono abbastanza rapidi, mentre quelli romeni più articolati: in tutto se ne va quasi un’ora. Sfiliamo Iași e proseguiamo dritti verso ovest per più di 150 km abbastanza noiosi per il traffico ed i continui rallentamenti, interrotti solo a circa metà da un tratto secondario sconnesso di una quarantina di km di curve tra piccoli paesini. Il cielo nel frattempo si copre, si oscura e minaccia pioggia. Prima di Suceava lasciamo la statale, ma ormai a soli 2 km e tre minuti dall’alloggio di Voroneț si scatena un forte temporale. Raggiungiamo l’albergo belli fradici e prendiamo posto nella camera dove staremo due notti. È una suggestiva struttura composta da grosse baite proprio a ridosso di una parete di foresta quasi verticale che non lascia troppo spazio all’esplorazione a piedi o alla ricerca di caratteristici locali. Comunque ceniamo bene in albergo mentre il tempo si rasserena.
Giorno 11: la magia mistica dei monasteri dipinti della Bucovina
Siamo nella regione della Bucovina, famosa per i Manastirile Pictate, i monasteri dipinti ortodossi eretti nel XV e XVI secolo contro l’espansione musulmana nell’area, arricchiti da migliaia di affreschi sia all’interno sia sulle pareti esterne. Sono colorate e dettagliate raffigurazioni di scene bibliche e storiche che hanno dato modo agli abitanti dei villaggi di capire con semplicità la Bibbia e la vita dei più importanti santi ortodossi. I Turchi, nemici storici dei romeni e della cristianità, incarnano i demoni e sono rappresentati mentre torturano e decapitano i cristiani. Oggi visiteremo quattro tra i monasteri meglio conservati, con un giro di circa 130 km.
Una bella mattina di sole ci conforta mentre ci avviamo in moto verso il primo, quello proprio di Voroneț, conosciuto come la “Cappella Sistina d’Oriente” per gli affreschi ricchi di dettagli come il meraviglioso Giudizio Universale, la Genesi e l’Albero di Gesù. Le strade della zona sono molto belle e guidabili e regalano scorci suggestivi mentre ci portiamo al monastero di Humor, situato sulla cresta di una collina e dedicato al passaggio della Vergine Maria dalla vita terrena a quella celeste. È poi la volta di Sucevița, circondato da spesse mura con bastioni e torri, dove si trova il maggior numero di immagini dipinte tra cui la Scala del Paradiso, un percorso ascensionale di collegamento tra Terra e Cielo. Per raggiungere l’ultimo dei monasteri seguiamo una bellissima strada di montagna con curve e tornanti immersi nella foresta. Facciamo una sosta al Pasul Ciumarna a 1.109 metri di quota, da cui si gode un panorama grandioso e dove si staglia il bianco monumento di una grande mano che simboleggia lavoro, forza ed unione, eretto per onorare la stretta di mano che due gruppi di operai si dedero nel 1969 all’incontro sul passo dopo aver completato la strada sui due versanti.
Scesi dal Ciumarna arriviamo a Moldovița, un monastero tra le montagne all’interno di una cinta muraria fortificata. Gli affreschi esterni sono i meglio conservati, ispirati ad una poesia dedicata alla Vergine Maria e al suo intervento a protezione di Costantinopoli durante l’attacco persiano del 626 a.C. La chiesa ha una torre ottagonale e 105 piccole nicchie con altrettanti angeli. Rientriamo soddisfatti a Voroneț. È stata una giornata molto interessante ed anche un po’ mistica. L’atmosfera nei monasteri invita all’osservazione, al rispetto ed al silenzio. Purtroppo c’è anche una nota negativa, che non vogliamo però sminuisca il valore dei luoghi: la freddezza ed il distacco delle monache ortodosse dei monasteri, fasciate dentro austere tonache nere. Va bene la serietà, ma mentre sei davanti a loro ad acquistare i biglietti d’ingresso o le piccole candele votive, nemmeno ti guardano in viso o, peggio, continuano a guardare il cellulare. Peccato.
Giorno 12: tra i giganti in legno del Maramureș e l’arrivo a Baia Mare
Facciamo colazione con calma aspettando e sperando che il tempo migliori visto che piove e non abbiamo voglia di metterci su strade secondarie sotto l’acqua per ore, ma il cielo non sembra avere intenzione di schiarirsi. Verso le 10:00 il tempo vince il braccio di ferro con noi, così indossiamo i completi impermeabili e partiamo sotto la pioggia. Scegliamo un compromesso tra l’odierno preventivato percorso di circa 300 km ed uno più diretto che ce ne faccia risparmiare una cinquantina. Sulla cartina Michelin la strada che scende a sudovest è comunque bordata di verde, a dimostrazione che è considerata panoramica. Infatti sale ampia e scorrevole su tornanti a tre corsie a 1.100-1.200 metri di quota, poi diventa più normale, tranne una trentina di km ondulati lungo il fiume Someș. La pioggia ci ha seguito per oltre 100 km, ma poi il tempo si è rassenerato prima di arrivare a Baia Mare.
Siamo nel cuore della regione del Maramureș, considerato l’ultimo angolo rurale incontaminato d’Europa, ancorato alla terra ed alle tradizioni, con contadini che lavorano i campi a mano, covoni di fieno, verdi colline e cime montuosa spettacolari. La regione è famosa per la lavorazione del legno e l’arte dell’intaglio, con tantissime case e chiese del XVII e XVIII secolo con campanili alti e sottili, costruite interamente in legno senza bisogno di rinforzi metallici o chiodi. Il solito albergo strategico ci dà modo di muoverci a piedi. Baia Mare è ricca di monumenti e palazzi medioevali come quelli in Piața Libertății (Piazza della Libertà), Piața Ștefan cel Mare e Piața Cetății (la Piazza della Fortezza) dove si trova la Turnul Ștefan (la Torre di Stefano), il campanile del XV secolo che svetta per 50 metri con l’apice di forma piramidale e quattro torrette. Vicino a Piața Izvoarelor (Piazza delle Fonti), che ospita il principale mercato alimentare all’aperto, si trova l’unica parte rimanente delle fortificazioni medievali della città, la Turnul Măcelarilor (Torre dei Macellai), costruita per difendere la vecchia porta meridionale della cittadella. Ci sediamo su una panchina in Piazza della Libertà a sorseggiare birra fresca locale sgranocchiando patatine al gusto di pollo, gustandoci il sole che nel frattempo ha deciso di farci un regalo.
Giorno 13: l’addio alla Romania e il fascino serale di Budapest
A malincuore dobbiamo ammettere che il nostro viaggio sta volgendo al termine. Ci attende il lungo rientro in Patria via Ungheria ed Austria, tanto per non rifare la strada dell’andata. Saranno 400 lunghi km da Baia Mare a Budapest, tappa serale, per cui non perdiamo tempo, permettendoci solo di fermarci in città e ricambiare in euro i lei romeni rimasti. I primi 140 km sono su strade normali, equamente divisi tra Romania ed Ungheria. L’assenza di frontiera snellisce il passaggio tra i due Paesi, ma l’asfalto ungherese è terribile. Ritroviamo gli incomprensibili e lunghissimi nomi sui cartelli stradali, composti da trenta consonanti e tre vocali, assolutamente impronunciabili. La noia prende il sopravvento mentre percorriamo un’autostrada dritta e monotona in un piattone di coltivazioni di girasoli e ci riprendiamo solo quando arriviamo a Budapest a metà pomeriggio.
Ma quanto è bella Budapest? È la terza volta che ci veniamo ed è sempre magica. Fa un bel caldo che ci riporta alla temperatura torrida di casa delle settimane prima della partenza che avevamo dimenticato. Dall’albergo al verde Ponte della Libertà non c’è molto. Passeggiamo lungo il Danubio, attraversiamo il ponte soffermandoci ad osservare il lento passaggio delle imbarcazioni sul fiume, saliamo la collina Gellért di Buda e visitiamo la Chiesa della Roccia, ispirata alla grotta di Lourdes, chiusa dal comunismo nel ’50 e riaperta solo nel 1989. Gli ambienti interni sono sapientemente illuminati ed un’audioguida permette di percorrerli con dettagliate informazioni. Ritorniamo sul fiume e ci prendiamo un aperitivo col Ponte della Libertà in bella vista, con tanti giovani seduti sulle sue strutture più basse ed accessibili, anche se terribilmente scomode. Tiriamo l’ora di cena, scegliendo un locale del vivace centro in cui servono un eccellente gulash, preceduto e seguito da uno shortino di pălinkă, il distillato di frutta liquore nazionale ungherese. Rientrando in albergo rimaniamo affascinati dagli splendidi edifici storici che adornano la città, così ben inseriti nel contesto da sembrare normali. Vai di lì, sali di là, senza accorgercene abbiamo fatto diversi km a piedi. Ma non dovevamo riposare?
Giorno 14: lungo le autostrade austriache verso Graz
Peccato lasciare Budapest ed i comodissimi letti dell’albergo, ma c’è ancora tanta strada da fare. È una bella giornata di sole e Graz è a più di 330 km. Raggiungiamo l’Austria in autostrada dopo 140 km noiosi come quelli di ieri. Poi la strada migliora e si piega in dolci curve tra le colline, ma la stanchezza accumulata in questo viaggio non ce la lascia gustare come vorremmo. Cerchiamo di arrivare a Graz prima possibile per rilassarci un po’. L’albergo stavolta non è proprio messo bene per girare la città. Avendola già visitata in passato, l’abbiamo scelto per essere facile da raggiungere e da lasciare. È in periferia e l’unica cosa che possiamo fare è andare in un vicino centro commerciale, fare un po’ di spesa e cenare nella nostra spaziosa camera approfittando di un comodo tavolino con due sedie.
Giorno 15: l’ultimo tratto tra le montagne austriache e il rientro a Udine
Il rientro in Italia avviene tra le montagne e le strade austriache, un ottimo scenario motociclistico, degno epilogo di un gran bel viaggio. Sveglia comoda, partenza tranquilla, andatura turistica, qualche sosta e i 330 km fino a Udine volano via. Fa strano leggere e capire nuovamente tutto quello che troviamo scritto.
Giorno 16: la fine del viaggio
Game over.






















